C’est la vie – Prendila come viene

 

recensione del film:
C’EST LA VIE-PRENDILA COME VIENE

Titolo originale:
Le sens de la fête

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara, Suzanne Clément, Alban Ivanov, Kévin Azaïs, Judith Chemla, Yves Heck, Hélène Vincent, Jackee Toto – 117 min. – Francia 2017

Una lezione di stile e di gusto dai nostri cugini francesi, con questo film leggero, divertente, mai volgare, candidato a una decina di premi César, il prestigioso “Oscar” d’oltralpe. Una bella commedia, che a poco a poco diventa la metafora dei conflitti e delle tensioni presenti nella società, difficili, ma non impossibili da comporre e da governare. Come i film precedenti dei due registi (e sceneggiatori), Quasi amici e Samba, anche questo è una commedia, ma a differenza di quelli, appare più compatto e convincente, forse anche per l’eccezionale qualità delle performance attoriali, particolarmente di quella di  Jean-Pierre Bacri, grandissimo e umanissimo nel personaggio di Max Angely, che sembra quasi guidare l’intero cast verso l’equilibrio interpretativo  necessario a evitare che una commedia acuta e divertente si trasformi in una farsa sopra le righe, triviale e insopportabile. Qualsiasi riferimento a certi troppo osannati cineasti di casa nostra non è affatto casuale: hanno davvero molto da imparare da questo film.
Ricco di riferimenti cinefili* dai film di (e con) Agnès Jaouy (da Il gusto degli altri, mi era sembrata addirittura tratta interamente la prima scena, ma mi ero probabilmente ingannata), alle pellicole più famose sul tema delle feste e delle difficoltà della loro perfetta riuscita: sopra ogni altra Hollywood Party (1968).
La vicenda è quella della difficile organizzazione di una festa di matrimonio, per la realizzazione della quale era stato firmato un contratto fra il futuro sposo e Max Angely (Bacri), un “Wedding Planner” assai esperto, ma costretto a ricorrere, per contenere i costi, a uno staff composto da conoscenti, disoccupati, spesso frustrati per la loro condizione di lavoratori eternamente irregolari e non sempre molto educati nei modi e nel linguaggio.
In questo caso, purtroppo, le pretese del committente erano molto alte: castello seicentesco come sfondo; il suo giardino come luogo del banchetto; i camerieri in polpe e parrucche d’epoca; i piatti raffinati; un’orchestra con repertorio classico; un fotografo di prim’ordine; un bianco aerostato, manovrato a terra, sul quale, dopo il discorso, lo sposo si sarebbe librato nei cieli notturni dell’Ile de France. Un’apoteosi autocelebrativa, insomma, più volte sul punto di diventare una catastrofe per i numerosi incidenti di percorso, sempre a fatica contenuti e rintuzzati dall’ottimo e paziente Max, vero eroe della serata, schivo nella sua modestia, ma dotato di alto senso di responsabiltà in vista di raggiungere l’obiettivo della perfetta riuscita, nonché del carisma sufficiente a non farsi sfuggire di mano la situazione sempre più aggrovigliata e complessa.

Il film procede velocemente con un sostenuto e vivacissimo ritmo narrativo, pieno di sorprese e di svolte imprevedibili, offrendoci uno spettacolo molto bello anche dal punto di vista visivo, senza scivolare nella faciloneria degli effetti comici a buon mercato. Proprio per rispettare  questa sua comicità lieve, ho voluto riprodurre, su questa mia pagina, la locandina e il trailer originale. C’est la vie è un titolo grottesco per un film in cui la casualità è per quanto possibile controllata dalla volontà e dallo spirito collaborativo di tutti, proprio per evitare di “prendere come viene ” la vita.

* non manca, in verità, un riferimento teatrale a Beaumarchais e al suo Le Mariage de Figaro.

Da vedere.

