La mia vita con John F. Donovan

recensione del film:
LA MIA VITA CON JOHN F. DONOVAN

Titolo originale:
The Death and Life of John F. Donovan

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Kit Harington, Natalie Portman, Jacob Tremblay, Ben Schnetzer, Susan Sarandon, Kathy Bates – 123 min. – USA 2018.

Un’opera travagliata e di difficile costruzione, solo parzialmente riuscita e a rischio, più accentuato del solito, di trasformare l’analisi sottile dei sentimenti contraddittori e irrisolti dei protagonisti in feuilleton, anche seXavier Dolan è riuscito ancora una volta a darci, sia pure a frammenti, momenti di grande cinema mélo.
Di sicuro interesse cinefilo, pertanto, è quest’ultima fatica del regista canadese, che ha prodotto, scritto e diretto questa pellicola avvalendosi di un cast eccezionalmente prestigioso, quasi a sottolineare l’importanza che egli intendeva attribuire al suo primo film in lingua inglese.
La sua realizzazione era stata molto difficile e tormentata, tanto che solo al festival di Toronto del 2018 il film aveva potuto essere presentato, dopo essere stato atteso vanamente a Cannes e a Venezia, per le difficoltà che si erano presentate al regista in sede di montaggio, durante il quale egli ne aveva eliminato, con grande sofferenza, una parte cospicua, riducendolo a poco più di due ore dalle quattro iniziali, ciò che lo aveva costretto a tagliare via del tutto il personaggio non secondario dell’attrice Jessica Chastain, che, contrariamente a ciò che molti si aspettavano, aveva reagito con signorile e affettuosa comprensione, manifestando nei confronti di Dolan la propria immutata stima:
…non preoccupatevi, sono stata informata in anticipo … questa [situazione] è stata gestita con il massimo del rispetto e dell’amore.

Dolan ricostruisce la vita del piccolo Rupert Turner (Jacob Tremblay), un ragazzino che dai sei agli undici anni è seguito con attenta partecipazione e con profondo amore, non disgiunto da severità, dalla madre Sam (Natalie Portman), abbandonata dal marito, e che insieme a un’ insegnante della scuola primaria, asseconda l’immaginazione del figlioletto. La giovane docente, poi, è così impressionata dal suo talento precoce per la scrittura creativa, da decidere di dedicare qualche ora del proprio tempo a lui, al termine delle lezioni, per aiutarlo ad affermarsi.
Il piccolo Rupert vorrebbe diventare un attore: il suo modello è John F. Donovan (Kit Harington), uomo di spettacolo non giovanissimo, intrattenitore e attore in una serie TV per ragazzi.
Rupert lo vede esibirsi sul piccolo schermo di casa, circondato da strani effetti speciali, che ai suoi occhi incantati appaiono frutto delle sue straordinarie abilità: sviluppa perciò una così sconfinata ammirazione da stabilire con lui, via e.mail, un fitto dialogo, che diventa sempre più simile a un’ossessione irrinunciabile.
Sarà lo stesso Rupert, dieci anni dopo, poco più che ventenne (l’attore è ora Ben Schnetzer), a ricostruire in un romanzo in cui, per definizione, l’invenzione è predominante, ma non per questo è meno “vera”, quel rapporto, grazie alle missive fortunosamente ricuperate, e a pubblicare la storia di un amore omosessuale rimasto nel limbo dei sogni e dei desideri irrealizzabili, anche per l’improvvisa morte di John, stanco, depresso ed emarginato nel suo ambiente sociale e familiare (la bravissima Susan Sharandon interpreta la parte di una madre stolta e inadeguata) e costretto ad assumere dosi sempre più elevate di psicofarmaci per continuare a esibirsi pubblicamente.

