Buona Pasqua a tutti voi

Paris nous appartient era il titolo del film di Jacques Rivette che inaugurò, all’inizio degli anni ’60, la stagione nuova del cinema francese, la Nouvelle Vague.


Cari Lettori,

ora ci sentiamo meglio, dopo il cuore in gola per quelle immagini: abbiamo davvero capito quanto profondamente Parigi ci appartiene.

Resto in tema, con i miei auguri: la breve clip che li accompagna è un estratto da Midnight in Paris di Woody Allen.
Anche a lui Parigi appartiene, con i suoi cliché, col suo fascino, con la sua cultura.

E ora, davvero, tanti cari auguri a tutti voi per una Pasqua serena con le persone che vi sono care. A presto!

Café Society

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recensione del film:
CAFE’ SOCIETY

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Jeannie Berlin, Steve Carell, Jesse Eisenberg, Blake Lively, Parker Posey, Kristen Stewart, Corey Stoll, Ken Stott, Anna Camp, Stephen Kunken, Sari Lennick, Paul Schneider
– 96 min. – USA 2016″

Siamo negli anni ’30 del secolo scorso. Il giovane Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), aspirante scrittore, vive a NewYork in una famiglia che rassomiglia molto a quelle soffocanti e anche un po’ buffe famiglie ebraiche che il grande Woody aveva descritto  così bene nei suoi film giovanili: un padre autoritario e alquanto rozzo, titolare di una piccola bottega da gioielliere al Bronx, una madre apparentemente sottomessa e i figli in giro a farsi la loro vita, salvo ritrovarsi quasi sempre, con un po’ di altri parenti, durante le feste comandate, tutti intorno alla tavola per ricordare, discutere e litigare. Un fratello di quella madre, Phil (Steve Carell), era un boss della cinematografia hollywoodiana, agente di noti attori dell’epoca, stimato e influente, con conoscenze non sempre commendevoli, ma forse l’uomo giusto per permettere a Bobby di vivere della propria scrittura in un mondo da sempre alla ricerca di bravi sceneggiatori: fu così che il giovanotto arrivò a Hollywood dal Bronx pieno di speranze e di illusioni. Negli Stati Uniti, come si sa, però, il successo può essere raggiunto solo attraverso una lunga gavetta, anche se si ha uno zio importante: quindici giorni di anticamera per essere ricevuti da lui e per sentirsi proporre un lavoro da fattorino; meglio di niente, soprattutto se alla fine della settimana si può beneficiare della compagnia di Vonnie (Kristen Stewart), la sua segretaria,  che lo accompagna volentieri per fargli conoscere la città. Che Vonnie, giovane e bella gli faccia perdere la testa appare ovvio; che però per lei la testa l’avesse già persa lo zietto Phil è altrettanto ovvio, ma l’ingenuo Bobby non lo sa. Lo avrebbe saputo dopo essere tornato a NewYork e aver affittato un piccolo appartamento di Manhattan, al Greenwich Village, in attesa di lei, che aveva lasciato e poi ripreso la relazione con Phil. Una svolta gli si sarebbe imposta a questo punto: un altro lavoro, nell’equivoco night del fratello Ben (Corey Stoll), dove la crème della società newyorkese si incontrava, intrallazzava e combinava affari tirando tardi, fra alcolici e gioco d’azzardo. Sarebbe arrivata anche un’altra storia sentimentale, quella con Veronica (Blake Lively), seguita dal matrimonio e dalla paternità. L’incontro prevedibile durante una Pasqua ebraica di Bobby e Vonnie, diventata moglie di Phil, e perciò sua zia acquisita, non avrebbe potuto che lasciare un fondo di grande amarezza nell’animo di entrambi.

