The Deep

recensione del film:
THE DEEP

Titolo originale:
Djúpið

Regia:
Baltasar Kormákur

Principali interpreti:
Ólafur Darri Ólafsson, Jóhann Jóhannsson, Þröstur Leó Gunnarsson, Björn Thors,
Stefán Hallur Stefánsson, Walter Grímsson, Guðjón Pedersen,
– 95 min. – Islanda 2012.

Ancora un bel ricupero estivo: un interessante film islandese del 2012.

Siamo nel villaggio di pescatori di Heimaey su un isolotto dell’arcipelago islandese che, come il resto di quel territorio, è luogo di vulcani e di ghiacciai, ostile e inospitale. Il mare antistante, però, è pescosissimo e dà da vivere al villaggio, permettendo ai pescatori di togliersi persino qualche capriccio: una  bella moto, magari a rate o un bel Vinile che incrementi la ricca collezione di L.P….
Le condizioni della sopravvivenza, da quelle parti, possono diventare tuttavia durissime da un giorno all’altro, come era accaduto ai residenti del villaggio contiguo, costretti ad abbandonare le proprie case per l’eruzione improvvisa di un vulcano. Non era morto nessuno: la bocca infuocata del nuovo cratere era sufficientemente lontana per permettere agli abitanti di sfollare ordinatamente mettendo insieme le proprie cose e attendendo l’arrivo degli aiuti dalla capitale Reyjkiavik, che non aveva risparmiato sulla solidarietà immediata, garantendo anche impieghi amministrativi per il futuro dei profughi.
Eppure, qualcuno era andato a scuola e aveva studiato per tornare alla propria isola con qualche conoscenza in più, come Gulli, il protagonista (superbamente interpretato da Ólafur Darri Ólafsson), o come il giovane cuoco, deciso a farsi assumere da qualche equipaggio in grado di apprezzare la buona cucina. Se è vero, infatti, che nella capitale ci si sente sicuri e protetti, è altrettanto vero che sfugge il significato profondo di una condizione libera da incertezze e pericoli. Le parole leopardiane mi sono tornate, nel corso del film, più volte alla mente:
Se ora […..] non fossimo su queste navi, in mezzo di questo mare, a questa sconosciuta solitudine, in una condizione di grande incertezza e rischio, in quale altra condizione di vita ci troveremmo? In che cosa saremmo occupati? In che modo trascorreremmo questi giorni? Forse più lietamente? O non ci troveremmo forse in qualche maggior affanno o preoccupazione, oppure preda della noia? (cit: Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez). Le grandi solitudini degli uomini del Nord, il tentativo di allontanare l’angoscia esistenziale accettando le più estreme sfide della natura, è, io credo, uno dei più importanti temi intorno al quale il regista costruisce il film ed emerge in un gioco continuo di rimandi, come flashback o forse come sogno, durante la dolorosissima vicenda del naufragio notturno della nave su cui Gulli, il giovane cuoco, il collezionista di antichi LP e altri uomini erano saliti per concludere le operazioni di pesca, per le quali le reti erano già state gettate. Gulli ne era uscito vivo ed era stato l’unico dell’equipaggio: per salvare gli altri non aveva certamente lesinato le proprie forze: nessuno, d’altra parte, avrebbe potuto sopravvivere in pieno inverno in quelle condizioni di fatica e di gelo. In meno di mezz’ora, anche gli uomini più robusti avrebbero ceduto per il freddo e la fatica.

Gulli nonostante fossero passate sei ore era anche sopravvissuto all’impatto violentissimo contro le rocce laviche, alle ferite profonde ai piedi; al dolore fisico lancinante. Il film ce lo racconta con immagini scure di grande potenza emotiva, coinvolgendoci pienamente nel suo desiderio di uscire vivo, abbandonandosi alle forze della natura in compagnia dei gabbiani che ne seguono la deriva. Bellissime e commoventi pagine, cui si aggiungono le altre, angosciose, del sentirsi in colpa per essere sopravvissuto da solo, ciò che gli avrebbe fatto accettare, quasi per espiare, le indagini sul suo fisico provato, condotte dagli “scienziati” razionalisti di Londra, convinti illusoriamente di poterne venire a capo.

