Mustang

Schermata 2015-11-03 alle 21.52.00recensione del film:
MUSTANG

Regia:
Deniz Gamze Ergüven

Principali interpreti:
Günes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Elit Iscan, Tugba Sunguroglu, Ilayda Akdogan – 94 min. – Francia 2015.

Dopo i saluti e gli abbracci rituali agli insegnanti, ecco la festosa baraonda degli studenti a conclusione dell’anno scolastico; le vacanze in vista e, ora, in piena libertà, tutti al mare, a ridere, a scherzare, a spruzzarsi, a giocare con l’acqua, a immergersi e a riemergere! Così, gioiosamente, i ragazzi e le ragazze vivono il loro presente, allontanando, per una volta, i problemi del futuro, come i cavalli selvaggi e indomiti delle praterie richiamati nel titolo del film. Siamo sulle sponde del Mar Nero, in Turchia, lontani da Instanbul, la capitale, dove andrà a vivere l’ insegnante più amata da Lela, la giovanissima (è poco più di una bambina) e inquieta sorellina di altre quattro ragazze orfane, che si apprestano a tornare a casa dalla nonna e dallo zio che si prendono cura di loro. Quale ambiente le attenda si vede subito: accolte a ceffoni, una dopo l’altra, prima ancora di entrare in casa, per la grave colpa di aver giocato e scherzato con i maschi, ponendosi addirittura a cavalcioni sulle loro spalle, sia pure vestite di tutto punto. Qualche pettegolo aveva visto e raccontato alla nonna dei loro comportamenti scandalosi, facendo balenare il rischio che nessuno se la sentisse più di sposare ragazze così pubblicamente compromesse! Alle botte, si era aggiunta perciò la visita per certificare, con tanto di timbro, la condizione di verginità della più “vecchia” delle sorelle, la prima che se ne sarebbe andata di casa, dopo la rituale trattativa fra le famiglie, che a quanto pare non intendevano mettere in discussione il carattere puramente contrattuale del matrimonio, adeguandosi alle tradizioni che non prevedono né  il parere degli sposi, né, tantomeno, quello delle donne. In Turchia, paese che chiede l’ingresso in Europa, non va dappertutto così, per fortuna, ma va così nelle campagne, legate alla proprietà ancora feudale della terra e delle donne, come ci aveva ben detto, dietro le immagini simboliche, il bel film di Nuri Ceylan, Il regno d’inverno, che degli abitanti ricchi e acculturati di quelle terre remote e isolate ci aveva presentato la mentalità retriva, dura a morire, condizionata da un controllo sociale tanto stretto quanto ipocrita. Di fronte alla ottusa e violenta repressione familiare, che tenta di imbrigliare l’incantevole esuberanza delle giovinette, riducendone gli spazi vitali dentro una rete di muri e reticolati, nonché di mortificare la sensualità dei loro corpi giovani dentro orribili abiti senza grazia, la ribellione non si farà attendere: sarà la piccola e indomabile Lela la protagonista della fuga rischiosa verso Instanbul alla ricerca dell’amata insegnante che l’aveva educata alla libertà e anche della conferma, come nel Medioevo feudale, che la città rende liberi!

Piccolo film,  ma solo per la sua brevità, girato con grazia inarrivabile e presentato quest’anno, con ottimo successo, a Cannes, alla Quinzaine des Réalisateurs da Deniz Gamze Ergüven, alla sua prima opera. La giovane regista, che è turca di nascita, ma vive e lavora a Parigi, ha una solida preparazione culturale e cinematografica, avendo studiato alla Fémis* (Fondation Européenne pour les Métiers de l’Imagine et du Son). Le premesse per una sua ottima carriera neppure troppo lontana non mancano, a giudicare da questo bellissimo esordio. La pellicola, di produzione francese, è parlata in lingua turca, essendo destinata, almeno nelle intenzioni della Ergüven, al mercato cinematografico del proprio paese d’origine. Le auguriamo di riuscire a farla conoscere anche là, visto che è stata acquistata e sarà distribuita in tutto il mondo!

* La scuola è oggi un ente pubblico sotto la responsabilità del Ministero della cultura e della comunicazione.

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QUI se vi interessa, troverete una bella intervista alla regista di questo film

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un viaggio alla ricerca di sé (C’era una volta in Anatolia)

recensione del film:
C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

Titolo originale:
Bir zamanlar Anadolu’da

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mümtaz Taylan, Muhammet Uzuner, Firat Tanis – 150 min. – Turchia 2011.

