Taxi Teheran

Schermata 2015-09-04 alle 16.46.41recensione del film:
TAXI TEHERAN

Titolo originale
Taksojuht

Regia:
Jafar Panahi – 82 min. – Iran 2015.

Non esiste per questo film alcun elenco dei “crediti”, come possiamo vedere dalla drammatica nudità della locandina. Parrebbe, perciò, un film senza attori, senza produttore, senza sceneggiatore, senza quello staff di collaboratori, insomma, necessario alla riuscita di qualsiasi film.
Di Taxi Teheran, infatti, ci è possibile conoscere solo il regista (e quale regista!), il grande Jafar Panahi, che grazie alle sue pellicole, da Oro rosso, a Offside, ci aveva informati della realtà del suo Iran in rapida trasformazione, evidenziandone gli aspetti più problematici e contraddittori, quelli che, secondo il regime autocratico al potere, non devono in alcun caso essere oggetto di rappresentazione cinematografica.
Dopo la condanna penale del regista, seguita dal divieto di espatrio e dall’ imposizione di non girare film per vent’anni (pena il ritorno in carcere) la vita di Panahi si svolge alla guida di un taxi, sul quale egli ha sistemato, opportunamente camuffandola, la telecamera che gli dà la possibilità di continuare il proprio racconto, cioè di far rivivere, attraverso le riprese nascoste, la magia del cinema, narrando la vita degli uomini e delle donne che su quell’automezzo salgono diventando i personaggi di una commedia umana della quale egli lascia emergere gli aspetti più buffi, paradossali e talvolta anche quelli più altamente drammatici. I suoi passeggeri, non tutti consapevoli della telecamera nascosta, sono il borseggiatore che invoca la pena di morte per i ladri, che viaggia insieme all’insegnante politicamente corretta e agguerrita nel controbatterlo; la donna che accompagna il consorte gravemente ferito all’ospedale, preoccupata di raccoglierne il testamento per non essere cacciata dalla sua casa; i due appassionati di cinema che lo riconoscono e lo festeggiano, continuando a vendere sottobanco i DVD dei film vietati dal regime; l’avvocatessa che difende i dissidenti, invisa al governo, nonché due anziane signore che vogliono trasportare i pesci rossi in un fragile vaso di vetro, facendone addirittura una questione di vita o di morte. Le loro storie si alternano e talvolta si mescolano, come la realtà e la finzione, in questo racconto leggero che è bonario e ironico, ma che assume verso la fine un ritmo più concitato e inquietante a testimonianza dell’ insidioso pericolo a cui è sottoposta quotidianamente la vita e l’attività artistica del grande regista che grazie al suo coraggio riesce ancora a parlarci e a spiegarci le ragioni di un’opposizione irriducibile. Un ruolo importante nella narrazione è quello di Ana, la nipotina di Panahi, che all’uscita da scuola gli legge le dieci regole fondamentali per imparare a fare un buon film, almeno secondo l’insegnante che le ha appena raccomandate a lei e ai suoi compagni che ci si vogliono cimentare con le piccole camere digitali: imparerà subito che si tratta di una vera e propria “summa” di cose da evitare con cura, se si vuole rappresentare la realtà, che è molto più dura di quanto la sua volonterosa maestra le ha appena spiegato.

Il film, è stato molto applaudito al Festival di Berlino dello scorso febbraio, dove ha ottenuto un Orso d’oro molto meritato, ritirato, nella generale commozione, dalla piccola Ana.

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Pirandello a Teheran (Una separazione)

recensione del film:
UNA SEPARAZIONE

Titolo originale:
Jodaeiye Nader az Simin

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Babak Karimi, Ali-Asghar Shahbazi,
Shirin Yazdanbakhsh, Kimia Hosseini, Merila Zarei, Shahab Hosseini, Leila Hatami
– 123 min. – Iran 2011.

