Microbo e Gasolina

Schermata 2016-05-12 alle 17.44.45recensione del film:
MICROBO & GASOLINA

Titolo originale:
Microbe et Gasoil

Regia:
Michel Gondry

Principali interpreti:
Ange Dargent, Théophile Baquet, Diane Besnier, Audrey Tautou, Vincent Lamoureux – 103 min. – Francia 2015.

Ad anno scolastico già iniziato era piovuto da chissà dove come un UFO, in una classe di scuola media a Versailles, Théo (Théophile Baquet), lasciando dietro di sé un cattivo odore di gasolio. Per questo era subito stato ribattezzato dai suoi compagni col nomignolo di Gasoil (non Gasolina, secondo l’incredibile traduzione italiana, che gli affibbia, non si sa perché, un soprannome femminile!). Evitato da tutti i ragazzi della scuola, bersagliato dalle loro provocazioni e dal loro sistematico mobbing, Théo era riuscito, tuttavia, a stabilire un buon rapporto d’amicizia col suo vicino di banco Daniel, detto Microbo, isolato come lui dai suoi compagni forse perché era il più piccolo, il più esile, quello che portava i capelli così lunghi da sembrare una ragazza; forse e più probabilmente perché il suo anticonformismo con tratti di genialità infastidiva la loro generale mediocrità.
Théo e Daniel, infatti, erano “diversi” dai loro compagni: il primo amava i motori sopra ogni altra cosa:  li studiava,  li aggiustava, li metteva a punto, li rigenerava, senza alcuna paura di sporcarsi o di assorbire attraverso gli abiti gli odori dei grassi che gli servivano per montarli su macchine di ogni tipo, rese da lui perfettamente funzionanti; il secondo amava il disegno e la rappresentazione artistica della realtà: ritratti, caricature e donne nude in pose lascive costituivano i soggetti preferiti delle sue creazioni artistiche, con le quali riempiva quaderni, diari e fogli, alcuni dei quali accuratamente celava sotto il materasso. Per entrambi, i rapporti con i genitori erano difficili: un rigattiere indolente con moglie obesa erano quelli di Théo, che regolarmente rivendeva gli oggetti quasi antichi del negozio paterno per comprare i pezzi utili a un meccanico come lui; una madre sola, depressa e molto snob era l’unica figura genitoriale della casa di Daniel il quale, in sua presenza, si isolava senza lasciar trapelare nulla di sé. Entrambi gli amici coltivavano il sogno di una libertà senza compromessi col mondo della famiglia e della scuola a cui poco erano interessati: avrebbero voluto viaggiare per conoscere il mondo, dimostrando che un’altra vita era possibile. A questo scopo avevano progettato e costruito una strana automobile: una casa a quattro ruote geniale e perfettamente funzionante che, terminata la scuola, li avrebbe portati nella regione del Morvan e forse oltre!

 

I due ragazzi erano riusciti a realizzare, dunque, un viaggio on the road, nel cuore della Francia, a bordo di un veicolo quanto mai bizzarro* a forma di casetta, con tanto di tendine e fiori alle finestre, ricco di incontri sorprendenti, accadimenti imprevisti, talvolta buffi, talvolta grotteschi, talvolta dolorosi e anche di avversità di varia natura che confermavano ai loro occhi la stravaganza insensata del mondo degli adulti dal quale sempre più essi avrebbero voluto prendere le distanze.
Non aggiungerei altro, per evitare di togliere il gusto di vedere un film assai grazioso e godibile.
Non mi pare però sostenibile l’affermazione, assai diffusa, che il racconto dell’avventuroso vagare di Théo e Daniel possa essere considerato un racconto di formazione: al termine del viaggio essi non hanno cambiato né la loro visione del mondo, né le proprie aspirazioni; hanno, invece, semmai confermato le proprie rispettive convinzioni di partenza, nonché l’insofferenza per il mondo insensato dei genitori e della scuola, rifiutando l’omologazione acquiescente che uniforma gusti e aspirazioni, e impone comportamenti vessatori a chi non chiede che di vivere secondo le proprie scelte. L’unico mutamento apprezzabile è in Daniel, che ha imparato, non dall’esperienza del viaggio, ma da Théo a difendersi meglio contro i soprusi e a tagliare i capelli!

