USA al vetriolo (Il grande Lebowski)

recensione del film:
IL GRANDE LEBOWSKI

Titolo originale:
The Big Lebowski

Regia:
Joel Coen

Principali interpreti:
Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, Philip Seymour Hoffman, Ben Gazzara, John Turturro, Tara Reid, Peter Stormare, Sam Elliott, Philip Moon, Mark Pellegrino, Flea, Torsten Voges, Jimmie Dale Gilmore, Jack Kehler, James G. Hoosier, Carlos León – 117′ min. – USA, Gran Bretagna 1998.

Perché non approfittare del periodo estivo per riflettere su qualche vecchio film, ormai fuori dalle sale, ma ben presente e vivo nella nostra mente?

Le vicende di questo celebre film del 1998, scritto, prodotto e diretto dai “pestiferi” fratelli Cohen, si svolgono negli anni ’90 a Los Angeles. In scena è una storia bizzarra e divertente, nonché interessante, che prende l’avvio da una situazione che vanta illustri tradizioni già nel teatro classico: quella dello scambio di persona e dei curiosi equivoci che ne derivano. Qui il protagonista, che tutti chiamano Drugo, ha un nome vero: Jeffrey Lebowski, che, per uno scherzo del destino, è anche il nome di un riccone che egli non conosce, la cui moglie, molto giovane e spendacciona, ama indebitarsi nei negozi della città, inviandogli il conto. La narrazione inizia con la brutale aggressione di cui è vittima il povero Drugo, scambiato per il miliardario, nella propria abitazione, dove i creditori inviano una squadra di picchiatori, per ottenere di essere pagati. Gli eventi successivi non fanno che sviluppare questo episodio: Drugo vorrà conoscere il suo omonimo, per farsi risarcire dei danni subiti, ma sarà, suo malgrado, da questi coinvolto in una lunga serie di peripezie, durante le quali l’incontro con Maude Lebowski, figlia del riccone, cambierà il corso della sua vita. Il complicato e buffo intreccio narrativo, ricco di sorprese e colpi di scena è, come sempre per i fratelli Cohen, lo spunto grazie al quale essi esplicitano la loro irriverente e scanzonata visione del mondo, in cui caso e imprevedibilità sono i veri arbitri del nostro destino, indifferenti ai nostri piani, beffardi, anzi, nei confronti dei nostri progetti. Tutti i personaggi di questo film a loro volta esprimono tipi umani, maschere di ogni tempo, tuttavia ben collocate anche nella società americana contemporanea: Drugo è il contestatore pacifista non violento, eterno perdente, che vive fiero della sua purezza di emarginato, tra marjuana e alcoolici, senza sapere o potere incidere sulla vita politica, ai tempi del presidente Bush-padre e della prima guerra del Golfo; Walter è il reduce dal Vietnam, diventato prepotente e grottesco “miles gloriosus”, in realtà pasticcione velleitario e trombone; Jeffrey è il riccone che si è fatto da sé, imbroglione e cinico; Maude, sua figlia è l’ estrosa e imprevedibile artistoide, convinta che arte e vita coincidano; Donny è l’uomo normale che morirà banalmente durante una rissa non provocata da lui. La pista del bowling intorno alla quale si muovono molti dei principali personaggi diventa il luogo – simbolo della vita stessa, dove i birilli cadono o rimangono in piedi indipendentemente dall’abilità dei giocatori, perché la grossa boccia nera, per quanto ben manovrata, può riservare molte sorprese. Quest’opera dei Cohen, dunque, rappresenta, secondo me, la commedia umana dei nostri tempi, e, insieme, quella di ogni tempo, la sua inspiegabilità, la sua non riconducibilità a una qualsivoglia razionale interpretazione, il mondo tragicomico in cui si svolge quella avventura un po’ strana che è il nostro vivere.

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Mystery Train

Recensione del film:
MYSTERY TRAIN

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Steve Buscemi, Joe Strummer, Nicoletta Braschi, Youki Kudoh, Elizabeth Bracco, Tom Waits, Sy Richardson, Rick Aviles, Tom Noonan, Masatoshi Nagase, Vondie Curtis-Hall, Screamin’ Jay Hawkins, Cinque Lee, Rufus Thomas, Jodie Markell, William Hoch, Pat Hoch, Richard Boes, Rockets Redglare, Joshua Elvis Hoch, Reginald Freeman, Beverly Prye, Stephen Jones, Lowell Roberts, Darryl Daniel, Calvin Brown, Elan Yaari, Royale Johnson, Winston Hoffman, Marvell Thomas, Charles Ponder, D’Army Bailey, Sara Driver, Jim Stark 113 min. – USA 1989

