inutili desideri (Tutti i nostri desideri)

recensione del film:
TUTTI I NOSTRI DESIDERI

Titolo originale:

Toutes nos envies

Regia:
Philippe Lioret

Principali interpreti: Vincent Lindon, Amandine Dewasmes, Marie Gillain, Yannick Renier, Pascale Arbillot,Isabelle Renauld, Laure Duthilleul, Emmanuel Courcol, Christophe Dimitri Réveille – 120 min. – Francia 2011.

Attento ai problemi sociali del nostro tempo, Lioret questa volta affronta un tema diverso rispetto a quello dell’immigrazione, (Welcome): quello del credito erogato dalle banche a chi ne abbia necessità o creda di averne. Molto spesso, come avviene nel film, infatti, ci si indebita per soddisfare piccoli capricci, bisogni indotti dalla pubblicità martellante e spregiudicata, che provoca talvolta dissennati acquisti, per i quali qualcuno, in genere chi è più fragile culturalmente, ricorre al prestito, facendosi trascinare nella spirale senza fine dei debiti. In Europa, come negli Stati Uniti, sempre più spesso i tribunali si occupano di questo problema, perché lì si “risolvono”, con la mazzata definitiva sui più deboli, le richieste di restituzione secondo contratto. La prima parte del film ci presenta per l’appunto una situazione di questo tipo: davanti a Claire (Marie Gillain), giudice a Lione, si presenta una poveretta, Celine (Amandine Dewasmes), madre di famiglia abbandonata dal marito. Claire la riconosce (i figli dell’una e dell’altra sono compagni di scuola e si frequentano anche fuori), ne prende a cuore la causa e cerca di salvarla dalla rovina economica. La aiuterà nell’impresa Stéphane (Vincent Lindon) giudice più anziano, esperto nella materia e idealmente solidale nella lotta contro i signori del credito, ma ormai disilluso per le troppe cause vinte e successivamente annullate in appello, quasi a sancire l’ intoccabile arroganza dei potenti. Il rapporto fra Claire e Stéphane costituisce il secondo filone narrativo del film. La giovinezza di lei, la sua voglia di giustizia sociale, la fermezza limpida del suo sguardo sembrano restituirgli slancio e desiderio di lottare. In realtà, Claire è condannata a morire in breve tempo poiché è affetta da una aggressiva forma di tumore cerebrale: l’ha appena saputo e ha deciso di non tentare neppure le devastanti e inutili “cure” che le vengono proposte, così come ha deciso di tenere per sé la notizia, per non turbare un marito che è un buon padre, ma sarebbe incapace di reagire a una simile batosta con la razionalità necessaria a mantenere la serenità dei figli. Stéphane lo apprenderà fortuitamente e rispetterà le decisioni di lei, con una tenerezza e una dedizione che lasciano immaginare che l’amore possa essere anche questo generoso dono di sé, privo di prospettive, ma non per questo meno intenso, meno vero e meno profondo. Direi che è la parte migliore del film: la gita sul lago, il tentativo di rivivere i momenti felici del passato, la nuotata gioiosa che sta per tramutarsi in tragedia, ma anche il comunicare alla fine solo con brevi sguardi, attraverso le palpebre semi-chiuse, o con particolari movimenti delle mani che si stringono…queste sono pagine di grande finezza introspettiva, bellissime e poetiche, che non si dimenticano facilmente. Non sempre, però, i temi del film si integrano in modo soddisfacente, il che determina, alla fine della visione, la sensazione di qualche cosa di irrisolto: il lavoro che, pure, sviluppa adeguatamente i diversi temi, non sempre riesce a fonderli in modo convincente; in ogni caso è un film molto interessante e perciò da vedere sicuramente. Ottima la recitazione di tutti gli attori, in modo particolare di Vincent Lindon e Marie Gillain.

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Il mondo alla rovescia (Miracolo a Le Havre )

recensione del film:
MIRACOLO A LE HAVRE

Titolo originale:
Le Havre

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen, François Monnié, Roberto Piazza, Pierre Étaix, Jean-Pierre Léaud -93 min. – Finlandia, Francia, Germania 2011

