Un film minore, ma non troppo (Estasi di un delitto)


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quello è un pavone vanitoso, non un cigno! (Il cigno nero)


Recensione del film:
IL CIGNO NERO

Titolo originale:
Black Swan

Regia:
Darren Aronofsky
Principali interpreti
Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder -110 min. – USA 2010.

il tema della giovane (la ballerina Nina – Natalie Portman in questo film), schiacciata dalle frustrazioni materne, che diventa incapace di vivere, dilaniata com’è dai sensi di colpa che la portano ad autopunirsi, è stato ampiamente trattato da quel bellissimo film che è La pianista, di Michael Haneke, dal quale molte scene di attivo masochismo di questo Cigno nero mi sembrano derivate apertamente. La differenza, secondo me, è nella cultura filosofica di Haneke, nel suo indagare incessante circa l’origine del male nel cuore dell’uomo, i cui effetti vengono sempre rappresentati con un’impassibilità che è anche una presa di distanza. Qui, invece, siamo all’indagine psicoanalitica, secondo la “lectio facilior” che di Freud viene data dalle riviste patinate, che non stupisce trovi molti esaltati estimatori, come emerge anche da numerosi commenti che circolano sul Web. Il comportamento masochistico, inoltre, caratterizza non solo Nina: nel film si direbbe un male contagioso dell’ambiente dei danzatori, visto che ne è affetta anche la sua collega più anziana (si fa per dire), nonché lo stesso coreografo (Thomas Leroy – Vincent Cassel). Egli infatti è convinto che il suo potere gli dia il diritto di considerare il corpo delle ballerine come “roba sua”, e si trova, perciò, quasi senza lingua perché la giovinetta (che giustamente reclama la proprietà di se stessa) si difende come può. Egli, tuttavia, impavido corre ulteriormente quel rischio, poiché si ostina ancora nel corteggiamento per… il bene di lei (s’intende) volendo svegliarne la sensualità. E’ convinto infatti, il nostro Leroy, che solo l’esperienza della passione possa consentire a Nina di raggiungere la perfezione interpretativa, anche nel doppio ruolo di Cigno bianco – Cigno nero, poiché la perfezione artistica consisterebbe, secondo lui, nella totale identificazione di lei col personaggio del cigno nero che si toglierà la vita. Evidentemente Leroy non ha letto neppure Il paradosso dell’attore di Diderot, l’ abc per chi lavora nel teatro, soprattutto al Metropolitan di New York. Dall’assunto falso, secondo cui interprete e personaggio debbano identificarsi, nasce l’enfasi che è il dato connotativo dell’intero film, a mio avviso niente affatto tragico, ma solo bolsamente retorico nei toni e nelle immagini, ivi comprese quelle raccapriccianti di lei che si autoaffligge. Questo lavoro mostra, insomma, come un regista ambizioso, che, grazie all’uso di una buona fotografia e all’eleganza del colore, nonché della musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, realizza un prodotto artigianale, capace di creare negli spettatori una certa tensione, non riesca, tuttavia, a darci un buon film, principalmente per la banalità dei modi del raccontare non troppo originali, e forse per la sua sostanziale povertà culturale.