La donna dello scrittore

recensione del film:
LA DONNA DELLO SCRITTORE

Titolo originale:
Transit

Regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Franz Rogowski, Paula Beer, Godehard Giese, Lilien Batman, Maryam Zaree, Barbara Auer, Matthias Brandt, Sebastian Hülk, Emilie De Preissac, Antoine Oppenheim, Louison Tresallet, Alex Brendemühl, Agnès Regollo, Grégoire Monsaingeon – 101 min. – Francia 2018.

L’antefatto:
1940 – Marsiglia, come Casablanca, è luogo di transito dei rifugiati politici, che, fuggendo da Parigi, alla vigilia dell’occupazione tedesca, lì trovavano il porto dal quale raggiungere, al di là dell’Atlantico, i paesi più sicuri del nord e del centro America: impresa rischiosissima e faticosa; lotta contro il tempo, prima che il governo-fantoccio di Vichy, agli ordini dei nazisti, estendesse fino a Marsiglia la gelida spietatezza dei rastrellamenti contro gli ebrei e gli oppositori politici da spedire ad Auschwitz, come tutti sappiamo.

Un film straniante
A Marsiglia, Maria (Paula Beer) è in attesa dell’arrivo del marito, lo scrittore Weidel, per imbarcarsi con lui alla volta di Città del Messico: solo a lui l’ambasciata avrebbe rilasciato il visto necessario alla loro partenza. Il plico dei suoi documenti di accredito era nelle mani di Georg (Franz Rogowski), come lui rifugiato tedesco a Parigi, comunista in cerca di salvezza su un treno per Marsiglia, dove avrebbero dovuto incontrarsi, secondo i piani della rete clandestina del loro partito.
Per caso, durante il viaggio, Georg aveva appreso del suicidio di Weidel, imprevista circostanza che scombinava quei piani: non sapendo che fare, ora, delle carte in suo possesso, aveva deciso di distruggerle e di sostituirsi a lui assumendone l’identità; ricordare l’indirizzo di Maria era in fondo tutto ciò di cui aveva bisogno per ottenere per sé e per lei, dall’ambasciata messicana, il visto per il viaggio in nave: la salvezza.
In un’atmosfera di attesa estenuante, costretto a non essere se stesso, Georg si era immerso dunque nei vicoli della città, nei suoi bar e nell’universo dei rifugiati provvisoriamente a Marsiglia, vivendo i loro stessi drammi nelle code ai consolati o nella precarietà delle sistemazioni più squallide, negli alberghi e nelle case di passaggio: altre vite come la sua, sospese fra un presente di terrore disperante e un futuro forse meno angoscioso, ma, in ogni caso, incerto e sfuggente perché amore, solidarietà, amicizia, legami familiari sembravano scomparsi o calpestati da una generalizzata volontà di dominio e di sopraffazione.
Il film assume, fin dall’inizio, un carattere di spiazzante contemporaneità, ovvero di un racconto nel quale si confondono passato e presente, poiché ciò che era avvenuto nel 1940 è sovrapposto,  sullo schermo, da ciò che sta avvenendo oggi: gli strumenti della discriminazione e dell’oppressione sono gli stessi e (allora, come ora), indossando abiti del nostro tempo, aguzzini reiterano i riti orribili dell’esclusione e della discriminazione contro milioni di rifugiati che, in preda all’angoscia sono lasciati soli, senza identità, disperando di essere riconosciuti nella loro dignità umana, al di là dell’appartenenza religiosa, politica o etnica.
Durante il racconto si susseguono brevi e intense storie d’amore; episodi di amicizia; tragedie; sorprese drammatiche e inaspettate svolte, di cui sarebbe imperdonabile parlare in anticipo: meglio, secondo me, se gli spettatori si lascerannno coinvolgere dall’atmosfera misteriosa di sospetto e di intrigo che il regista costruisce molto bene, poiché nella strana realtà marsigliese in cui porto e periferie sono connotati dalla tecnologia e dalla modernità, nulla e nessuno è ciò che appare, né la voce fuori campo è sempre la stessa: indizi di una realtà oscura e indecifrabile, senza via d’uscita…
Ispirato liberamente al romanzo Transit (1944) della scrittricee intellettuale tedesca Anna Seghersil film è, a mio giudizio, pur con qualche difetto, in particolare nella parte centrale, che forse si gioverebbe di qualche taglio mirato, uno dei migliori sullo schermo, in questi giorni, ed è fra i più interessanti firmati dal regista Christian Petzold, già apprezzato nei precedenti La scelta di Barbara e Il segreto del suo volto. Ha però molto diviso la critica e soprattutto gli spettatori, non sempre convinti dalle soluzioni narrative del regista e talvolta incerti nel dipanare l’intricata vicenda. 

