un tuffo nel passato (Beyond)

Recensione del film:
BEYOND

Titolo originale
Svinalängorna

Regia:
Pernilla August

Principali interpreti:
Noomi Rapace, Ola Rapace, Outi Mäenpää, Ville Virtanen, Tehilla Blad – 92 min. – Svezia, Finlandia 2010

Questo è un film svedese che racconta molto bene una storia durissima, interpretata splendidamente dall’ottima Noomi Rapace, la Lisbeth di Uomini che odiano le donne.
Nel giorno di Santa Lucia, la festa, che una famiglia si appresta a celebrare, viene improvvisamente interrotta da due telefonate, che riportano Leena ai problemi del suo passato che credeva definitivamente rimossi. La madre morente, infatti, vuole rivederla ed è proprio ciò che la giovane vorrebbe evitare: il marito la spingerà ad accettare quest’ultimo incontro. Nel passato della giovane donna, il racconto del quale occupa, con continui flash back, la maggior parte del film, la famiglia di Leena ha un ruolo centrale e fortemente negativo. I due genitori, immigrati dalla Finlandia, non riescono ad ambientarsi nella Svezia che li ha accolti e che, in qualche misura, ha cercato di integrarli: sono etilisti; si odiano fino all’aggressione fisica, ma incredibilmente si amano davvero e in modo profondo, ignorando irresponsabilmente le esigenze dei figlioletti, che costringono a vivere in un ambiente che diventa sempre più sordido, degradato e violento. Un tuffo nel passato attende dunque Leena, ben preparato dalla scena del tuffo in piscina, che precede l’inizio del viaggio, a ritroso nel tempo, di lei, che è appassionata nuotatrice fin da piccola. Per tutto il film l’acqua della piscina accompagna la vicenda raccontata, assumendo significati fortemente simbolici: rischio, ma insieme possibilità di emergere; dolore e sacrificio, ma anche purificazione; modo per dimenticare, sia pure per poco, l’orrore della realtà quotidiana; riscatto dalle umiliazioni per ripiombare subito dopo in un abisso senza limiti, gorgo dal quale il tenero fratellino, che non ha ancora imparato il gioco della resistenza all’apnea prolungata, verrà travolto.
Film bello, senza patetismi, ben recitato, oltre che da Leena, soprattutto dai due bambini, che ricoprono il ruolo di Leena da piccola e del fratellino sfortunato.

La fisica dell’acqua

Recensione del film:
LA FISICA DELL’ACQUA

Regia:
Felice Farina

Principali interpreti:
Claudio Amendola, Paola Cortellesi, Stefano Dionisi, Lorenzo Vavassori, Lorenzo Pavanello,Samuele Longhi, Francesca Brizzolara, Fabio Ferrari, Anita Zagaria, Ferruccio Calamari, Giorgia Cardaci, Camilla Frontini, Simona Nasi, Davide Negro, Elena Presti – 76 min – Italia, Svizzera, Francia 2009

Il piccolo Alessandro vive da solo, con la mamma Giulia, in una casa sul lago, dalla morte del padre, avvenuta per annegamento qualche anno prima, cioè quando era piccolissimo e quindi incapace di ricordare. Come sappiamo dalla psicanalisi, tuttavia, se i ricordi in tenerissima età sono rarissimi e difficili, i fatti che coinvolgono i nostri primi anni si imprimono ugualmente nella nostra mente e determinano in seguito i nostri comportamenti. Nel caso di Alessandro, la morte del padre sembra aver determinato una vera angoscia per l’acqua, percepita come oscuro e minaccioso pericolo. A sconvolgere il mondo del piccino è anche l’inaspettato giungere dello zio Claudio, intenzionato a vendere la sua parte di proprietà della casa in cui abitano madre e figlio. L’accoglienza affettuosa di Giulia pare aver creato nel bambino una profonda gelosia, aggravata dal comportamento dello zio, che in casa si muove da padrone e che, forse per gioco, lo sfida alla boxe, spingendolo nel lago, e provocando in lui la sensazione che, in realtà, questi desideri la sua morte. Matura nella mente di Alessandro, perciò, un profondo odio, unito al desiderio di vendicarsi. Utilizzerà, a questo fine, le sue conoscenze da meccanico per sabotare i freni dell’auto di Claudio, ma le cose si complicheranno ed egli si troverà in commissariato a ricostruire, attraverso i propri ricordi, anche le ragioni del suo comportamento. Il commissario di polizia, spinto dalla pietà per il piccolo, lo aiuterà con pazienza e, direi, con affetto paterno a far a poco a poco emergere dal buio i ricordi penosi e angosciosi, tanto che nella mente di Alessandro l’immagine ora ricordata del padre e quella del commissario, finiscono per confondersi. La riemersione ci riporta ancora una volta alla metafora dell’acqua, pericolo minaccioso, ma anche elemento di vita, di rigenerazione, liquido amniotico per la rinascita, per affacciarsi, forse, al mondo della consapevolezza e della responsabilità. Il film ci conduce abilmente nel groviglio dei ricordi confusi e delle sensazioni del bambino, perché è raccontato dal suo punto di vista lo svolgersi degli eventi. Alessandro, però, a differenza di molti bambini del cinema, spesso rappresentati secondo i complementari luoghi comuni del Pierino -la- peste o dell’innocente e lezioso rompiscatole, è invece un bambino difficile, con comportamenti infantili, ma con pensieri, inquietudini, rimozioni più grandi di lui, e tutto ciò è benissimo narrato perché il regista mostra grande sensibilità ed empatia nei confronti del mondo infantile, senza creare nello spettatore ottimistiche illusioni, essendo consapevole anche che i bambini possono essere capaci di comportamenti volutamente crudeli. Alessandro è un bravissimo Lorenzo Vavassori, interprete perfetto ed espressivo, in buona compagnia degli altri attori e in particolare di una grande Paola Cortellesi. Un piccolo film, molto interessante e da vedere.

