la gran delusione (La grande bellezza)

Schermata 05-2456444 alle 00.08.46recensione del film:

LA GRANDE BELLEZZA

Regia:

Paolo Sorrentino

Principali interpreti:

Toni Servillo, Sabrina Ferilli, Carlo Verdone, Pamela Villoresi, Iaia Forte, Massimo Popolizio, Isabella Ferrari . 150 min. – Italia, Francia 2013

Jep Gambardella (Toni Servillo) è un giornalista mondano, giunto a Roma da Napoli ancora giovane e pieno di illusioni. Era, allora, considerato una promessa del romanzo italiano, perché vi si era cimentato con un’opera prima di successo. Quel suo bel romanzo, però, era rimasto l’unico, poiché, per ragioni professionali, diventando stimatissimo giornalista – intervistatore, per conto di un importante giornale gossipparo, si era immerso nel mondo dorato dei salotti romani che contano ed era invecchiato così, abbandonandosi ai riti insulsi della morbida e corrotta vita dell’alta società, quasi convinto che qualsiasi altro modo di esistere non fosse né possibile, né interessante. Aveva perso, in tal modo, a poco a poco, la voglia di scrivere e forse anche di vivere, quasi senza rendersene conto, così preso com’era dalle interviste, dalle feste sulla sua bella terrazza di fronte al Colosseo, dai pettegolezzi su amici e amiche importanti, dall’ammirazione per i begli abiti dell’industriale un po’ leghista del piano di sopra, cioè, in breve, dal nulla. Neppure i suoi trascorsi amorosi sembrano memorabili; ora si accompagna castamente (ha sessantacinque anni) a una bella spogliarellista (Sabrina Ferilli) che è ben lieta di stare con lui, ricco e disposto ad agghindarla lussuosamente persino per il funerale di un amico, senza implicazioni sessuali. Fuma continuamente e beve come una spugna, ma sempre ben attento a non ubriacarsi, per non perdere mai la lucidità che, a sentir lui, lo renderebbe superiore ai suoi debosciati conoscenti, i quali non solo si ubriacano, ma sniffano senza ritegno e si abbandonano a danze scatenate o al gioco del trenino nelle notti romane. La vecchiaia, con tutti gli inquietanti interrogativi che l’accompagnano, comincia a tormentarlo, cosicché egli prova a rivolgersi a qualcuno che dia risposte al suo tardivo indagare sul senso della vita, ma trova un cardinale, forse futuro papa, che ha il chiodo fisso delle ricette di cucina, mentre la suora missionaria, santa subito, che ha più di cento anni e che in Africa cura i bisognosi, gli spiega che il segreto della propria longevità tranquilla è nel suo cibarsi di sole radici. Jep coglie il significato metaforico delle sue parole e s’imbarca verso la sua terra d’origine, nella speranza di trovare, otre alle sue radici, anche, per dirla con Ungaretti, ”un paese innocente”.