 

La vicenda occupò la cronaca dei quotidiani, qualche anno prima del film, (vedremo comparire con i titoli di coda, il “vero” protagonistra dei fatti raccontati). Il caso rimase misterioso, poiché la scienza islandese, e quella britannica non avevano chiarito alcunché!
…There are more things in heaven and earth, Horatio,  
Than are dreamt of in your philosophy.
Amleto (1.5.167-8)

Da non perdere!

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Loveless

recensione del film:
LOVELESS

Regia:
Andrey Zvyagintsev

Principali interpreti:
Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keiss, Aleksey Fateev, Varvara Shmykova, Daria Pisareva, Yanina Hope, Maxim Stoianov – 128 min. – Russia 2017

 

Ancora una volta l’interesse di Andrey Zvyagintsev, il regista di questo film, è per la sua terra, la Russia non più comunista che dopo aver accettato i principi liberistici è cambiata rapidamente inserendosi nel processo di globalizzazione del mercato. I vecchi valori della solidarietà sembrano completamente soppiantati dalla ricerca tutta individuale del successo; le vecchie e brutte case popolari, che prevedevano spazi collettivi, sono state abbandonate e si presentano ora come fangosi ammassi di rovine, dalle suggestioni tarkowskiane, che i bambini, all’uscita dalle scuole, utilizzano per i loro giochi segreti.
La Mosca di oggi, infatti, è una moderna capitale, circondata dall’inverno perenne di un ambiente naturale, a sua volta, un po’ tarkovskijano (e anche un po’… bruegeliano, benché  le riflessioni sull’esistenza del film di Andrey Zvyagintsev siano diverse, nei toni, da quelle sarcastiche del film di Roy Andersson*) . Nello skyline, modificato dalle costruzioni di vetro della elegante e lineare architettura contemporanea, il regista avverte un mutamento che non è solo quello delle case, ma è quello dell’anima di chi ci abita, dopo che l’interesse per i soldi, per il lusso e per l’affermazione di sé ha soppiantato le relazioni di amicizia, e persino i legami d’amore che parrebbero più naturali e profondi: quelli fra i figli e i loro genitori. Si è dissolta, infatti, insieme alla coesione sociale, anche quel minimo di coesione familiare che era rassicurante per i bambini, che si sentivano amati, ascoltati e protetti.

La vicenda del film è una storia di divorzio: Zhenya e Boris, rispettivi madre e padre del piccolo Alyosha, decidono di mettere in vendita l’alloggio, non ancora completamente pagato, e di lasciarsi. Ognuno se ne andrà per la propria strada: lei col ricchissimo amante, in un alloggio grande e arredato con sobria raffinatezza; lui dalla donna che ama e che ora è incinta. La storia del loro dividersi, però, non è la normale e civile vicenda di chi prende atto della fine di un legame matrimoniale e decide di chiuderlo; é invece una storia di odio e di rancore, in cui nulla può essere detto senza che un’aggressività rabbiosa si impadronisca di lei, incapace ormai di discutere con pacatezza. Nessuno parla della sorte del loro figlioletto, apparentemente ignaro di tutto, in realtà trascurato da entrambi, troppo presi dal loro futuro immediato, orizzonte da cui escludono qualsiasi ricordo della loro passata esistenza. Accade, perciò, che Alyosha, che ha sentito le liti furiose e ha compreso di essere parte di quel passato che entrambi vorrebbero ignorare, decida di andarsene facendo perdere le proprie tracce. Boris e Zhenya ne saranno informati, dopo un giorno e mezzo, dalla scuola che per prassi si prende cura di avvisare le famiglie dell’assenza degli scolari alle lezioni. Le ricerche, condotte da una neghittosa polizia e da alcuni volontari organizzati quasi militarmente, non approderanno ad alcun risultato, ma saranno ancora una volta l’occasione di scontri e rinfacci sanguinosi  fra quella madre e quel padre.