Il film si sviluppa spesso come una commedia degli equivoci, a cui bene si presta l’ingenuo comportamento di Bobby, che miracolosamente sembra solo sfiorare il mondo dei marpioni e dei ganster che lo attorniano, senza esserne intaccato. Un po’ mélò, un po’ gangster story, il film procede non sempre con brio fra le complicate vicende che racconta e le spiegazioni di raccordo che la voce fuori campo dello stesso regista, narratore onnisciente, ritiene utile fornire. Il film però ha il suo punto di forza nella bellissima scelta cromatica delle immagini di Vittorio Storaro, che ha accompagnato la narrazione con i toni caldi e malinconici della fotografia che davvero crea l’atmosfera degli anni ’30 a Hollywood e a New York, tant’è che si può uscire dal cinema (come è capitato a me) ripensando all’età del Jazz e alle pagine del grande Scott Fitzgerald che in ogni caso è uno dei narratori più amati da Woody Allen.
Se paragonato agli ultimi e, secondo me, poco convincenti film del regista, questo mi è parso nettamente migliore, per l’ironia, la grazia e anche per l’aura di malinconica rassegnazione che lo pervade, poiché, anche per Bobby … “la vita si ritolse tutte le sue promesse”*, cosicché non gli erano rimasti che i cari ricordi e il rimpianto per un passato non pienamente vissuto. Il tema è dunque quello delle illusioni perdute, dello scarto fra il futuro vagheggiato e la realtà quotidiana, molto più prosastica e talvolta molto sordida.
Il film, presentato fuori concorso come film d’apertura all’ultimo festival di Cannes e arrivato col solito ritardo da noi, può essere visto senza temere che sia lesivo della nostra intelligenza: anche se non è fra i più originali, infatti, ci regala un’ora e mezza di gradevole visione, fra splendide immagini e personaggi che talvolta riescono a strapparci un sorriso e qualche emozione.

*Il verso è tratto da: Totò Merumeni di Guido Gozzano

Irrational Man

Schermata 2015-12-27 alle 15.04.56recensione del film:
IRRATIONAL MAN

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Jamie Blackley, Joaquin Phoenix,Parker Posey, Emma Stone, Meredith Hagner, Ethan Phillips, Ben Rosenfield, Julie Ann Dawson, Allie Marshall, David Aaron Baker, Pamela Figueiredo Wilcox, J.P., Valenti, Susan Pourfar, David Pittu, Nancy Ellen Shore – 96 min. – USA 2015.

Anche quest’anno è arrivato il cinepanettone di Woody Allen, puntualissimo e abbastanza ovvio, come i suoi più recenti film da qualche tempo (solo il finale di cui non dirò nulla, ovviamente, mi è sembrato un po’ insolito). In una cittadina dell’East Coast è arrivato per insegnare filosofia nella locale università il professor Abe (Joaquin Phoenix). E’ un uomo non più giovanissimo, belloccio, che si porta addosso (oltre a qualche chilo di troppo) la fama del gran seduttore: in ogni caso le donne lo notano da subito, forse perché ha l’aspetto del bel tenebroso, che, a quanto pare, piace sempre. In realtà Abe è davvero un po’ ombroso e tormentato: non ha risolto i propri problemi esistenziali né riesce a trovare risposte nel suo Kant, nonostante proprio l’etica kantiana sia l’oggetto del suo corso universitario. Si direbbe anzi che che il grande filosofo tedesco col suo imperativo categorico non faccia altro che aggravare la crisi del prof. arrivando a condizionarne il comportamento persino tra le lenzuola: le donne non gli mancano, ma come amante sta diventando un disastro!

E se lasciasse perdere Kant? In effetti non da un filosofo, ma da Dostoevskij (ancora!) sembra arrivargli qualche risposta: forse sarà possibile anche a lui, come era stato per Raskolnikov, trovare nel delitto, questa volta senza castigo, il modo per riappropriarsi di sé, tornando a vivere pienamente senza tormentarsi oltre, proprio come come un vampiro che può sopravvivere solo attingendo dal sangue dei viventi la propria linfa vitale. Il film  diventa a questo punto un giallo, quasi un thriller: è la storia della preparazione e dell’esecuzione di un delitto assolutamente perfetto, da parte dell’insospettabile e stimato professore, commesso il quale egli diventerà quell’amante perfetto che le donne avevano desiderato. Non finirà così, com’è intuibile: sarà proprio una delle sue adoranti studentesse (non particolarmente brillante, quanto a conoscenze filosofiche) a smascherarlo.

