Quel giorno d’estate

recensione del film:
QUEL GIORNO D’ESTATE

Titolo originale:
Amanda

Regia:
Mikhael Hers

Principali interpreti:
Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin, Ophélia Kolb, Marianne Basler, Jonathan Cohen, Greta Scacchi, Claire Tran – 106 min. – Francia 2018

Nella Parigi dei nostri giorni, Sandrine (Ophélia Kolb), insegnante d’inglese, vive da single con la piccola Amanda (Isaure Multrier), la figlioletta di sette anni. Per lei, come per tante altre donne, i tempi del lavoro male si conciliano con i compiti materni, né le è facile, quando rientra in casa, lasciare dietro di sé le preoccupazioni e le frustrazioni accumulate fra studenti distratti, genitori minacciosi e arroganti e colleghi pavidi e poco solidali. Per fortuna, può contare sull’aiuto del giovane fratello, il ventitreenne, David (Vincent Lacoste), che, accumulando lavori precari, riesce a organizzare il proprio tempo con un po’ di flessibilità: è addetto alla manutenzione dei parchi comunali, ma arrotonda le magre entrate con qualche lavoretto occasionale e si occupa di procurare, via Internet, alloggi in affitto, per brevi periodi, ai turisti in arrivo. In questo modo aveva conosciuto la bella Lena (Stacy Martin), che si mantiene nella capitale con le sue lezioni di piano.

Così, attraverso la loro quotidianità, il regista ci presenta i personaggi di questo piccolo film, che mette in scena l’atmosfera nervosa e inquieta in cui si muovono, come loro, molti giovani del nostro tempo, che seppure non siano, per il momento, in condizioni di povertà, avvertono l’incertezza del futuro e si adoperano per affrontare i problemi più urgenti, facendo tesoro della solidarietà degli affetti, spesso in una cerchia familiare molto ristretta: Sandrine e David hanno da poco perso il padre e non hanno da vent’anni notizie della madre, che li aveva abbandonati per seguire a Londra l’uomo di cui era innamorata. In questo equilibrio traballante arriva imprevisto l’impatto col terrorismo: non una novità nella Parigi del Bataclan, ma non per questo meno crudele e assurdo. Le piccole esistenze dei nostri personaggi ne usciranno sconvolte: Sandrine muore in una sera d’estate, mentre tranquillamente in un parco attende il fratello insieme a Lena. In ritardo all’appuntamento, solo lui era stato risparmiato dalla furia omicida del folle che aveva preso a fucilate la gente che si trovava lì. Lena, ferita, era stata portata in rianimazione, mentre David, sconvolto, aveva subito pensato alla piccola Amanda. L’ultima parte del film è tutta dedicata al  loro progressivo avvicinarsi, accettandosi, nelle loro rispettive asperità, perché nonostante la tenerissima età e la precoce conoscenza del dolore, Amanda è molto decisa a rivendicare il proprio diritto a non essere trattata come un pacco da smistare da un indirizzo a un altro e Davide è troppo tenero e bisognoso di famiglia per permettere che le si aprano solo le porte dell’orfanotrofio.

Film delicato ed esile, che si interroga sul dolore, sul suo perché, sul modo per uscirne. Il regista non indugia sulle scene cruente, riprese anzi in un crepuscolo che tende a sbiadirne i contorni crudeli. Il dolore è tutto interno ai personaggi, che gli attori, disegnano con grande talento interpretativo dando verità alla tragedia che cambia la loro vita e che essi cercano di ricominciare.

Da vedere. Il racconto è straziante, ma è pudico e asciutto: i fazzoletti non occorrono.

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L’infanzia di un capo

recensione del film:
L’INFANZIA DI UN CAPO

Titolo originale:
The Childhood of a Leader

Regia:
Brady Corbet

Principali interpreti:
Tom Sweet, Robert Pattinson, Bérénice Bejo, Stacy Martin, Liam Cunningham, Sophie Curtis, Rebecca Dayan, Caroline Boulton, Luca Bercovici, Michael Epp, Roderick Hill, Scott Alexander Young, Jeremy Wheeler, Patrick McCullough, Andrew Osterreicher, Jacques Boudet – 113 min. – Francia 2015.

