Le streghe son tornate

Schermata 2015-05-02 alle 00.23.49recensione del film:

LE STREGHE SON TORNATE

Titolo originale:
Las brujas de Zugarramurdi

Regia:
Alex De la Iglesia

Principali interpreti:
Carmen Maura, Hugo Silva, Mario Casas, Carolina Bang, Terele Pavez – 112 min. – Spagna 2013.

Dopo il convincente Ballata dell’odio e dell’amore, ecco nelle nostre sale un altro film Di Alex de la Iglesia, Las brujas de Zugarramurdi, ovvero in italiano (con libera, ma non stolta, traduzione) Le streghe son tornate, titolo che riprende la seconda parte di un celebre slogan femminista di qualche anno fa che iniziava con Maschi, tremate! Tutte quante le donne, rappresentate nel film secondo i molto triti luoghi comuni misogini, hanno caratteristiche che le accomunano alle streghe di un tempo mangiatrici di uomini (e alle femministe di qualche anno fa), descritte grottescamente come pazze fanatiche e cattive, capaci di sottomettere anche i maschi più valorosi e coraggiosi con le loro arti seduttive e malefiche. Non esistono distinzioni fra le orribili streghe pluricentenarie che erano riparate nella foresta basca fitta e misteriosa di Zugarramurdi per sfuggire alla persecuzione spietata dei secoli bui, e tutte le donne di oggi che, pur non possedendo segreti magici o sciamanici, e pur arrabattandosi per conciliare il lavoro con gli affetti, sono accusate di torturare gli uomini sadicamente, dapprima con le lusinghe della femminilità, poi con le coercizioni violente del ricatto sentimentale e, infine, impadronendosi dei figli, in modo da assicurare a tutti, mariti, compagni e fidanzati, indistintamente, infelicità, disperazione e vita infernale.
Ne scaturisce la rappresentazione di una demenziale guerra dei sessi, in cui splatter, cannibalismo e zombies creano un cumulo banalmente spettacolare di effettacci “gotici” e prolungano noiosamente un film che, pure, era iniziato benissimo.
Belle e divertenti sono, infatti, le prime scene della pellicola, nelle quali il regista con un grande scatto di immaginazione e con riprese veloci e concitate, racconta di una rapina condotta sgangheratamente da un poveretto, che, col volto dorato, le sembianze di Cristo e con tanto di  corona di spine e perizoma, si aggira (passando inosservato!) per le strade di Madrid, armato, portandosi appresso il figlioletto, fino a raggiungere la Puerta del Sol, dove insieme a un complice e ad alcuni “pali”, a loro volta grottescamente abbigliati, svaligerà un negozio “Compro-Oro”, ricavandone un borsone pieno di migliaia di fedi nuziali. Nella fuga rocambolesca verso la Francia e Disneyland, il povero Cristo, il piccino e i ladroni conquisteranno la solidarietà misogina del taxista e del suo passeggero, che dopo aver a loro volta riconosciuto nella presenza femminile l’origine di ogni loro guaio, decideranno di unirsi a loro. Passando dal villaggio di Zugarramurdi, avverrà, appunto, l’incontro – scontro col popolo delle streghe, pronte a sbranarli.

Se non fosse per la prima mezz’ora dal ritmo veloce e incalzante, in cui è riconoscibile l’invenzione originale del regista, nonché il suo gusto per il paradosso grottesco, il film si ridurrebbe a una modestissima narrazione “pulp”, assai poco interessante, nonostante la bravura degli attori, di tutto rispetto, fra i quali sopra gli altri si distingue la grande almodovariana Carmen Maura.

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La storia della Spagna (Ballata dell’odio e dell’amore)

recensione del film:

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

Titolo originale:

Balada triste de trompeta

Regia:

Álex De la Iglesia

Principali interpreti:

Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luis Galiardo, Enrique Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Alamo, Fofito, Fran Perea, Fernando Guillen-Cuervo, Raúl Arévalo, Terele Pavez, Joxean Bengoetxea, Luis Varela, Fernando Chinarro, Juan Viadas  – 107 min. – Spagna, Francia 2010. –

Le vicende narrate da questo film si svolgono principalmente tra la valle dei Caìdos, colossale monumento funebre alle porte dell’Escorial, e un circo di Madrid. La valle dei Caìdos fu costruita in gran parte da condannati politici repubblicani, costretti ai lavori forzati, per realizzarne l’altissima croce, nonché la cripta, destinata  alle spoglie dei militari caduti durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939), dopo la vittoria di Franco. Questo luogo ci dice, quasi da solo, che la lettura di questo film non può che essere storico-politica. Il circo madrileno, in cui si svolge l’altra parte importante del film è la metaforica rappresentazione della società spagnola, all’interno della quale i gruppi sociali agiscono sotto le allegoriche maschere di due pagliacci rivali (le due fazioni in lotta), per amore di una trapezista bellissima (la Spagna). Avviene pertanto che due clown, Javier (pagliaccio triste, perché gli è stata tolta la gioia fin dall’infanzia, quando vide il padre essere ucciso dai franchisti che lo avevano costretto a lavorare nella valle dei Caìdos) e Sergio (brutale e possessivo nei confronti di Natalia, la bella trapezista) si contendano l’amore di lei, diversamente attratta da entrambi, e che cercando di annientarsi reciprocamente con odio crescente, finiscano, invece, per provocare la morte della donna amata, riluttante e forse pavida nel respingere da sé la violenta passione di Sergio. La lotta fra i due clown si svolge senza esclusione di colpi, ed è raccontata in un crescendo grottesco di effetti splatter, che produrrebbero sicuramente raccapriccio se fossero narrati con realismo. Il regista, invece, mi sembra abbia inteso ripercorrere, col linguaggio del cinema, la strada della rappresentazione allegorica e visionaria, presente  nella tradizione della pittura spagnola da Goya con le mostruose rappresentazioni, nate dal sonno della ragione dei Disastri della guerra, a Picasso con Guernica, per parlarci di una Spagna perennemente in bilico fra progresso e oscurantismo cui finisce volontariamente per soccombere, di un paese di passioni estreme, non sufficientemente controllate dalla ragione. In tal modo il film acquista un respiro storico più ampio, non limitandosi a farci riflettere sulle sole vicende della guerra franchista, ma riportandoci anche a meditare sull’intera storia spagnola e in particolare sull’altro periodo storico in cui la prevalenza delle forze conservatrici ebbe la meglio sulle speranze rivoluzionarie che avevano animato anche in Spagna  gli intellettuali all’arrivo di Napoleone Bonaparte.

Credo che sia giusto chiedersi per quale ragione al mondo un film come questo, che ha ricevuto un Leone d’argento per la miglior regia due anni fa (2010) al Festival di Venezia, sia comparso nelle nostre sale solo adesso. La pellicola può piacere o non piacere, ma è comunque un lavoro molto interessante, di quelli che fanno pensare gli spettatori, che non sempre sono disposti, come forse vorrebbe la distribuzione nostrana, ad accontentarsi dei film di pura evasione. La bellissima musica, che è ricordata nel titolo originale del film e che accompagna per alcuni tratti il suo svolgersi, è una composizione del musicista italiano Nini Rosso del 1963.

Chi vuole vedere su questo blog un video che contiene le incisioni di Goya dedicate ai  Disastri della guerra, clicchi QUI

Chi vuole ascoltare Nini Rosso con la sua Ballata , clicchi QUI