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I due primi film di Xavier Dolan – J’ai tué ma mère – Les amour immaginaires

Ho voluto accostare in questo stesso post le recensioni di entrambe le prime opere dell’allora giovanissimo regista (nato nel 1989), poiché le unifica il tema, parzialmente autobiografico, dell’adolescenza difficile. I due film furono girati a un solo anno di distanza l’uno dall’altro, rispettivamente nel 2009 (J’ai tué ma mère)  e nel 2010 ( Les amour imaginaires): essi, pur nella loro evidente e un po’ spigolosa immaturità, portano ben chiara la sua impronta, individuabile nel gusto per il colore acceso e violentemente espressivo; nella fascinazione per le opere famose delle arti figurative; nell’interesse per l’accompagnamento musicale coinvolgente e raffinato; nella predilezione, mantenuta anche nei film successivi (ma con maggiore compostezza), per le situazioni “borderline” e anche in un certo abbandonarsi al sentimentalismo drammatico, nonché nel tema autobiografico, ricorrente anche in Tom à la ferme, dell’omosessualità. 

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J’AI TUE MA MERE

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Anne Dorval, François Arnaud, Suzanne Clément, Patricia Tulasne, Niels Schneider, Monique Spaziani, Bianca Gervais, Benoît Gouin – 96 min. – Canada 2009.

Hubert (Xavier Dolan) é un adolescente che cerca la propria identità ribellandosi violentemente, come molti altri suoi coetanei, alla famiglia, nel suo caso composta dalla sola madre separata (una magnifica Anne Dorval) che lavora tutto il giorno anche per provvedere a lui. Egli, apparentemente, la detesta: non ne sopporta il chiacchiericcio scontato e banale, il comportamento a tavola, rumoroso e poco educato, il moralismo predicatorio, la volontà ottusa di coinvolgerlo nelle sue abitudini e nelle sue amicizie, il fatto di accompagnarlo a scuola ogni giorno guidando spericolatamente l’auto e via elencando… Nulla gli piace di lei, perciò vorrebbe andare a vivere lontano, affittando un alloggio col suo amico Antonin (François Arnaud), col quale condivide aspirazioni e gusti, nonché un affettuoso e appassionato rapporto sentimentale, che naturalmente nasconde a lei. Anche Antonin ha una madre separata, una donna aperta ed evoluta, che, al corrente dell’omosessualità del figlio, l’ha accettata serenamente. Hubert, però, nonostante la rabbia che esprime con grande e insolente violenza, è un ragazzo fragile, che ha un disperato bisogno di quell’ascolto intelligente che una sua insegnante (una splendida Suzanne Clément) gli aveva offerto , purtroppo senza riuscire a evitargli l’ulteriore umiliazione del collegio. Come per Antoine Doinel, l’eroe di Truffaut (I 400 colpi), anche per Hubert la salvezza arriverà dalla fuga sulla riva del mare, dove ritroverà finalmente quella madre, che, lungi dall’aver ucciso**, come suggerisce l’iperbolico ma efficace titolo del film, ha sempre teneramente amato, poiché il suo cuore è, per lui come per tutti, quel “guazzabuglio” (ah, Manzoni!) in cui convivono inestricabilmente bene e male, odio e amore, generosi slanci e meschinità indicibili.
Il film, condotto con mano ferma e splendidamente recitato, si conclude, dunque, con un finale conciliante e un po’ mélò, ma contiene nel racconto non pochi aspetti pregevoli. fra i quali è degna di nota l’accurata indagine psicologica, che bene evidenzia le difficoltà di comunicazione fra madre e figlio, che il regista sviluppa con un realismo duro e urtante, spesso punteggiato da un ironico distanziamento, che salva la pellicola dal compiacimento estetizzante presente, invece, nel suo successivo Les amours imaginaires.
Il film fu presentato con grande successo al Festival di Cannes del 2009, nella Quinzaine des réalisateurs.

**l’aveva però “fatta morire”, dichiarando alla sua insegnante di essere rimasto orfano di madre!

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LES AMOURS IMAGINAIRES

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Xavier Dolan, Niels Schneider, Monia Chokri, Anne Dorval, Louis Garrel – 95 min. – Canada 2010.