Il regista indugia a lungo (il film dura due ore e mezza), per raccontare la non vita di Jep, insieme alla non vita di troppa gente dell’alta società romana, soffermandosi su una serie molto ampia di non episodi: “situazioni”, molto spesso poco significative che descrivono lui e il milieu di cui si circonda. Si va dall’incontro con Antonello Venditti, a quello con la body art della bimba, costretta a forza dai genitori a esibirsi in una raccapricciante performance (uno dei momenti più agghiaccianti del film), agli incontri fugaci con l’amico fedele e onesto (Carlo Verdone), a quello con il cardinale (Roberto Herlitzka), alla visione delle bambine che giocano presso l’istituto di suore, alla curiosità per le suore medesime, alla suora decrepita che sale la Scala Santa, alla visita inattesa dell’amico che pare vedovo inconsolabile, alla rapida consolazione del medesimo, alle passeggiate notturne in Via Veneto, all’incontro amoroso in una notturna Piazza Navona con Isabella Ferrari, e via addizionando… Questa continuo accumularsi di nuovi elementi non aiuta affatto a comprendere meglio il film, comprensibilissimo già dopo la prima ora di proiezione, né a scrivere meglio la storia di un personaggio senza storia, ma lascia in molti spettatori l’impressione di una inutile e incessante giustapposizione quantitativa, che avrebbe potuto continuare ancora per ore, senza che il film ne guadagnasse in profondità. Per la stessa ragione, dubito che se il regista lavorasse in sottrazione, togliendo qualche scena, il film ne risentirebbe, tanto sono equivalenti e, in fondo, ripetitive le innumerevoli situazioni che coinvolgono Jep. Le cose migliori di questo film sono da ricercare, a mio avviso, nella splendida fotografia di Luca Bigazzi, che ci dà le magnifiche immagini di una Roma non dico inedita, ma almeno non troppo vista, nonché la recitazione di Servillo, anche se alla fine stanca un po’, per eccesso di autocompiacimento istrionico, almeno secondo me. Sono visibili a questo link alcune scene tagliate, non dalla censura, ma da Sorrentino medesimo, per evitare, bontà sua, l’eccessivo dilatarsi della durata di questo lavoro (che cosa, d’altronde, ci sarebbe stato mai da censurare? questo film non è, checché se ne dica, La Dolce vita di Fellini, da subito ostracizzata e ostacolata, ma un prodotto di Medusa film, da subito coccolato, vezzeggiato e sovrastimato!). Non preoccupiamoci, però, perché tutte le scene mancanti compariranno fra breve sul DVD, dove chiunque sarà interessato potrà vederle. Un film deludente.

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Uno scenario terribile (Bella addormentata)

recensione del film:
BELLA ADDORMENTATA

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi – 110 min. – Italia 2012

Molteplici equivoci si sono addensati su questo film, il primo dei quali è che riguardi la vicenda di Eluana Englaro. In realtà Bellocchio, attraverso i documenti di allora (febbraio 2009), evoca quella vicenda terribile, e anche il vergognoso e strumentale schierarsi del governo contro le decisioni dei magistrati, utilizzandola quale scenario di tre diverse storie che hanno solo qualche pallida somiglianza con quella di Eluana, ben più drammatica. Nel film, pertanto, si intrecciano tre racconti, nettamente diversi fra loro, che hanno in comune solo lo sfondo storico dell’Italia degli anni berlusconiani quando, sostenuti dal governo che stava per far approvare una legge ad hoc, in buona o in mala fede, alcuni cattolici fondamentalisti si mobilitarono per bloccare l’ambulanza che stava trasportando Eluana nel luogo dove avrebbe potuto morire in pace e dignitosamente, dopo 17 anni di vita vegetativa e di sofferenze inaudite. La ricostruzione di questi fatti è precisa e accurata e suscita più di un’inquietudine: ragazzini indottrinati e fanatici che cercano visibilità attraverso la sceneggiata dell’acqua o anche usando strumentalmente povere creature handicappate che portano al collo la scritta Ammazzate anche noi: una delle pagine più cupe della nostra storia recente.
Uno dei protagonisti del film, il senatore di Forza Italia Uliano Beffardi (Toni Servillo) si trova in grave imbarazzo nei confronti del suo partito, sia perché ha mantenuto i principi laici che avevano connotato il suo passato da socialista, sia perché aveva dolorosamente aiutato a morire sua moglie, che glielo aveva chiesto come atto d’amore estremo. Questo episodio, che mi ha pienamente convinta, non è solo il racconto della crisi di coscienza di una onesta persona, ma è anche la storia di un uomo tormentato dal dubbio, in mezzo a senatori furbacchioni, carrieristi, nonché a cinici e disillusi yes-men, pronti a votare come vuole il grande capo pur di assicurarsene i favori e i conseguenti vantaggi. Questa gente, calpestata la propria dignità personale, sguazza nella palude dell’opportunismo come l’ippopotamo nell’acqua melmosa: la scena stupenda della sauna collettiva, mentre lo psichiatra (Roberto Herlitzka, bravissimo!) dispensa pillole e consigli sciagurati, mi è parsa una citazione dal Faust di Sokurov (il bagno nella grotta) molto opportuna e molto naturalmente inserita, perfetta metafora di una situazione di diabolica efferatezza, mascherata da indulgente saggezza.

