MUSTANG

Schermata 2015-11-03 alle 21.52.00

 

 

 

 

la mia recensione del film
MUSTANG

per la regia di
Deniz Gamze Ergüven

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/78170/mustang/recensioni/984001/#rfr:film-78170

 

 

CAST:
Günes Sensoy, Doga Zeynep Doguslu, Elit Iscan, Tugba Sunguroglu, Ilayda Akdogan – 94 min. – Francia 2015.

 

C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

 

 

 

La mia recensione – aggiornata al febbraio 2021-

del film:
C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA

per la regia di :
Nuri Bilge Ceylan

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/44590/c-era-una-volta-in-anatolia/recensioni/987605/#rfr:firme

 

CAST:
Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mümtaz Taylan, Muhammet Uzuner, Firat Tanis – 150 min. – Turchia 2011.

Titolo originale:
Bir zamanlar Anadolu’da

 

“non solo lavoratori, ma persone” (Almanya)

recensione del film:
ALMANIA – LA MIA FAMIGLIA VA IN GERMANIA

Titolo originale:
Almanya – Willkommen in Deutschland

Regia:
Yasemin Samdereli

Principali interpreti:
Vedat Erincin, Fahri Ogün Yardim, Lilay Huser, Demet Gül, Denis Moschitto.
– 101 min. – Germania 2011.

Questo è un film grazioso, accolto calorosamente all’ultimo festival di Berlino. Vi si affronta il tema caldissimo dell’emigrazione, con serietà, e insieme con garbo e leggerezza, raccontando in modo parzialmente autobiografico (la regista è immigrata turca di terza generazione), la storia di Hüseyin Yilmaz, che decide di spostarsi dalla Turchia alla Germania, per trovare lavoro: lì, una volta sistemato, si ricongiungerà ai suoi cari: la giovane moglie e i suoi figli ancora piccoli. Il viaggio, la nostalgia, il ritorno, dopo qualche anno di lontananza, al paese d’origine, la decisione di trasferire in Germania tutta la famiglia, per tenerla unita (al suo ritorno il figlio ultimo nato non è più in grado di riconoscerlo!); la riluttanza dei bambini a lasciare amici e abitudini; l’alloggio tedesco in un casermone periferico, la pioggia, il grigiore del paesaggio nordico: tutto quanto, insomma, sia capace di evocare il distacco doloroso dai luoghi cari della propria terra, viene narrato con commozione amara, cui si mescola però, con armonico equilibrio, l’aneddoto buffo, il pregiudizio un po’ ridicolo, in modo che il film non assuma mai, neppure nei momenti in cui la commozione sembrerebbe prevalere, toni troppo drammatici. L’equilibrio del racconto stempera quindi i momenti più difficili, presenti in ogni doloroso viaggio di questo tipo, in un tono medio che ne rende gradevole la visione, anche se lascia il dubbio, alla fine, di un’eccessiva edulcorazione. Hüseyin Yilmaz non riuscirà a pronunciare il discorso, riservato al lavoratore numero un milione e uno che se ne è arrivato in Germania da un paese molto più povero, ma il nipotino, Cenk, quello che a scuola aveva fatto a botte per difendere la sua appartenenza alla terra del nonno, parlerà al posto suo, nella scena finale, di fronte a una divertita platea di importanti personaggi, fra cui nientemeno che Angela Merkel.
L’integrazione avvenuta, la cittadinanza sospirata, per la grande famiglia di Hüseyin, ormai alla terza generazione in Germania, significa infatti, anche riconoscimento delle proprie origini e rispetto del proprio passato. Film da vedere e da meditare, perché troppo violento in Italia è ancora il rifiuto di accogliere con civiltà e umanità gli immigrati, che non sono solo braccia da lavoro, ma uomini in carne e ossa, come il film vuole ricordarci esplicitamente.

Ai confini del Paradiso

Recensione del film:
AI CONFINI DEL PARADISO

Titolo originale:

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Baki Davrak, Nursel Kase, Hanna Schygulla, Tuncel Kurtiz, Nurgül Yesilçay, Patrycia Ziolkowska -122 min. – Germania, Turchia 2007.

Il film esprime a mio avviso l’impossibilità di qualsiasi forma di progettazione razionale dell’esistenza da parte di ciascuno di noi, poiché la nostra vita è dominata dal caso, che si fa beffe delle nostre aspirazioni e dei nostri propositi, che non possono trovare attuazione mai, anche se sembrano vicinissimi a esserlo. Il paradiso non ci sarà per nessuno, né per chi ha creduto di costruirsi una vita tranquilla, né per chi ha sperato nella rivoluzione, né per chi ha creduto di aiutare un’amica. I pericoli non vengono dalle situazioni più banalmente ovvie, ma da fatti inaspettati, che colgono di sorpresa e del tutto indifesi i personaggi. Così moriranno la prostituta, quando credeva di essersi messa in salvo, o la giovinetta, uccisa da un bambino, crudele e inconsapevole strumento del caso. I desideri dei personaggi rimangono sogni senza futuro in un mondo dominato dall’incomunicabilità, di cui la diversità delle lingue e delle culture non è che una metafora. Tuttavia questi sogni sembrano sempre vicini allla realizzazione, ed è sempre un evento fortuito a renderli impossibili. il film, perciò, a mio avviso, non è un film politico, ma filosofico, è sul destino dell’uomo ( e sulle nostre illusioni di poter in qualche modo condizionarlo e dirigerlo ) e per certi aspetti rimanda a Kieslowski e ai suoi film metafisici.