Il racconto è triste e malinconico, condotto come uno strano gioco di specchi, poiché i due protagonisti, pur lontani, e molto diversi per età (la cui differenza nel romanzo si accorcia) si riconoscono nella propria solitaria emarginazione. Il film è inoltre una lunga riflessione sull’inadeguatezza della società e della famiglia, dolorose fonti di incomprensione e di insincerità, che accrescono la sofferenza di chi non può essere se stesso. Importante il ruolo della musica che sottolinea, talvolta un po’ enfaticamente, la narrazione che alterna momenti delicati e teneri a momenti di cupa disperazione. Anche se un po’ velleitario e sotto-tono, il lavoro del regista, attento all’equilibrio emotivo, sospeso fra strazio e dolcezza è sempre molto riconoscibile.

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È solo la fine del mondo

schermata-2016-12-11-alle-19-32-06recensione del film:
È SOLO LA FINE DEL MONDO

Titolo originale:
Juste la fin du monde

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard – 95 min. – Francia 2016.

Gran Premio della regia, quest’anno a Cannes è finalmente visibile anche da noi.

Louis, (Gaspard Ulliel), che è un apprezzato scrittore, è su un aereo per tornare a casa, ma il suo viaggio, senza futuro, è pieno di incognite, come ben si comprende all’inizio del film, quando, su quello stesso aereo, un bimbetto seduto dietro di lui (che gli sorriderà indulgente), gli copre gli occhi con le sue manine con un gesto pieno di grazia, ma fortemente significativo. Louis aveva abbandonato quella casa da dodici anni, durante i quali non aveva mai dato notizie di sé, ciò che lascia indovinare uno strappo alquanto drammatico. Il giovane, ora malato e prossimo a morire, non aveva più visto Suzanne (Léa Seydoux), la sorella allora molto piccola, diventata una bella e infelice ragazza, e neppure Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore invidioso e rancoroso, né aveva cercato di incontrare la madre (Nathalie Baye), affettuosa ma lontana da lui e dai suoi problemi, troppo presa dalla propria garrula vanità. Nulla sappiamo della sua famiglia in quei dodici anni, se non che Antoine, diventato padre da pochi mesi, usava anche con con la moglie Catherine (Marion Cotillard) l’atteggiamento odioso e arrogante che gli era solito e che la donna vanamente provava a mitigare, opponendo all’aggressività di lui la propria dolce remissività. Allo stesso modo ignoriamo tutto dei dodici anni di Louis lontano da loro, se non che era diventato un noto e acclamato scrittore: tutti i diversi personaggi vivono, infatti, nel momento stesso del loro agire, del loro parlare o del loro silenzio, come si conviene  a personaggi che, prima di diventare cinematografici, appartengono a una pièce teatrale.
Louis era tornato animato dall’intento di offrire la rivelazione della sua fine inevitabile, quale segno del suo profondo bisogno di pacificazione, quasi che ritrovare persone e luoghi che lo avevano visto crescere potesse fargli ricuperare, proustianamente, il tempo lontano delle memorie affettuose (inutilmente ?) perduto. Del tutto vano, però, si sarebbe rivelato questo suo tentativo in una famiglia dove ognuno ascoltava solo la propria voce, cercando di sovrapporla a quella degli altri: solo Catherine sembrava in grado di comprendere con sincera compassione, ma non essendo sufficientemente forte da imporsi era destinata a subire. Il ritorno di Louis, perciò, non avrebbe mutato la situazione di sempre, cosicché qualunque rivelazione diventava impossibile; il suo sorriso tra l’ironico e lo sconsolato non poteva che ribadirne l’impotente solitudine, anche quando una passeggiata con Antoine in auto, nell’aperto paesaggio di una domenica assolata, avrebbe potuto rallentare la tensione e favorire la pacificazione.