Questo singolare film è l’opera prima, molto promettente, di Brady Corbet, cineasta con pedigree di tutto rispetto come attore cinematografico (dal remake americano di  Haneke – Funny Games – a Lars von Trier – Melancholia – a Gregg Araki – Mysterious Skin-), nonché  televisivo (Law & Order). Presentato a Venezia due anni fa, il film ottenne un prestigioso riconoscimento per la migliore opera prima; ora finalmente lo vediamo anche nelle nostre sale. Al centro del film è l’infanzia del piccolo Prescott (Tom Sweet), figlio di un importante diplomatico americano, in servizio a Parigi al termine della Prima guerra mondiale, impegnato a condurre, per conto del presidente Wilson, le trattative di pace fra gli stati belligeranti, in vista del  trattato di Versailles. Su questo sfondo storico, evocato anche attraverso l’utilizzo molto pertinente di abbondante materiale fotografico e cinematografico di repertorio, si svolge il drammatico percorso di formazione in tre atti (tre scatti d’ira, dice il regista) del bambino, il cui angelico aspetto non riesce a celare i problemi che oscuramente ne turbano la serenità. Qualche breve accenno, nel corso del film, ci permette di accostare il comportamento talvolta crudele di Prescott alla deprivazione affettiva che aveva accompagnato la sua infanzia: era troppo preso dalla propria missione politica quel padre (Liam Cunningham), così come era troppo attenta all’osservanza astratta dei precetti religiosi quella madre (Bérénice Bejo), ciò che aveva spinto il piccino fra le braccia dell’anziana governante, l’unica persona capace di offrirgli l’affettuosa tenerezza di cui aveva bisogno. Molto spesso, però, Prescott era stato così gratuitamente provocatorio o così spropositatamente violento da lasciarci il dubbio che l’oscurità del suo cuore fosse invece un aspetto connotativo del suo carattere bizzarro. In ogni caso la durezza della sua formazione parrebbe la spiegazione del suo futuro da leader politico tirannico e malvagio come quelli che avevano infestato, con la loro presenza, l’Europa nel Novecento, dopo la prima guerra mondiale. Questo determinismo psicologico mi è parso l’aspetto forse meno convincente del film, che ha però grandi pregi: una straordinaria fluidità narrativa, sempre molto tesa e avvincente, sottolineata dal magnifico e martellante accompagnamento musicale; una meticolosa ricostruzione ambientale; la sobrietà del racconto, durissimo e scarno; l’eccellenza dell’interpretazione degli attori; la nitidezza delle immagini sul fondo cupo delle dimore dell’epoca, appena fuori Parigi e a Versailles, luogo di una cena assai poco festosa.
Il buio, la notte, l’oscurità connotano l’intera pellicola e diventano quasi equivalenti, sul piano simbolico, delle difficoltà angosciose del piccolo Prescott e di quelle, non meno dolorose, dei suoi genitori incapaci di comprendere. Da vedere!

Il racconto dei racconti – Tale of Tales

Schermata 2015-05-15 alle 22.21.52recensione del film
IL RACCONTO DEI RACCONTI _ TALE OF TALES

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Salma Hayek, John C. Reilly, Christian Lees, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpa – 125 min. – Italia, Francia, Gran Bretagna 2015

