L’ albero del vicino

recensione del film:
L’ALBERO DEL VICINO

Titolo originale:
Undir Trénu

Regia:
Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

Principali interpreti:
Steinþór Hróar Steinþórsson, Edda Björgvinsdóttir, Sigurður Sigurjónsson, Þorsteinn Bachmann, Selma Björnsdóttir, Lára Jóhanna Jónsdóttir. – 89 min. – Islanda, Polonia, Danimarca, Germania 2017

Presentandosi con una locandina che sembra disegnata da un artista naïf, ci arriva dalla pacifica Islanda uno dei film più “cattivi” dell’anno, che pure di film cattivi non mi è sembrato carente. Naturalmente con queste parole non esprimo alcun giudizio negativo sul film, che anzi ritengo un ottimo film, sicuramente da vedere, che nasce da un’attenta e preoccupata osservazione dei comportamenti sociali in un tempo come il nostro, in cui sembrano essere state annullate le mediazioni sociali e politiche che avevano permesso alle società occidentali, da tempo, la composizione dei conflitti in modo pacifico. Come se fossero tornati a un hobbesiano “stato di natura”, i protagonisti (e le protagoniste, va detto!) sembrano rivendicare il diritto illimitato di ciascuno su tutte le cose, non riconoscendo alcuna possibilità al “patto sociale”, ovvero a una qualche forma di accordo, capace di accontentare (o di scontentare, che è lo stesso) tutti in ugual misura in nome di una convivenza possibile. Lo “stato di guerra”, corrispettivo socio-politico dello “stato di natura” (per rimanere nella terminologia di Hobbes) è dunque presente persino fra le nevi e ghiacci di quel remoto paese, dove i pochi abitanti, nelle loro casette tutte uguali, molto ravvicinate, si contendono il diritto al sole, oscurato dall’albero dei vicini, cresciuto un po’ troppo rigoglioso, così da togliere, con la sua abbondante chioma i pochi raggi luminosi, che permetterebbero a una pallida e combattiva signora di mezza età, forse, di abbronzarsi. Un banale litigio diventa, perciò, di dispetto in dispetto, un conflitto aperto, di crudeltà crescente e infine sanguinosa, fra due famiglie: ne faranno le spese, l’albero, un cane, i loro rispettivi proprietari, e le due orribili donne-megere che hanno spinto in quella direzione, alle quali non resterà che piangere sul latte versato.

A questa amarissima e nerissima storia, si intreccia quella dell’ amore spezzato di un giovane (il figlio della coppia proprietaria dell’albero della discordia) incapace, a sua volta, di chiarire la scabrosa situazione in cui si era cacciato e di presentare alla donna che gli aveva dato una figlia qualche scusa (sarebbe stato forse il caso).

Vicende inquietanti, di ordinaria e incivile incomunicabilità raccontate con pungente ironia dal bravo regista, coadiuvato da un ottimo gruppo di attori. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti lo scorso settembre è ora visibile nelle nostre sale. Islandese, ma non dello stesso regista è Rams: storia di due fratelli e otto pecore, altro film molto bello,  di qualche anno fa.

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo… (da Salvatore Quasimodo)

 

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Rams: storia di due fratelli e otto pecore

 

Schermata 2015-11-16 alle 08.41.45recensione del film:
RAMS: STORIA DI DUE FRATELLI E OTTO PECORE

Titolo originale:
Hrútar

Regia:
Grímur Hákonarson

Principali inyerpreti:
Sigurður Sigurjónsson, Theódór Júlíusson, Charlotte Bøving, Jon Benonysson, Gunnar Jonsson. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 92 min. – Islanda 2015. –

