La Comune

Schermata 2016-04-01 alle 14.55.59recensione del film:
LA COMUNE

Titolo originale:
Kollektivet

Regia:
Thomas Vinterberg

Principali interpreti:
Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hanse, Lars Ranthe, Fares Fares, Magnus Millang, Julie Agnete Vang, Anne Gry Henningsen, Lise Koefoed, Adam Fischer, Oliver Methling Søndergaard, Ida Emilie Krarup, Mads Reuther, Jytte Kvinesdal, Rasmus Lind Rubin – 111 min. – Danimarca 2016.

Il film racconta i ricordi del regista nella Danimarca degli anni ’70, quando, ancora assai piccolo, con i genitori, aveva abitato all’interno di una Comune, percorrendo un’esperienza al tempo assai diffusa. I riferimenti storici sono dati dagli eventi della guerra fra Americani e Vietnamiti, ampiamente citata nel corso della narrazione.

Lui, Erik (Ulrich Thomsen), insegna Architettura all’Università di Copenhagen; lei, Anna (Trine Dyrholm), conduce da anni il telegiornale danese; il loro matrimonio regge, senza scosse, da tre lustri, durante i quali era nata Freja (Martha Sophie Wallstrom Hanse), l’amata figlioletta, ora adolescente. L’eredità imprevista di una grande villa, nella campagna intorno a Copenhagen, che avrebbe permesso ad Anna e a Freja di vivere in un spaziosa abitazione circondata dal verde, aveva contrariato Erik, l’erede, timoroso che le notevoli spese per rimettere in ordine e mantenere quella casa sarebbero state al di sopra delle loro reali possibilità. Era stata Anna a trovare la soluzione al problema che avrebbe messo d’accordo tutti: invitare alcuni amici, attentamente selezionati, a vivere con loro tre, per condividere gli spazi e distribuire le spese aiutandosi reciprocamente nei lavori della casa. Si era costituita in questo modo una piccola comunità: anche se forse un po’ anomala rispetto alle numerose “Comuni” sessantottine: gli abitanti non erano molto giovani; le trasgressioni si limitavano alle sole bevande alcoliche; la privacy di ogni coppia era assicurata; la vita sociale regolamentata con una certa pignoleria.  La convivenza sembrava funzionare, perché tutto, anche il dolore più atroce (qual era stato il lutto per la morte del bambino di una coppia) era diventato più sopportabile essendo condiviso: tutti ne avevano sinceramente partecipato; tutti se ne erano davvero fatti carico, con la loro rispettiva sensibilità, col loro individuale modo di piangere.
In queste pagine si trovano le cose migliori del film: la narrazione successiva, infatti, non raggiunge la stessa forza espressiva ed emotivamente non è altrettanto convincente.
La nuova storia d’amore di Erik con Emma (Helene Reingaard Neumann), la giovane studentessa, avvia il film  verso un finale di grande tristezza, affrontato però con estrema superficialità. Il regista, infatti, pur raccontando la progressiva estromissione  di Anna (oltre che dal cuore di Erik) dal suo lavoro e, infine, per l’inconsapevole crudeltà di Freja, persino dalla  casa che aveva voluto e organizzato tenacemente, ci lascia l’impressione sgradevole di una conclusione quasi ottimistica, più adatta a Rossella O’Hara ( della serie…domani è un altro giorno!) che alla donna complessa e matura che, per ingenua generosità, aveva aperto anche alla nuova coppia la comunità che aveva costruito.

Grandissima interpretazione di Trine Dyrholm, Orso d’Argento a Berlino, assegnato con pieno merito a lei, quale migliore attrice nell’edizione di quest’anno.

Vinterberg ci aveva dato film migliori, peccato!

 

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Il grande quaderno

Schermata 2015-09-15 alle 15.49.35recensione del film:
IL GRANDE QUADERNO

Titolo originale
Le grand cahier

Regia:
Janos Szasz

Principali interpreti:
László Gyémánt, András Gyémánt, Piroska Molnár, Ulrich Thomsen, Ulrich Matthes, Gyöngyvér Bognár, Filippo Tóth Nyulszaj, Sabin Tambrea, Peter Andorai, Diána Kiss – 113′ – Germania, Ungheria, Australia – Francia 2013.

