c’è di meglio in Danimarca (Love is All You need)

Schermata 12-2456290 alle 00.04.57recensione del film:
LOVE IS ALL YOU NEED

Titolo originale:
Den skaldede frisør

Regia:
Susanne Bier

Principali interpreti:
Trine Dyrhol, Pierce Brosnan, Paprika Steen, Christiane Schaumburg-Müller, Kim Bodnia, Bodil Jørgensen, Sebastian Jessen,Line Kruse,Molly Blixt Egelind, Ciro Petrone -112 min- Danimarca, Svezia, Italia 2012

Ida, che fa la parrucchiera a Copenhagen, è una donna ancora bella, anche se molto provata dalla malattia di cui porta i segni, ancora ben visibili. Il suo seno, infatti, è stato devastato da un crudele intervento demolitivo, mentre la lunga e dura chemioterapia l’ha costretta a celare la calvizie sotto una liscia parrucca bionda. Ha mantenuto, tuttavia, una notevole serenità, tanto che si dice certa, parlando col medico che le annuncia la fine della cura, che non occorra ricostruire il seno col silicone: al marito Leif piacerà sicuramente anche così. Quando rientra a casa, purtroppo, però, la realtà si affretta a smentirla: trova infatti il marito, “in pausa pranzo”, dirà lui quasi a giustificazione, impegnato a spassarsela allegramente, sul divano di casa, con una bella segretaria rumena. Il tentativo di fuga della giovane seminuda, la furia con la quale, goffamente, egli tenterà di ricomporsi è tra i momenti più riusciti del film, perchè quella che potrebbe essere una pochade, volgarotta e più volte vista al cinema, è una scena dolorosa raccontata attraverso lo sguardo incredulo di lei, addosso alla quale crolla davvero il mondo, vacillando quella fiducia in lui, che le aveva dato, almeno così si era illusa, la forza per reagire alla malattia. Ora dovrebbero partire entrambi per l’Italia, per assistere al matrimonio della figlia Astrid, ma Leif non partirà. Ida, da sola, con la testa altrove, mentre cerca di parcheggiare all’aeroporto, va a sbattere con la sua auto contro quella di un maturo e fascinoso vedovo, Philip, uomo d’affari piuttosto arrogante che importa prodotti ortofrutticoli dalla Romania. Anch’egli si accinge a partire per l’Italia, per raggiungere il figlio in procinto di sposarsi: com’era da subito intuibile (uno dei difetti principali del film è la prevedibilità delle situazioni e degli sviluppi) è il padre del giovane Patrick, fidanzato di Astrid. Si apre a questo punto uno scenario completamente diverso: quello del paesaggio dell’Italia del Sud, della campagna sorrentina,  dove sorge la casa un tempo abitata da Philip, luogo prescelto dalla giovane coppia per le nozze e i festeggiamenti, ma anche sfondo delle storie d’amore che nasceranno o che si realizzeranno, non appena i personaggi del film avranno fatto chiarezza dentro di sé. Il film appare nettamente diviso fra i due luoghi in cui schematicamente e simmetricamente si inseriscono diversi stati d’animo: la Danimarca, fredda e brumosa, cui sono legati i temi drammatici della  malattia, delle paure che continua a suscitare, della crisi familiare, della fine delle illusioni; l’Italia del Sud, solare e ricca di colori, cui si correlano i temi dell’amore, della speranza, della prospettiva di ogni positivo cambiamento.

Questo aspetto del film, che si trasforma a poco a poco in commedia sentimentale, è assai poco convincente e lascia l’impressione di una costruzione eccessivamente geometrica del racconto, anche perché la regista, che pure è tra le più apprezzate protagoniste del cinema danese, pare aver preferito utilizzare, senza porsi troppe domande, i luoghi comuni che associano, sciaguratamente, all’Italia l’amore, il buon cibo, il buon vino e le belle smandolinate. A suggellare molto degnamente questo stucchevole stereotipo, la famosa e orecchiabile That’s amore, diventando il leit motiv dei momenti cruciali del film, contribuisce non poco a rendere irritante, almeno per me, l’intera pellicola. A chi vuol leggere in inglese (ma è facile) l’elenco delle cose kitsch che vengono attribuite come connotative del carattere nazionale, ho provveduto a riportare QUI l’intero testo della canzone, che, per maggiore facilità, può essere seguito ascoltando la voce di Dean Martin.

Certo, da un cinema come quello danese, che fa pensare immediatamente a Lars von Trier e alla grande scuola di Dogma, ci si aspetterebbe davvero qualcosa di meglio.