Il regista di Leviathan firma questa volta un film il cui contenuto sembra focalizzarsi soprattutto sull’assenza di etica nei rapporti familiari nella Russia post-sovietica, ma in realtà ci offre molto di più: è il quadro desolante di un presente privo di qualsiasi valore morale: in famiglia, nei posti di lavoro e nella vita sociale i vecchi riferimenti etici non contano più, né l’alternativa identitaria, offerta dagli insegnamenti di una Chiesa ortodossa sempre più conservatrice e oppressiva, sembra essere accettabile e praticabile nel mondo di oggi se non al prezzo, tutto politico, della convenienza individuale più opportunistica e ipocrita.
Film da vedere sicuramente, poiché pone domande che riguardano anche tutti noi, che viviamo in questo occidente in cui i grandi valori della democrazia e della solidarietà sociale si stanno oscurando e ognuno, sempre più solo, pare accontentarsi dell’illusoria felicità di un presente  senza prospettive ideali.

…Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare…
da “A tutta voce”  di Vladimir Majakovskij
(Traduzione di Paolo Statuti)

—————————————–

*Un piccione, seduto su un ramo, riflette sull’esistenza

Certain Women

recensione del film:
CERTAIN WOMEN

Regia:
Kelly Reichardt

Principali interpreti:
Michelle Williams, Laura Dern, Kristen Stewart, Jared Harris, James LeGros, Lily Gladstone, René Auberjonois, John Getz, Ashlie Atkinson, James Jordan, Matt McTighe, Edelen McWilliams, Sara Rodier, Gabriel Clark – 107 min. – USA

Il Montana costituisce lo sfondo paesaggistico molto ampio di questo bellissimo film: una sterminata pianura, ai piedi delle alte cime innevate quasi tutto l’anno, attraversata da una ferrovia su cui viaggiano i treni che trasportano le merci. Siamo nei pressi della città di Livingston, un tempo probabilmente più densamente abitata: i pionieri che l’avevano fondata, avevano creato anche la scuola, ora ridotta a un ammasso di pietre che giacciono, inutilizzate, nella proprietà di un vecchio solitario possidente (René Auberjonois). Finita, dunque, nella grande periferia dell’ agglomerato urbano, quell’antica scuola diventa quasi un segnale del progressivo impoverimento, anche culturale, di Livingston, di cui sono testimonianza, d’altra parte, gli edifici anonimi del suo centro ora a prevalente vocazione terziaria: i supermercati, i ristoranti, i locali alla moda, nei quali le sole tracce del passato sono ravvisabili nell’esibizione, venata di esotismo, di variopinti “pellirossa” per il divertimento facile dei residenti e dei turisti di passaggio.

La regista Kelly Reichardt, ispirandosi liberamente a tre storie della scrittrice Maile Meloy, ci racconta la vita di alcune donne; minime storie di donne dei nostri giorni, che a Livingston o nei suoi dintorni vivono o lavorano, arrabattandosi fra le mille difficoltà dovute alla crisi che sta travolgendo, insieme al Montana, anche il nostro mondo.
Le loro storie, anche se trattate separatamente, talvolta si sfiorano e sono, in ogni caso, unificate dal colore malinconico della fotografia, dalla coerenza stilistica del film, che è la struggente e sommessa narrazione delle loro solitudini dolorose, di cui è evidente metafora l’immagine ricorrente del vetro che riflette il paesaggio bellissimo e che separa drammaticamente gli abitanti, uomini e, soprattutto, donne. Laura, Gina, Elizabeth e Jamie, le eroine del film, sono tutte, infatti, per le ragioni più diverse, donne sole, intelligenti, poco stimate, poco ascoltate, poco amate.

Laura
ha il bel volto lynchano di Laura Dern ed è l’avvocato che aveva dovuto misurarsi col caso difficile di un cliente che, non essendosi lasciato consigliare da lei (in fondo era solo una donna), col proprio irresponsabile e avventato comportamento si era cacciato nei più seri guai. Era stata lei ad affrontarlo, sola  e disarmata, mandata a trattare con lui la resa e la liberazione di un ostaggio, mentre squadre di poliziotti, armati fino ai denti, aspettavano poco lontano la fine dell’operazione! Nessuno di loro aveva voluto correre il rischio. Né il ritorno a casa, dove l’attendeva l’unico suo vero affetto, il suo labrador fedele, sarebbe stata davvero la fine di quell’ incubo, poiché a quell’uomo sciocco ora era rimasta l’unica certezza della sua disponibilità ad ascoltarlo, periodicamente, nel parlatorio del carcere.