Questo complesso film racconta il viaggio notturno, mentre sta per arrivare una minacciosa tempesta, di un convoglio di tre automobili a bordo delle quali si trovano un assassino e il suo complice, insieme a un commissario di polizia, a un medico legale e a un giudice, nonché al personale indispensabile allo svolgimento del compito che li attende: stanno infatti cercando il corpo dell’uomo ucciso, per l’ esame autoptico necessario a determinare la gravità della colpa del reo confesso, Kenan. Su sua indicazione il convoglio si sposta lungo le strade collinose dell’Anatolia, con l’intento di trovare il luogo, identificabile grazie alla presenza di una sorgente e di un albero chiomato a forma di pallone, nelle cui vicinanze dovrebbe essere sepolto il corpo cercato. Il buio sempre più profondo, schiarito da qualche lampo minaccioso, non aiuta a localizzare esattamente quel sito, che verrà individuato solo quando la luce del giorno rivelerà il paesaggio, finalmente, permettendo che l’ucciso venga visto e riconosciuto. Nel corso della notte, però, gli spostamenti infruttuosi e la stanchezza di tutti creano un clima di tensione e di nervosismo, che troverà modo di stemperarsi solo quando il giudice otterrà ospitalità e cibo dal sindaco di un vicino paesetto. Il momento, atteso, della verità, però, non arriverà solo per Kenan, ma per Naci, il commissario, per il giudice e per il medico, in quanto alcuni aspetti rimossi e oscuri del loro passato emergeranno, creando in loro maggiore consapevolezza umana. Il regista turco Nuri Bilge Ceylan intreccia, in questo suo lavoro, (premiato a Cannes nel 2011 col Premio speciale della giuria) alcuni temi per loro natura ricchissimi di implicazioni metaforiche e simboliche, come quello del viaggio o quello dell’incipiente tempesta, con altri più facilmente leggibili, come la rappresentazione di una società in cui, alle evidenti trasformazioni, si accompagnano numerosi residui di un passato che non è stato completamente abbandonato e che non può che colpire lo spettatore dei paesi occidentali. Si notano subito, infatti, la separatezza del mondo femminile da quello dei maschi; la persistenza di una certa dose di barbarie (come quella che porta all’omicidio secondo modalità orripilanti) persino nei rapporti fra amici; l’impressionante arretratezza anche nelle operazioni più delicate (come il dissotterramento del cadavere a mani nude, o l’autopsia eseguita senza protezioni al volto e senza camice). Eppure, se analizziamo il film un po’ più a fondo, scorgiamo, sotto l’apparenza certamente shockante, una rete di relazioni molto fitta fra il mondo arcaico e quello più moderno: i personaggi feroci e barbarici hanno una loro sensibilità e una loro etica talvolta superiore a quella del poliziotto Naci, che si lascia prendere dall’impazienza e picchia duro, con incredibile efferatezza, arrivando persino a negare una sigaretta al reo; gli altri, che sono per lo più personaggi di autorità, come il medico, il magistrato, o l’ufficiale cartografo (che sa tutto, ma inutilmente), presentano il volto moderno del paese, quello di coloro che vorrebbero entrare in Europa. Essi non hanno tuttavia una piena comprensione della realtà, che cercano di dominare, rispettivamente, o attraverso il linguaggio burocratico, insufficiente a spiegarne la complessità (il giudice), o con una ingenua e acritica fiducia nella scienza, contraddittoriamente accompagnata dalla persistenza di molti luoghi comuni: “le donne non perdonano mai”, “i figli impediscono libertà e carriera”, “la figlia del sindaco è bellissima, stranamente, visto il padre”: frammenti di presunta saggezza mai sottoposti a vaglio critico (il medico). Naci, poi, ha un figlio malato, che ha affidato completamente alla moglie, per occuparsene il meno possibile. Le donne costituiscono, per questi uomini, più o meno acculturati, un universo inquietante e misterioso, che non riescono a comprendere e a conoscere e che perciò considerano solo in quanto addette ai compiti tradizionali della casa, della cura, della soggezione coniugale; mai, però, nella loro autonomia e libertà di scelta. Una sorta di fatalismo, di stanchezza esistenziale coinvolge tutti i protagonisti del film che accettano, in fondo, come i frutti che rotolano nel fiume trascinati dalla corrente, o le fronde piegate dal vento implacabile, che le cose proseguano secondo le tradizioni più dure a morire. L’unico che esprime una volontà difforme mi pare essere l’assassino Kenan, che piange per la sassata di quel figlio che non ha potuto, né potrà mai riconoscere.
Un film certamente interessante, molto analitico e necessariamente lento, scuro come gli animi dei diversi protagonisti, nessuno dei quali è del tutto colpevole o innocente. Bellissima la fotografia; ottimi tutti gli attori.

