Il padre

Schermata 2015-04-13 alle 09.13.22recensione del film:
IL PADRE

Titolo originale:
The Cut

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:

Tahar Rahim, Sevan Stephan, Shubham Saraf, Alì Akdeniz, Zein Fakhoury – 138 min. – Germania, Francia, Italia, Russia, Canada, Polonia, Turchia 2014.

Il padre è il racconto dell’odissea di Nazaret Manoogian (Tahar Rahim in una splendida interpretazione), fabbro che onestamente viveva del proprio lavoro nella città di Mardin, che, come tutto il Nord-Est anatolico dominato dai Turchi, era da millenni sede degli insediamenti armeni. Le scene iniziali del film ci presentano il giovane al lavoro e ben inserito fra i suoi concittadini e nella sua casa, condivisa con la giovane e amata moglie e con le due deliziose figliolette gemelle, ancora piccole. Una notte del 1915, nel pieno della grande guerra, Nazaret, come gli altri uomini armeni della città, veniva allontanato con la forza dalla sua dimora, poiché un gruppo di militari armati dell’esercito turco gli intimava di arruolarsi al servizio dell’Impero Ottomano, alleato delle potenze imperiali dell’Europa centrale. Iniziavano, da quel momento, le vicissitudini dell’uomo che, come gli altri armeni reclutati con lui, sarebbe stato costretto a lunghissimi e faticosi spostamenti nei deserti dell’Anatolia, e sottoposto per lungo tempo alle più tremende brutalità, dalle quali si sarebbe salvato fortunosamente, ma portandone i segni permanenti, poiché una terribile ferita alla gola gli aveva tranciato le corde vocali lasciandolo muto per il resto dei suoi giorni.
La seconda parte del film è dedicata ai viaggi di Nazaret alla ricerca delle due gemelle, uniche sopravvissute della famiglia, decimata dagli stenti e dalle fatiche. Ritroviamo perciò Nazaret che si muove dal Libano, alla Siria, a Cuba e infine agli Stati Uniti, dove avviene il ritrovamento, molto doloroso, di una sola delle due gemelle.
La fotografia, che utilizza i campi lunghi e lunghissimi, comunica la solitudine del protagonista immerso in una natura ostile e spietata, nonché l’aridità del sentire degli uomini feroci che si erano messi al servizio di una causa odiosa*, come testimoniano le sassate con le quali le popolazioni oppresse avevano salutato la loro fuga e anche quella degli ufficiali turchi sconfitti e umiliati. Questa è, secondo me, la parte migliore del film, che contiene una bella citazione di Charlot, un messaggio di speranza che Nazaret prontamente percepisce. Qui, come nelle immagini suggestive del deserto, si riconosce il miglior Akin, il regista turco-amburghese, cinefilo colto e capace di ricordare anche Il te nel deserto o Lawrence d’Arabia o il West di Sergio Leone. Molto meno convincente, invece, il racconto della forzata diaspora degli Armeni, che diventa assai presto l’occasione per narrare la storia privata delle innumerevoli sciagure del povero Nazaret, con toni da melodramma assai lacrimoso. Si esce dal cinema, dopo quasi due ore e mezzo, con grande sollievo. Il film, pur non entrando nel merito del dibattito (assai vivace in questi ultimi giorni), se i fatti di allora fossero effetto di una dolorosissima guerra civile o di un genocidio perseguito con determinazione in vista di un folle disegno di dominio, con timido coraggio denuncia le efferatezze più gravi e attribuisce le colpe con una certa obiettività. Fatih Akin, d’altra parte, è fra i pochi intellettuali che, come lo scrittore Orhan Pamuk, abbia avuto il coraggio di affrontare, sia pur con cautela, l’argomento che ancora oggi, in Turchia, è un tabù la cui violazione è perseguibile penalmente. Forse, però, proprio per effetto di questa prudenza, il film si è rivelato, fin dalla sua prima uscita all’ultima rassegna di Venezia, molto al di sotto delle attese che aveva suscitato. Peccato!

