La Isla mìnima


 

Schermata 2015-12-04 alle 15.01.42recensione del film:
LA ISLA MINIMA

Regia:
Alberto Rodríguez

Principali interpreti:
Javier Gutiérrez, Raúl Arévalo, María Varod, Perico Cervantes, Jesús Ortiz, Jesús Carroza, Salva Reina, Antonio de la Torre, Nerea Barros, Ana Tomeno – 105 min. – Spagna 2014.

Siamo nel 1980. E’ morto da soli cinque anni Francisco Franco, il feroce dittatore che dal 1939 aveva governato ininterrottamente la Spagna, i cui abitanti, ora, avrebbero voltato volentieri pagina. Non tutti, naturalmente, perché difficilmente un regime, durato quasi quarant’anni, lascia dietro di sé solo oppositori e scontenti: questa dittatura aveva avuto, infatti, tutto il tempo per radicarsi profondamente nel tessuto sociale del paese, aveva favorito abitudini e comportamenti non ispirati  certo alla democrazia, si era servita di funzionari docili e ubbidienti che ancora occupavano i gangli vitali dello stato. Il passaggio alla democrazia, perciò, non fu tra i più facili. La Spagna, inoltre, per la sua conformazione geografica e per la sua storia, non era e non è neppure oggi un paese omogeneo: un conto è vivere a Barcellona, a Madrid, o a Siviglia, grandi città nelle quali, per quanto diversissime tra loro, penetra la curiosità per il mondo moderno e anche la voglia di libertà; un altro conto è vivere nelle zone montuose o nelle sperdute campagne del sud Ovest della penisola iberica dove ci si sente dimenticati da Dio e dagli uomini. Di questa parte del mondo parla questo bel film che, descrivendoci l’estuario del Guadalquivir, il grande fiume che attraversa l’Andalusia, ce ne mostra le paludi e gli acquitrini che rendono l’atmosfera mefitica e soffocante, nebbiosa anche in piena estate, e la gente scontrosa e diffidente, tanto ripiegata su se stessa da non voler collaborare con le autorità locali neppure per risolvere il clamoroso caso della scomparsa di due giovani sorelle, durante una festa paesana, la sola occasione di svago da quelle parti. Si trattava di due ragazze belle e giovani, che sognavano di andarsene di lì e che perciò avevano cercato un lavoro a Malaga: erano così insofferenti del luogo e così belle e vivaci, da aver scatenato maldicenze e pettegolezzi sul loro conto, tanto che neppure il padre era disposto a cercarle. Solo la madre, con una lettera alle autorità madrilene, aveva ottenuto che le indagini si avviassero davvero: la capitale aveva mandato due ispettori, Juan e Pedro (Javier Gutiérrez e Raúl Arévalo, rispettivamente) per affiancare la polizia locale. Juan era un uomo di mezza età, con un passato apertamente franchista: il regime se ne era servito spesso per la sua spietatezza, che non arretrava neppure davanti alle torture più efferate pur di ottenere le confessioni di presunti colpevoli; Pedro era, invece, un giovane interessato a battersi, anche nelle forze di polizia, per i diritti e la democrazia: entrambi dunque, sia pure per opposte ragioni, scomodi al potere che si stava formando ma che non aveva trovato ancora la propria stabilità. Meglio, dunque, allontanarli entrambi.
Naturalmente le indagini non si presentavano facili, sia perché non esisteva accordo sui metodi per condurle, essendo Juan e Pedro in dissenso profondo a questo proposito, sia perché lo stesso magistrato che avrebbe dovuto favorirli, diffidava di entrambi nel timore che offuscassero la sua popolarità, dovuta anche alla sostanziale sua connivenza con i gruppi di potere locali, in qualche modo oscuramente coinvolti nel “caso”. La speranza di inabissare le indagini, impaludandole negli acquitrini impraticabili del Guadalquivir, si era però arrestata proprio quando il grande fiume aveva restituito i corpi orrendamente mutilati e seviziati delle due giovani, poi di un’altra, che era stata una loro amica e poi oggetti e brandelli di cose diverse che facevano pensare alla presenza di un serial-killer che avrebbe potuto continuare indisturbato a uccidere mettendo a rischio l’intera popolazione femminile della zona.
Il film diventa dunque un noir assai appassionante, carico di tensione, ben sottolineata non solo dal crescere della diffidenza sospettosa di ciascuno in una realtà sociale dove nulla è ciò che appare, ma anche dalla corrispondenza sempre molto convincente fra l’ambigua oscurità dei fatti e dei comportamenti e i tratti sfuggenti di un paesaggio quanto mai adatto alle insidie e alle trappole senza sbocco, i cui contorni si precisano solo dall’aereo, a una distanza che renda evidente la mappa dei luoghi. Analogamente saranno allora, proprio i due “esterni”, a dover trovare il compromesso “alto” necessario per venire a capo del difficile problema, che è la ragione stessa della loro presenza. Mi è sembrato, dunque, l’intero film una trasparente metafora politica, che contiene anche l’invito alla conciliazione in vista delle sorti di una Spagna che non avrebbe potuto disgiungere i propri destini dalla democrazia.

