Un sogno chiamato Florida

recensione del film:
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Titolo originale:
The Florida Project

Regia:
Sean Baker

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones, Macon Blair, Karren Karagulian, Sandy Kane, Cecilia Quinan – 115 min. – USA 2017.

Il trailer italiano è insopportabile: gli urli e gli strepiti dei bambini, protagonisti del film, ti indurrebbero a scappare velocemente, altro che compiacerti e ridere per le loro prodezze da teppistelli! Nonostante il trailer, è stato il passaparola a indurmi a vedere questo film che, anche senza essere un capolavoro, merita tuttavia di essere visto e meditato poiché affronta, senza ipocrisie, il tema del duro vivere quotidiano alla periferia di uno dei luoghi consacrati al turismo di massa negli USA: Disneyland, preannunciato dai terribili colori pastello dei residence che sorgono nelle immediate vicinanze, e anche dalle forme kitsch degli edifici commerciali. In quegli edifici rosa o lilla, così dipinti per propiziare i sogni dei visitatori con pochi soldi, che non possono permettersi qualche notte in un albergo decente, in realtà vengono accolte, per lo più, donne con prole, senza lavoro e senza futuro, disposte a trasferirsi, con le loro poche cose, da una monocamera a quella adiacente, secondo le necessità dell’amministrazione degli stabili. Queste donne vivono di assistenza (alcuni volontari periodicamente portano cibo e bevande), ma anche di piccoli furti, di espedienti e di prostituzione, in modo da rimediare, comunque, i soldi dell’affitto che devono puntualmente pagare. Di questa condizione profondamente degradata, i bambini sono vittime incolpevoli: non vanno a scuola (è estate, ma, a quanto si comprende, non tutti ci vanno anche quando non sono in vacanza); per lo più si annoiano e si inventano modi più o meno divertenti di passare il tempo, del tutto indifferenti ai divieti, ai tabù  e ai richiami della “proprietà”, che ha affidato a un top manager, ovvero a Bobby (Willem Dafoe) la gestione quotidiana dei residence. Bobby è davvero grande per l’intelligente umanità con la quale interviene per prevenire i problemi, riportandoli, prima che diventino irrisolvibili, alle loro giuste dimensioni, ma certo non può fare miracoli! Quando la miseria è davvero profonda e la sofferenza, spaventosamente enorme, è quella dei bambini abbandonati a se stessi e privi di riferimenti positivi, riesce difficilissimo, anche con le migliori intenzioni, inventare soluzioni, soprattutto in assenza di  una rete di solidarietà intelligente, fatta di ascolto e collaborazione piuttosto che di condanna morale e di repressione poliziesca, fonte di ulteriore dolore e di fallimenti pressoché certi. Meravigliose le interpretazioni dei bambini; particolarmente notevole quella della piccola Brooklynn Prince, nei panni dell’infelicissima e terribile Moonee, la figlia di Halley (Bria Vinaite), la giovane madre incosciente,  drogata e irrimediabilmente perduta, le cui vicende sono emblematiche di un fallimento senza sconti e senza vie d’uscita, ovvero della fine dell’American Dream. Va da sé che Willem Dafoe si confermi anche in questo piccolo film quel grandissimo attore che conosciamo.

Girato con un Iphone e con pochissimi mezzi, il film non risulta scritto in modo molto accurato, eppure ha una sua forza coinvolgente che lo rende  più interessante di quanto il titolo e il trailer italiano lascino supporre.

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Cane mangia cane

recensione del film:
CANE MANGIA CANE

Titolo originale:
Dog Eat Dog

Regia:
Paul Schrader

Principali interpreti:
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona, Rey Gallegos, Chelcie Melton, Bruce Reizen, Jeff Hilliard – 93 min. – USA 2016.