Francis (Xavier Dolan) e Marie (Monia Chokri) sono da lungo tempo legati da una solida amicizia, che ora mettono in forse dopo l’incontro con Nicholas, un giovane di straordinaria e ambigua bellezza, il cui classico aspetto evoca il David michelangiolesco o alcuni disegni di Cocteau. Queste suggestioni culturali sono probabilmente all’origine del fascino che Nicholas esercita sui due giovani: attratti da lui cercano di entrare nelle sue grazie, che egli sembra concedere a entrambi, non tanto per l’indecisione della scelta, quanto per il suo carattere narcisistico e vanesio. Il cuore batte al ritmo suggestivo della voce di Dalida (Bang Bang) e i giovani diventano rivali dopo tanta amicizia, ma una breve lontananza e un successivo incontro sarà per entrambi sufficiente a chiarire la natura immaginaria di un amore che non è mai esistito.

Ha affermato più volte lo stesso regista che la storia raccontata, cui nel film fanno eco storie reali di sofferenza d’amore, non è altro che la rappresentazione di una condizione, assai frequente nei giovani, di infatuazione mentale che con l’amore ha poco da spartire, poiché si alimenta di immaginazione più che di realtà, ciò che dovrebbe escludere qualsiasi somiglianza con il magnifico Jules et Jim di Truffaut, che pure qualche critico ha indicato come probabile fonte di ispirazione di Dolan. Il film, per la verità, non mi è sembrato fra i migliori del regista: nasce, evidentemente, da un intento ambizioso, ma si trascina per un’ora e mezzo di estenuato compiacimento formale assai poco interessante.

Laurence Anyways

Schermata 2015-08-16 alle 18.31.13recensione del film:
LAURENCE ANYWAYS

Regia:
Xavier Dolan

Nathalie Baye, Melvil Poupaud, Yves Jacques, Catherine Bégin, Suzanne Clément, Monia Chokri, Patricia Tulasne, Guylaine Tremblay, Sophie Faucher, Mario Geoffrey – 159 minuti -Canada, Francia 2012.

Sul numero 680 dei Cahier du Cinéma (luglio/agosto 2012), Stephane Delorme raccolse, in una lunga intervista a Xavier Dolan, alcune sue dichiarazioni molto interessanti su Laurence Anyways, che era stato da pochissimo presentato con grande successo a Cannes e che ora veniva distribuito nelle sale francesi. L’interesse nasce dal fatto che le parole del regista non solo illuminano la curiosa origine di questa insolita e staordinaria pellicola, nonché la difficoltà della sua elaborazione, ma ci dicono molto di lui, del suo modo di lavorare, della sua concezione del cinema e del ruolo che egli intende esercitare all’interno dei suoi film.
Egli racconta, dunque, che all’origine di questo lavoro è un episodio vero: stava lavorando da due giorni alle riprese di J’ai tué ma mère (il suo primo film-rivelazione, uscito nel 2009)quando una donna dello staff gli aveva confidato la propria grave depressione: il suo compagno l’aveva lasciata, avendo deciso di cambiare sesso. “De retour chez moi, j’ai écrit trente pages d’un jet” * L’urgenza di trasformare in cinema una vicenda colta al volo da un racconto occasionale non potrebbe essere detta meglio. Aveva in mente già un titolo: Laurence Anyways (Lorenzo, in ogni caso). Dolan nella medesima intervista preciserà che Laurence in lingua canadese è un nome proprio maschile e anche femminile, al contrario di quanto avviene in francese, in cui il nome Laurence è femminile (il corrispettivo maschile è Laurent). Molto interessante che, fin dal titolo, il regista-ragazzino intendesse mettere in evidenza l’umanità del personaggio, che, al di là del sesso (o del genere, come molti usano dire), è se stesso, cioè una persona che conserva nel tempo il suo carattere mite, i suoi affetti, la sua vasta cultura e soprattutto l’amore per la donna con la quale aveva condiviso un certo periodo della propria esistenza.  Il protagonista del film è Laurence Alia (Melvil Poupaud), un professore di letteratura che nel giorno del suo trentasettesimo compleanno aveva deciso di farla finita con le ipocrisie, diventando, finalmente, la donna che aveva sempre desiderato di essere. La sua vita, che fino a quel momento sembrava dirigersi lungo il percorso tranquillo del successo letterario (aveva vinto un importante premio), della serietà professionale e della pienezza amorosa con Frédérique (Suzanne Clément), ne sarebbe stata sconvolta. Il regista ci risparmia le tappe della sua trasformazione fisica, ma ci parla del suo calvario, della progressiva emarginazione dalla famiglia d’origine, dalla scuola, e, infine, dalla società degli uomini veri e delle persone per bene, che dopo averlo respinto, con molta violenza, ricorrendo anche all’aggressione fisica, rifiutavano di accettarlo anche a trasformazione compiuta, quando al suo passaggio in abiti femminili quasi tutti continuavano a osservarlo quasi fosse un fenomeno da baraccone. Frédérique, detta Fred, la sua compagna, il grande amore della sua vita, invece, dopo il comprensibile e umanissimo disorientamento iniziale, decide di aiutarlo nell’impresa, di difenderlo, ma soprattutto di continuare ad amarlo, senza condizioni, com’era accaduto prima di conoscere la verità, quando il loro rapporto era fatto di tenerezza, amicizia, condivisione, confidenza e, naturalmente, di attrazione profonda. L’aspetto più straordinario di questo bellissimo film è proprio nel racconto di questo amore tenace, vivo per tutti i dieci anni durante i quali si andava completando la trasformazione di lui e durante i quali entrambi avevano dato una svolta alla propria vita, come se, anche lontani nello spazio e per lungo  tempo, l’antica fiamma non si fosse mai spenta. Rivedendosi, infatti, essi ritrovavano la magia di un tempo, e si amavano ancora con immutata passione, con la stessa volontà di condivisione, con la tenerezza, l’amicizia e anche le baruffe che avevano caratterizzato fin da subito il loro rapporto, cosicché il film, che inizia presentandoci Laurence ormai diventato donna, termina circolarmente evocando il momento del loro primo incontro, con un flash back sorprendente per bellezza e naturalezza, che ci riporta alla sostanza di un amore che non può finire, anyways, appunto!

