L’altro volto della speranza

recensione del film:
L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

Titolo originale:
Toivon tuolla puolen

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen, Simon Al-Bazoon, Kati Outinen, Tommi Korpela, Ville Virtanen, Matti Onnismaa – 98 min. – Finlandia 2017.

L’incontro era stato violento: un pugno del giovane Khaled (Sherwan Haji), prontamente restituito dal meno giovane Wikström (Sakari Kuosmanen); sangue dal naso per entrambi,  sommaria medicazione e improvviso e sorprendente rovesciamento della situazione, in puro stile Kaurismaki, il regista che aveva già presentato Khaled, ma che aveva detto poche (e ambigue) cose su Wikström. L’avevamo visto, infatti, lanciare la propria fede nuziale, insieme a un mazzo di chiavi, verso la moglie, una rugosa signora, tabagista e alcolista, offesa da quel gesto così poco gentile. L’uomo se n’era, quindi, andato con la sua vecchia auto, sistemandovi i bagagli pieni di camicie, per rivenderle a stock (e a stento); si era infine giocato i magri incassi ottenuti, al poker; aveva stravinto, letteralmente sbancando il casinò e lasciando allibiti e furibondi tutti, dai giocatori al direttore di sala, che minacciosamente lo aveva pregato di non provarci un’altra volta. Aveva preteso di incassare la vincita in contanti, Wikström, poiché in contanti avrebbe comprato La pinta d’oro, ristorante sull’orlo del fallimento, in cui lavoravano ormai da mesi senza stipendio tre persone. Apparentemente, perciò, si sarebbe detto un uomo duro, forse un baro, forse un malavitoso, troppo attento a lasciare poche tracce degli “affari” che aveva in animo di condurre.

Khaled, invece era un siriano di Aleppo: la sua casa era stata bombardata; i suoi genitori erano morti; si era salvato fuggendo, insieme alla sorella, che aveva perso di vista seguendo le vie di fuga dei disperati che, come lui, cercavano un futuro certamente di lavoro, di sacrifici, ma anche dignitoso e sicuro. Era arrivato in Finlandia, a Helsinki, fortunosamente, accettando di viaggiare immerso nel carbone stivato in una nave. Intendeva chiedere l’asilo politico, convinto che sarebbe stato facile. L’avevano accolto, invece, con fredda e formale gentilezza: aveva fatto il giro degli uffici  di polizia, si era lasciato interrogare e aveva spiegato la sua disperata situazione nei dettagli, ma il suo dossier era diventato una pratica burocratica come le altre, alla quale avrebbe risposto con parere negativo la Commissione apposita: lo avrebbero riaccompagnato in Siria. Era riuscito a fuggire e a rifugiarsi nel retro del ristorante di Wikström, dove, sorprendentemente, dopo lo scambio dei pugni, avrebbe trovato lavoro e accoglienza, solidarietà e qualche speranza per il futuro. Non racconto altro.

Come nei suoi precedenti film, Kaurismaki segue con partecipazione le storie dei personaggi che ama: i perseguitati dalla sorte, gli emarginati, e gli “irregolari”, quelli che non accettano di adeguarsi ai disvalori diffusi; quelli che non si integrano, quelli che non sopportano l’omologazione. Con il suo narrare amabile e poetico, senza moralismi e prediche inutili, egli ci trasporta come sempre nel mondo alternativo che gli piace, quello degli uomini un po’ folli, dei creativi fantasiosi che si inventano con pochi  mezzi un modo di sopravvivere gratificato dall’amore e dalla solidarietà. Da regista attento ai problemi del mondo, tuttavia, egli non vuole soltanto raccontare la favola bella (che sarebbe sciocca) di chi s’illude facilmente che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto in un momento storico come quello di oggi, di fronte all’immane tragedia dell’emigrazione dall’Africa e dal Medio oriente. Kaurismaki ha ben presente la deriva xenofoba e razzista che sta attraversando l’Europa e che coinvolge persino un paese apparentemente tranquillo come la Finlandia; così come ha orrore per la barbarie che rende insicura e precaria la vita del protagonista, di cui è difficile prevedere la sorte, mentre gli appare del tutto inadeguata un’accoglienza tanto politicamente corretta quanto burocratica e lontana dalle esigenze dei profughi che vorrebbero, come Khaled, rapidamente integrarsi. Il film, bellissimo,  ci lascia quindi un messaggio di speranza e insieme di realismo, l’altro volto, appunto di quella speranza che non si rassegna a morire.

 

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un Natale norvegese (Tornando a casa per Natale)

Recensione del film:

TORNANDO A CASA PER NATALE

Titolo originale:
Hjem til Jul

Regia:
Bent Hamer

Principali interpreti:
Arianit Berisha, Sany Lesmeister, Nadja Soukup, Nina Zanjani, Igor Necemer -85 min.-
Norvegia, Svezia, Germania 2010.

Questo film, che é piuttosto bello e poetico, uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 dicembre 2010. L’ho visto in anteprima ieri sera e ho provato a recensirlo e a interpretarlo, avvertendo però che ho commentato solo alcuni degli episodi del film, per lasciare a tutti il gusto di vederlo, senza sapere tutto con troppo anticipo. Anch’io lo rivedrò, quasi certamente, nelle sale.

E’ un bel film questo norvegese, Tornando a casa per Natale: film a episodi, in cui sono raccontate le vicende di alcuni personaggi molto veri e umani, lontanissimi dal nostro Natale dei consumi, dell’ostentazione e dello spreco. Le storie narrate sono connotate dagli elementi tradizionali del Natale: la neve, che è comune a molti episodi, l’albero illuminato; la nascita di un bambino, simbolo della vita che continua anche nelle più difficili condizioni, la cui presenza apre i cuori alla speranza, ma anche e soprattutto alla comprensione e all’ascolto delle persone che, per quanto vicine, non riusciamo più a vedere nel loro urgente bisogno di calore e di affetto. Sotto questo aspetto, è emblematica la vicenda del medico, che ha fatto venire alla luce quel bambino, grazie al quale finalmente comprende la solitudine della moglie, la sua voglia di maternità e di affetto. Nel film, però, il patetico non è il solo registro narrativo: è amaramente ironico, ma ci dà anche modo di divertirci, l’episodio della donna che, avendo compreso come l’uomo che ama se ne stia perfettamente a suo agio nel ruolo di bigamo, decide di vendicarsi, rovinandogli la festa durante la messa natalizia, con signorile imperturbabilità, mentre è delicatamente elegiaco l’episodio dei due anziani coniugi che rimangono uniti presso l’albero a celebrare un Natale di solidarietà reciproca, nella quale, ora, dopo tanti anni, si è trasformato l’amore che li ha uniti. Un Natale che si rispetti, però, non può essere senza stella: qui è l’apparizione della luminosissima e affascinante Sirio, scoperta attraverso il telescopio della graziosa adolescente musulmana, che orienta il comportamento del giovane norvegese, atteso in famiglia per il cenone tradizionale Il film è supportato da essenziali e antiretorici dialoghi fra i personaggi e da una splendida fotografia, che sottolinea i grandi spazi innevati e gelidi, in cui la solitudine è maggiormente avvertibile , in cui la lunga notte dei paesi nordici è improvvisamente e quasi magicamente squarciata dalle luci dell’aurora boreale.