Gina
è la magnifica Michelle Williams, al suo terzo film con la regista, ed è forse il personaggio più drammatico. Non lavora, ed è perciò completamente assorbita dai suoi compiti di moglie e di madre a cui sacrifica la propria indipendenza. Il marito, oltre che fedifrago (è l’amante di Laura, con la quale condivide lo studio di avvocato), è un uomo inetto, incapace di assumere le proprie responsabilità di padre e di marito: preferisce assecondare i capricci della figlia adolescente, poco disposta ad ascoltare la madre, a cui tocca, dunque,  “far la parte della cattiva”, e a cui tocca anche trattare col vicino, l’acquisto di quella partita di pietre “storiche”dell’antica scuola, così da dare alla nuova casa dei loro progetti, radici nella storia e nella cultura di Livingston. La sua totale dipendenza dal ruolo di moglie e di madre non le impedisce però di sentire e soffrire il peso di una solitudine, senza rimedio né consolazione possibile.

Elizabeth e Jamie
Elizabeth, una “nervosa” e perfetta Kristen Stewart, è una giovane fresca di studi giuridici, ma non ha potuto terminare l’Università per la necessità di lavorare, a qualsiasi costo, dopo la morte del padre. Non volendo abbandonare del tutto i propri progetti, ha  accettato  di insegnare diritto, senza compenso, in un corso serale per adulti. Assiste casualmente alla lezione Jamie (interpretata da Lily Gladstone attrice straordinaria, arrivata al film direttamente da una riserva di nativi americani).  Jamie lavora tutto il santo giorno in un ranch, che sorge quasi ai piedi della catena montuosa, ma alla sera, talvolta, si concede una piccola pausa a Livingston. Aveva notato l’assembramento degli adulti davanti ai locali destinati alle lezioni serali ed era entrata anche lei, insieme a loro, ma si era sentita circondata da una diffidenza pesantissima, cosicché si era sistemata nell’ultimo banco: sempre duri a morire i pregiudizi dei bianchi! Eppure, alla fine della lezione, affascinata e incantata dai modi di Elizabeth, aveva trovato il coraggio di avvicinarsi e parlarle: avrebbe cenato con lei e da lei avrebbe saputo dei suoi studi interrotti e delle sue speranze di riprenderli. Per Jamie si era trattato di uscire, finalmente, dal proprio isolamento: le cene insieme a lei si sarebbero ripetute, ma per qualche settimana soltanto, perché Elizabeth era riuscita finalmente a laurearsi e a trovare un lavoro precario, ovviamente, nello studio legale del marito di Gina e di Laura. Una imprevista e bellissima sorpresa, però, avrebbe suggellato l’ultima cena in comune fra le due donne: come un antico palafreniere medioevale, Jaime avrebbe fatto salire sulla groppa di uno dei suoi meravigliosi cavalli Elizabeth, per riaccompagnarla, dopo la cena, all’auto che l’avrebbe riportata in città. Scena stupefacente e straordinaria, malinconico commiato fra due donne che avevano provato (o forse era solo Jamie?) a comunicare fra loro.

Film incredibilmente bello, che temo, non verrà visto da molti spettatori in Italia. Personalmente sono riuscita a vederlo al cinema Massimo di Torino (Museo del cinema), che lo ripeterà per pochi spettacoli ancora, in lingua originale sottotitolato. Che peccato! Possibile che questo film eccezionale, miglior film nel 2016 al BFI London Film Festival,non trovi un distributore coraggioso che lo diffonda nel nostro paese? Questa recensione vuole essere anche un invito, per quanto poco ascoltato, a considerarne l’opportunità.