C’era una volta una regina (Salma Hayek) così disperata perché senza figli da essere disposta a qualsiasi sacrificio pur di averne (pazienza poi se a subire il sacrificio non sarà lei). C’era una volta un re (Vincent Cassel) così stolto da innamorarsi di una voce (ignorando che appartenesse a una vecchia megera). C’era una volta un re (Toby Jones) ancora più stolto: aveva allevato una pulce e l’aveva fatta crescere tanto da renderla del tutto simile a un mostruoso mammifero (pretenderà di servirsene quando dovrà maritare la figlia). Intrecciando gli sviluppi (che non intendo rivelare) di queste tre fiabe tratte dal Cunto de li cunti di Giambattista Basile*, Matteo Garrone ci trasporta nel suo anomalo ma bellissimo film, appena presentato a Cannes, facendoci vivere per due ore nello spazio del “meraviglioso”, ovvero là dove aspetti della realtà quotidiana trapassano con facilità e naturalezza nel mondo delle incantagioni e dei sortilegi, quello dei maghi, delle fate e degli orchi, dei negromanti e dei draghi che da sempre hanno popolato le fantasie dell’umanità (non solo dell’infanzia), quando con facilità e senza troppi problemi qualsiasi prodigiosa narrazione era sembrata naturalmente plausibile. Se per apprezzare appieno il film, dunque, è bene che ci apprestiamo a vederlo abbandonandoci al fluire del racconto, senza pretendere di razionalizzarlo troppo, è necessario però anche ricordare che le fiabe raccontate dal film sono per gli adulti, pienamente coscienti che le radici dei racconti di fate e di orchi affondano negli archetipi collettivi dell’inconscio in cui le pulsioni elementari, dettate dagli istinti corporali per la sopravvivenza, sono all’origine dei comportamenti umani più primitivi e meno accettati, quelli che attraverso l’educazione e l’organizzazione sociale abbiamo cercato di reprimere.

Matteo Garrone, per narrare questo mondo oscuro e labirintico, evita lodevolmente di ricorrere agli effetti spesso facili e grossolani della computer-grafica hollywoodiana o giapponese e, in modo culturalmente assai più suggestivo ed elegante, ambienta questo suo film in alcuni luoghi ancora abbastanza intatti del paesaggio naturale e artistico italiano, fuori per lo più dai consueti circuiti del turismo di massa**, collocandoli nel tempo delle corti feudali, presso le quali girovaghi e saltimbanchi rappresentavano le fiabe popolari per il diletto dei nobili. In tal modo, come l’autore a cui si ispira, egli dà voce ai “villani” che per quelle corti lavoravano duramente la terra e allevavano gli animali, senza aspettarsi molto altro che di sfamarsi e dissetarsi, e alle donne, che fuori o dentro le corti poco contavano, se non come fonte del piacere maschile, nonché come addette alla riproduzione della specie e alla salvaguardia attenta della gerarchia delle classi. Il risultato è un film molto bello e originale, ben diretto e interpretato benissimo, arricchito da una fotografia di eccezionale suggestione, che poco concede alle storie “gotiche” e molto, invece, mi sembra dare alla cultura e al gusto degli spettatori. Da vedere sicuramente!

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*Lo Cunto de li cunti è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, attinte in parte dalla tradizione popolare italiana e in parte dalla tradizione novellistica boccacciana, che Giambattista Basile (1575 – 1632) raccolse nel corso della sua vita ma che fu pubblicata postuma nel 1636. A partire dal 1674 al titolo venne aggiunta la denominazione Pentamerone, per sottolineare la stretta parentela col Decameron, di cui condivide certamente la struttura o cornice (10 racconti per ogni giornata per cinque giornate soltanto). Nel corso dell’800, in ambiente napoletano, il Pentamerone venne riscoperto e studiato in Italia, ma nel resto dell’Europa Charles Perrault e I fratelli Grimm si erano ben accorti delle sue bellissime fiabe e ne avevano fatto parte costitutiva delle loro raccolte. Nel 1925, finalmente, la traduzione italiana di Benedetto Croce, che definì questo libro la più bella fra le opere letterarie dell’età barocca in Italia, impose all’attenzione anche degli altri italiani le belle storie del Basile. Italo Calvino lo studiò e incluse qualche fiaba fra le sue Fiabe italiane.