Nutro qualche dubbio che un insegnante di tal fatta, che non si distingue davvero per l’acutezza e la profondità della mente, affascini sul serio le fanciulle benpensanti che frequentano le università periferiche dell’Impero, per quanto ingenue le si possa immaginare. Certo, questo prof. è Joaquin Phoenix…

Non dirò altro, se non che il film contiene, accentuandoli, molti difetti delle ultime opere di Allen: l’eccesso di parlato e l’insistenza (quasi caricaturale, ormai) sugli stessi problemi esistenziali morali e filosofici trattati, con ben altra acutezza dialettica, in molti ottimi suoi film precedenti. Inoltre, i riferimenti all’etica kantiana, ridotta a una vulgata fastidiosamente superficiale, sono da dimenticare, così come le confutazioni semplicistiche e banali della innamorata studentessa Jill (Emma Stone).

Mi rendo conto che ogni film di Allen assicuri incassi cospicui in ogni caso, ma esprimo ugualmente la mia tristezza di fronte a film che così pallidamente ci ricordano il suo cinema d’antan.

Non provarci più, Woody!

 

Magic in the Moonlight

Schermata 2014-12-20 alle 22.49.34recensione del film:

MAGIC IN THE MOONLIGHT

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Eileen Atkins, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater, Simon McBurney, Emma Stone- 98 min. – Francia, USA 2014.

Stanley (Colin Firth) è un eccellente illusionista inglese che si esibisce a Berlino alla fine degli anni ’20, destando meraviglia e ammirazione. E’ anche molto onesto e ammette volentieri che i risultati stupefacenti, tanto apprezzati, sono frutto della sua estrema abilità a nascondere i trucchi numerosi cui ricorre immancabilmente. Egli è anche convinto che siano impostori quei suoi colleghi che dichiarano, ricorrendo a fumisterie pseudoscientifiche, di agire spinti da forze occulte di cui essi sarebbero la vivente manifestazione; si diverte, anzi, a smascherarne le menzogne, rovinandone la reputazione. Quando l’amico Howard (Simon McBurney) lo avvisa che esiste una signorina dotata di qualità paranormali davvero eccezionali, egli è assolutamente certo che si tratti di un’abile imbroglioncella, e chiede di conoscerla, purché sia mantenuto il segreto sulla propria identità. La fanciulla in questione è Sophie (Ellen Atkins), un’affascinante giovinetta americana, ospite, sulla Costa Azzurra, nella villa di una ricchissima famiglia di inglesi, presso la quale ha già dato prova delle proprie doti misteriose, attirandosi la particolare ammirazione del giovane erede. Lo stesso Stanley è colpito e turbato dalle qualità di Sophie, ma è ben deciso a venirne a capo, non intendendo ammettere l’esistenza di forze soprannaturali capaci di manifestarsi a qualcuno attraverso esoterici percorsi, anche se, innamorandosi di lei quasi senza accorgersene, dovrà infine riconoscere che almeno l’amore sa sottrarsi misteriosamente (?) al controllo della nostra ragione.

Il finale del film è scontato e prevedibile, la Costa Azzurra è da cartolina un po’ ingiallita, i personaggi, soprattutto quelli femminili (che si tratti della giovane furbacchiona dall’aspetto soave, o delle vecchie zie che la sanno lunga), non riservano grandi sorprese poiché rientrano nei cliché più tradizionali. Non manca tuttavia qualche bella e fulminea battuta, non banale, né qualche sequenza narrativa degna di nota: Magic in the Moonlight è pur sempre il lavoro di uno fra i registi americani più intelligenti e colti, capace di rendere gradevole anche la visione dei suoi film meno riusciti. Il vecchio Woody ha 79 anni e, forse, non ha ancora voglia di andare in pensione, anche se potrebbe farlo, evitando di deludere il pubblico più affezionato, che continua a sperare (davvero irrazionalmente!) nel miracolo.

una caduta di stile (Gigolò per caso)