“…j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais…” Charles Baudelaire (L’ultimo tango a Parigi)

recensione del film:
L’ULTIMO TANGO A PARIGI

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti: Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand, Marie-Hélène Breillat, Catherine Breillat, Dan Diament, Mauro Marchetti, Peter Schommer, Catherine Sola, Veronica Lazar, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud – 132 min. – Italia 1972

Il film ha un incipit che richiama alla mia memoria una lirica di Baudelaire (À une passante): La rue assourdissante autour de moi hurlait… Paul (Marlon Brando) cammina lungo un viadotto che attraversa la Senna, scosso dal frastuono assordante della linea esterna del Metro: il suo volto è pietrificato dal dolore: la moglie Rosa si è inaspettamente uccisa. Sul suo stesso percorso incontra fugacemente (Un éclair… puis la nuit!) Jeanne (Marie Schneider), la bella giovinetta che si affretta a sorpassarlo, voltandosi, però, a guardarlo incuriosita dal suo gesticolare solitario. I due si incontreranno ancora, in modo altrettanto casuale e fugace, all’interno di un caffé: lei è lì per telefonare; si ritroveranno infine in quell’appartamento vuoto che entrambi vorrebbero affittare e che diventerà lo scenario della loro passione amorosa. Quello che sappiamo dei due emerge a poco a poco dall’intrecciarsi di più racconti che si inseriscono con sorprendente naturalezza nel film: Paul è un americano squattrinato, che, sposando Rosa e sistemandosi nell’infimo albergo di lei, ha risolto il problema del come vivere a Parigi, accettando, però, tacitamente che la donna, fra i clienti, alloggi il proprio amante. Jeanne è invece fidanzata con Tom, aspirante regista che ora ha un contratto con la televisione per girare un film che dovrebbe parlare di lei, della sua storia molto “normale”, all’interno di una famiglia di piccoli borghesi conservatori, in una casa di campagna, appena fuori Parigi, ancora piena dei ricordi della carriera militare del padre. Jeanne considera con ironia indulgente l’ipocrisia che ha tenuto insieme la vita della sua famiglia, e, pur ritenendo che una spruzzata di modernità potrebbe giovare ai moderni legami matrimoniali (la famiglia pop!), pensa di poterne riprodurre il modello (con tanto di adulterio, quale corollario) sposando Tom, del quale, pure, sa valutare lucidamente mediocrità e limiti: ritiene, infatti, di aver bisogno di lui per dare alla sua vita la rispettabile normalità di facciata cui aspira. L’esistenza di entrambi, dunque, si è svolta, fino a un certo punto, secondo un copione abbastanza risaputo, recitato senza entusiasmo, dando per scontato il sacrificio delle più profonde e naturali pulsioni sull’altare della “normalità”, come quel Marcello, che Bertolucci aveva disegnato nel film di due anni prima, Il conformista. La morte di Rosa, la coscienza dell’inevitabile invecchiare, l’incontro con Jeanne, ancora infantile nel volto espressivo, innocente e provocante nel vestitino sexy, ricoperto dal lungo cappotto, ora insinuano in Paul un’improvvisa voglia di voltare pagina, di vivere una storia d’amore vero, senza compromessi, un amore “assoluto”, cioè sciolto da ogni legame di spazio e di tempo, in quella sorta di Eden senza giardino che diventerà l’appartamento degli incontri con lei. Là dove ingiallite coperte celano le tracce delle vite di chi era vissuto in quelle stanze, anch’essi celeranno nome e passato e qualsiasi altro elemento potenzialmente rivelatore della loro individuale identità, diventando pura energia, vitalità primigenia e innocente, diretta esclusivamente a ricercare nell’altro gioia e piacere, senza costrizioni o norme, come se, rifuggendo dal principio di realtà, il piacere allo stato puro potesse offrire agli amanti l’ ambito in cui si riesce ad abbandonare ogni tabù per realizzare il sogno della più totale libertà, quel non luogo, in cui ci si può rifugiare a costruire un presente di felicità pura senza memoria e senza progetti. Eppure, l’insoddisfazione è in agguato: la buffa ricerca di un linguaggio “naturale”, evocativo dei richiami degli animali innamorati, non colma il senso di vuota solitudine che li attanaglia dopo l’amore, fin dal loro primo incontro, ma indicata, addirittura, come leitmotiv del film dalle due tavole di Bacon che significativamente accompagnano i titoli di testa. L’amore è più complicato di quello immaginato dai due innamorati: non si accontenta della sola conoscenza carnale, né della complicità sessuale, vuole sapere tutto dell’altro, della sua storia dei suoi sogni dei suoi progetti, poiché tende a imbrigliarlo in una prospettiva temporale che ne condizioni il futuro. La realtà, cacciata fuori dal bow window parigino, non tarderà a presentarsi prepotentemente, facendo tragicamente fallire il tentativo di felicità senza storia di Paul e di Jeanne. L’ultimo tango a Parigi nel 2012 compie quarant’anni. E’ stato uno dei più celebri film del nostro cinema, per motivi che, purtroppo, hanno avuto poco a che vedere con la sua straordinaria e complessa bellezza: le vicende giudiziarie che ne hanno determinato il sequestro, nonché la condanna definitiva al rogo (!), coll’ eccezione di una sola copia, lo hanno circondato di un’aura morbosa, che non ha reso giustizia alla sua qualità artistica e all’impegno profuso da quanti ci hanno lavorato con cultura e intelligenza: il suo regista in primo luogo, che ha duramente pagato la propria libertà creativa con la privazione, per ben cinque anni, dei diritti politici, oltre che con l’ostracismo culturale. Bertolucci ha splendidamente diretto uno staff di grandi collaboratori, decisivi per la riuscita dell’opera, dallo sceneggiatore, al fotografo, al musicista, agli attori, magnifici interpreti che hanno dato vita a personaggi indimenticabili.