L’atteso sesto film di Xavier Dolan è alquanto insolito, poiché questa volta l’enfant prodige del cinema mondiale abbandona il Canada e il suo Quebec (e soprattutto i suoi attori e il suo colorito parlato québécois), per trasferirsi in Francia, attratto dalla possibilità di adattare allo schermo il testo teatrale, dal titolo Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce, altro enfant prodige, morto di AIDS a Parigi nel 1995, a soli trentotto anni e, fino a quel momento, sconosciuto autore (solo in seguito le sue pièces sarebbero diventate le più rappresentate d’oltralpe e questa sarebbe stata la più rappresentata di tutte. In Italia questa stessa pièce fu messa in scena da Luca Ronconi al Piccolo di Milano nel 2009).
Dolan, dunque, per la seconda volta, come già era accaduto con Tom à la ferme, si cimenta con un testo teatrale: in quel caso l’autore Michel Marc Bouchard ne era stato anche co-sceneggiatore; in questo caso, invece, egli, unico sceneggiatore, ha largamente utilizzato, spesso senza modificarlo, il testo altamente claustrofobico di Lagarce facendone un Kammerspiel, ciò che gli ha permesso di isolare ogni personaggio nel proprio incomunicabile dolore, ma anche di scavare nelle contraddizioni di ciascuno, mettendone in luce, l’umanità, nella convinzione personale che anche i personaggi meno positivi della vicenda soffrano, e che cerchino di difendersi dal dolore ciascuno a suo modo: chi con fatua nevrosi, come la madre; chi con sprezzante arroganza, come Antoine; chi con la trasgressione della droga, come Suzanne. Una lunga intervista, rilasciata nell’agosto 2016  a Stéphane Délorme* contiene a questo proposito molte interessanti dichiarazioni circa i modi con i quali il regista  aveva cercato di rendere cinematograficamente accettabile un testo di estrema durezza, senza tradirne la forza sconvolgente, sia attraverso l’uso ampio dei primi piani, sia attraverso la ricerca continua dell’ equilibrio fra il parlato ossessivo e violento, il silenzio insopportabile del non detto, e la musica (composta per questo film da Gabriel Yared). Ancora una volta il giovane regista si è rivelato ottimo direttore degli attori, perfettamente e credibilmente calati nel proprio ruolo. Non so se, come alcuni sostengono, questo sia il film meno riuscito di Dolan: egli sostiene di aver voluto con questa sua fatica rendere omaggio a un autore sfortunato, cercando di ottenere un’opera molto fedele all’originale (sia pure con le differenze implicite nel mezzo cinematografico) senza riconoscersi perciò pienamente in essa. Credo che a un giovane di ventisette anni, al suo sesto film, vada riconosciuto il diritto di tentare nuove strade e di sperimentare nuove forme espressive! Da vedere.

* pubblicata nel numero di settembre dei Cahiers du Cinema alle pagine 30-33.

I due primi film di Xavier Dolan – J’ai tué ma mère – Les amour immaginaires

Ho voluto accostare in questo stesso post le recensioni di entrambe le prime opere dell’allora giovanissimo regista (nato nel 1989), poiché le unifica il tema, parzialmente autobiografico, dell’adolescenza difficile. I due film furono girati a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2009 (J’ai tué ma mère)  e nel 2010 ( Les amour imaginaires): essi, pur nella loro evidente e un po’ spigolosa immaturità, portano ben chiara la sua impronta, individuabile nel gusto per il colore acceso e violentemente espressivo; nella fascinazione per le opere famose delle arti figurative; nell’interesse per l’accompagnamento musicale coinvolgente e raffinato; nella predilezione, mantenuta anche nei film successivi (ma con maggiore compostezza), per le situazioni “borderline” e anche in un certo abbandonarsi al sentimentalismo drammatico, nonché nel tema autobiografico, ricorrente anche in Tom à la ferme, dell’omosessualità. 

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J’AI TUE MA MERE

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Anne Dorval, François Arnaud, Suzanne Clément, Patricia Tulasne, Niels Schneider, Monique Spaziani, Bianca Gervais, Benoît Gouin – 96 min. – Canada 2009.