“non solo lavoratori, ma persone” (Almanya)

recensione del film:
ALMANIA – LA MIA FAMIGLIA VA IN GERMANIA

Titolo originale:
Almanya – Willkommen in Deutschland

Regia:
Yasemin Samdereli

Principali interpreti:
Vedat Erincin, Fahri Ogün Yardim, Lilay Huser, Demet Gül, Denis Moschitto.
– 101 min. – Germania 2011.

Questo è un film grazioso, accolto calorosamente all’ultimo festival di Berlino. Vi si affronta il tema caldissimo dell’emigrazione, con serietà, e insieme con garbo e leggerezza, raccontando in modo parzialmente autobiografico (la regista è immigrata turca di terza generazione), la storia di Hüseyin Yilmaz, che decide di spostarsi dalla Turchia alla Germania, per trovare lavoro: lì, una volta sistemato, si ricongiungerà ai suoi cari: la giovane moglie e i suoi figli ancora piccoli. Il viaggio, la nostalgia, il ritorno, dopo qualche anno di lontananza, al paese d’origine, la decisione di trasferire in Germania tutta la famiglia, per tenerla unita (al suo ritorno il figlio ultimo nato non è più in grado di riconoscerlo!); la riluttanza dei bambini a lasciare amici e abitudini; l’alloggio tedesco in un casermone periferico, la pioggia, il grigiore del paesaggio nordico: tutto quanto, insomma, sia capace di evocare il distacco doloroso dai luoghi cari della propria terra, viene narrato con commozione amara, cui si mescola però, con armonico equilibrio, l’aneddoto buffo, il pregiudizio un po’ ridicolo, in modo che il film non assuma mai, neppure nei momenti in cui la commozione sembrerebbe prevalere, toni troppo drammatici. L’equilibrio del racconto stempera quindi i momenti più difficili, presenti in ogni doloroso viaggio di questo tipo, in un tono medio che ne rende gradevole la visione, anche se lascia il dubbio, alla fine, di un’eccessiva edulcorazione. Hüseyin Yilmaz non riuscirà a pronunciare il discorso, riservato al lavoratore numero un milione e uno che se ne è arrivato in Germania da un paese molto più povero, ma il nipotino, Cenk, quello che a scuola aveva fatto a botte per difendere la sua appartenenza alla terra del nonno, parlerà al posto suo, nella scena finale, di fronte a una divertita platea di importanti personaggi, fra cui nientemeno che Angela Merkel.
L’integrazione avvenuta, la cittadinanza sospirata, per la grande famiglia di Hüseyin, ormai alla terza generazione in Germania, significa infatti, anche riconoscimento delle proprie origini e rispetto del proprio passato. Film da vedere e da meditare, perché troppo violento in Italia è ancora il rifiuto di accogliere con civiltà e umanità gli immigrati, che non sono solo braccia da lavoro, ma uomini in carne e ossa, come il film vuole ricordarci esplicitamente.

Ai confini del Paradiso

Recensione del film:
AI CONFINI DEL PARADISO

Titolo originale:

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Baki Davrak, Nursel Kase, Hanna Schygulla, Tuncel Kurtiz, Nurgül Yesilçay, Patrycia Ziolkowska -122 min. – Germania, Turchia 2007.

Il film esprime a mio avviso l’impossibilità di qualsiasi forma di progettazione razionale dell’esistenza da parte di ciascuno di noi, poiché la nostra vita è dominata dal caso, che si fa beffe delle nostre aspirazioni e dei nostri propositi, che non possono trovare attuazione mai, anche se sembrano vicinissimi a esserlo. Il paradiso non ci sarà per nessuno, né per chi ha creduto di costruirsi una vita tranquilla, né per chi ha sperato nella rivoluzione, né per chi ha creduto di aiutare un’amica. I pericoli non vengono dalle situazioni più banalmente ovvie, ma da fatti inaspettati, che colgono di sorpresa e del tutto indifesi i personaggi. Così moriranno la prostituta, quando credeva di essersi messa in salvo, o la giovinetta, uccisa da un bambino, crudele e inconsapevole strumento del caso. I desideri dei personaggi rimangono sogni senza futuro in un mondo dominato dall’incomunicabilità, di cui la diversità delle lingue e delle culture non è che una metafora. Tuttavia questi sogni sembrano sempre vicini allla realizzazione, ed è sempre un evento fortuito a renderli impossibili. il film, perciò, a mio avviso, non è un film politico, ma filosofico, è sul destino dell’uomo ( e sulle nostre illusioni di poter in qualche modo condizionarlo e dirigerlo ) e per certi aspetti rimanda a Kieslowski e ai suoi film metafisici.