Palindromes

recensione del film:
PALINDROMES

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Stephen Adly Guirgis, Richard Masur, Debra Monk Drammatico, durata 100 min. – USA 2004.

In un momento particolarmente avaro di buoni film, per fortuna alcune sale della mia città ripropongono qualche bella pellicola magari non proprio recentissima.

Questa di Todd Solondz del 2004, non era mai arrivata in Italia (se non direttamente su DVD in lingua originale con sottotitoli), ciò che ovviamente ne aveva limitato la diffusione. Ieri, però, il cinema Massimo – Museo del cinema di Torino, per la gioia dei cinefili, l’ha presentata come si conviene, ovvero su grande schermo, con i sottotitoli in italiano, quasi a completare la visione di altri bei film, proiettati negli ultimi mesi, che, visti nel loro complesso, aiutano a comprendere la mentalità americana. Sembra esistere, infatti, un modo di pensare che percorre tutta la storia degli Stati Uniti fin dalle loro più lontane origini, di cui sono individuabili le tracce e le componenti culturali, anche grazie al cinema, oltre che alla letteratura e alle altre arti.
In questo sostanziale permanere nel tempo di una immutabile Weltanschauung è anche la spiegazione del curioso titolo di questo film: Palindromes, allusivo della particolarità che hanno certi nomi (o frasi) di rimanere identici, indipendentemente dal modo della lettura, da sinistra o da destra. Se si considera questo aspetto, del resto più volte esplicitato nel corso del film, allora dobbiamo pensare che il film altro non sia che una gigantesca metafora della storia della mentalità americana, immutata dai primi decenni del 1600, quando a bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, approdando a Cape Cod, portavano con sé la fiducia di veder sorgere nel nuovo mondo quel perfetto ordine sociale e morale, ispirato da Dio, ormai impossibile da realizzare nella terra d’origine.
Era nato con questo indelebile imprinting, dunque, lo stato “perfetto”, guidato da uomini che, per seguire la parola di Dio, avevano individuato, di volta in volta, i nemici del Bene, da espungere senza pietà, come accade nel film, in cui la protagonista, Aviva (il palindromo!), porta con sé, nonostante i mutamenti dell’aspetto, evidenziati anche attraverso il cambiamento plurimo delle attrici che ne interpretano la storia in momenti diversi, la traccia indelebile di ossessioni che mai l’avrebbero abbandonata, in nome delle quali lei stessa sarebbe diventata spietata, sulla strada del Bene. Individuare il nemico (il Male) e perseguitarlo è infatti il compito che sente di dover realizzare Aviva, da quando abbandona la famiglia, a quando vi rientra dopo un viaggio che non ha mutato il suo modo di vedere il mondo, neppure quando è del tutto evidente che alle proprie aspirazioni non può corrispondere la realtà. Attraverso un percorso originale e molto disturbante il regista in questo suo lavoro del 2004 opera un vistoso capovolgimento dell’ottimismo presente in due capolavori del cinema americano del passato entrati nella leggenda (e recentemente riproposti dal Museo del cinema), ampiamente e sarcasticamente citati: La Morte corre sul fiume e Freaks. Accade perciò che alla favola bella dell’accoglienza disinteressata e ospitale di Rachel Cooper (La Morte corre sul fiume), che si prende cura dei bambini in fuga dall’orco, Solondz opponga l’ipocrita ospitalità di Miss Sunshine, nella cui casa trovano rifugio creature emarginate, reiette e deformi che vengono indottrinate secondo la manichea parola di un Dio di cui devono realizzare, con piena convinzione, gli ordini e i precetti, interpretati in esclusiva da lei e dal marito, in combutta con loschi individui. I poveri ospiti della casa sperduta di Miss Sunshine diventano in questo modo mostruosi esecutori di un progetto davvero diabolico finalizzato a eliminare i nemici (fino all’omicidio “giusto”) e a raccogliere denaro attraverso spettacoli televisivi da loro recitati, suonati, cantati e danzati (il richiamo a Freaks è evidentissimo), naturalmente per il “bene” di tutti.

Un breve cenno alla storia, senza troppo spoiler!
Aviva è un’adolescente che rivela, fin dalle prime scene, lo scopo a cui sente di dover dedicare la propria vita: diventare madre di tanti bei bambini, poiché di null’altro le importa. Sarebbe riuscita nell’intento, al suo primo tentativo, con un ragazzino nerd, figlio di amici di famiglia, se i suoi genitori, molto middle class-polticamente corretti, ma sostanzialmente violenti, non la costringessero ad abortire in una clinica di lusso in cui la poveretta sarebbe stata sottoposta a un’inopinata isterectomia. Sarà l’inizio per lei di una fuga, un lungo viaggio in cui, per realizzare il suo progetto, si imbatterà in una serie di personaggi poco raccomandabili, fino all’incontro con Miss Sunshine, fondamentalista cristiana-protestante, organizzatrice di spedizioni punitive contro i medici che praticano gli aborti, contro i pedofili e contro le prostitute, ovvero contro il Male finalmente individuato.