*Questo viaggio potrebbe ricordare quello, molto simile per l’improbabilità del veicolo su cui avviene (un tagliaerba opportunamente modificato), del vecchio Alvin Straight, che aveva attraversato l’America dall’Iowa al Wisconsin per raggiungere il fratello nel bellissimo film di David Lynch: Una storia vera

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Paris Texas

Schermata 2015-02-28 alle 15.23.58recensione del film
PARIS, TEXAS

regia:
Wim Wenders

Principali interpreti:
Harry Dean Stanton, Hunter Carson, Justin Hogg, Nastassja Kinski, Dean Stockwell, Aurore Clément, John Lurie, Viva Auder, Bernhard Wicki, Tom Farrell, Sam Berry, Claresie Mobley, Socorro Valdez, Edward Fayton, Jeni Vici, Sally Norvell, Sharon Menzel, The Mydollis, Viva, The Mydolls, Sam Shepard, Brandy Tipton Drammatico – 150 min. – USA 1984.

Paris, Texas è stato riproposto, accuratamente restaurato, in molte sale italiane, insieme all’altro capolavoro  di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, in occasione dell’Orso d’oro alla carriera, da poco assegnato durante la Berlinale a questo grande regista tedesco. E’ singolare che dopo più di trent’anni il film (1984) abbia mantenuto tutta la sua bellezza: non se ne  avverte l’età, se non per i cambiamenti ovvi, che nel corso del tempo hanno contrassegnato l’invecchiare degli attori di allora, ora davvero molto diversi. La storia è quella di Travis (Harry Dean Stanton), che, all’inizio del racconto, sta attraversando a piedi il deserto texano, ripreso da una nitidissima fotografia in tutta la sua scabra, eppur colorata bellezza. E’ un paesaggio dell’anima, senza tracce di vita, corrispettivo metaforico dell’aridità del protagonista,  che sembra aver abbandonato, insieme alla tanica dell’acqua, ormai vuota e inservibile, ogni residua volontà di vivere. Da quattro anni Travis si era separato dal consorzio umano e, lasciando al loro destino la giovane moglie e un bambino ancora molto piccolo, aveva fatto perdere ogni traccia di sé. Si era, probabilmente, messo alla ricerca di Paris,Texas, luogo misterioso e per lui mitico, che porta il nome della capitale francese, ma che essendo nel cuore del deserto texano, è prontamente seguito dalla precisazione geografica. Lì Travis era stato concepito e lì aveva comprato un lotto di terreno, investendo i pochi quattrini della famiglia, per costruire una casa a suo figlio: non un grande affare, certamente, e soprattutto un acquisto poco apprezzato, che aveva contribuito non poco al deteriorarsi dei rapporti fra lui e Jane (Nastassja Kinski), la madre molto amata di Alex (Hunter Carson), amatissimo figlio. Erano passati quattro anni, dunque, senza che egli fosse riuscito a trovare finalmente il proprio ubi consistam, il se stesso più vero, l’originario Travis nato dall’amore dei suoi genitori. Durante tutto questo tempo, egli aveva disimparato a comunicare con gli altri; il suo sguardo si era fatto sempre più assente; la sua lingua era diventata muta, il suo corpo era sempre più magro e prosciugato. In queste condizioni era stato trovato da un tale, sedicente medico, che aveva messo in piedi una clinica in quei luoghi dimenticati dagli uomini, e che era riuscito a rintracciare fortunosamente suo fratello Walt (Dean Stockwell), che nel frattempo si era amorevolmente preso cura di Alex.

Il soggiorno a casa del fratello e il lentissimo ritorno alla parola, nonché il cauto riavvicinamento al piccolo Alex, tappe difficili del nuovo percorso di Travis, costellate da altri tentativi di fuga, costituiscono la seconda parte del film, che contiene pagine, credo, fra le più emozionanti e indimenticabili di tutta la storia del cinema, dalla sfilata delle scarpe e degli stivali di famiglia, ben lucidati ed esposti al sole, alla struggente iniziale ripulsa di Alex che finge di non riconoscerlo, tanto appare impresentabile all’uscita della scuola, all’ammiccante e scherzoso procedere di entrambi su due marciapiedi paralleli, tutto ci testimonia del mutamento che si fa strada nel cuore di lui: non più il deserto, ora, ma la vita, con qualche luce: tornano anche le immagini serene del passato, l’Eden appena conosciuto e subito abbandonato. L’ universo delle corrispondenze simboliche che è in tutto il film, qui si fa più emozionante e profondo: il camminare incerto e faticoso lungo il percorso accidentato della vita diventa un poco più confortevole ripulendo le tracce del passato dallo sporco con cui egli aveva voluto nasconderle: tutto era sedimentato nel cuore di quell’uomo e restava lì a ricordargli chi era, quale ruolo aveva recitato e perché  era tanto cambiato. Il tempo trascorso non era quello mitico delle sue origini, però, ma quello popolato di ricordi veri, delle immagini di un tempo forse più felice, ora irrimediabilmente perdute, quelle che una vecchia e un po’ logora pellicola di un filmino amatoriale riporta alla memoria, con una grazia evocativa inarrivabile.
Con quel passato reale, dunque, Travis avrebbe dovuto fare i conti fino in fondo, riconoscendo le proprie colpe e cercando una riconciliazione con se stesso, prima di tutto, premessa indispensabile della riconciliazione con la vita.
Il finale del film, accuratamente preparato, non è lieto (sarebbe  stato impossibile), ma aperto alle nostre interpretazioni: attraverso il doloroso e necessario incontro – confessione con Jane (non mi ci soffermerò, ma credo che sia davvero tra le scene più alte del cinema di ogni tempo), egli può ora assumere le proprie responsabilità, prima di allontanarsi di nuovo, forse per sempre. Il viaggio che intraprende lo riporterà al suo iniziale vagabondaggio? Personalmente non riesco a crederlo: egli è finalmente un altro Travis, consapevole  di sé, essendosi liberato per davvero della rabbia e del rancore che sembravano averlo perduto.