Due anni fa scrivevo la recensione di Welcome, film molto bello del regista Philip Lioret, che affrontava, come questo film, anche se in una prospettiva del tutto realistica e purtropppo tragica, il problema dell’accoglienza malvagia ed egoistica degli europei (siamo a Calais) nei confronti degli stranieri che arrivano da noi, fuggendo dalle guerre, dalla fame e anche dalle tirannie.
In questo lavoro, non solo l’argomento è lo stesso, ma è anche identico lo scenario della vicenda: il canale della Manica (siamo a Le Havre); così come molto simili sono le esigenze del ragazzino che vorrebbe raggiungere le sponde inglesi. In entrambi i casi, inoltre, un adulto di buon cuore si prende cura dei giovani protagonisti, organizzando le cose perché la traversata si concluda felicemente, mentre la popolazione locale è fortemente ostile a qualsiasi nuovo arrivo. Nel film del finlandese Aki Kaurismäki, però, la vicenda viene raccontata con maggiore ottimismo e con un piglio più decisamente favolistico, rovesciando completamente, perciò, l’impostazione drammatica di Lioret.
Questa è la ragione per la quale, assistendo alla proiezione di questa pellicola, si ha un vago senso di straniamento, poiché immediatamente si avverte il “deja vu”, mentre, contemporaneamente, tutto sembra snodarsi in un’atmosfera più serena e gioiosa nella quale il bene prevale finalmente sul male, il commissario di polizia ha un cuore anche lui, gli umili (sempre visti con diffidenza dalle persone “per bene”, perché sono brutti e sporchi) nutrono una istintiva solidarietà verso colui che soffre, per il quale organizzano una strategia che avrà successo. La corte dei miracoli, dei lustrascarpe, dei bottegai anziani e poveri, delle anziane bariste di locali mal frequentati, del vecchio cantante rock, abbigliato da cialtrone, incurante dei suoi capelli ormai bianchi, del vecchio cane fedele e spelacchiato, avrà la meglio sull’ottusità dei duri di cuore, che non vogliono vedere gli occhi buoni e tristi di quel un piccolo nero gabonese di nome Idrissa che vuole raggiungere la madre a Londra. Una storia da libro Cuore, quasi un rinnovarsi del racconto Dagli Appennini alle Ande: il miracolo che sembrava impossibile. Nonostante tutto ciò, il film si lascia seguire senza noia e commuove davvero, perché è nelle corde del regista questa magia, che ci ricorda anche un po’, fin dal titolo italiano , il nostro Miracolo a Milano (credo che sia la prima volta che non mi irrita un titolo italiano!). In questa terra miracolosa, altri prodigi si compiranno, lasciando nello spettatore il piacere di questa poetica inverosimiglianza, di un mondo alla rovescia che è dolce come una strenna natalizia, certamente gradevole in questo periodo festivo, in cui tutti ci illudiamo di essere più buoni. Eccellenti attori per un regista a sua volta eccellente.

Welcome

Recensione del film:
WELCOME

Regia:
Philippe Lioret

Principali interpreti:
Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgül, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin, Yannick Renier, Mouafaq Rushdie, Behi Djanati Ataï, Behi Djanati Atai, Patrick Ligardes, Jean-Pol Brissart, Blandine Pélissier -110 min. – Francia 2009.

La vicenda tragica del piccolo Bilal si ripete, più o meno simile, ogni giorno sulle coste più meridionali dell’Europa, perché tutti i governi si sono affrettati a darsi leggi sufficientemente restrittive e disumane per tranquillizzare le pavide coscienze dei nostri pavidissimi concittadini. Il fatto è che voltarci dall’altra parte per non vedere gli orrori che si affollano alle nostre porte ci rende ogni giorno più duri e incapaci di “compassione”, nell’etimologico significato del patire insieme, e perciò ci priva ogni giorno di quell’umana pietà che è rispetto per il nostro prossimo più debole e meno fortunato. Degli stranieri, ormai cogliamo sempre più solo un’identità indistinta, in cui si mescolano buoni e meno buoni, perché tutti ci paiono insidiare le nostre certezze, il nostro benessere, la tranquillità della nostra vita privata. Ben vengano, perciò, film che, come questo, costruiscono non una storia di immigrazione, ma la personale vicenda di un immigrato, che ha, come giovane, sogni e desideri simili a quelli dei suoi coetanei europei. L’individuazione, che è propria dell’arte, ci dà nella figura di Bilal, un’ immagine assolutamente e profondamente vera del dolore e delle sofferenze che ogni migrante porta con sé, perché l’unicità di ogni singolo individuo è anche unicità della individuale sensibilità, che non può sopportare a lungo di essere umiliata, ferita, offesa nella dignità. Il “folle volo” di Bilal, che a costo della vita attraverserà a nuoto la Manica, ci dice che anche un giovane e sconosciuto curdo è capace di amare fino al sacrificio di sé, poiché esistono in tutti, quindi anche nei “diversi”, quei sentimenti di tenerezza e di dedizione di cui i giovani sono capaci.
I pochi che hanno questa capacità di comprendere e di dare concretamente la loro solidarietà, nel film come nella realtà di ogni giorno, vengono perseguitati dalle leggi e perciò dalla polizia, isolati dai colleghi di lavoro e dai vicini di casa, quegli stessi che sullo zerbino d’ingresso del loro pulito e tranquillo appartamento hanno la scritta “Welcome”!
Il film è molto bello, essenziale nella sua denuncia, tenerissimo nella descrizione del rapporto di Bilal col suo maestro di nuoto, privo di enfasi retorica. Efficace l’interpretazione degli attori, superba quella di Lindon