Another year …il faut cultiver notre jardin (Voltaire)…ahimé!

Recensione del film:

ANOTHER YEAR

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Jim Broadbent, Lesley Manville, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Peter Wight -129 min. – Gran Bretagna 2010.

Il film pare iniziare nel momento in cui si conclude Candide di Voltaire: “il faut cultiver notre jardin”. A un minuscolo orto della periferia londinese, infatti, dedicano parte del loro tempo libero due coniugi anziani (la psicologa Gerri e il geologo Tom) che hanno vissuto una vita di lavoro e di avventure (i viaggi), ma anche di sogni (il ’68; l’isola di Wight). Le citazioni da Voltaire potrebbero proseguire: il perdurare dell’affetto fra i due coniugi, nonostante il loro imbruttimento (particolarmente quello di Gerri-Cunegonda); la disillusione dall’utopia ottimistica, che nel film coincide con il progressivo restringersi degli interessi sociali che l’utopia aveva dischiuso, l’accontentarsi (conseguente) di far bene il proprio lavoro e di proteggere la serenità propria e quella della propria famiglia, di cui la coltivazione dell’orto è una bella metafora. In questa loro vecchiaia tranquilla, tuttavia, i due si preoccupano di aprire la loro casa agli amici o ai parenti che sono rimasti soli. La solitudine dei tre ospiti, Mary, Ken e Ronnie, è, però, secondo me, il tema centrale del film: si tratta di una solitudine infinita, cupa e irrisarcibile, riflesso di un inesorabile fallimento esistenziale. I tre personaggi vengono presentati, uno alla volta, nelle diverse stagioni di quell’anno a cui allude il titolo del film, altro anno che si aggiunge a quelli della vita serena e senza scosse dI Gerri e Tom. Per Mary, Ken e Ronnie, sarà l’anno in cui essi acquisiranno la consapevolezza dolorosa dell’irrimediabile loro destino di sconfitti dalla vita.