Magnifici gli attori di un film che non definirei cinico, come molti fanno, ma ironico in modo molto graffiante e cattivo, di un regista indipendente e poco noto, apprezzato in Europa, soprattutto nei Festival, ma male distribuito in Italia (che strano, eh!) che merita invece davvero di essere conosciuto. Questo suo lavoro si colloca fra altri suoi non dissimili fra i quali, il bellissimo Happiness (1998) e il magnifico Perdona e dimentica (2009), del quale QUI potete leggere una mia recensione di sette anni fa.

Il DVD di questo film (e anche quello degli altri due che ho citato) si trova in lingua originale e sottotitolato, anche sul mercato italiano.

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Perdona e dimentica

Recensione del film:
PERDONA E DIMENTICA

Titolo originale:
Life During Wartime

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Shirley Henderson, Ciarán Hinds, Allison Janney, Michael Lerner, Chris Marquette, Rich Pecci, Charlotte Rampling, Paul Reubens, Ally Sheedy, Dylan Riley Snyder, Renée Taylor, Michael K. Williams, Gaby Hoffmann, Chane’t Johnson, Brian Tester, Emma Hinz, Lydia Echevarria, Meng Ai, Roslyn Ruff, Rebecca Chiles
-98 min. – USA 2009

Trish vive in una piccola villa in Florida, dopo che il primo marito è finito in galera per pedofilia. La donna, ancora giovane e con tre figli, medita di risposarsi con Harvey, uomo senza qualità, pieno di adipe e di luoghi comuni, che proprio per questo le potrebbe dare la sicurezza a cui aspira con libidinoso trasporto. I tre figli hanno età diverse e problemi a iosa: la bimba si nutre di psicofarmaci più che di cibo e promette una anoressia coi fiocchi per il futuro; Billy, il più grande, va al liceo e finge di credere alla madre che gli dice che il padre è morto, mentre il piccolo Timmy si aggira nel giardino di casa meditando sul suo futuro, ma ancora privo dell’identità che solo il rito del bar-mitzvah gli conferirà. Il piccino apprende dai compagni di scuola la verità sul padre e apprende dalla madre che la morte del padre è stata inventata da lei per renderlo felice! Trish ha due sorelle, ognuna delle quali vive in una condizione di assoluto solipsismo: Joy continua a parlare con i due uomini che per causa sua si sono uccisi e che ora, come fantasmi, assediano la sua mente e la sua coscienza; Helen, affermata come scrittrice, vive del suo successo, incurante delle ferite che le sue parole provocano in Joy. In questo tremendo ritratto di famiglia si colloca la guerra che Trish ha deciso, con l’aiuto di Harvey, di intraprendere contro il male. Apprendiamo da lei che diverse sono le facce con cui il Male può presentarsi a noi: la pedofilia, il terrorismo dei palestinesi, il suicidio dei kamikaze dell’11 settembre. Per sradicare dalle fondamenta il Male non solo ha scelto Harvey, ma ha scelto anche di schierarsi con Bush e ora con Mc Caine, nelle guerre contro il Male Assoluto, mentre personalmente e con l’aiuto di Harvey vorrebbe continuare la sua privata guerra per tenere il marito e il male lontano dai figli. Nella sua pensosa ingenuità, Timmy, però, intuisce che il male e il bene sono strettamente connessi nei nostri cuori e che non possiamo dividere gli uomini in buoni e cattivi senza interrogarci sulle ragioni che li spingono a certe azioni. Il modo per uscire dall’angoscia è dunque, forse, il perdono, che deve essere dato cancellando il passato, laddove in famiglia si sente parlare di perdono, ma solo dopo la vendetta. Tutti, infatti agiscono in una dimensione di egoistica attenzione solo alle proprie sventure, e sono fondamentalmente incapaci di ascolto e di compassione. Il regista rappresenta con feroce ironia un mondo meschino, privo di slanci ideali, teso solo a conservare la propria mediocre tranquillità, in una solitudine sottolineata anche dalla demenzialità dei colloqui, in cui ciascuno parla grottescamente sempre e solo di sé. Così ho inteso anche il significato delle inopportune e imbarazzanti confidenze di Trish al piccolo Timmy.