Trilogia della città di K. è il titolo del romanzo assai cupo della scrittrice Ágota Kristóf, ungherese naturalizzata svizzera (1935-2011), la cui prima parte, Il grande quaderno, racconta la vicenda che ha ispirato questo film. Due gemelli adolescenti vengono affidati per decisione dei genitori, alla nonna materna nella speranza che nel piccolo borgo sperduto nel quale vive l’anziana donna, presso il confine austriaco, sia più facile difenderli dagli orrori della guerra (siamo nel 1944), poiché la città, esposta ai bombardamenti e stremata dalla scarsità del cibo, non sembra particolarmente adatta a proteggerli, soprattutto ora che il padre è stato costretto ad arruolarsi.

Quella nonna, però, è una vecchia malvagia e volgare, una strega, come viene definita dagli abitanti del villaggio: non ama la figlia, né tantomeno i nipotini, che subito hanno modo di misurare la distanza che separa la cadente catapecchia, che ora li “accoglie”nel disordine e nella sporcizia, dal nido caldo e amoroso che hanno dovuto abbandonare; imparano presto, inoltre, che quel poco cibo povero e quel giaciglio per la notte dovranno essere guadagnati col lavoro da schiavi a cui la vecchia, con sadica crudeltà, li sottopone. I due ragazzi, però, non intendono essere umiliati e preparano un piano di difesa e di resistenza per sopportare il dolore: quello fisico, in primo luogo, in modo da subire botte  e maltrattamenti senza battere ciglio; successivamente anche il dolore più profondo, quello della perdita, dell’abbandono e della separazione. Il padre, prima di partire per la guerra, aveva affidato loro la Bibbia, oltre a un grande e voluminoso quaderno, sul quale essi avrebbero tenuto il diario particolareggiato della loro vita quotidiana, dal momento del loro arrivo a casa della nonna al momento in cui inevitabilmente si sarebbero separati. Il film si sviluppa attingendo fatti ed episodi dal quaderno di questi bambini e ci appare come un durissimo racconto di formazione, che si compie in un periodo crudele e violento come quello della guerra, al termine del quale i gemelli affronteranno la vita, a cui si erano temprati insieme coraggiosamente e stoicamente, ciascuno per la propria strada poiché sono diventati adulti per davvero.

Il romanzo da cui è tratta la pellicola, a quel che mi è stato detto (non lo conosco direttamente), racconta le vicende del film in modo assai più asciutto e crudele, ciò che poco mi invita a leggerlo. Il film, però, a mio avviso, è bello e originale poiché la crudeltà della vicenda mi pare essere stata costruita secondo archetipi fiabeschi (l’allontanamento, le prove quasi iniziatiche il cui superamento suggella attraverso avventurose e pericolose peripezie il raggiungimento della maturità) ai quali si affiancano anche quelli simbolici, di sapore junghiano, quali l’eliminazione non volontaria, ma quasi fatale, dei genitori, che risolve il film, stemperandone la durezza, in una dimensione quasi mitica. La fotografia (realizzata da Christian Berger, il fotografo dei più famosi film di Haneke, fra i quali Il nastro bianco) poco indugia sugli effetti violenti: in modo assai raffinato, invece, tende a sfumare gli episodi bellici in una nebbia chiara, che sinistramente e significativamente diventa un fumo assi pesante e scuro, in prossimità del confine, al di là del quale sorge un campo di sterminio degli ebrei.

Aggiornamento del post (Torino, 28 settembre 2015):

La mia curiosità mi ha indotta a leggere il romanzo di Ágota Kristóf, che, come ho scritto, ha ispirato il film. E’ un’opera straordinaria, composta di tre racconti collegati dal ricorrere di alcune situazioni, ma sufficientemente diversi per evitare di considerarli l’uno il seguito dell’altro. Il film si è ispirato al primo dei tre racconti, quello, che porta per l’appunto il titolo del film: Il grande quaderno. Della trilogia, parlerò in una recensione separata nella mia rubrica dedicata ai libri, non appena avrò il tempo per farlo.

un mondo migliore è possibile? (In un mondo migliore)

Recensione del film
IN UN MONDO MIGLIORE

Titolo originale
Hævnen

Regia:
Susanne Bier

Principali interpreti:
Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen
Bodil Jørgensen, Elsebeth Steentoft, Martin Buch, Anette Støvlebæk, Kim Bodnia
– 113 min. – Danimarca, Svezia 2010.

