American Sniper

Schermata 2015-01-08 alle 15.47.15recensione del film:
AMERICAN SNIPER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, Keir O’Donnell, Kyle Gallner, Sam Jaeger, Brando Eaton, Brian Hallisay, Eric Close, Owain Yeoman, Max Charles, Billy Miller, Eric Ladin, Marnette Patterson, Greg Duke, Chance Kelly – 134 min. – USA 2015.

Kyle (Bradley Cooper) è un texano DOP, che aveva imparato fin da bambino che gli esseri umani possono essere come i lupi, aggressivi e violenti, come le pecore, miti e docili, oppure come i cani pastori che proteggono le pecore dagli attacchi dei lupi. Da questa visione antropologica, alquanto semplicistica, egli non si sarebbe mai allontanato, neppure da adulto, specialmente dopo che l’ 11 settembre 2001 gli aveva confermato che i lupi esistono, eccome! Dopo il crollo delle Twin Towers, pertanto, egli, non volendo essere pecora, si era messo a disposizione della Patria, arruolandosi nei corpi speciali che sarebbero partiti per le terre dei “lupi”, prontamente individuate dal governo americano, che infatti aveva messo in piedi in poco tempo due guerre orribili, le cui conseguenze continuano a farsi sentire in tutto il mondo. Valutando le sue eccezionali doti di precisione nel tiro, Kyle, dopo un durissimo allenamento, era stato scelto per la guerra in Irak, dove si era segnalato per la intelligente copertura che era riuscito quasi sempre a fornire ai suoi commilitoni impegnati nella ricerca dei terroristi: nessuna strage inutile, nessun colpo a vuoto, 160 bersagli raggiunti, il miglior cecchino della storia degli Stati Uniti. Va da sé che i bersagli raggiunti fossero esseri umani, uomini, donne, ragazzi, e anche un bambino, a cui la madre aveva appena consegnato una bomba destinata a far saltare in aria un blindato occupato dai suoi compagni d’armi. E’ la dura logica della guerra: Kyle colpisce e uccide, ma lo fa per difendere il proprio paese, gli uomini che si fidano di lui, se stesso e, in fondo, anche se indirettamente, la propria famiglia che ha diritto di vivere nella pace e nella sicurezza garantita proprio dall’eroismo coraggioso dei soldati. Non farlo equivarrebbe a morire o a far morire, cioè a diventare pecora, non assumendo le proprie responsabilità. I lupi, in fondo (Kyle lo ribadisce più volte), sono dei selvaggi, i cui valori non meritano alcuna considerazione. Intorno ai soldati si stringe tutta l’America, quella delle famiglie, dei bambini belli, ben nutriti e puliti, che grazie alla guerra condotta da un pugno di coraggiosi eroi che diventeranno leggendari, potranno continuare a vivere nel migliore dei mondi possibili.

La guerra, però, non è una bella cosa, e lascia tracce indelebili nel fisico, nel cuore e nella mente di chi l’ha combattuta, tanto che lo stesso Kyle non sarà più la persona di prima: era stato un marito innamorato della sua Taya (Sienna Miller) e anche un padre tenerissimo, ma ora sembra vivere altrove, inseguendo i fantasmi della sua mente in una vita solo sua, che non intende comunicare ad altri, cosicché è costretto, molto riottoso, a ricorrere allo psicologo, che tenta di riadattarlo alla vita civile. Per fortuna, dunque, anche Kyle- la leggenda (come viene chiamato), o cane da pastore, se preferite, è travolto dalle contraddizioni (non dall’assurdità, come si sostiene su MyMovies) della guerra, sulla liceità della quale, per altro, non nutre dubbi di sorta, ça va sans dire.

