Il Post

recensione del film:
IL POST

Titolo originale:
The Post

Regia:
Steven Spielberg

Principali interpreti:
Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys – 118 min. – USA 2017

Anche questo film è candidato all’Oscar, e ha alte probabilità di portarselo a casa, non tanto per le sue qualità (che pure ci sono), quanto per il tema che affronta, molto caro all’opinione pubblica liberal e politically correct degli USA e dell’Academy. In questa ultima fatica di Steven Spielberg si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e  manipolazioni per circa trent’anni (dal 1943!) si fosse celato all’opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam).
Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhower) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l’incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane (“escalation”) destinate dai loro governi all’infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana.

Dopo una rapida ricostruzione degli antefatti del racconto, Steven Spielberg, con la consumata esperienza che tutti gli riconosciamo, entra nel vivo dell’argomento del film inserendo nel quadro generale di quegli anni la crisi di una testata giornalistica a diffusione locale, a quel tempo: il Washington Post. Il quotidiano era di proprietà della famiglia Mayer, la cui ultima erede, Katherine (Meryl Streep), aveva deciso, fra mille esitazioni, di salvarlo dal fallimento più che probabile, quotandolo in borsa. Si rendeva necessario, ora, un ottimo avvio, tale da rilanciarne le vendite, per le quali sarebbero tornate utili, forse, le migliaia di pagine secretate del Pentagono che un ex addetto ai servizi era riuscito a far arrivare al direttore del “Post”, Ben Bradlee (Tom Hanks), sorvolando sul velocissimo stop decretato dal tribunale federale al giornale concorrente, il N.Y.Times, che prontamente era ricorso alla Suprema Corte.
Non era facile decidere il da farsi, in primo luogo per la difficoltà dei tempi stretti per riordinare quelle pagine giunte alla rinfusa (per rendere meno facili i controlli) e successivamente affidarle ai tipografi per la composizione, quindi alle rotative e ai distributori, in vista dell’uscita del giornale; in secondo luogo perché si aggiungeva il rischio, molto concreto, che le banche, che avevano appoggiato la quotazione in borsa del Post, ora ritirassero i capitali lasciando Katherine, ovvero la proprietà, nei guai.

Spielberg affronta con grande cura questi due critici aspetti della questione, soffermandosi (è tra le cose migliori del film) sulla mobilitazione collettiva, contro il tempo, dei giornalisti e dei dipendenti del Post, ognuno dei quali, nella casa di Ben, offriva la propria collaborazione al lavoro di squadra, permettendo l’uscita dell’articolo in tempo utile, mentre la moglie di Ben e la sua bimba si davano da fare per assicurare a quegli ingombranti ospiti il necessario per dissetarli e per nutrirli: pagine assai belle in cui si coglie davvero la straordinaria capacità del regista di riportare le imprese, per quanto eroiche e disperate, alla semplicità della vita quotidiana, quella delle persone comuni, senza la cui partecipazione affettuosa nessuna impresa “eroica” avrebbe significato.

Allo stesso modo, il regista permette di ricordare che Katherine non era solo la donna perfetta nell’organizzare feste e ricevimenti dalle parti della Casa Bianca: aveva compreso (sia pure con quell’ansia e quei patemi d’animo che la responsabilità, come proprietaria del quotidiano, le  faceva avvertire con profonda sofferenza), che era troppo importante in quel gravissimo momento non tirarsi indietro, nell’interesse di tutto il paese, nonostante la rabbia di Nixon e nonostante i suoi ultimi colpi di coda , prima di essere travolto dallo scandalo del Watergate (1972), di cui nel finale del film si colgono le prime avvisaglie. Il ricorso alla Suprema Corte, avrebbe suggellato, con una esemplare sentenza nel pieno rispetto della lettera costituzionale, l’intangibilità della libera stampa e l’illegalità di ogni divieto di pubblicare i Pentagon Papers.

Il film, scritto in tutta fretta, subito dopo l’elezione di Trump, che ne è l’obiettivo polemico, pur con i suoi meriti democratici e con la pulizia di una narrazione molto classica, degna del regista, non raggiunge, a mio modestissimo avviso, l’eccellenza dell’antico Tutti gli uomini del Presidente, il bellissimo film di  Alan J. Pakula, che nel 1976 aveva raccontato, guadagnandosi l’Oscar, il Watergate,  e che aveva appena accennato alla vicenda del Post, che si colloca, infatti, nel tempo appena precedente lo scandalo.

Dire che Meryl Streep è brava,  così come il suo collega Tom Hanks, sembrerebbe superfluo, così come sembra ovvio consigliare la visione del film, che ha da insegnare molto anche oggi, a chi ha a cuore la democrazia, fermo restando che l’utilità di questo lavoro non lo colloca automaticamente fra le cose migliori di questo grande regista.

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Il ponte delle spie

Schermata 2015-12-21 alle 18.39.07recensione del film:
IL PONTE DELLE SPIE

Titolo originale:
Bridge of Spies

Regia:
Steven Spielberg

Principali interpreti:
Tom Hanks, Mark Rylance, Amy Ryan,  Koch, Alan Alda. «continua Billy Magnussen, Eve Hewson, Austin Stowell, Domenick Lombardozzi, Michael Gaston, Stephen Kunken, Peter McRobbie, Marko Caka, Joshua Harto – 140 min. – USA 2015.