In un mondo migliore ha appena ottenuto il Premio Oscar 2011, quale migliore pellicola straniera, ma ciò non impedisce di esprimere molte riserve circa la scelta dei giurati.

La regista Susanne Bier ha diretto un film molto interessante in cui molti temi si affiancano. Stando al titolo italiano (ma perché mai i titoli italiani dei film sono sempre così irritanti?) il tema centrale si direbbe essere la possibilità di un mondo all’insegna della solidarietà e della non violenza, per il quale è necessaria una profonda rigenerazione morale di ciascuno di noi, in vista di una convivenza civile e pacifica con tutti i popoli e con tutti gli individui (quella suggerita nelle ultime scene del film, forse). Il titolo originale, Hævnen, che nella nostra lingua si traduce con Vendetta, però, sembra aderire meglio al racconto e anche porre più di un interrogativo sulla reale possibilità che gli uomini diventino buoni. Che la vendetta e l’odio siano forieri di mali certi, è più volte detto nel film, soprattutto dai due personaggi adulti, Anton e Claus. Anton è un medico danese, impegnato in un villaggio africano, dove, in un ospedale nel deserto, presta la sua opera, cercando di alleviare le sofferenze dei malati e dei feriti che gli si presentano spesso dopo aver subito sulla loro pelle le conseguenze dell’odio di Bigman, feroce e ottuso guerriero, che si diverte a sventrare le donne incinte. In Danimarca Anton ha una moglie, che lo vuole lasciare, e un figlio, Elias, fragile adolescente, vittima silenziosa della violenza dei suoi compagni di scuola, che si prendono gioco della sua solitudine, umiliandolo sempre più. Claus è invece un professionista londinese. Egli, che ha un figlio adolescente, Christian, dopo la morte terribile della giovane moglie, stroncata da un tumore, si trasferisce in Danimarca presso l’accogliente villa di una parente che si offre di prendersi cura del piccolo orfano. Elias incontrerrà a scuola Christian, che nutre un sordo odio contro il padre (cui addossa la colpa di aver lasciato morire la madre), e contro tutte le ingiustizie: apprenderà da lui il modo di difendersi dall’aggressione dei compagni, grazie all’uso di un coltello, in seguito accuratamente celato. Al tema della violenza e della vendetta sembra dunque affiancarsi quello della solitudine dei giovani che maturano una loro concezione dei rapporti fra gli uomini, antitetica a quella civile e pacifica dei padri, impotenti a capire le tragedie quotidiane dei loro figli, e ad arginare l’inesorabile crescita del male nei loro cuori. La parte più convincente del film è questa, secondo me, poiché sia la descrizione del comportamento di Elias e Christian, sempre più lontani dal modello morale dei padri, sia la loro accettazione di una logica omertosa e feroce, che diventerà pericolosa per loro stessi, sono raccontate con incredibile durezza e impassibilità, senza retorica e senza cedimenti buonistici. E’, invece, meno convincente il racconto del ravvedimento finale, che forse è gradito al pubblico, essendo facilmente autoassolutorio e consolatorio, ma che pare artificioso dopo la perfetta indagine sul radicarsi del male nei due ragazzi. La non violenza non ha, nel film, un grande appeal, forse neppure per Anton che, pur sostenendola apertamente, non avrà il coraggio di opporsi al linciaggio di Bigman, quando questi si recherà all’ospedale per farsi curare una ferita purulenta e dolorosa. Il nodo non risolto del film è il problema del rapporto fra giustizia e vendetta: non pare dal racconto, infatti, che porgere l’altra guancia sia il modo efficace per affrontare la violenza altrui. Il tema del male e della difficoltà a vincerlo, assillo di molti registi di formazione luterana, è il vero centro del film: si trova ovunque, nessun uomo ne è immune, in Europa come nel resto del mondo, insidiando la nostra vita continuamente. Forse la regista ha messo in campo troppi temi che impediscono, per la loro rilevanza, di stabilire quale sia il più importante, quello intorno al quale il film si dovrebbe sviluppare.