Nella vita è importante nascere “dalla parte giusta”: quando capita, ogni possibilità si apre, ogni strada si spiana ed è quasi sempre  in discesa; quando non capita, invece, non solo ogni strada è in salita, ma più facilmente si è preda  dell’alcol, della droga, talvolta anche del delitto e del carcere, estremo inghiottitoio dei “rifiuti” della società dal quale non si esce migliori, ma al quale, anzi, probabilmente si è destinati a tornare. Questo, all’incirca, è ciò che pensa Troy (Nicolas Cage), convinto che “in un altro universo”, uno come quel ciccione mostruoso di Diesel (Christopher Matthew Cook) sarebbe diventato avvocato a Stanfortd, mentre ora è, come lui, quasi certamente in procinto di rientrare nella maledetta galera in cui avevano suggellato la loro amicizia insieme a quel pazzo psicopatico di Mad Dog (Willem Dafoe), anche lui ora fuori, ma di sicuro per poco tempo, legato com’è alla droga pesante, di cui è smodato consumatore e alla prostituzione più squallida. Il regista ci racconta, dunque, la storia di quel che resta della libertà dei tre scombinati criminali, dei quali Troy appare il più presentabile: ha una qualche ricercatezza nel vestire, anche per aver scoperto (qualcuno gliel’aveva detto!) una sua qualche rassomiglianza con Humphrey Bogart, di cui si sforza di imitare pettinatura e abiti (mai senza cravatta, perciò). La storia dei tre è tratta dal best seller, con lo  stesso titolo, di Edward Bunker, romanziere americano che, grazie alla scrittura, nonché al successo letterario e cinematografico, si era allontanato dalla vita violenta durante la quale aveva conosciuto lunghi periodi di detenzione, fra il riformatorio e la galera. Il regista Paul Schrader, che di Bunker era stato amico ed estimatore, ci lascia intuire il passato non proprio glorioso dei tre, per mostrarceli ora, in un presente dissennato, affamati di denaro, ossessionati dal mito della virilità e al servizio di un grande criminale, El Greco (lo stesso Schrader), mafioso e organizzatore, nell’ombra, di delitti particolarmente odiosi della cui esecuzione si incaricano. Eroi con molte macchie e con molta paura, intenzionati a smetterla con il crimine, i tre si incartano nella loro stessa goffaggine, mentre il regista, tra il sarcastico e il pietoso, narra la loro parabola discendente, cercando, come sempre nel suo cinema, la ragione e soprattutto il senso (metafisico) delle loro esistenze. Il film, che si snoda nell’incertezza voluta dei registri narrativi, si lascia seguire con partecipazione dagli spettatori, nonostante gli eccessi di violenza, che pare quasi tarantiniana, se non si avvertisse l’eco dell’inquietudine per le tre vite ancor giovani, bruciate senza alcun riscatto possibile. Nella sua durezza, è certamente un buon film, che chi ama il cinema potrebbe molto apprezzare, come è successo a me.

Paul Schrader è un grande uomo di cinema, di cui quasi certamente tutti ricordano le sceneggiature dei capolavori di Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo…), ma anche di Peter Weir (Mosquito Coast) e di Brian de Palma (Obsession); egli è però anche il grande regista di film indimenticabili e spesso inquietanti: American Gigolò; Il bacio della pantera; Autofocus, The Canyons, nonché First Reformed (2017) in concorso a Venezia, dove è stato presentato qualche giorno fa.

le ultime ore (Pasolini)

Schermata 09-2456929 alle 18.06.28recensione del film:

PASOLINI

Regia:
Abel Ferrara

Principali interpreti:

Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti, Maria de Medeiros, Roberto Zibetti, Andrea Bosca, Giada Colagrande, Francesco Siciliano, Luca Lionello, Salvatore Ruocco, Fabrizio Gifuni, Chiara Caselli – 86 min. Belgio, Italia, Francia 2014.