Hubert (Xavier Dolan) é un adolescente che cerca la propria identità ribellandosi violentemente, come molti altri suoi coetanei, alla famiglia, nel suo caso composta dalla sola madre separata (una magnifica Anne Dorval) che lavora tutto il giorno anche per provvedere a lui. Egli, apparentemente, la detesta: non ne sopporta il chiacchiericcio scontato e banale, il comportamento a tavola, rumoroso e poco educato, il moralismo predicatorio, la volontà ottusa di coinvolgerlo nelle sue abitudini e nelle sue amicizie, il fatto di accompagnarlo a scuola ogni giorno guidando spericolatamente l’auto e via elencando… Nulla gli piace di lei, perciò vorrebbe andare a vivere lontano, affittando un alloggio col suo amico Antonin (François Arnaud), col quale condivide aspirazioni e gusti, nonché un affettuoso e appassionato rapporto sentimentale, che naturalmente nasconde a lei. Anche Antonin ha una madre separata, una donna aperta ed evoluta, che, al corrente dell’omosessualità del figlio, l’ha accettata serenamente. Hubert, però, nonostante la rabbia che esprime con grande e insolente violenza, è un ragazzo fragile, che ha un disperato bisogno di quell’ascolto intelligente che una sua insegnante (una splendida Suzanne Clément) gli aveva offerto , purtroppo senza riuscire a evitargli l’ulteriore umiliazione del collegio. Come per Antoine Doinel, l’eroe di Truffaut (I 400 colpi), anche per Hubert la salvezza arriverà dalla fuga sulla riva del mare, dove ritroverà finalmente quella madre, che, lungi dall’aver ucciso**, come suggerisce l’iperbolico ma efficace titolo del film, ha sempre teneramente amato, poiché il suo cuore è, per lui come per tutti, quel “guazzabuglio” (ah, Manzoni!) in cui convivono inestricabilmente bene e male, odio e amore, generosi slanci e meschinità indicibili.
Il film, condotto con mano ferma e splendidamente recitato, si conclude, dunque, con un finale conciliante e un po’ mélò, ma contiene nel racconto non pochi aspetti pregevoli. fra i quali è degna di nota l’accurata indagine psicologica, che bene evidenzia le difficoltà di comunicazione fra madre e figlio, che il regista sviluppa con un realismo duro e urtante, spesso punteggiato da un ironico distanziamento, che salva la pellicola dal compiacimento estetizzante presente, invece, nel suo successivo Les amours imaginaires.
Il film fu presentato con grande successo al Festival di Cannes del 2009, nella Quinzaine des réalisateurs.

**l’aveva però “fatta morire”, dichiarando alla sua insegnante di essere rimasto orfano di madre!

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LES AMOURS IMAGINAIRES

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Niels Schneider, Monia Chokri, Anne Dorval, Louis Garrel – 95 min. – Canada 2010.

Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri) sono da lungo tempo legati da una solida amicizia, che ora mettono in forse dopo l’incontro con Nicholas, un giovane di straordinaria e ambigua bellezza, il cui classico aspetto evoca il David michelangiolesco o alcuni disegni di Cocteau. Queste suggestioni culturali sono probabilmente all’origine del fascino che Nicholas esercita sui due giovani: attratti da lui cercano di entrare nelle sue grazie, che egli sembra concedere a entrambi, non tanto per l’indecisione della scelta, quanto per il suo carattere narcisistico e vanesio. Il cuore batte al ritmo suggestivo della voce di Dalida (Bang Bang) e i giovani diventano rivali dopo tanta amicizia, ma una breve lontananza e un successivo incontro sarà per entrambi sufficiente a chiarire la natura immaginaria di un amore che non è mai esistito.

