un bambino e la guerra (This is England)

recensione del film:
THIS IS ENGLAND

Regia:
Shane Meadows

Principali interpreti:
Thomas Turgoose, Stephen Graham, Jo Hartley, Andrew Shim, Vicky McClure, Joe Gilgun, Rosamund Hanson, Andrew Ellis, Perry Benson, George Newton, Frank Harper
– 101 min. – Gran Bretagna 2006
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“Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno. Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.” (A. Manzoni – I Promessi Sposi Cap. X).

Il celebre incipit manzoniano continuava a tornarmi in mente durante la visione di questo bel film in cui si narrano le vicende del piccolo Shaun, dodicenne che ha perso il padre durante la guerra delle Falkland (1982). La morte del genitore cambia di punto in bianco la vita e le abitudini della famiglia: al bambino, privo del modello paterno, cui faceva riferimento, è rimasta una madre che vorrebbe dedicargli più tempo, ma fa quello che può, in una situazione in cui la perdita di un sostegno economico forte la costringe a lavorare molto, dopo che si è trasferita con lui in un quartiere degradato e periferico. Lì Shaun frequenta la scuola, ma l’ambiente è violento e ostile: teppismo e mobbing sono l’abitudine di molti suoi compagni, convinti di aver il diritto di prevaricare i più deboli irridendoli e pestandoli, assicurandosi in tal modo rispetto e ammirazione degli altri. La legge del branco non piace a Shaun, che trova sulla sua strada un gruppo di skin-heads disposto ad accoglierlo e a difenderlo. Ha inizio quindi la lunga vicenda della “educazione” di Shaun alla violenza, e della corruzione della sua coscienza morale: in nome di quel padre eroe, morto per difendere il suo paese, egli si convincerà molto presto che neri e pakistani, in Inghilterra con le loro famiglie per lavorare, non potranno che distruggere la civiltà inglese, per la quale è morto suo padre, contaminandola con elementi di una cultura che viene considerata barbarica e inferiore. Con trepidazione angosciosa seguiamo le vicende dell’iniziazione del piccolo alla violenza, ad opera di un avanzo di galera, Combo, che, con un linguaggio elementare e attraverso l’uso di riti simbolici e di oggetti evocativi di nazionalistiche glorie, riesce a ottenere la sua fiducia. Il film, che ha uno svolgimento drammatico e molto teso, racconta senza fronzoli retorici o consolatori una durissima storia, inducendoci a riflettere sulla cultura dell’odio che si alimenta con troppa facilità degli entusiasmi dei più giovani, ma che può sfociare, quanto più la si sottovaluti, in tragedia collettiva, come è già accaduto, purtroppo, nella storia europea del secolo scorso e come è accaduto da poche settimane in Norvegia.
Colpisce che alla base dei rozzi argomenti xenofobi e razzisti, sia evidente l’invidia per chi ama ed è riamato (Woody e Lol) e per chi vive fra persone solidali, che si organizzano intorno a valori veri, forse arcaici, capaci di offrire conforto anche nei momenti più oscuri. Emblematico a questo proposito, il discorso di Milky, il giovane giamaicano che, raccontando della sua famiglia con tante madri, ma tenuta insieme da affetti profondi, scatenerà l’aggressività cieca e invidiosa di Combo, di fronte alla quale finalmente Shaun aprirà gli occhi. La bellissima conclusione del film, a testimonianza dell’avvenuta maturazione del piccolo, ha un valore quasi catartico e compensa largamente l’attesa dello spettatore. Ciò che invece non si comprende (o forse si comprende anche troppo!) è per quale motivo un lavoro così bello, così ben diretto e così splendidamente recitato abbia dovuto aspettare dal 2006, anno della sua uscita in tutto il mondo, per essere proiettato in Italia. Honni soit qui mal y pense!

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un film un po’ pasticciato (London boulevard)

recensione del film:
LONDON BOULEVARD

Regia:
William Monahan

Principali interpreti:
Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Anna Friel, Ben Chaplin, Ray Winstone, Eddie Marsan, Sanjeev Bhaskar, Stephen Graham, Ophelia Lovibond, Jamie Campbell Bower, Elly Fairman, Kerry Shale, Jonathan Cullen, Nick Bartlett, Alan Williams, Julian Littman, Giles Terera, Matt King, Velibor Topic, Lee Boardman, Donald Sumpter – 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010

Un giovane, dopo aver scontato una condanna di tre anni per aggressione, all’uscita di galera trova ad aspettarlo un amico del giro malavitoso che aveva frequentato in passato. Suo proposito è, però, far pulizia nella sua vita, rompendo i legami che lo avevano messo nei grossi guai nei quali non vorrebbe più trovarsi.
Il film ci racconta il percorso faticoso e improbabile del giovane per allontanarsi da quel mondo. Per questa ragione cercherà e troverà un lavoro come guardiano della villa di un’attrice con seri problemi psicologici. Il seguito del film è la descrizione degli ostacoli che il giovanotto trova sulla strada del suo riscatto, dell’amore che nasce fra lui e l’attrice, dei problemi che si frappongono al suo realizzarsi, del ruolo del caso, che , mai nominato, è tuttavia l’elemento decisivo della situazione. Benché il film abbia un padre dichiarato nel romanzo omonimo, uscito anche in Italia , il regista sembra tener presente soprattutto il famosissimo film di Billy Wilder con Gloria Swanson: Sunset Boulevard, l’indimenticabile Viale del tramonto, a cui, soprattutto si ispira, sia pure con molta libertà.
Ne è scaturito un film riuscito a metà, che si salva soprattutto per l’interpretazione di Colin Farrell, che è anche un piacere rivedere: bad boy, che vorrebbe redimersi per amore di Keira Knightley. Una Londra non turistica, oscura e notturna è lo sfondo di tutto il plot, che procede senza fretta verso un catastrofico finale, asssai grandguignolesco.