Abel Ferrara tenta di ricostruire i fatti che hanno preceduto il drammatico epilogo della vita di Pasolini, non per arrivare a una verità diversa da quella del processo contro il suo assassino, ma per ricordare, piuttosto, attraverso la rievocazione di quelle ultime ore, chi era l’intellettuale che fu barbaramente massacrato a Ostia nell’orribile notte del 2 novembre 1975. Ne emerge un ritratto incompleto, ma abbastanza interessante, soprattutto per il modo del racconto, sorta di collage di eventi reali, ricordi, progetti per il futuro, quali avrebbero potuto affacciarsi, verosimilmente, alla mente dello scrittore (così Pasolini voleva essere definito), attraverso un ininterrotto flusso di coscienza. Si alternano, perciò, le immagini della quotidianità, ricostruita con cura rispettosa (il ritorno dalla Svezia, gli affetti familiari, gli appuntamenti, le interviste, gli amici, il lavoro e le ricerche notturne dei ragazzi di vita) a quelle oniriche, che rimandano alla creazione visionaria delle ultime opere, sia quelle già terminate, come Salò o le 120 giornate di Sodoma, sia quelle rimaste incompiute, ma da tempo iniziate, come il romanzo Petrolio, sia, infine, quelle rimaste allo stato di bozza, come il film Porno-Teo Kolossal, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo De Filippo. Di Petrolio, scritto impegnativo e politicamente assai scottante, il regista offre alcune letture, affiancandole alle inquietanti immagini dello sterminato deserto del Senegal e dell’incidente aereo dal quale si era fortunosamente salvato Andrea Fago. Merita un discorso a sé, invece, il tentativo del regista di realizzare un pezzo del film Porno-Teo Kolossal, rimasto allo stato di bozza: Epifanio, che avrebbe dovuto essere interpretato da Eduardo, è invece interpretato da un Ninetto Davoli un po’ troppo tondeggiante e misticheggiante; mentre l’angelo che lo accompagna sulla scala che porta al Paradiso (e che avrebbe dovuto essere Ninetto Davoli) è Riccardo Scamarcio. Siamo nel mondo della finzione, perciò questo curioso scambio sarebbe accettabile se le facce fossero quelle giuste, ciò che non mi è sembrato del tutto vero.

Squarci di attualità, evocazioni del passato, visioni del futuro: va dato atto al regista, di aver incrociato in modo efficace il fluire di questi diversi momenti, ricostruendo con credibilità non solo l’ambiente in cui maturarono le opere di Pasolini, ma anche la figura di lui, almeno dal punto di vista psicologico. Si avverte invece la mancanza di un approfondimento della complessità del suo pensiero: le posizioni culturali e politiche che emergono dal film sono quelle, notissime, dell’ultima intervista, per altro incompleta, a Furio Colombo, e soprattutto della “lectio facilior” che ne è seguita: certo il regista non è necessariamente né un filosofo, né uno studioso, ma forse potrebbe contribuire, anche solo col guizzo di un’intuizione originale, al dibattito ormai imminente sulla figura di questo nostro grande intellettuale (il prossimo anno sarà il quarantesimo dalla sua morte), ciò che non è avvenuto.
Sono molto belle invece le fotografie scure di una Roma notturna lontana dal cliché della città turistica, in cui si aggirava il poeta alla ricerca non solo di avventure erotiche, ma della conferma che il mondo dei ragazzi poveri, sottoproletari di borgata, potesse costituire il vero riferimento alternativo al dilagare dell’omologazione consumistica, grazie al suo vitalismo sano e genuino. Da uno di questi giovani, a cui si era avvicinato con molta fiduciosa ingenuità e con umana simpatia (bellissimo, sotto questo aspetto, il racconto della cena in trattoria), sarebbe arrivata, purtroppo, la delusione più amara, quasi a confermare gli oscuri presentimenti dell’ultima intervista.
Ottima l’interpretazione di Willem Dafoe, somigliantissimo e perfettamente calato nel personaggio; buona quella di Maria de Medeiros, nei panni di Laura Betti; nella norma quella degli altri attori, con una Adriana Asti dallo sguardo un po’ troppo fisso, nei panni della madre.