Ha affermato più volte lo stesso regista che la storia raccontata, cui nel film fanno eco storie reali di sofferenza d’amore, non è altro che la rappresentazione di una condizione, assai frequente nei giovani, di infatuazione mentale che con l’amore ha poco da spartire, poiché si alimenta di immaginazione più che di realtà, ciò che dovrebbe escludere qualsiasi somiglianza con il magnifico Jules et Jim di Truffaut, che pure qualche critico ha indicato come probabile fonte di ispirazione di Dolan. Il film, per la verità, non mi è sembrato fra i migliori del regista: nasce, evidentemente, da un intento ambizioso, ma si trascina per un’ora e mezzo di estenuato compiacimento formale assai poco interessante.

Laurence Anyways

Schermata 2015-08-16 alle 18.31.13recensione del film:
LAURENCE ANYWAYS

Regia:
Xavier Dolan

Nathalie Baye, Melvil Poupaud, Yves Jacques, Catherine Bégin, Suzanne Clément, Monia Chokri, Patricia Tulasne, Guylaine Tremblay, Sophie Faucher, Mario Geoffrey – 159 minuti -Canada, Francia 2012.

Sul numero 680 dei Cahier du Cinéma (luglio/agosto 2012), Stephane Delorme raccolse, in una lunga intervista a Xavier Dolan, alcune sue dichiarazioni molto interessanti su Laurence Anyways, che era stato da pochissimo presentato con grande successo a Cannes e che ora veniva distribuito nelle sale francesi. L’interesse nasce dal fatto che le parole del regista non solo illuminano la curiosa origine di questa insolita e staordinaria pellicola, nonché la difficoltà della sua elaborazione, ma ci dicono molto di lui, del suo modo di lavorare, della sua concezione del cinema e del ruolo che egli intende esercitare all’interno dei suoi film.
Egli racconta, dunque, che all’origine di questo lavoro è un episodio vero: stava lavorando da due giorni alle riprese di J’ai tué ma mère (il suo primo film-rivelazione, uscito nel 2009)quando una donna dello staff gli aveva confidato la propria grave depressione: il suo compagno l’aveva lasciata, avendo deciso di cambiare sesso. “De retour chez moi, j’ai écrit trente pages d’un jet” * L’urgenza di trasformare in cinema una vicenda colta al volo da un racconto occasionale non potrebbe essere detta meglio. Aveva in mente già un titolo: Laurence Anyways (Lorenzo, in ogni caso). Dolan nella medesima intervista preciserà che Laurence in lingua canadese è un nome proprio maschile e anche femminile, al contrario di quanto avviene in francese, in cui il nome Laurence è femminile (il corrispettivo maschile è Laurent). Molto interessante che, fin dal titolo, il regista-ragazzino intendesse mettere in evidenza l’umanità del personaggio, che, al di là del sesso (o del genere, come molti usano dire), è se stesso, cioè una persona che conserva nel tempo il suo carattere mite, i suoi affetti, la sua vasta cultura e soprattutto l’amore per la donna con la quale aveva condiviso un certo periodo della propria esistenza.  Il protagonista del film è Laurence Alia (Melvil Poupaud), un professore di letteratura che nel giorno del suo trentasettesimo compleanno aveva deciso di farla finita con le ipocrisie, diventando, finalmente, la donna che aveva sempre desiderato di essere. La sua vita, che fino a quel momento sembrava dirigersi lungo il percorso tranquillo del successo letterario (aveva vinto un importante premio), della serietà professionale e della pienezza amorosa con Frédérique (Suzanne Clément), ne sarebbe stata sconvolta. Il regista ci risparmia le tappe della sua trasformazione fisica, ma ci parla del suo calvario, della progressiva emarginazione dalla famiglia d’origine, dalla scuola, e, infine, dalla società degli uomini veri e delle persone per bene, che dopo averlo respinto, con molta violenza, ricorrendo anche all’aggressione fisica, rifiutavano di accettarlo anche a trasformazione compiuta, quando al suo passaggio in abiti femminili quasi tutti continuavano a osservarlo quasi fosse un fenomeno da baraccone. Frédérique, detta Fred, la sua compagna, il grande amore della sua vita, invece, dopo il comprensibile e umanissimo disorientamento iniziale, decide di aiutarlo nell’impresa, di difenderlo, ma soprattutto di continuare ad amarlo, senza condizioni, com’era accaduto prima di conoscere la verità, quando il loro rapporto era fatto di tenerezza, amicizia, condivisione, confidenza e, naturalmente, di attrazione profonda. L’aspetto più straordinario di questo bellissimo film è proprio nel racconto di questo amore tenace, vivo per tutti i dieci anni durante i quali si andava completando la trasformazione di lui e durante i quali entrambi avevano dato una svolta alla propria vita, come se, anche lontani nello spazio e per lungo  tempo, l’antica fiamma non si fosse mai spenta. Rivedendosi, infatti, essi ritrovavano la magia di un tempo, e si amavano ancora con immutata passione, con la stessa volontà di condivisione, con la tenerezza, l’amicizia e anche le baruffe che avevano caratterizzato fin da subito il loro rapporto, cosicché il film, che inizia presentandoci Laurence ormai diventato donna, termina circolarmente evocando il momento del loro primo incontro, con un flash back sorprendente per bellezza e naturalezza, che ci riporta alla sostanza di un amore che non può finire, anyways, appunto!