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un mondo migliore è possibile? (In un mondo migliore)

Recensione del film
IN UN MONDO MIGLIORE

Titolo originale
Hævnen

Regia:
Susanne Bier

Principali interpreti:
Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen
Bodil Jørgensen, Elsebeth Steentoft, Martin Buch, Anette Støvlebæk, Kim Bodnia
– 113 min. – Danimarca, Svezia 2010.

In un mondo migliore ha appena ottenuto il Premio Oscar 2011, quale migliore pellicola straniera, ma ciò non impedisce di esprimere molte riserve circa la scelta dei giurati.

La regista Susanne Bier ha diretto un film molto interessante in cui molti temi si affiancano. Stando al titolo italiano (ma perché mai i titoli italiani dei film sono sempre così irritanti?) il tema centrale si direbbe essere la possibilità di un mondo all’insegna della solidarietà e della non violenza, per il quale è necessaria una profonda rigenerazione morale di ciascuno di noi, in vista di una convivenza civile e pacifica con tutti i popoli e con tutti gli individui (quella suggerita nelle ultime scene del film, forse). Il titolo originale, Hævnen, che nella nostra lingua si traduce con Vendetta, però, sembra aderire meglio al racconto e anche porre più di un interrogativo sulla reale possibilità che gli uomini diventino buoni. Che la vendetta e l’odio siano forieri di mali certi, è più volte detto nel film, soprattutto dai due personaggi adulti, Anton e Claus. Anton è un medico danese, impegnato in un villaggio africano, dove, in un ospedale nel deserto, presta la sua opera, cercando di alleviare le sofferenze dei malati e dei feriti che gli si presentano spesso dopo aver subito sulla loro pelle le conseguenze dell’odio di Bigman, feroce e ottuso guerriero, che si diverte a sventrare le donne incinte. In Danimarca Anton ha una moglie, che lo vuole lasciare, e un figlio, Elias, fragile adolescente, vittima silenziosa della violenza dei suoi compagni di scuola, che si prendono gioco della sua solitudine, umiliandolo sempre più. Claus è invece un professionista londinese. Egli, che ha un figlio adolescente, Christian, dopo la morte terribile della giovane moglie, stroncata da un tumore, si trasferisce in Danimarca presso l’accogliente villa di una parente che si offre di prendersi cura del piccolo orfano. Elias incontrerrà a scuola Christian, che nutre un sordo odio contro il padre (cui addossa la colpa di aver lasciato morire la madre), e contro tutte le ingiustizie: apprenderà da lui il modo di difendersi dall’aggressione dei compagni, grazie all’uso di un coltello, in seguito accuratamente celato. Al tema della violenza e della vendetta sembra dunque affiancarsi quello della solitudine dei giovani che maturano una loro concezione dei rapporti fra gli uomini, antitetica a quella civile e pacifica dei padri, impotenti a capire le tragedie quotidiane dei loro figli, e ad arginare l’inesorabile crescita del male nei loro cuori. La parte più convincente del film è questa, secondo me, poiché sia la descrizione del comportamento di Elias e Christian, sempre più lontani dal modello morale dei padri, sia la loro accettazione di una logica omertosa e feroce, che diventerà pericolosa per loro stessi, sono raccontate con incredibile durezza e impassibilità, senza retorica e senza cedimenti buonistici. E’, invece, meno convincente il racconto del ravvedimento finale, che forse è gradito al pubblico, essendo facilmente autoassolutorio e consolatorio, ma che pare artificioso dopo la perfetta indagine sul radicarsi del male nei due ragazzi. La non violenza non ha, nel film, un grande appeal, forse neppure per Anton che, pur sostenendola apertamente, non avrà il coraggio di opporsi al linciaggio di Bigman, quando questi si recherà all’ospedale per farsi curare una ferita purulenta e dolorosa. Il nodo non risolto del film è il problema del rapporto fra giustizia e vendetta: non pare dal racconto, infatti, che porgere l’altra guancia sia il modo efficace per affrontare la violenza altrui. Il tema del male e della difficoltà a vincerlo, assillo di molti registi di formazione luterana, è il vero centro del film: si trova ovunque, nessun uomo ne è immune, in Europa come nel resto del mondo, insidiando la nostra vita continuamente. Forse la regista ha messo in campo troppi temi che impediscono, per la loro rilevanza, di stabilire quale sia il più importante, quello intorno al quale il film si dovrebbe sviluppare.