Il momento della verità, per Ken, che ha sempre compensato l’infelicità con la bulimia nervosa, il fumo incontrollabile e la birra, coinciderà con la brutale ripulsa di Mary, mentre per Ronnie, ultimo personaggio a comparire, il momento della disillusione sarà la morte della moglie e l’impossibilità di ricuperare un rapporto col figlio, che vive lontano da lui (si intuisce non lietamente), in una città dello Yorkshire, e che lo odia. Mary, a differenza degli altri ospiti della coppia, è quella maggiormente presente: lavora con Gerri, si confida con lei e passa molto spesso con i due coniugi l’intero week-end. L’esistenza trascorsa fra amori infelici e matrimoni naufragati non l’ ha per ora piegata: nonostante tutto si sente ancora bella, giovane, desiderabile, ma la sua incontenibile logorrea, l’amore per l’alcool e l’atteggiamento ridicolo e civettuolo nei confronti di Joe, il giovanotto figlio della coppia, ci fanno capire subito che si tratta, anche in questo caso, di un personaggio tragico, come ci confermerà l’ultima scena del film, in cui la ripresa, soffermandosi su di lei, la fisserà in una terribile e drammatica espressione di disperato e cosciente dolore. Da tanta desolazione si salva davvero solo la coppia, coltivando il proprio orticello? Sembrerebbe di sì, ma anche il loro accontentarsi ha nel film il sapore amaro di chi le illusioni se le è tolte rinunciando a una parte importante di sé e dei propri sogni, come avviene nella vita di tutti, ahimé!. Il film è diretto con grande cura e con molto equilibrio, e trasmette un messaggio di disperato realismo sul senso della vita e sulle chanches che ciascuno possiede per cambiare davvero il proprio doloroso destino. La recitazione degli attori è, a dir poco, di una perfezione inarrivabile e raggiunge vette di grandissimo impatto soprattutto con la prova di Lesley Manville nella parte di Mary, e di Ruth Sheen in quella di Gerri

Leggi  QUI: Ancora su Another Year (qualche mia nota, in seconda battuta, su questo grande film)

un Natale norvegese (Tornando a casa per Natale)

Recensione del film:

TORNANDO A CASA PER NATALE

Titolo originale:
Hjem til Jul

Regia:
Bent Hamer

Principali interpreti:
Arianit Berisha, Sany Lesmeister, Nadja Soukup, Nina Zanjani, Igor Necemer -85 min.-
Norvegia, Svezia, Germania 2010.

Questo film, che é piuttosto bello e poetico, uscirà nelle sale italiane il prossimo 3 dicembre 2010. L’ho visto in anteprima ieri sera e ho provato a recensirlo e a interpretarlo, avvertendo però che ho commentato solo alcuni degli episodi del film, per lasciare a tutti il gusto di vederlo, senza sapere tutto con troppo anticipo. Anch’io lo rivedrò, quasi certamente, nelle sale.

E’ un bel film questo norvegese, Tornando a casa per Natale: film a episodi, in cui sono raccontate le vicende di alcuni personaggi molto veri e umani, lontanissimi dal nostro Natale dei consumi, dell’ostentazione e dello spreco. Le storie narrate sono connotate dagli elementi tradizionali del Natale: la neve, che è comune a molti episodi, l’albero illuminato; la nascita di un bambino, simbolo della vita che continua anche nelle più difficili condizioni, la cui presenza apre i cuori alla speranza, ma anche e soprattutto alla comprensione e all’ascolto delle persone che, per quanto vicine, non riusciamo più a vedere nel loro urgente bisogno di calore e di affetto. Sotto questo aspetto, è emblematica la vicenda del medico, che ha fatto venire alla luce quel bambino, grazie al quale finalmente comprende la solitudine della moglie, la sua voglia di maternità e di affetto. Nel film, però, il patetico non è il solo registro narrativo: è amaramente ironico, ma ci dà anche modo di divertirci, l’episodio della donna che, avendo compreso come l’uomo che ama se ne stia perfettamente a suo agio nel ruolo di bigamo, decide di vendicarsi, rovinandogli la festa durante la messa natalizia, con signorile imperturbabilità, mentre è delicatamente elegiaco l’episodio dei due anziani coniugi che rimangono uniti presso l’albero a celebrare un Natale di solidarietà reciproca, nella quale, ora, dopo tanti anni, si è trasformato l’amore che li ha uniti. Un Natale che si rispetti, però, non può essere senza stella: qui è l’apparizione della luminosissima e affascinante Sirio, scoperta attraverso il telescopio della graziosa adolescente musulmana, che orienta il comportamento del giovane norvegese, atteso in famiglia per il cenone tradizionale Il film è supportato da essenziali e antiretorici dialoghi fra i personaggi e da una splendida fotografia, che sottolinea i grandi spazi innevati e gelidi, in cui la solitudine è maggiormente avvertibile , in cui la lunga notte dei paesi nordici è improvvisamente e quasi magicamente squarciata dalle luci dell’aurora boreale.