Dolan, che non ha ruolo d’attore in questo film, precisa nell’intervista di aver accompagnato con la propria recitazione ad alta voce, l’interpretazione dei due bravissimi attori protagonisti, per avere il pieno controllo di ogni aspetto del film, nonché di aver lavorato duramente in fase di montaggio sia per contenere la durata della pellicola (che nonostante ciò sfiora le tre ore, senza mai annoiare, però!), sia per fare in modo che le immagini e le situazioni della prima parte del film trovassero le loro corrispondenze simboliche, cromatiche e musicali nella seconda parte in un continuo richiamo, emotivamente significativo per gli spettatori. Il risultato di tutto ciò è un film stupefacente per lo splendore delle immagini, delle musiche e per l’intensità delle emozioni che è capace di suscitare negli spettatori, anche se certamente non è privo di difetti e di ridondanze: il regista, d’altra parte, non aveva che ventitre anni, all’uscita del film!

*Al mio ritorno a casa ho scritto trenta pagine di getto

Tom à la ferme

Schermata 2015-08-05 alle 15.41.14recensione del film:
TOM A LA FERME

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, Lise Roy, Évelyne Brochu, Manuel Tadros 105 minuti – Canada, Francia 2013.

In questo agosto, privo per lo più di buoni film nelle sale, vorrei dedicare alcuni post ai film del regista canadese Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema internazionale, che in Italia abbiamo finalmente potuto conoscere grazie alla proiezione di Mommy, ma che il pubblico degli spettatori  europei e americani conosceva da qualche anno, poiché Mommy era ormai il suo quinto film.
Tom à la ferme fu presentato al festival di Venezia nel 2013, dove ebbe accoglienze calorosissime da parte del pubblico e della critica, così come era accaduto un anno prima a Cannes con l’eccezionale Laurence Anyways. Io credo che la qualità del cinema di questo giovanissimo regista (nasce nel marzo 1989) meriti di essere conosciuta anche in Italia, dove è impossibile trovare i DVD dei suoi film, che pure sono ormai in libera vendita, raggruppati in un cofanetto, appena fuori dai nostri confini occidentali (ma senza sottotitoli: posso garantire che la comprensione del franco-canadese non è sempre facile!). Qualche distributore coraggioso, forse, potrebbe pensarci…