Schermata 04-2456770 alle 16.30.37recensione del film:
GIGOLO’ PER CASO

Titolo originale:
Fading Gigolo

Regia:
John Turturro

Principali interpreti:
John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob Balaban, M’barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland, Jade Dixon, Diego Turturro, Max Casella, Jill Scott, Aida Turturro, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, David Margulies, Eugenia Kuzmina, Loan Chabanol, Ari Barkan, Joseph Basile, Allen Lewis Rickman, Elli, Delphina Belle, Anna Kuchma, Teddy Bergman, Aurelie Claudel, Sol Frieder, Hilma Falkowski, Donna Sue Jahier, Fran Lieu, David Altcheck, Russell Posner, Salimatou Sillah, Abe Altman, Ted Sutherland, Ness Krell, Isaiah Clifton – 98 min. – USA 2013.

Grazie a qualche “geniale” e fantasioso traduttore di titoli, un gigolò sbiadito, scolorito, privo di smalto, triste, (fading) diventa un gigolò per caso, laddove il caso proprio non si vede che cosa c’entri!
Il povero Fioravante (John Turturro) conduce una vita solitaria e grama, e in questo tempo di crisi è più triste e meno brillante del solito. Va detto, in ogni caso, che egli non è un uomo allegro di suo, forse perché è solo, o perché ha un lavoro precario (compone per un negozio eleganti e bellissimi mazzi di fiori) o semplicemente perché pensa che ci sia poco da ridere in questo mondo. E’ molto amico di Murray (Woody Allen), che ha in animo di chiudere la sua bella e antica libreria di Brooklyn, ormai poco frequentata, (la crisi si fa sentire anche lì!). Secondo Murray, però, potrebbero entrambi vivere da ricchi se solo Fioravante accettasse di diventare un gigolò, cioè se si prostituisse. A Murray il compito di procurargli le clienti; a lui quello di accontentarle per guadagnare per sé e per l’amico, trasformato in sfruttatore, “pappone” : c’è giusto una bella e ricca signora (Sharon Stone), dermatologa di Murray e donna di successo, che vuole togliersi qualche capriccio ed è disposta a pagare profumatamente un bravo amante sufficientemente spregiudicato da accettare anche un rapporto a tre. Parrebbe, dunque, l’uovo di Colombo, la via per farsi i soldi cui tiene in modo particolare Murray, che ha una famiglia numerosa cui provvedere. Questa proposta, però, viene accolta da Fioravante con molta riluttanza, poiché, meno cinico dell’amico, è poco incline a vendere il proprio corpo, ed è refrattario a diventare oggetto di trastullo per donne ricche e trasgressive. Il racconto del film oscilla fra il petulante chiacchiericcio torrenziale di Murray-Allen, che utilizza il proprio capzioso laicismo di ebreo eretico per convincere l’amico della innocenza di una così redditizia scelta (è in fondo il mestiere più antico del mondo!) e il progressivo incupirsi di Fioravante -Turturro, che, innamoratosi della giovane e bella vedova di un rabbino, ricorsa alle sue cure per elaborare il lutto, non intende più cimentarsi con quel tipo di prestazioni. Le vicende che si intrecciano a questo nucleo narrativo, pur contenendo alcuni spunti di riflessione interessanti e alcune belle e fulminanti battute sul fondamentalismo religioso e sul razzismo, non cambiano sostanzialmente la struttura del film, che annovera fra i suoi (pochi) pregi la suggestiva fotografia: New York è talmente bella che si presta davvero, ovunque la si guardi, a sfondi meravigliosi, anche se si tratta come in questo caso delle strade e delle case di Brooklyn e non di quelle di Manhattan. Fra i suoi difetti più gravi, checché ne dica la maggior parte dei critici, che, a torto, secondo me, parlano di una presunta levità raffinata della pellicola, la volgarità della situazione è davvero greve, in modo particolare quella del personaggio di Murray, così sgradevole da diventare irritante anche per me, che pure non sono capace di scandalizzarmi neppure di fronte alle scene più osé. Di questa volgarità, credo che la clip che segue possa costituire una buona dimostrazione.