Dolan, che non ha ruolo d’attore in questo film, precisa nell’intervista di aver accompagnato con la propria recitazione ad alta voce, l’interpretazione dei due bravissimi attori protagonisti, per avere il pieno controllo di ogni aspetto del film, nonché di aver lavorato duramente in fase di montaggio sia per contenere la durata della pellicola (che nonostante ciò sfiora le tre ore, senza mai annoiare, però!), sia per fare in modo che le immagini e le situazioni della prima parte del film trovassero le loro corrispondenze simboliche, cromatiche e musicali nella seconda parte in un continuo richiamo, emotivamente significativo per gli spettatori. Il risultato di tutto ciò è un film stupefacente per lo splendore delle immagini, delle musiche e per l’intensità delle emozioni che è capace di suscitare negli spettatori, anche se certamente non è privo di difetti e di ridondanze: il regista, d’altra parte, non aveva che ventitre anni, all’uscita del film!

*Al mio ritorno a casa ho scritto trenta pagine di getto

Mommy

Schermata 2014-12-07 alle 13.52.35recensione del film:
MOMMY

Regia:

Xavier Dolan

Principali interpreti:
Anne Dorval, Suzanne Clément, Antoine-Olivier Pilon – 140 min. – Francia, Canada 2014.

E’ finalmente visibile anche in Italia Mommy, il film di Xavier Dolan che all’ultimo festival di Cannes ha ottenuto il premio speciale della giuria ex aequo con Adieu au Langage di Godard. Il prestigioso riconoscimento, nonché l’abbinamento con Godard sanciscono il riconoscimento della giuria del festival più importante per questo regista canadese, giovanissimo, che ha all’attivo altri precedenti film, che i cinefili italiani per lo più non conoscono, non essendo mai usciti nel nostro paese. Qualche locale eccezione c’è: a Torino il cinema Massimo, in collegamento col Museo del cinema sta facendo vedere un po’ alla volta i film precedenti, tutti molto interessanti, ma la speranza è che entrino a far parte dei normali circuiti della distribuzione. Inutile, sennò, lamentarsi che la gente “scarica”! Che altro può fare?