**Le bellissime location, quanto mai suggestive, sono in Sicilia (le gole dell’Alcantara e Il Castello di Donnafugata col suo labirinto); nel Lazio (il bosco di Sasseto) e in Puglia (Castel del Monte e Gioia del Colle). Eventuali e documentate aggiunte sarebbero molto gradite!

vita di Joe (Nynphomaniac)

Schermata 04-2456753 alle 00.08.19recensione del film:
NINPHOMANIAC
Volume 1 e Volume 2

Titolo originale Nymphomaniac

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti
Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Stacy Martin, Shia LaBeouf, Christian Slater, Uma Thurman, Sophie Kennedy Clark, Connie Nielsen, Ronja Rissmann, Maja Arsovic, Sofie Kasten, Ananya Berg, Anders Hove.
Durata: 110 minuti il vol.1; 123 minuti il vol.2.
Danimarca 2013.

Per parlare di questo film, ho atteso di vederne anche la seconda parte, ovvero il Volume 2.

Preceduto da una ridda di notizie fatte filtrare con molta abilità un po’ alla volta, in modo da creare un’atmosfera di attesa talvolta un po’ morbosa, è infine arrivato anche da noi, buoni ultimi, il film più atteso di Lars Von Trier, che, fin dal titolo e dalla locandina, si presenta come il più trasgressivo fra i suoi.
In realtà questo, come tutti gli altri del regista danese, è un film fondamentalmente filosofico, che dura più di quattro ore nella versione censurata per ben un’ora e mezza di proiezione (mai approvata dal regista stesso che, però, ha consentito che venissero tagliate, a quanto ne ho letto, le scene che avrebbero potuto creare problemi alla distribuzione internazionale, purché non mutasse il senso del film). Per la sua considerevole lunghezza, nonostante le robuste sforbiciate, il film è proposto nelle sale suddiviso in due parti visibili solo separatamente, risultando simile a un libro in due volumi, cosicché la prima e la seconda parte si chiamano rispettivamente vol.1 e vol.2. In ciascun volume, come in un romanzo, ma in realtà come nei precedenti film del regista, la narrazione è tematica e articolata per capitoli (otto in tutto, di cui cinque nella prima parte) che possono essere analizzati anche come singole unità narrative, pur collocandosi tutti dentro la stessa cornice che li collega.
Il Volume 1 inizia in modo alquanto cupo: nei vicoli oscuri e umidi di una città, una donna, tumefatta nel volto e visibilmente provata nel corpo che reca tracce di un recentissimo pestaggio, viene trovata a terra sanguinante da un anziano passante, che abita vicino: egli la vede e la soccorre, ospitandola in casa propria per offrirle aiuto e ascolto.
L’uomo è Seligman (Stellan Skarsgård); la donna è Joe (Charlotte Gainsbourg), che ora, comodamente distesa sul lettino e confortata dal calore dell’accoglienza e delle bevande di Seligman, inizia a raccontare la propria storia all’uomo che attentamente la ascolta .
Seligman è un singolare personaggio: è un erudito, studioso di filosofia, un logico e un matematico; sa cogliere analogie e rapporti tra le cose del presente e le costruzioni metafisiche del passato ed è, inoltre, gentile e comprensivo con Joe, di cui coglie l’urgenza di parlare di sé, ritenendosi una donna non solo infelice, ma cattiva. Per questa ragione, spesso egli ne interrompe il racconto dimostrandole, sulla base dei suoi serissimi studi, che i ricordi evocati ne restituiscono un’immagine di persona del tutto normale, anche se sessualmente esuberante (le memorie della donna iniziano rievocando la propria adolescenza insaziabilmente curiosa delle cose del sesso), senza alcuna traccia di malvagità. Tutto il primo volume si fonda su questa dialettica: al racconto di Joe fa seguito il tentativo di interpretazione “normalizzante” di Seligman, con esiti talvolta buffi, talvolta ironici, in ogni caso sempre stranianti, il che conferisce un carattere leggero e divertente* a questa parte del film in cui, per esempio, scopriremo sorpresi come la suite numerica di Fibonacci sia in qualche modo collegabile per analogia alla deflorazione di Joe, così come le scorribande di Joe a caccia di uomini che soddisfino la sua avida curiosità siano analoghe alle attività perfezionistiche di Seligman per diventare un perfetto pescatore (cap. primo)! Dei cinque capitoli del Volume 1, tutti molto interessanti, sono, secondo me, eccezionalmente belli il terzo e il quarto, rispettivamente titolati “Mrs. H”, feroce descrizione di una gelosia possessiva, ipocritamente ammantata di politically correct (grande prova d’attrice di Uma Thurman), e”Delirium”, dolorosissimo racconto in bianco e nero della morte del padre di Joe per delirium tremens, vista con gli occhi e anche col corpo di lei, adolescente inquieta (è Stacy Martin l’attrice che recita la parte di Joe a quell’età) che per la prima volta prende coscienza di quel male di vivere, che è secondo me la chiave di lettura di questo come dei precedenti film di L.V.T. (non solo degli ultimi: tornano spesso alla mente i terribili AntichristLe onde del destino,  Dancer in the Dark e anche Dogville).
Nel Volume 2, proseguendo nell’evocazione del proprio passato, Joe ricostruisce la storia complessa del suo rapporto con Jerome (Shia LaBeouf), l’unico amore della sua vita. “Forget about Love” è, però, il significativo sottotitolo del film. Credo che per comprendere la triste e quasi disperata seconda parte di questo film e insieme di molti altri film di questo regista, questo sottotitolo sia decisivo: cercherò di chiarire perché, precisando però che si tratta di una mia personale interpretazione, quella che mi rende più chiaro quel suo cinema difficile e durissimo, aggiungendo che si tratta di un’interpretazione filosofica e non psicologica: in poche parole, che, a mio avviso, la depressione c’entra assai poco. C’ entra, invece, e molto, a mio parere, una visione del mondo che ha radici in alcuni aspetti dello gnosticismo, che hanno attraversato la cultura occidentale nel corso dei millenni, introducendovi l’inquieto e incessante nostro indagare sul senso della vita, sul senso del suo riprodursi grazie all’impulso sessuale, cioè grazie al manifestarsi dell’energia primordiale che anima la materia di cui siamo costituiti, come tutti gli altri esseri viventi, condannati come noi alla sofferenza, al dolore e alla morte, inevitabilmente. L’amore, naturalmente finalizzato alla riproduzione della vita, ha, secondo il regista, questo negativo imprinting: lo si deve dimenticare, quindi. Dimenticare l’amore, ma come? E’ forse possibile nei due modi che il film sembra indicare (almeno fino al sorprendente e amarissimo finale): attraverso lo studio che permette la sublimazione dell’istinto riproduttivo, così come fa Seligman, lo studioso vergine, che se ne tiene fuori, mantenendo la capacità di comprendere il dolore degli altri, oppure attraverso la ricerca mai sazia del piacere allo stato puro così come fa Joe, che intende, invece, pagandone lo scotto doloroso, dedicarsi solo a questo, incessantemente. E’ significativo, a questo proposito, che Joe si allontani volontariamente e orgogliosamente dalle donne “dipendenti sessuali”, che non vogliono essere chiamate ninfomani e che cercano di superare, attraverso la terapia del confronto di gruppo, il problema della sessualità compulsiva, per diventare donne perfettamente “normali”, adatte a vivere nella famiglia e nella società. Non a caso Joe riconoscerà, alla fine del film, nel frassino solitario, cresciuto faticosamente con nodi e contorcimenti che ne rivelano la resistenza tenace, la pianta che le rassomiglia, quella che, come lei, ha rivendicato contro le avversità, la propria diversità ostinatamente.

Questo, mi pare, va detto per cercare di chiarire in primo luogo a me stessa il significato generale di questo film, punto di approdo del lungo percorso cinematografico di un autore difficile e controverso, spesso provocatorio negli atteggiamenti e nelle parole, irritante come pochi altri. Non so dire, però se il film mi abbia completamente convinta, come invece mi aveva convinta Melancholia: ho semplicemente cercato di capirlo, riflettendoci molto a lungo.

*Dicendo divertenti, mi riferisco al significato etimologico della parola: è come se i discorsi dell’uomo deviassero l’attenzione dalle cose raccontate verso problemi altri, per l’appunto diversi (dal latino de-vertere: volgere altrove), cercando di sublimarne la sostanza grevemente carnale.