Non riesco a riderne e neppure a sorriderne: che volete, nessuno è perfetto!

i geni del successo (Blue Jasmine)

Schermata 12-2456632 alle 22.49.12recensione del film
BLUE JASMINE

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Alec Baldwin, Cate Blanchett, Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Sally Hawkins, Peter Sarsgaard, Michael Stuhlbarg, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo, Charlie Tahan, Annie McNamara, Daniel Jenks, Max Rutherford, Tammy Blanchard, Kathy Tong, Ted Neustadt, Andrew Long, Lauren Allan, John Harrington Bland, Leslie Lyles, Glenn Fleshler, Brynn Thayer, Christopher Rubin – 98 min. – USA 2013.

Jasmine (eccezionalmente interpretata da Cate Blanchett) ha di sé una stima altissima: è addirittura convinta di possedere i geni che le danno la capacità di emergere in un mondo fatto di persone che si accontentano, come la sorellastra Ginger (grande e umanissima Sally Hawkins), adottata, come lei, da una coppia senza figli.
Jasmine è in realtà una donna che desidera soprattutto essere al centro di ogni attenzione perché si ritiene una “vincente”: è la donna più bella, la più intelligente, la più raffinata, quella che conosce le persone giuste; che ha gli indirizzi giusti; che viaggia con un set di valigie Vuitton; che soffre se la si considera una donna come altre. Sembrerebbe una di quelle insopportabili snob che tutti, o prima o poi, incontrano nella vita, ma non è così. Fin dall’inizio, infatti, Jasmine rivela che l’unico vero oggetto dei propri interessi e della propria comunicazione sociale è se stessa, o, per meglio dire, l’immagine che di sé vorrebbe dare al suo prossimo, per costruire la quale aveva addirittura cambiato il proprio nome, trasformando l’originario Janette in Jasmine, nome misteriosamente evocativo di soavi profumi. Molto importante, a questo scopo, era stato il suo matrimonio con Hal, uomo non comune (per fortuna, direi!) come quelli con i quali si faceva vedere Ginger, i cui geni da “perdente” la portavano ad accontentarsi di qualsiasi muscoloso giovanotto. Si mormorava che Hal fosse un abilissimo truffatore, arricchitosi grazie alla spregiudicatezza con la quale si era impadronito del denaro che gli veniva affidato a scopo di investimento. Jasmine, prigioniera della sua immaginazione, riluttante a prendere atto della realtà, non voleva credere a queste voci, benché nella truffa fosse incappata anche Ginger, così come non voleva vedere i numerosi segnali dell’imminente crisi matrimoniale, che presto l’avrebbe travolta, privandola di balocchi e profumi, nonché delle frequentazioni mondane dei vernissages newyorkesi, delle cene nelle case dell’Upper East Side o del Village, dove i suoi begli abiti nonché i suoi splendidi gioielli erano al centro delle attenzioni e dei commenti di tutti.

Insieme al matrimonio, purtroppo, entrava in crisi quell’equilibrio fragilissimo sul quale la donna aveva costruito la propria menzognera identità. Da New York, Jasmine è costretta a trasferirsi a San Francisco, per ottenere l’aiuto di Ginger, la sorellastra generosa, priva dei geni preziosi del successo. Lascio completamente ai miei lettori la conclusione del film, non senza però aver sottolineato che a San Francisco, forse per la prima volta nel suo cinema, Woody Allen si confronta con la difficile realtà post industriale americana, nella quale i “proletari” di un tempo, neppur troppo lontano, compresa la stessa Ginger, si arrabattano, cercando di riciclarsi all’insegna della più assoluta precarietà, nel mondo produttivo che sta cambiando aspetto. Per la prima volta quindi, non più a New York, ormai totalmente terziarizzata, lo squarcio di una realtà diversa irrompe nei film di questo regista, lasciandoci l’impressione che l’aria degli Stati Uniti gli faccia certamente molto bene, visto che gli permette di ritrovare la propria miglior vena creativa, insieme all’originalità di una rappresentazione sociale insolita, rispetto a quella dei film ai quali ci aveva abituati.
Questo non significa che Blue Jasmine sia un nuovo capolavoro: significa, invece, che nonostante i difetti, il primo dei quali è aver reso troppo elegiaco e malinconico un personaggio tragico, come quello di Jasmine, banalizzandone un po’ i problemi, questo film è, infine, notevolmente migliore di tutti i suoi film girati in Europa.