Mommy è la storia intrecciata, ma anche maledettamente solitaria  di tre personaggi che vivono nella periferia di Montréal: una madre, Diane (Anne Dorval, splendida); un figlio, Steve (Antoine-Olivier Pilon, molto bravo) e una vicina di casa, Kyla (eccezionale interpretazione di Suzanne Clément). Diane ha perso il marito, fatto che ha negativamente inciso sul già precario equilibrio mentale e sul comportamento di Steve, che al momento del film è un adolescente in grave difficoltà, turbato, oltre che dai problemi della sua età, dall’impossibilità di controllare la propria esuberanza, di contenere i propri impulsi talvolta violenti e la propria logorrea, nonché dall’incapacità di dedicarsi con costanza a qualsivoglia occupazione. L’istituto al quale era stato affidato aveva dovuto espellerlo, in seguito alle lesioni che aveva causato a un suo compagno, cosicché Diane, piuttosto che affidarlo alle durezze di una struttura correzionale, come la legge canadese del 2015 le avrebbe consentito (l’azione è immaginata in un anno del non lontano futuro), decide di tenerlo con sé, scommettendo che il proprio smisurato amore per lui certamente sarebbe riuscito a trasformarlo, così da “confondere gli scettici” che non ci volevano credere. Con queste parole la donna si era riportata a casa Steve, col sogno di farlo studiare, ricuperandolo alla normalità.  I confini della normalità  sono sempre molto labili, però (nei film di Dolan lo sono particolarmente). Diane è in realtà una donna di mezza età pericolosamente vicina a quei confini: una bella donna, sciupata dai dolori e dai sacrifici, indurita dalla vita, da cui ha imparato a difendersi con modi assai sbrigativi e rudi, che ora investe su Steve tutto l’amore e la tenerezza profonda di cui è capace, nonché tutte le sue speranze, ma il suo carattere impulsivo, le delusioni continue e l’imprevedibilità delle scenate di questo figlio, a sua volta tenero, petulante  e aggressivo, la fanno uscire facilmente dai gangheri, tanto da attirare, per i suoi strilli, l’attenzione di Kyla. Di Kyla il regista non ci dice molto: sappiamo che è un’insegnante in anno sabbatico, che è anche lei in un momento assai difficile della propria vita, ma comprendiamo presto che diventa l’elemento di equilibrio fra madre e figlio e che, accettando senza scomporsi la diversità di Steve, riesce a farlo studiare e a calmarlo almeno un po’. Sono i momenti magici del film, quelli in cui sembrano realizzarsi persino i sogni di “normalità” di Diane. I tre potrebbero farcela solo se i fatti della vita, spesso casuali, non intralciassero i loro propositi virtuosi: la bolla di amicizia e di affetti, che sembra proteggerli, si rivela presto un rifugio troppo fragile in un mondo in cui gli innocenti non trovano spazio. Il primo a soccombere sarà Steve, poi sarà la volta di Kyla, sopraffatta dalla sua stessa famiglia che ne ha sempre ignorato i problemi; toccherà, infine a Diane, apparentemente la meno debole e la più incline a trovare i compromessi col principio di realtà necessari per sopravvivere: il suo incupirsi sconsolato ci testimonia, infine, la sua tragica sconfitta. Il regista ci racconta, dunque, dall’ottica degli esclusi, una storia simile a molte altre, ma con singolare forza coinvolgente per la potenza espressiva delle immagini che scorrono sullo schermo nell’insolito formato 1 a 1, cioè in un formato quadrato che, occupando solo una piccola parte dello schermo ci obbliga a concentrare la nostra attenzione sui volti, simili a ritratti, dei singoli personaggi, i perdenti della vita. Quando lo schermo si allarga è per sottolineare i momenti  di aperta frizione fra la loro soggettività e la realtà, come quando Steve si esibisce nel Karaoke, volutamente ignorando l’ostilità crescente intorno a lui o come quando Diane rivive i momenti sognati, i desideri irrealizzati, le speranze deluse… Tutta la narrazione è poi sottolineata da una colonna sonora che, nel suo notevole eclettismo, diventa parte non separabile dalle immagini stesse, cui imprime ulteriore pathos ed espressività.

Il film potrebbe anche non piacere: infatti ha diviso la critica, soprattutto in Italia, ma è molto interessante e merita certo una visione attenta.