Un visto regolare per uscire dall’Iran non è facile da ottenere: per questo Simin, che lo ha tanto atteso e che ora, finalmente, lo possiede, vorrebbe servirsene per lasciare il suo paese e trasferirsi, con tutta la famiglia, negli Stati Uniti, dischiudendo per il futuro della figlia Termeh migliori prospettive. Nader, suo marito, è trattenuto, però, a Teheran dall’affetto solidale per il padre, che, malato di Alzheimer, non può essere abbandonato. In attesa della decisione del giudice, in merito alla sua richiesta di separazione, Simin tornerà alla famiglia d’origine, mentre Termeh, che ha soli 11 anni, resterà col padre, sperando che la madre torni sui suoi passi, poiché, come spesso accade ai figli dei separati, ama teneramente entrambi e vorrebbe che riprendessero a vivere con lei.
Anche badare a un padre malato e non più autosufficiente non è facile, se si lavora, a Teheran come in qualunque altro luogo: Nader, perciò, decide di ricorrere all’aiuto di una signora, Razieh, che si prenda cura del vecchio durante la sua assenza.
Neppure per Razieh, tuttavia, sarà facile svolgere questo lavoro, per molte ragioni: la donna è incinta e non dovrebbe sottoporsi a fatiche che potrebbero metterne a rischio la gravidanza; svolge un compito senza che il marito, disoccupato, irascibile e violento, ne sia informato; è molto insicura nell’affrontare i problemi delicati che può incontrare nel suo lavoro: non sempre il Corano, di cui è convintissima seguace, sembra permetterle alcune operazioni indispensabili al malato, ma apparentemente in contrasto con la lettera del testo sacro.
Da questo intrecciarsi di tabù, divieti, menzogne più o meno esplicite, prendono il via gli sviluppi imprevedibili del film, che rappresenta un mondo, quello di Teheran, fatto di contrasti, e di separazioni, perciò, non solo coniugali. Vivono infatti in realtà contigue, ma poco comunicanti, le due coppie: Nader – Samin e Hodjat – Razieh, esponenti i primi di una middle class in buone condizioni sociali; i secondi di un proletariato, probabilmente poco urbanizzato, per il momento, con problemi di lavoro, e di povertà, ma anche con comportamenti ispirati a un fondamentalismo religioso che negli arcaici ordinamenti giuridici e giudiziari di quel paese trova ascolto e protezione. Colpisce, infatti, un aspetto, per gli occidentali quasi incomprensibile: il contrasto fra la modernità della capitale iraniana, il suo sviluppo tumultuoso, il suo traffico convulso, l’uso diffusissimo dei telefoni cellulari, o degli elettrodomestici, e l’inadeguatezza delle leggi, l’incapacità di distinguere fra reato e peccato, soprattutto fra i ceti più bassi della società, che essendo privi di cultura, sono perciò stesso incapaci di agire con autonomia tanto da ricorrere, quando sono in dubbio sul da farsi, all’autorità appositamente prevista per avere le indicazioni necessarie ad agire secondo il Corano. La scena in cui viene rappresentata questa realtà è fra le più drammatiche e impressionanti del film e descrive meglio di molte parole l’inconciliabilità del fondamentalismo religioso (non solo musulmano, direi) con le esigenze della vita urbana. Poco comunicanti sono inoltre il mondo maschile e quello femminile: il rapporto di coppia nella realtà familiare è senza parità e i mariti, descritti in genere come incapaci di stabilire veri rapporti sociali, riescono a rendere ingarbugliato e complicato ogni problema, creando situazioni al limite dell’assurdo che toccherà alle donne cercare di affrontare e risolvere con quella tenacia paziente che proviene anche dalla più profonda coscienza delle implicazioni dolorose dei problemi aperti. Le conseguenze di questi diffusi elementi di separatezza profonda sono nell’impossibile approdo a momenti di mediazione accettabile per tutti: ognuno rimane arroccato alla propria verità, in un quasi pirandelliano gioco delle parti, in cui ciascuno continua a recitare se stesso, con grande sofferenza delle due bambine, la piccola Somayeh, figlia di Razieh e Hodjat, e Termeh, che a caro prezzo conquisterà la propria capacità di scegliere con chi stare. Il film segue, attraverso il movimentato uso della camera a mano, il crescendo del groviglio attorno cui la vicenda si avviluppa, con l’effetto di stabilire una piacevole corrispondenza fra l’oggetto rappresentato e il modo della rappresentazione, soprattutto apprezzabile nella concitazione di alcuni momenti del film, particolarmente quelli che riprendono i luoghi che dovrebbero essere i più tranquilli (l’ospedale, il tribunale o l’intimità della casa), ma che catalizzano e fanno emergere, al contrario, le tensioni sotterranee fra i protagonisti. Un gran bel film, finalmente, una splendida regia, un’impeccabile recitazione.

I gatti persiani

Recensione del film:
I GATTI PERSIANI

Titolo originale
Kasi Az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh

Regia:
Bahman Ghobadi

Principali interpreti
Negar Shaghaghi, Ashkan Koohzad, Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Hichkas, Hamed Seyyed Javadi – 106 min. – Iran 2009

Un gruppo di giovani (fra loro anche una ragazza) di Teheran, dalla faccia pulita e dai mille sogni in tasca, vorrebbe cantare, suonare e ascoltare la musica rock di cui ciascuno di loro è appassionato, come milioni di loro coetanei in altri paesi del mondo. Purtroppo a Teheran, il regime instaurato dalla repubblica islamica, soprattutto dopo i contestatissimi risultati delle ultime elezioni, allarga senza tregua e con crescente ottusità il numero dei nemici da reprimere: non solo gli oppositori politici, ma gli intellettuali, i giovani che amano la musica non tradizionale, persino i cagnolini da compagnia, probabilmente anche i gatti, che però, prediligendo le pareti domestiche per loro natura, se la passano un po’ meglio e non vengono sequestrati per strada. In questo quadro, i nostri giovanotti, ritenendo di non avere spazio alcuno per sviluppare il loro talento in patria, decidono di investire i magri risparmi familiari per espatriare. Londra, da sempre amata dagli esuli perseguitati, è l’obiettivo della loro fuga, ma è un difficilissimo traguardo, perché, naturalmente, nessuno può allontanarsi dal paese senza rischiare, a meno di ottenere, dalle autorità pubbliche, un passaporto non contraffatto. Purtroppo, per questi giovani avere un passaporto regolare è impossibile, avendo ciascuno di essi già conosciuto il carcere, senza altra colpa, se non quella di amare la musica. Un quadro davvero impressionante, quello che emerge da questo terribile film, che denuncia la ferocia repressiva di un regime incapace di offrire una speranza a quei giovani che pur amano profondamente il loro paese e non vorrebbero proprio abbandonarlo, solo che venisse offerta loro qualche chanche. Il mondo immobile dell’Iran contemporaneo non è solo quello delle danze delle spade e delle nenie immutabili, ma quello dell’ignoranza diffusa, della sporcizia e del degrado urbano della capitale, dello smog asfissiante, di un traffico caotico e rumorosissimo, sovrastato continuamente dalle sirene sinistre delle auto della polizia.
Tutto questo ci viene narrato con un ritmo veloce e incalzante, che segue il continuo fuggire dei giovani dagli spazi aperti, dove potrebbero essere visti, alla ricerca di luoghi bui, insonorizzati, catacombali, dove la loro passione per il rock possa esprimersi senza troppi problemi. Film molto bello, da vedere e meditare, costato l’esilio al regista, che non è tornato in patria dopo averlo presentato a Cannes.