Nella città di Memphis (Tennessee) si svolgono le tre storie del film, che sono raccontate come distinti episodi, ma che accadono contemporaneamente e che hanno un centro di convergenza nell’hotel Arcade, alquanto degradato, in cui i diversi personaggi passeranno una sola notte. Il primo episodio ci presenta una coppia di giovani innamorati giapponesi, che dopo un estenuante viaggio raggiungono la città con lo scopo di ripercorrere i luoghi che videro la nascita e la crescita artistica di Elvis Presley (nelle intenzioni di lei), e di Carl Perkins (in quelle di lui). L’approdo all’hotel è quasi obbligatorio per i due che hanno percorso, spesso fra delusioni e frustrazioni, musei e strade e che ora vorrebbero riposare un po’. Gli accadimenti di questa loro notte, tuttavia, lasciano intuire tensioni e incomprensioni assai prossime. Il secondo episodio ha come protagonista Nicoletta Braschi, nei panni di una giovane vedova italiana che, in attesa che le venga concesso il permesso di un mesto rimpatrio con la bara del marito, è costretta a fermarsi per una notte, anche lei, nella città di Elvis. Per la verità, non è molto interessata al cantante, e non avrebbe affatto intenzione di occuparsi di lui, ma la presenza di Elvis aleggia su Memphis e si imporrà anche a lei, dapprima attraverso l’oscura storia del fantasma del cantante che le viene raccontata da un mentecatto (o furbastro profittatore?); in seguito nella stanza dell’Hotel Arcade dove il fantasma di Presley le apparirà veramente. La terza storia è quella di un cittadino di Memphis, che si chiama Elvis, ed è disperato perché è senza lavoro ed è stato abbandonato dalla sua donna. Un po’ troppo wisky, ma anche l’inopportuno possesso e uso di una pistola lo metteranno nei guai, dai quali cercheranno di salvarlo due amici, facendolo soggiornare, per sottrarlo alla polizia, per una notte all’Hotel Arcade. In questo luogo, quindi si incrociano storie molto diverse, che diventano il pretesto per un divertito e anche un po’ impietoso ritratto di un angolo d’America non bello, ma triste e anche sonnolento, dove apparentemente non succede nulla e dove la ripetitività dei gesti e delle azioni è ben resa dall’iterazione sia dei “riti di celebrazione” della memoria di Elvis (che nelle tre vicende appaiono separatamente): la radio che trasmette “Blue moon”, o che informa sulle leggendarie vicende del cantante, sia dal ripetersi dello sparo al termine del soggiorno degli ospiti dell’hotel, sia dal futile e vuoto chiacchiericcio dei due receptionist che per tre volte viene ribadito nel film. Una provincia americana in cui la solitudine degli uomini è la realtà di fondo, e che neppure il fantasma di Elvis riesce a consolare.

Oltre le regole – The Messenger

Recensione del film.
OLTRE LE REGOLE – The Messenger

Titolo originale
The Messenger

Regia:
Oren Moverman

Principali interpreti.
Ben Foster, Woody Harrelson, Samantha Morton, Jena Malone, Steve Buscemi, Eamonn Walker, Merritt Wever, Yaya DaCosta, Brendan Sexton III, Portia, Lisa Joyce, Jahmir Duran-Abreau, Brian Adam DeJesus, Lindsay Michelle Nader, Armand Schultz, Adam Trese, J. Salome Martinez, Peter Friedman, Kevin Hagan, Peter Francis James, Jenny Kirlin, Sam Kitchin, Steve Antonucci, Angel Caban, Gaius Charles, Michael Chernus, J.D. Daniels, Paul Diomede, Fiona Dourif, Lisa Emery, Halley Feiffer – 105 min. USA 2009

In anticipo di tre mesi, torna dall’Iraq il sergente William Montgomery, per una brutta ferita a un occhio. L’esercito americano, perciò, gli propone di saldare il suo debito contrattuale occupando il tempo residuo in una missione delicata e difficile: notificare di persona ai congiunti dei soldati uccisi durante la guerra irachena l’avvenuto decesso del loro familiare, con una breve comunicazione, senza lasciare spazio al proprio coinvolgimento emotivo. L’efficienza della burocrazia americana ha previsto, allo scopo, un regolamento particolareggiato, che presenta un minuto elenco delle cose che si non devono fare e di quelle vanno assolutamente fatte, non preoccupandosi affatto che le ragioni del cuore possano confliggere con quelle delle regole. Il sergente William, però, a differenza del suo accompagnatore Tony Stone, ha avuto una breve, anche se tremenda, esperienza della guerra e non si è quindi disumanizzato a sufficienza per accettare in pieno la logica delle regole che dovrebbe attuare: il dolore del prossimo è suo; così come sono suoi lo strazio degli uomini e delle donne che ricevono una notizia così tragica da sconvolgere la loro vita, i loro sogni, i loro progetti. A differenza del suo collega, a William non piace il deserto degli affetti e delle illusioni e crede che gli sia possibile progettare il proprio futuro, magari lontano dall’esercito, e vicino alle persone che potrebbero un giorno amarlo. Il film, che mi è sembrato molto bello, a mio avviso presenta almeno due motivi di riflessione: in primo luogo la guerra non è solo strazio e dolore degli inermi che ne subiscono le conseguenze, ma è sofferenza di tutti, dei vinti e dei vincitori, perché è impossibile tornare dalla guerra senza ferite alla propria dignità, alla propria anima, sia che queste ferite ancora facciano male nel corpo e nella mente, come in William, sia che vengano cancellate da una sopravvenuta indifferenza che è deserto del cuore, aridità che non appaga, come in Tony. La guerra, inoltre, (ed è l’altro motivo di riflessione) può essere accettata dalle popolazioni solo se non si permette all’informazione di fare il suo mestiere, raccontandola per quello che è, sul campo degli orrori e del sangue e nelle conseguenze dolorose che provoca nelle persone. L’efficienza dell’applicazione del regolamento per la notifica diventa lo strumento predisposto per scongiurare il rischio che le notizie più tragiche arrivino prima attraverso i mass-media, perché un lutto familiare si moltiplicherebbe in un lutto di tutti e probabilmente, alla lunga, come aveva già insegnato l’esperienza in Vietnam, in un rifiuto di massa della guerra. Chi deve applicare il regolamento, non per nulla deve essere reperibile, attraverso un cerca persone, in qualsiasi ora del giorno e della notte, per recarsi immediatamente a comunicare l’evento funesto. Un film da vedere, minimalista nei toni, ma molto efficace nel diffondere un alto messaggio di pace, privo di enfasi retorica. Bravissimi gli attori.