Clint Eastwood ci presenta un film molto classico, coinvolgente, ben diretto e ben interpretato (sarebbe stato davvero strano l’opposto). Riconosciuti questi meriti, devo dire che non l’ho amato affatto (si sarà capito!), in primo luogo perché non credo che la guerra sia l’unica risposta possibile alle escalation terroristiche, in secondo luogo perché non mi piace la weltanschauung sottesa a tutto il film: sarà che non sono texana (sono certa, però che esistano molti texani meno reazionari), né mi piace il semplicismo manicheo, né comprendo le ragioni per le quali una guerra voluta da Bush e dai repubblicani, venga presentata come il dato di fatto, indiscutibilmente giusto, da cui prende l’avvio il racconto. Non amo, infine, la confusione fra vendetta e giustizia, né approvo la legge del taglione, né mi piace che Kyle decida di sposare Taya, che amava profondamente, solo dopo essersi accertato che anche lei volesse dei figli (per educarli alla texana, I suppose!).
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vivere con l’AIDS (Dallas Buyers Club)

Schermata 01-2456689 alle 23.40.34recensione del film:
DALLAS BUYERS CLUB

Regia:
Jean-Marc Vallée

Principali interpreti:
Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O’Hare, Steve Zahn, Griffin Dunne, Dallas Roberts, Kevin Rankin – 117 ‘ – USA 2013.

Il regista canadese di questo film porta sullo schermo il contenuto di un’intervista che nel 1992, un mese prima di morire, l’elettricista texano Ron Woodroof rilasciò al produttore cinematografico Craig Borden per raccontargli la storia della sua malattia, l’AIDS, contratta parecchi anni prima, ma diagnosticata nel 1986. Era comune a Woodroof e a Borden l’intento di ricavarne un film che aiutasse in primo luogo a sfatare alcuni luoghi comuni e poi a capire come si possa convivere con la malattia, limitando gli eccessi e adottando, per quanto tardivamente, uno stile di vita il più possibile sano. Per una serie di rifiuti, resistenze, ostacoli, disguidi, con più di venti anni di ritardo il film ispirato alla storia di Woodroof ha potuto essere realizzato ed è arrivato anche nelle nostre sale. L’ha girato, in soli venti giorni, Jean-Marc Vallée, che si è avvalso di un ottimo cast, puntando soprattutto sull’eccezionale recitazione di Matthew McConaughey, fatto dimagrire per renderlo un malato di AIDS più credibile. L’attore è infatti riuscito a dare corpo e anima al suo personaggio, adeguandosi benissimo alla parte del cowboy texano, come tutti lo immaginiamo: macho, collezionista di donne, arrogante e sprezzante; quello che va al rodeo, ama bere troppo, fumare troppo e non si preoccupa della malattia che si sta diffondendo perché è così stolto da pensare che, non essendo gay, la cosa non lo possa in alcun modo riguardare. Come si permette dunque un medico di dirgli che invece quella bella malattia ha contagiato anche lui? Come si permette di dirglielo davanti a un’infermiera? Non è un’infermiera, ma un medico a sua volta: anche nel Texas repubblicano e reazionario qualche donna riesce a farcela, e lavora con piena responsabilità e grande sensibilità negli ospedali, nonostante le insolenze di quelli come Woodroof e dei suoi amici, che, ora che è malato, non vogliono neppure avvicinarlo: chi l’avrebbe mai detto che Woodroof fosse gay?