La vicenda, narrata dal regista islandese Grímur Hákonarson, è ambientata nella sua bellissima terra, l’isola di ghiaccio che non è solo un paradiso per i turisti in cerca dei geysers : il suo film ci parla delle bellissime e ampie vallate dell’altopiano interno, quasi deserto e sfruttato come pascolo dagli abitanti dei piccoli villaggi di poche case, che sopravvivono lontani dal consorzio umano grazie ai latticini e alle carni dei loro allevamenti, e si riparano dal gelo grazie alla lana delle bellissime pecore, con cui confezionano i caratteristici maglioni. Una vita grama, di solitudini e silenzi, che alimentano l’individualismo e il consumo di alcol, proprio là dove le difficoltà, dovute alla durezza  delle condizioni naturali, richiederebbero invece una solidarietà piena, quasi fraterna fra gli uomini.
Eppure, il film ci racconta che proprio tra due fratelli, Gummi e Kiddiley, entrambi allevatori di ovini, si era sviluppata una rivalità profonda: non si  parlavano da quarant’anni, anche se vivevano in appartamenti contigui, dedicandosi, entrambi con molta cura, al gregge e cercando, ognuno per conto proprio, di continuare le tradizioni familiari. Ogni tentativo di disgelo fra loro era reso impossibile dalla violenza impulsiva di Kiddiley, il primogenito ubriacone che agiva senza molto riflettere ed era sempre pronto a difendere le proprie ragioni (poche) e i propri torti (molti) col fucile. Gummi, più pacato e propenso a usare il cervello, un giorno aveva scorto sintomi di scrapie, una gravissima malattia neurologica, in un ovino del loro allevamento, e prontamente ne aveva informato, com’era suo dovere, le autorità sanitarie, senza prevedere quale tragica reazione a catena si sarebbe messa in moto, e non solo da parte di Kiddiley. Era stato deciso, in conseguenza di ciò, infatti, di abbattere tutti gli ovini della zona e di bonificare le stalle e il terreno, per preparare, di lì a qualche anno, le condizioni ottimali per riprendere gli allevamenti: un dramma collettivo, neppure attenuato dal sostegno economico che, in ogni caso, il minuscolo stato islandese avrebbe assicurato a tutti i danneggiati, poiché quelle greggi erano per gli allevatori qualcosa di più importante di una preziosa risorsa. Esse, infatti, costituivano l’oggetto delle loro occupazioni (e anche preoccupazioni) quotidiane, nonché, insieme ai cani, la compagnia mite e fidata che rendeva meno pesante il loro isolamento. Per questa ragione, nel villaggio, tutti indistintamente riservavano ai loro animali le cure più attente e affettuose, come se ogni pecora, ogni montone fosse una persona cara, un figlio a cui badare con attenzione quasi paterna. Di fronte alla tragica prospettiva del loro abbattimento la reazione di Gummi era stata insieme dolorosa e fiera: avrebbe ucciso da sé le bellissime pecore e le avrebbe sepolte nella terra in cui erano state allevate; in realtà, con la riserva mentale di salvare le più belle e sane, otto in tutto, mentre un robusto montone avrebbe garantito la perpetuazione della loro razza pregiata.
Non sarebbe andata così, naturalmente, sia perché quella terra avrebbe dovuto essere disinfettata a fondo, sia perché l’allevamento segreto di Gummi sarebbe stato presto scoperto.

Non intendo rivelare di più, però, poiché il film prepara il suo bellissimo e toccante finale attraverso una narrazione tesa e sorprendente, che mantiene desta l’attenzione degli spettatori per tutta la sua durata.

Il film ha vinto, al Festival di Cannes 2015, il premio per la sezione Un certain regard ed è stato candidato dall’Islanda al premio Oscar come miglior film straniero. La storia dei due fratelli cui fa cenno il titolo italiano (che, come al solito, distorce, per insulsa volontà di spiegare, quello originale, Hrútar, ovvero montoni, equivalente all’inglese Rams) mi è parso quasi un apologo dal sapore leopardiano, che invita a cercare il senso della vita lontano dal nostro sciocco orgoglio individualistico, riconoscendo invece l’urgenza di ritrovare la solidarietà che stiamo perdendo e che è la condizione indispensabile per fronteggiare le insidie terribili e spietate della natura.