A leggere le recensioni diffuse sul web (e non solo), ci si convince che questo film, che è molto bello e ottimamente costruito, abbia molti padri: qualcuno dà per certa la sua derivazione dalle opere cinematografiche o televisive  di  famosi registi, come Fincher o Lynch; altri, assai paludati giudici, esprimono (su cartacee riviste prestigiosissime) la convinzione che si tratti di una pallida copia di un vecchio film coreano di Joon-ho Bong,  Memories of Murder ; io stessa, se proprio mi ci metto posso trovarci intere sequenze ispirate dal film di Xavier Dolan Tom à la ferme. Mi chiedo però, che senso abbia questa ossessiva ricerca delle prove di un plagio che mi sembra davvero inesistente: che Alberto Rodriguez abbia conosciuto molto del cinema girato prima del suo non mi sembra una colpa, perché testimonia semmai una ottima cultura cinematografica sulla quale, in modo originale e puntuale, egli ha costruito un importante aspetto della storia del proprio paese. Ben dieci premi Goya lo hanno riconosciuto, così come il pubblico europeo, che gli ha tributato un successo ben meritato, che spero incontri anche in Italia.

La storia della Spagna (Ballata dell’odio e dell’amore)


recensione del film:

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

Titolo originale:

Balada triste de trompeta

Regia:

Álex De la Iglesia

Principali interpreti:

Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luis Galiardo, Enrique Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Alamo, Fofito, Fran Perea, Fernando Guillen-Cuervo, Raúl Arévalo, Terele Pavez, Joxean Bengoetxea, Luis Varela, Fernando Chinarro, Juan Viadas  – 107 min. – Spagna, Francia 2010. –

Le vicende narrate da questo film si svolgono principalmente tra la valle dei Caìdos, colossale monumento funebre alle porte dell’Escorial, e un circo di Madrid. La valle dei Caìdos fu costruita in gran parte da condannati politici repubblicani, costretti ai lavori forzati, per realizzarne l’altissima croce, nonché la cripta, destinata  alle spoglie dei militari caduti durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939), dopo la vittoria di Franco. Questo luogo ci dice, quasi da solo, che la lettura di questo film non può che essere storico-politica. Il circo madrileno, in cui si svolge l’altra parte importante del film è la metaforica rappresentazione della società spagnola, all’interno della quale i gruppi sociali agiscono sotto le allegoriche maschere di due pagliacci rivali (le due fazioni in lotta), per amore di una trapezista bellissima (la Spagna). Avviene pertanto che due clown, Javier (pagliaccio triste, perché gli è stata tolta la gioia fin dall’infanzia, quando vide il padre essere ucciso dai franchisti che lo avevano costretto a lavorare nella valle dei Caìdos) e Sergio (brutale e possessivo nei confronti di Natalia, la bella trapezista) si contendano l’amore di lei, diversamente attratta da entrambi, e che cercando di annientarsi reciprocamente con odio crescente, finiscano, invece, per provocare la morte della donna amata, riluttante e forse pavida nel respingere da sé la violenta passione di Sergio. La lotta fra i due clown si svolge senza esclusione di colpi, ed è raccontata in un crescendo grottesco di effetti splatter, che produrrebbero sicuramente raccapriccio se fossero narrati con realismo. Il regista, invece, mi sembra abbia inteso ripercorrere, col linguaggio del cinema, la strada della rappresentazione allegorica e visionaria, presente  nella tradizione della pittura spagnola da Goya con le mostruose rappresentazioni, nate dal sonno della ragione dei Disastri della guerra, a Picasso con Guernica, per parlarci di una Spagna perennemente in bilico fra progresso e oscurantismo cui finisce volontariamente per soccombere, di un paese di passioni estreme, non sufficientemente controllate dalla ragione. In tal modo il film acquista un respiro storico più ampio, non limitandosi a farci riflettere sulle sole vicende della guerra franchista, ma riportandoci anche a meditare sull’intera storia spagnola e in particolare sull’altro periodo storico in cui la prevalenza delle forze conservatrici ebbe la meglio sulle speranze rivoluzionarie che avevano animato anche in Spagna  gli intellettuali all’arrivo di Napoleone Bonaparte.

Credo che sia giusto chiedersi per quale ragione al mondo un film come questo, che ha ricevuto un Leone d’argento per la miglior regia due anni fa (2010) al Festival di Venezia, sia comparso nelle nostre sale solo adesso. La pellicola può piacere o non piacere, ma è comunque un lavoro molto interessante, di quelli che fanno pensare gli spettatori, che non sempre sono disposti, come forse vorrebbe la distribuzione nostrana, ad accontentarsi dei film di pura evasione. La bellissima musica, che è ricordata nel titolo originale del film e che accompagna per alcuni tratti il suo svolgersi, è una composizione del musicista italiano Nini Rosso del 1963.

Chi vuole vedere su questo blog un video che contiene le incisioni di Goya dedicate ai  Disastri della guerra, clicchi QUI

Chi vuole ascoltare Nini Rosso con la sua Ballata , clicchi QUI