Le altre due storie, a mio avviso, non sono altrettanto interessanti e convincenti: non lo è quella della Divina madre, in cui Isabelle Huppert (che peccato!), atea devota, trascura marito e figlio che hanno bisogno di lei, per occuparsi solo di Rosa, cadavere tenuto in vita da un respiratore artificiale; non lo è neppure quella della giovane drogata, che tenta più volte il suicidio, mentre il medico continuerà ostinatamente a soccorrerla impedendoglielo. In entrambi i casi le ragioni dei laici vengono sostenute da persone socialmente poco accettabili: l’egoista e la drogata, analogamente a quanto avviene nell’episodio, minore certamente, del giovane pazzo che lancia un bicchiere d’acqua contro il volto di Maria (Alba Rohrwacher), la figlia del senatore Uliano, fanaticamente convinta della necessità di “salvare” Eluana. In conclusione, dunque, il film presenta alcuni aspetti non solo molto positivi, ma, direi, eccellenti, anche se nel complesso sembra risentire di un eccesso di prudenza del regista e lascia una sensazione, probabilmente ingiusta, di sgradevole e un po’ pasticciona ambiguità .

il capitalismo straccione (Il gioiellino)

Recensione del film
IL GIOIELLINO

Regia:
Andrea Molaioli
Principali interpreti:

Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa -110 min. – Italia, Francia 2011

Il caso Parmalat, che si chiama Leda in questo film, viene ricostruito con una certa cura nella seconda prova da regista di Andrea Molaioli, che nella precedente, La donna del lago, aveva dato un saggio positivo di sé.
E’ la storia di un imprenditore di provincia, Amanzio Rastelli, che, coadiuvato nei suoi progetti dal ragionier Ernesto Botta, è riuscito a dar vita non solo a un’impresa di tutto rispetto, leader nella produzione di latte e latticini, ma anche a una holding finanziaria, con tanto di squadra di calcio, villaggio turistico, investimenti nell’ambito del restauro e della valorizzazione di monumenti importanti. Il problema è che l’espansione delle attività di Leda, in settori così diversi dalla sua originaria vocazione, non risponde a un disegno strategico, ma paradossalmente alla necessità di colmare vuoti di bilancio dell’azienda casearia, attraverso la presa in carico di aziende apparentemente sane, ma in realtà minate da dissesti profondi e senza prospettive di mercato. Le protezioni politiche, il favore delle gerarchie ecclesiastiche, i prestiti delle banche non possono che ritardare il momento della verità, che, infine, emergerà in tutta la sua drammatica chiarezza, trascinando con sè, oltre ai problemi di molte famiglie che, avendo ignorato l’inaffidabilità dei bilanci ufficiali, falsificati, si erano rovinate, anche la tragedia individuale di molti dipendenti le cui prospettive per il futuro erano ormai del tutto chiuse. La cronaca italiana di questi ultimi anni è stata raccontata con puntualità quasi didascalica, in un film che poco inventa e poco crea e finisce anche col trattare con una certa indulgenza quel pasticcione di Rastelli, imprenditore privo di un vero disegno strategico e invece molto legato a una visione miope e semplicistica della proprietà aziendale, ingenuo al punto di affidarsi completamente al ragionier Botta, che è quasi indicato come il vero responsabile, per la sua disinvolta gestione, dell’intero crac. Il film, che è interpretato con eccelsa professionalità da Remo Girone (Rastelli) e Toni Servillo (Botta), ha il merito (raro nel nostro cinema), di raccontare un po’ del nostro paese, senza ricorrere, finalmente, ai toni della commedia, talmente abusati da essere quasi diventati insopportabili. Ha però il difetto di mantenere un andamento un po’ troppo cronachistico e così poco incisivo , che alla fine il Rastelli ci appare quasi un poveraccio travolto da una storia più grande di lui.
Il capitalismo italiano, “straccione”, per dirla con Gramsci, aspetta ancora il suo aedo.