 

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un bambino e la guerra (This is England)

recensione del film:
THIS IS ENGLAND

Regia:
Shane Meadows

Principali interpreti:
Thomas Turgoose, Stephen Graham, Jo Hartley, Andrew Shim, Vicky McClure, Joe Gilgun, Rosamund Hanson, Andrew Ellis, Perry Benson, George Newton, Frank Harper
– 101 min. – Gran Bretagna 2006
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“Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.” (A. Manzoni – I Promessi Sposi Cap. X).

Il celebre incipit manzoniano continuava a tornarmi in mente durante la visione di questo bel film in cui si narrano le vicende del piccolo Shaun, dodicenne che ha perso il padre durante la guerra delle Falkland (1982). La morte del genitore cambia di punto in bianco la vita e le abitudini della famiglia: al bambino, privo del modello paterno, cui faceva riferimento, è rimasta una madre che vorrebbe dedicargli più tempo, ma fa quello che può, in una situazione in cui la perdita di un sostegno economico forte la costringe a lavorare molto, dopo che si è trasferita con lui in un quartiere degradato e periferico. Lì Shaun frequenta la scuola, ma l’ambiente è violento e ostile: teppismo e mobbing sono l’abitudine di molti suoi compagni, convinti di aver il diritto di prevaricare i più deboli irridendoli e pestandoli, assicurandosi in tal modo rispetto e ammirazione degli altri. La legge del branco non piace a Shaun, che trova sulla sua strada un gruppo di skin-heads disposto ad accoglierlo e a difenderlo. Ha inizio quindi la lunga vicenda della “educazione” di Shaun alla violenza, e della corruzione della sua coscienza morale: in nome di quel padre eroe, morto per difendere il suo paese, egli si convincerà molto presto che neri e pakistani, in Inghilterra con le loro famiglie per lavorare, non potranno che distruggere la civiltà inglese, per la quale è morto suo padre, contaminandola con elementi di una cultura che viene considerata barbarica e inferiore. Con trepidazione angosciosa seguiamo le vicende dell’iniziazione del piccolo alla violenza, ad opera di un avanzo di galera, Combo, che, con un linguaggio elementare e attraverso l’uso di riti simbolici e di oggetti evocativi di nazionalistiche glorie, riesce a ottenere la sua fiducia. Il film, che ha uno svolgimento drammatico e molto teso, racconta senza fronzoli retorici o consolatori una durissima storia, inducendoci a riflettere sulla cultura dell’odio che si alimenta con troppa facilità degli entusiasmi dei più giovani, ma che può sfociare, quanto più la si sottovaluti, in tragedia collettiva, come è già accaduto, purtroppo, nella storia europea del secolo scorso e come è accaduto da poche settimane in Norvegia.
Colpisce che alla base dei rozzi argomenti xenofobi e razzisti, sia evidente l’invidia per chi ama ed è riamato (Woody e Lol) e per chi vive fra persone solidali, che si organizzano intorno a valori veri, forse arcaici, capaci di offrire conforto anche nei momenti più oscuri. Emblematico a questo proposito, il discorso di Milky, il giovane giamaicano che, raccontando della sua famiglia con tante madri, ma tenuta insieme da affetti profondi, scatenerà l’aggressività cieca e invidiosa di Combo, di fronte alla quale finalmente Shaun aprirà gli occhi. La bellissima conclusione del film, a testimonianza dell’avvenuta maturazione del piccolo, ha un valore quasi catartico e compensa largamente l’attesa dello spettatore. Ciò che invece non si comprende (o forse si comprende anche troppo!) è per quale motivo un lavoro così bello, così ben diretto e così splendidamente recitato abbia dovuto aspettare dal 2006, anno della sua uscita in tutto il mondo, per essere proiettato in Italia. Honni soit qui mal y pense!