il signor Risorse Umane (Il responsabile delle risorse umane)

Recensione del film:
IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE


Titolo originale:
The Human Resources Manager

Regia:
Eran Riklis

Principali interpreti:
Mark Ivanir, Guri Alfi, Noah Silver, Rozina Cambos, Julian Negulesco
-103 min. – Israele, Germania, Francia 2010.

Questo film è interessante, ma dal regista del bellissimo Il giardino dei limoni, forse, ci si aspetta qualcosa di più

Questo film israeliano, tratto, con libere variazioni, da un romanzo di Yehoshua, racconta le peripezie vissute dal responsabile del personale di un panificio industriale di Gerusalemme, in seguito alla morte di un’inserviente del panificio, dilaniata da un attentato terroristico, uno dei tanti che sconquassano il minuscolo stato di Israele. La donna era ingegnere, emigrata dalla Romania e, come molti migranti, si era accontentata anche dei lavori più umili, in questo caso di lavare i pavimenti del panificio, pur di sfuggire allo squallore di un paesetto sperduto fra le montagne, e arretrato nei costumi e nella mentalità. La vita di relazione di questa poveretta era ridotta al minimo: il marito l’aveva abbandonata, il figlioletto era sparito per frequentare pessime compagnie di amici, i colleghi di lavoro la ignoravano, essendo le sue mansioni possibili da svolgere solo in orari diversi da quelli degli addetti alla produzione del pane. Le complicate vicende, in seguito alle quali la donna, pur non lavorando più nell’azienda del pane, continuava a percepirne lo stipendio, costituiscono la prima parte del film, in cui il regista cerca di spiegare perché una morte così drammatica fosse passata inosservata, finché un giornalista a caccia di scoop, frugando fra i documenti di lei, ancora in obitorio in attesa di sepoltura, trovò la cedola della sua ultima paga, e pensò di cavalcare la dolorosa storia, impostando una campagna di stampa contro il panificio. Si arriva quindi alla seconda parte del film: il panificio decide di rimediare al danno d’immagine non solo addossandosi le spese del funerale , ma riaccompagnando la donna in Romania per la sepoltura. Questa seconda parte è quindi la storia del viaggio che il responsabile delle risorse umane compie con il feretro della donna, e col rintracciato figlio di lei, piccolo teppista che ora appare come una fragile creatura troppo a lungo lasciata a se stessa. Quello che colpisce nel film è la presenza di personaggi che non hanno un nome, in quanto vengono resi individuabilii solo dalla funzione che svolgono: la lavapavimenti, il responsabile delle risorse umane, il giornalista, il console israeliano ecc. Ognuno di loro vive solo in funzione di quello che fa, anche il “signor risorse umane”, come viene una volta scherzosamente chiamato, che è un marito poco presente e poco amato, un padre che, travolto dal lavoro, non riesce a dare figlioletta tutto il tempo che vorrebbe dedicarle, ma che nel corso del viaggio rivela qualità umane davvero notevoli, tanto che la sua comprensione riuscirà a domare anche il piccolo teppista disperato che viaggia con lui. Ancora una volta un viaggio di formazione; un percorso on the road, in una Europa gelida e sterminata, povera come quella dell’Est può essere, ma in cui gli uomini vengono ancora stimati e valutati per quello che sono e in cui il rispetto significa anche aiuto e solidarietà, magari prestando un carro armato per soli due giorni (chi se ne potrebbe accorgere!), per rendere possibile il trasporto della bara dell’infelice e sfortunata “lavapavimenti.” Il film è perciò anche una riflessione sugli uomini e sui rapporti che nelle nostre città stabiliamo col nostro prossimo, ignorandone i problemi, i dolori, le storie. Una buona regia accompagna con ironia sottile gli ottimi attori in questo mesto viaggio.