Donne senza uomini

Recensione del film:
DONNE SENZA UOMINI

Titolo originale:
Zanan-e Bedun-e Mardan

Regia:
Shirin Neshat, Shoja Azari

Principali interpreti:
Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Bijan Daneshmand, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir – 95 min. – Germania, Austria, Francia 2009

Ciò che spinge queste donne lontano dalla loro città, che è Teheran nel 1953, cioé alla vigilia della caduta di Mossadeq, è il peso di un maschilismo ottuso e violento, che ciascuna di loro non é più disposta a sopportare. Un fratello odioso e prepotente vorrebbe impedire a Munis di partecipare alla lotta per la libertà del suo paese; un marito ottuso ha tarpato le ali della moglie Fakhri, togliendole anche la voglia di cantare; la giovane Faezeh è stata brutalmente stuprata, mentre Zarin é costretta a prostituirsi ed è ormai così stanca e umiliata da non distinguere più neppure i volti degli uomini che quotidianamente deve ricevere nello squallore del bordello. La rivoluzione iraniana pare riportare vita e speranza a Munis, mentre le altre donne sembrano trovare il coraggio di abbandonare la precedente condizione per rifugiarsi in un luogo isolato, quasi edenico, in cui si sentono protette. La fine della speranza rivoluzionaria, per Munis significherà la messa in atto di quel proposito di suicidio, che da tempo aveva vagheggiato, ma per le altre segnerà il ritorno alla condizione precedente, Colpisce nel film la bellezza della fotografia, classicamente pulita, nitidissima, emblematica della situazione quasi atemporale, in cui sono costrette a muoversi le quattro donne, e non solo nel loro rifugio isolato, ma anche nella rigida e immobile realtà iraniana. Si tratta, secondo me, di un film molto interessante e singolare (tratto dal romanzo di una scrittrice iraniana, Shahrnush Parsipur), in cui si mescolano elementi storico-realistici con elementi magici, non sempre facili da interpretare nonostante la regista si sia impegnata per rendere credibili, nel mondo occidentale, situazioni e personaggi molto legati a una cultura diversa. In ogni caso, alcuni elementi che parrebbero legati al “meraviglioso” delle fiabe orientali, contengono, mi pare, elementi presenti anche nella nostra cultura: in primo luogo il “locus amoenus,” edenica rappresentazione di un rifugio ideale, per lo più a contatto con una natura amica, in cui è possibile riposare lo spirito tormentato dalle passioni o dal male di vivere; in secondo luogo l’acqua, elemento di purificazione, necessario per accedervi: per tutte e quattro le protagoniste del film l’immersione in un limpido specchio d’acqua, infatti, è la condizione per sospendere le angosce individuali isolandosi dalla realtà dolorosa che stanno vivendo. Fra i due livelli del film: quello della storia (che viene realisticamente evocata con le scene dei cortei e dell’organizzazione della lotta, della presenza dei militari e della loro efferatezza) e quello del rifugio in una realtà fantastica non mi pare che esista una compiuta e convincente sintesi artistica.