“faccio cose, vedo gente” Oh Boy; un caffé a Berlino

Schermata 11-2456600 alle 20.21.09recensione del film:
OH BOY; UN CAFFE’ A BERLINO

Titolo originale:
Oh boy

Regia:
Jan Ole Gerster

Principali interpreti:
Tom Schilling, Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katarina Schuttler, Justus von Dohnanyi – 83 minuti – Germania 2012

Questo film mi ha ricordato, più che Woody Allen, come alcuni hanno detto, la celebre scena di Ecce Bombo (1978), quando Michele (Nanni Moretti, allora molto giovane) chiede all’amica di che cosa viva:

una scena esilarante e insieme il ritratto triste di molti giovani di allora, non solo incapaci di affrontare la vita con i loro mezzi, ma anche convinti che forse non valesse la pena farlo, vista la diffusa ricchezza della quale era possibile pur sempre approfittare.

E’ più malinconica e cupa, ma non molto dissimile l’atmosfera che si respira in questo film del tedesco Jan Ole Gerster, che trentacinque anni dopo, propone, nella Berlino di oggi, un tema analogo, girato, con piglio disinvolto, en plein air, quasi un tributo contemporaneo alla Nouvelle vague. Forse perché nell’opulenta Germania della Merkel, i giovani come lui non hanno molte prospettive per il futuro, a Niko Fischer era parso inutile continuare a studiare presso la prestigiosissima Humboldt-Universität zu Berlin. Perché, però aveva fatto credere addirittura di essere alla vigilia della laurea? Come se la passa Niko a Berlino, senza nulla da fare? Forse anche lui “ gira, fa cose, vede gente“?
Il film non risponde a queste domande, perché il regista non indaga, ma si limita a rappresentarci, attraverso pochi episodi costruiti con cura e raccontati con garbo e indulgente ironia, come sia triste e difficile la vita per il nostro ex studente, quando, abbandonato da tutti e privato dal padre, che aveva scoperto la verità sul suo conto, dei rifornimenti del bancomat necessari alla propria sopravvivenza, cerca di utilizzare, senza riuscirci, le poche monete che gli sono rimaste in tasca per bere un caffé, in una giornata grigia, in cui era stato cacciato anche dalla fidanzata: lo vediamo, infatti, mentre cerca di sistemare le scarse cose di sua proprietà, radunate in pochi capaci scatoloni, nell’alloggio da poco affittato, ma subito preso di mira da un vicino di casa inopportuno e impiccione. Cercando di tenersene lontano, Niko incontrerà un amico attore di terz’ordine, nonché una ex compagna di scuola, che ora si esibisce in uno squallido teatro, nella Berlino notturna frequentata da teppisti e provocatori di ogni risma.
Il finale aperto non ci permette di immaginare il suo futuro, ma la sua pazienza dolce, la sua mancanza di aggressività e anche il ritorno della sua compagna fanno sperare che stia per farcela, scuotendosi di dosso l’indolenza alla quale si è quasi rassegnato e che pare aver ricevuto una salutare scossa dopo l’ultimo fondamentale incontro con un anziano che sta per morire.
Il film, opera prima del regista Gerster, è girato in una Berlino quasi irriconoscibile, se non per qualche scorcio che la rende individuabile, in un raffinato bianco e nero assai bello e molto adatto al soggetto.

un americano a Parigi (Midnight in Paris)

recensione del film
MIDNIGHT IN PARIS

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Corey Stoll, Mimi Kennedy, Adrien Brody, Alison Pill, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Kathy Bates, Carla Bruni, Gad Elmaleh, Manu Payet – 94 min. – USA, Spagna 2011.

Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano, che, scontento del suo lavoro, nonostante gli permetta di guadagnare bene, vorrebbe dedicarsi a tempo pieno all’arte dello scrivere. Per la verità, ha già scritto un romanzo, di cui è gelosissimo custode, ma non è sicuro del risultato ottenuto, né gli pare che le persone che si trovano con lui, a Parigi, in viaggio di piacere, siano le più adatte a capirlo e a darne un giudizio. Sono con lui, infatti, la graziosa fidanzata, da cui Gil è fortemente attratto, insieme ai genitori di lei, repubblicani per convinzione e tradizione. In modo particolare, il futuro suocero di Gil è un fior di reazionario, accanito difensore dei “Tea party”, nonché ottuso avversario di tutto quanto esuli dalla materialità della borsa e degli affari. Ciascuno di questi personaggi da una città come Parigi attende sorprese, emozioni, opportunità, occasioni. E’ d’altra parte tipico delle grandi città offrire ai visitatori un ampio ventaglio di possibilità, dal turismo usa e getta, alle più approfondite meditazioni, allo shopping, agli affari. Questo è ciò che avviene anche per i nostri americani, cosicché Gil, diversamente da tutti gli altri, si abbandona alle suggestioni culturali che a Parigi sono particolarmente evocative e in tal modo compie un viaggio diverso da quello dei suoi compagni. Il suo personale viaggio avviene ogni sera, allo scoccare della mezzanotte, ed è un percorso a ritroso nel tempo, lungo gli anni ’20 del Novecento a bordo di una vettura d’epoca, nella quale viene accolto con cordialità da alcuni degli intellettuali che egli ha conosciuto e amato attraverso le loro opere. Questi lo conducono in giro per la città nei locali, nei salotti, laddove, cioè, cultura, discussioni sull’arte, musica, costituiscono un laboratorio di innovazioni quanto mai stimolante: lì potrà avvicinare i grandi di quel passato, dai coniugi Fitzgerald a Hemingway, da Cole Porter a Gerdtrude Stein da Picasso a Dali e a Bunuel. Un viaggio vero, però, senza effetti di flash-back, perché la smaliziata tecnica del regista è in grado di inserire con estrema naturalezza queste divertenti parentesi notturne del nostro eroe, imbranato, ma amabilmente naïf. I suoi incontri gli permetteranno di impostare con maggior sicurezza il suo romanzo, e di fare scelte precise per la sua vita.
Il film, però contiene numerosi altri spunti di riflessione, principalmente sul senso di un rapporto col passato, in cerca di una perfezione che molto somiglia a una fuga dalla realtà, di cui però non tutto è da buttare (memorabile la battuta di Gil sugli antibiotici!).
Tutta la narrazione ha come sfondo la grande bellezza dei luoghi più noti di Parigi e dei suoi dintorni (Versailles con la sua reggia e con la divertente apparizione di Luigi XIV nella Sala degli Specchi o Giverny col ponticello e le ninfee di Monet): è un racconto pieno di grazia, che si segue senza noia: un po’ poco per Woody Allen.
Il fatto è che Parigi è da cartolina, certamente bella, ben fotografata, ma troppo vista per commuovere davvero, mentre dal passato degli anni venti arrivano nel film compendiosi estratti, le formulette che Gil vuole riascoltare (la debauche della signora Fitzgerald, il suo tentato suicidio, la sofferenza di lui, il vocione rude e macho di Hemingway, i tori di Picasso, le stravaganze di Dalì e via elencando), ma non si coglie un vero rapporto dialogico fra lui e quel tempo. In altre parole Gil, anche se, “venuta la sera, si spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et rivestito condecentemente entra nelle antique corti degli antiqui huomini…da loro ricevuto amorevolmente”, non riesce a cogliere se non molto superficialmente il senso di quel lavoro culturale: e cerca solo quelle risposte che già sono nella sua mente nella forma un po’ banale della citazione.

Avrete tutti capito che anch’io ho appena citato Machiavelli e la sua lettera (10 dicembre 1513), famosissima, a Francesco Vettori!