Tom (Xavier Dolan) arriva alla fattoria (ferme) in auto, attraversando le sterminate e semi-deserte campagne canadesi. Di lui si sa davvero poco, se non che è un ragazzo che viene da Montreal; apprendiamo quasi subito, però, che nella capitale egli aveva condiviso la propria esistenza con un collega di lavoro, Guillaume, che era stato anche il grande amore della sua vita. La fattoria alla quale è diretto all’inizio del film è quella della famiglia di Guillaume, la madre e anche un fratello, del quale Tom ignorava l’esistenza. Ora Guillaume è morto; anche di questo fatto si sa davvero poco, se non che Tom lo piange amaramente: ha preparato frettolosamente la scaletta di un discorso per ricordarlo in chiesa, il giorno dopo, alla cerimonia funebre per partecipare alla quale, appunto, egli è lì.
Giunto all’improvviso, Tom non trova chi lo accolga alla fattoria: la casa è vuota, né  si vede anima viva nei pressi o nelle grandi stalle che ricoverano gli animali. Più tardi, l’incontro con Agathe (la madre – Lise Roy) e soprattutto con Francis (il fratello – Pierre Yves Cardinal) non dissipano l’atmosfera cupa e inquietante di queste prime scene, che, abilmente costruite con un progressivo avvicinarsi della ripresa dall’alto sul protagonista, tratteggiano a grandi linee il suo percorso solitario dalla città alla campagna, che è anche la scoperta, a ritroso, del mondo del suo amante sfortunato.
Non si tratta di una scoperta felice: in quel mondo nessuno conosceva davvero Guillaume: Agathe ne ignorava l’omosessualità; il fratello la aborriva come una vergogna indicibile, da tenere ben nascosta, fra i segreti di famiglia, soprattutto ad Agathe, per non aggiungere il disonore al dolore per la perdita. Nessun discorso di Tom al funerale, dunque, per evitare l’emergere di qualsiasi sospetto, anche del più lontano, in merito: questo ordine di Francis, categorico e indiscutibile, è accompagnato da atti di violenza sadica e perversa, per ottenere non solo l’obbedienza di Tom, ma anche la sua umiliazione.
Da questo momento il film ci appare particolarmente spiazzante: le reazioni di Tom alla crudeltà di Francis diventano sempre più deboli: non solo egli ne accetta passivamente la malvagità, ma sembra che non voglia reagire, oscuramente attratto, come in una sorta di “sindrome di Stoccolma“, probabilmente per qualche senso di colpa o per un desiderio insano di espiazione, come talvolta accade quando il cuore straziato non si rassegna alla morte imprevista della persona amata.
L’atmosfera del film, ora, è quella di un noir sinistro, angoscioso e coinvolgente, che cattura fortemente la nostra attenzione, fino alla conclusione catartica, che corrisponde, sul piano simbolico, all’avvenuta elaborazione del lutto.

Tratto da una pièce teatrale di Michel Marc Bouchard, che l’ha sceneggiata per il cinema, insieme a Xavier Dolan, il film affianca alla vicenda, che è un thriller serrato ed emozionante, alcuni temi che le si legano assai strettamente: la contrapposizione città – campagna, principalmente, rovesciando, finalmente, però, il luogo comune, molto presente nella cultura occidentale, secondo il quale la vita della campagna, più vicina alla natura, sarebbe più adatta a chi apprezza l’autenticità e la verità. In realtà Francis, che in campagna  continuava a vivere e a lavorare, aveva fondato la propria esistenza sulla violenza, sulla sopraffazione e anche sull’ipocrisia: da questo era fuggito Guillaume e da questo, infine, si accingerà a fuggire anche Tom, a gambe levate, per rispetto di sé, della propria purezza ingenua e dell’amore che lo aveva legato a Guillaume, quell’amore che non aveva manifestato in chiesa, ma che avrebbe dichiarato a tutti, in una scena bella e dolorosa, fingendo di raccontare le confidenze di una donna. Un bel film potente e originale nella narrazione, accompagnata da una funzionale colonna sonora, realizzato grazie anche alla recitazione affiatata di tutti gli attori.

Mommy

Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.