*Già alla fine dell’Ottocento, quando sempre più evidente si faceva la crisi dell’Impero Ottomano, il movimento nazionalista dei Giovani Turchi (in un primo momento denominati Giovani Ottomani) aveva scatenato persecuzioni violente contro le minoranze culturali e religiose che componevano la complessa realtà multietnica del territorio imperiale, ma fu soprattutto durante il primo conflitto mondiale (1914-1918) che la persecuzione raggiunse aspetti di inaudita ferocia, soprattutto contro gli Armeni, anche per il concorso decisivo dell’esercito turco, che aveva arruolato al suo interno molti avanzi di galera, a cui principalmente sono da attribuire, forse, le violenze più gravi.

un articolo abbastanza chiaro e di qualche utilità per approfondire la questione sul piano storico si può leggere QUI

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Il Profeta

Recensione del film:
IL PROFETA

Titolo originale:
Un Prophète

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi, Rabah Loucif – 150 min. – Francia, Italia 2009

Di Malik sappiamo pochissime cose: è un franco-marocchino diciannovenne, che, senza genitori, senza istruzione e senza radici, si trova nelle ideali condizioni per approdare, alla prima occasione, al carcere, dove appunto lo troviamo fin dall’inizio del film, condannato a sei anni di reclusione. La struttura che lo ospita non è tra le peggiori: vi funziona una scuola, i detenuti possono vedere i loro avvocati, le celle sono un po’ squallide, ma per buona condotta ogni prigioniero può godere di sistemazioni più confortevoli, con tanto di frigorifero e televisore, nonché di un regime di semilibertà. Purtroppo però la vita del carcere non è regolata dalla legge dello stato né dagli uomini che dovrebbero farla applicare, ma dal clan dei corsi che, attraverso delitti e pestaggi, riesce a prevalere sul clan meno numeroso degli arabi.. Se ne accorgerà subito Malik, cui viene richiesto da Cesar Luciani, il capo corso temuto e rispettato, di uccidere Reyeb, arabo, se non vuole a sua volta rimetterci la pelle. Malik, per quanto riluttante, compie l’atroce delitto, imparando presto ad adattarsi alla logica e alle gerarchie che dominano incontrastate, ottenendo protezione, ma ricevendo anche umiliazioni di ogni genere, perché, in quanto arabo, non viene mai del tutto accettato. Il suo tempo in prigione, però sarà l’occasione per imparare le lingue (compreso il corso, carta vincente per inserirsi nella malavita), e per apprendere anche i meccanismi che assicurano la supremazia nel mondo degli affari malavitosi. Uscirà quindi, ancora molto giovane, ormai nuovo boss della malavita, dopo aver fatto una scelta di campo contro quel clan che l’aveva umiliato e offeso e contro quel Cesar Luciani che avrebbe potuto rappresentare per lui il padre che forse avrebbe voluto, ma che mai lo diventerà, per l’invincibile e protervo razzismo che lo connota. Quel barlume di rimorso, che all’interno del carcere era emerso attraverso incubi e allucinazioni, in qualche modo sopravvive grazie proprio alla scelta identitaria, che egli compie, dimostrando di aver fatto tesoro, assimilandoli, dei consigli di Reyeb. Il regista ci indica, con un memorabile e durissimo racconto, un percorso di devianza che si perfeziona proprio là dove avrebbe dovuto essere contenuta, in un film lungo, in cui si snoda senza fretta il processo di formazione criminale del protagonista, anche con scene terribili e agghiaccianti, raccontate con impassibile e distaccata presa d’atto. Bellissima recitazione degli attori: Tahar Rahim, in primo luogo, splendido alla prima recita, nei panni di un Malik, tenero e feroce; Niels Arestrup, in secondo luogo, ottimo Luciani.