Di fronte alla malattia mortale, non può, però, esistere alcuna differenza fra i gay e quelli che non lo sono. Si impone, anche al macho più sciocco, solidarietà e aiuto reciproco: molti malati che attendono di morire in ospedale si offrono per sperimentare, sulla loro pelle, il nuovo farmaco che una casa farmaceutica sta già provando in alcuni paesi europei. A lui, che ha deciso troppo tardi, non è concesso, così come a molti altri, di sottoporsi alla sperimentazione. Se ne verrà via dall’ospedale per tentare, in Messico, la strada delle cure alternative. In realtà non si tratta di vere e proprie terapie, ma di assumere cocktail, studiati da un medico, di proteine, di vitamine e di estratti vegetali di provata efficacia nel rafforzare il sistema immunitario, nonché di cambiare totalmente stile di vita. Woodroof ne farà un business, importando a Dallas grandi quantità dei preparati che gli consentiranno di sopravvivere (non di guarire) ben al di là delle previsioni dei medici, contrapponendosi alle case farmaceutiche, alla Food and Drug Administration e alle autorità federali.
Questo aspetto della vicenda è centrale nel film: in un paese che non ha un servizio sanitario pubblico, la libertà di cura non può essere vietata, ma è vietato lo spaccio di farmaci non autorizzati e potenzialmente nocivi. I consigli degli avvocati indurranno Woodroof a fondare un Club di compratori, in cui, pagando una quota mensile, i malati che lo vorranno potranno acquistare i prodotti messicani. Nessuna promessa di guarigione miracolosa, nessun effetto placebo, naturalmente, ma una maggiore serenità, determinata dal parziale recupero della forza fisica, che consentirà a molti una significativa sopravvivenza. Un buon film, con una narrazione cronachistica chiara e interessante, ma non molto coinvolgente.

Crazy Heart

Recensione del film:
CRAZY HEART

Regia:
Scott Cooper

Principali interpreti:
Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial, Debrianna Mansini, Jerry Handy, Ryil Adamson, J. Michael Oliva, David Manzanares, Chad Brummett, Tom Bower, Beth Grant, Annie Corley, James Keane, Anna Felix, Paul Herman
– 112 min. – USA 2009

Bad Blake, un tempo affermato autore e cantante di musica “country”, ora è sulle soglie della vecchiaia, a corto di quattrini e in condizioni di salute piuttosto precarie. La spietatezza dello “Star System” sforna a getto continuo nuovi cantanti, come Tony, che sono disposti a usarlo ancora come trampolino di lancio per le loro esibizioni, ma non a lasciargli la scena, quali che fossero stati i suoi precedenti meriti. Il pubblico per il quale Bad canta è quello piuttosto anziano del New Mexico, del Texas, dei grandi spazi per lo più desertici, intervallati dalle squallide oasi dei motel, dei bar ospitati da capannoni a ridosso delle pompe di benzina. In parte per consolarsi della tristezza del presente, in parte per abitudine inveterata, in parte per dimenticare i suoi fallimentari trascorsi matrimoniali, Bad consuma super alcoolici e sigarette, ma anche talvolta “erba”, in quantità impressionanti, con immaginabili conseguenze sul suo fegato, sui suoi polmoni e sul suo cuore. Una giovane giornalista, Jean, conosciuta durante un’intervista, suscita in lui una tardiva passione amorosa, mentre il bimbo di lei sembra far riaffiorare nel suo cuore quella voglia di paternità, un tempo tanto lontana da avergli fatto abbandonare senza rimorsi il figlio di pochi anni. La sua vita alla deriva gli impedirà di costruire un saldo legame con Jean, che pure continua ad amarlo, ma sarà proprio la ferma decisione della donna a fargli prendere coscienza che è arrivato il momento di cambiare. Il film propone dunque una serie di temi che non costituiscono una novità né nel cinema, né nella cultura americana: la sregolatezza dell’artista, l’alcool come risposta, la vita on the road negli scenari fascinosi e inquietanti del West americano. Jeff Bridges, tuttavia, nella parte di Bad, riesce a far diventare, con la sua splendida interpretazione, interessante questo film, certamente non nuovo: tanto è giusta e perfetta la sua maschera d’attore che riesce a imprimere verità ad un personaggio che diversamente sarebbe stato un po’ troppo visto. Bellissime le canzoni, che forse avrebbero richiesto un po’ di sottotitoli in italiano, ma qui si dovrebbe porre contestualmente, il problema del doppiaggio (e perciò anche della traduzione) davvero poco “country”.