Il racconto dei racconti – Tale of Tales

Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

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la bella infelice (Marilyn)

recensione del film:
MARILYN

Titolo originale
My Week with Marilyn

regia:
Simon Curtis

Principali interpreti:
Michelle Williams, Eddie Redmayne, Julia Ormond, Kenneth Branagh, Pip Torrens, Geraldine Somerville, Michael Kitchen, Miranda Raison, Karl Moffatt, Simon Russell Beale, Emma Watson, Judi Dench, Dougray Scott, Toby Jones, Pete Noakes, Dominic Cooper, Derek Jacobi – 99 min. – Gran Bretagna, USA 2011.

Il titolo originale dice, meglio di quello italiano, di che cosa si parla nel film: vi si narra della settimana con Marilyn vissuta da Colin Clark, giovane neolaureato di Oxford, col pallino del cinema. Egli si era trasferito dalla casa di campagna a Londra, proprio per lavorare in quell’ambito e, grazie alla sua insistenza, era riuscito a farsi assumere dallo staff di Lawrence Olivier, come terzo aiuto regista, per il film che si stava preparando e che si titolerà Il principe e la ballerina. Siamo nel 1957: Marilyn Monroe, che all’epoca aveva trent’anni, era da pochi mesi la moglie del drammaturgo americano Arthur Miller. Alle sue spalle, una vita resa spesso abietta dalla povertà, ora riscattata dal successo, seguito all’interpretazione di alcuni film che avrebbero fatto epoca: Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, e Quando la moglie è in vacanza, grazie ai quali si stava affermando anche come straordinario sex symbol. Non ha ancora girato il film-capolavoro A qualcuno piace caldo, ma solo pochi anni la separano dall’ultimo suo Gli spostati, diretto da John Huston alla vigilia, quasi, della morte avvenuta, in circostanze misteriose, nel 1962. Secondo il racconto che Colin Clark affidò alle pagine delle sue memorie (My week with Marilyn), l’arrivo di Marilyn era stato preceduto dai preparativi e dagli adempimenti organizzativi, burocratici e … sindacali di tutto lo staff, impegnato a garantirle la migliore accoglienza possibile in un cottage fuori Londra, e aveva introdotto, nel sonnolento mondo della campagna inglese, un misto di euforia e di inquietudine, che si trasmise a tutti, in modo particolare allorché, col pretesto di rivedere i suoi figli, Miller ripartì per New York, abbandonando lei nella più disperata solitudine. Proprio in questa circostanza si creò lo speciale rapporto di amicizia confidente, e forse d’amore, che legò la bellissima al giovane Colin, innamorato di lei, come tutti coloro che con lei o per lei avevano lavorato.
Cominciavano già a delinearsi le crepe del matrimonio, che Miller, intellettuale di mezz’età in odore di comunismo (siamo in piena guerra fredda), aveva tenacemente voluto e nel quale anche Marilyn aveva creduto, finché non aveva ritenuto di scorgere, in alcune pagine di lui, apprezzamenti poco lusinghieri sul proprio conto. Si delinea nel film un ritratto, forse non originale, ma certo umanissimo, della donna più desiderata del mondo, combattuta fra l’istintiva gioia di vivere, che la porterebbe a uscire dal suo rifugio per immergersi nel bellissimo paesaggio della campagna londinese in piena libertà, nella natura, ma anche fra gli ammiratori che accorrono ad adorarla (bellissima la scena degli studenti di Eton che le si fanno intorno) e l’insicurezza profonda. A questo disagio si aggiungono il terrore di non saper recitare, che si manifesta nell’apparentemente capriccioso comportamento sul set (non è mai puntuale, non ricorda le battute, cerca di rubare la scena), nonché l’oscuro desiderio di oblio e forse di morte che la porta a consumare micidiali quantità di aloolici e sonniferi, che la rendono sempre meno presente a se stessa e sempre più infelice.
Il giovane Collin, nella settimana più critica del suo soggiorno inglese, offre a Marilyn una compagnia leale e affettuosamente disinteressata, nonché qualche momento di pace, lontano dall’angoscia che la fa sentire inadeguata a recitare e a vivere come chiunque non sia prigioniero, come lei era, di un personaggio, senza il quale, per altro, ormai non saprebbe che fare.

Il film ci racconta perciò con pietà e ironia molto britannica cose che si sono più volte dette e lette, ma merita di essere visto per due ragioni fondamentali: per riflettere sul mito ancora vivo e presente, anche se da cinquant’anni Marilyn ci ha lasciati, e infine per ammirare la straordinaria recitazione di Michelle Williams, grandissima e credibilissima Marilyn, al di là della sua scarsa rassomiglianza fisica, che presto viene ignorata, tanto vero e palpitante è il personaggio cui dà forma.