Ambientato nel 1957, il film ricostruisce alcuni fatti realmente accaduti ai tempi della guerra fredda fra USA e URSS, guerra non guerreggiata, per fortuna, ma guerra di propaganda spesso isterica e, anche, guerra di spie, mandate, con mezzi diversi, alla ricerca di ogni informazione possibile sui piani di attacco e di difesa del rispettivo avversario. L’America aveva investito milioni di dollari nell’addestramento (in pieno stile Full Metal Jacket) dei corpi speciali per la guida dei velocissimi U2, aerei capaci di volare ad altezze che si ritenevano irraggiungibili, e nella tecnologia delle riprese fotografiche dall’alto dei cieli. L’Unione Sovietica, assai meno ricca, più modestamente, utilizzava spie tradizionali, ben camuffate sotto le mentite spoglie di cittadini che più anonimi non avrebbero potuto essere. Rudolf Abel (ottimamente interpretato da Mark Rylance) era uno di questi: lo vediamo, all’inizio di questo bel film, davanti allo specchio che sta usando per farsi un autoritratto, in una disadorna e triste stanza del suo modestissimo appartamento americano. Egli è un cittadino britannico, non giovane, di aspetto tranquillo e sfuggente, riservato nei modi, mediocre pittore di paesaggi e di ponti (e il ponte è per l’appunto uno dei temi ricorrenti nel film), abilissimo nel nascondere e conservare con cura i messaggi in codice raccolti su pezzettini di carta, così piccoli e ben dissimulati da potere, all’occorrenza, essere distrutti senza destare il minimo sospetto. La storia raccontata dal film è anche la sua storia di spia perfetta e imperturbabile nonché dello scambio avvenuto realmente, nel 1962, fra lui e il giovane ” spione” Francis Gary Powers (Austin Stowell), l’aviatore americano, fortunosamente sopravvissuto all’abbattimento dell’aereo-spia che egli stava pilotando mentre fotografava i segreti del territorio sovietico.
Per uno scherzo del caso (non per nulla la sceneggiatura è dei fratelli Coen!) la difesa di Abel venne affidata a uno studio legale newyorkese di Brooklyn specializzato in assicurazioni, quindi lontano anni luce dai problemi dello spionaggio. Fu James Donovan (Tom Hanks) il legale che controvoglia, ma infine con serietà, scrupolo professionale e con umana curiosità, si assunse il compito di difendere la spia dei russi, convincendosi, nel corso del processo, che sarebbe stato possibile strapparla alla pena di morte cui sembrava  inevitabilmente predestinata dalle attese dell’opinione pubblica impaurita dalla propaganda, dalla stampa che aveva rinunciato al proprio ruolo per compiacerla, dalle folle incapaci di ragionare e convinte che sarebbe bastato distruggere senza troppi riguardi il nemico per vivere finalmente in pace. Ai muri mentali del battage demonizzante, che negli Stati Uniti si insinuava velenosamente nelle scuole e nelle famiglie, i Russi contrapponevano il muro di Berlino (la cui costruzione era iniziata nell’agosto 1961) che diventava anche l’emblema tangibile della divisione sempre più profonda, quasi incolmabile, fra due visioni del mondo, due modi di intendere i rapporti politici, due modi di vivere.

All’arte di erigere muri, di inventare nemici e di connotarli di tratti demoniaci, così da suscitare orrore,  bisognava opporre però l’arte più difficile, perché fondata sull’analisi pacata della complessità, di costruire ponti: lo richiedeva, fra l’altro, il fallimento della missione spionistica americana, l’arresto del pilota, cui era seguito il processo e la condanna a dieci anni di carcere da scontare nelle prigioni non certo allegre dell’ URSS. La mitezza relativa della sentenza russa aveva spiazzato e sorpreso la “democratica” America che, pur dotata di principi costituzionali attenti alla dignità di ogni uomo, aveva inflitto (senza esibire prove) ad Abel trent’anni di carcere.

Donovan era tornato nel suo studio legale e aveva ripreso a occuparsi di assicurazioni, ma la stessa CIA ora stava richiedendo la sua mediazione per riportare a casa il pilota Gary Powers: il “ponte” andava ancora costruito, ma qualche muro, quello della paura, soprattutto, forse stava sgretolandosi, proprio là dove più profondamente sembrava essere penetrato: nei cuori e nelle menti degli uomini, delle donne e persino dei bambini.

L’ultima parte del film è avvincente e spesso sorprendente come una “Spy Story”: allo scambio fra le fra due spie, Donovan aveva preteso si aggiungesse la liberazione di un giovane studente americano un po’ sprovveduto, che si era fatto mettere in prigione a Berlino senza colpe, per il comportamento assai  ingenuo, secondo la CIA quasi indifendibile… Eppure, contro ogni previsione, alla fine l’avvocato la spuntò di nuovo, proprio all’ultimo momento, quando ogni speranza sembrava persa.

Film magnifico, storico solo in parte, profondamente politico nella sostanza: Spielberg ricostruisce un lontano passato, ma si rivolge all’oggi e agli uomini di buona volontà che anche oggi preferiscono i ponti ai muri di odio e di incomprensione. Film da vedere assolutamente, sia per la sua elegante bellezza, formalmente ineccepibile, sia per l’ottima recitazione degli attori, sia per l’intelligenza coeniana della sceneggiatura, sia per l’umanità tranquilla e razionale del suo significato in un mondo anche oggi pericolosamente incline all’odio e alla demonizzazione.