Foxcatcher – Una storia americana

Schermata 2015-03-15 alle 21.34.54recensione del film:
FOXCATCHER – UNA STORIA AMERICANA

Regia:
Bennett Miller

Principali interpreti:
Steve Carell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller, Anthony Michael Hall, Guy Boyd, Stephanie Garvin, Tara Subkoff, Brett Rice, Roger Callard, Cindy Jackson, Lee Perkins, Richard E. Chapla Jr., Samara Lee, Dan Anders, Daniel Hilt, Laurie Mann – 134 min. – USA 2014.

Il film racconta un fatto di cronaca nera avvenuto in Pennsylvania nel 1996, ma il regista, per propria scelta,  sposta quegli accadimenti sanguinosi nei mesi che seguirono le Olimpiadi di Seul del 1988*. Uno spaventoso crimine aveva turbato profondamente l’opinione pubblica, soprattutto per la notorietà delle persone che ne erano state coinvolte: John Du Pont, ricchissimo erede di una famiglia di industriali di origine francese, e i fratelli David e Mark Schultz, entrambi campioni olimpionici di lotta (wrestling) nel 1984.
John (Steve Carrell) era un uomo di mezza età, che, appassionato di quello sport, aveva investito, nonostante l’aperta disapprovazione della madre novantenne (Vanessa Redgrave), una parte cospicua dell’eredità di famiglia per ospitare in una struttura idonea i valorosi atleti candidati a vincere, sotto la sua guida, le Olimpiadi di Seul. Foxcatcher sarebbe stato il nome della loro squadra e anche quello del complesso edilizio che li avrebbe accolti nel verde della foresta intorno all’enorme villa padronale dei Du Pont: una palestra attrezzatissima e numerose ville confortevoli erano sorte allo scopo.
John  aveva in mente un progetto complesso e ambizioso, proiezione della propria megalomania frustrata e del proprio bisogno di affermazione personale, che metteva in relazione le future medaglie alle Olimpiadi di Seul con una sua possibile carriera politica nella destra nazionalista del Partito repubblicano, quello degli uomini duri e puri, legati come lui (e come i “sani” e muscolosi giovanotti che egli allenava) ai valori veri delle tradizioni patriottiche. In questo modo, egli sarebbe finalmente uscito dall’ombra in cui l’aveva cacciato la sua prestigiosa famiglia, la quale, pur avendogli sempre assicurato agi e privilegi, non gli aveva, però, mai permesso di emergere, non riconoscendogli alcun merito o qualità. La sua conoscenza dei due fratelli David e Mark Schultz (rispettivamente interpretati da Mark Ruffalo e Channing Tatum) era avvenuta per sostanziare, con l’arrivo di due campioni, quel suo progetto: un appuntamento telefonico, un’offerta strabiliante di denaro e una sistemazione lussuosa avevano conquistato subito la fiducia incondizionata di Mark, che era un giovane molto fragile, di carattere cupo e di aspetto sgradevole, che poco si stimava. David, con la sua tenace e affettuosa pazienza, lo aveva aiutato a crescere umanamente prima ancora che atleticamente, ma non aveva alcuna intenzione di sistemarsi vicino a lui in quel villaggio: era un uomo equilibrato e solare, aveva una graziosa moglie e una tenera figlioletta, oltre a un lavoro sicuro, ciò che gli bastava per vivere serenamente, né intendeva diventare un professionista del wrestling, che avrebbe continuato a praticare come un semplice hobby nelle palestre un po’ squallide delle periferie urbane. La sua presenza a Foxcatcher gli si era imposta, però, poiché alla sua osservazione attenta non era sfuggita la metamorfosi profonda del fratello, a cui il sodalizio con John nuoceva visibilmente: era ingrassato oltre il limite consentito a un atleta, mentre il suo sguardo, sempre più torvo e sfuggente, nascondeva qualcosa.
John si stava rivelando, infatti, non solo un allenatore inadeguato per lui, ma anche un falso e inaffidabile amico: le differenze di reddito e di classe sociale stavano trasformando il debole Mark in uno schiavo quasi plagiato, che ora dipendeva completamente dalla volontà e dai vizi del suo guru cocainomane e alcolista, che stava mettendo a rischio non solo la sua forma atletica, ma, ciò che era più grave, l’equilibrio precario che sembrava aver finalmente raggiunto. Per stargli vicino, perciò, anche David aveva infine accettato di stabilirsi a Foxcatcher, insieme alla moglie e alla bambina. Sarebbe stato lui l’allenatore della squadra per Seul, nonostante le velleitarie pretese di John.
Nel tranquillo e sereno territorio della Pennsylvania, si erano dunque create le premesse del fatto tragico che costituisce la conclusione, a lungo preparata, di tutta la narrazione.

Il regista Bennet Miller, al suo terzo lungometraggio (il primo era stato nientemeno che il magnifico Truman Capote – A sangue freddo), indaga con impressionante limpidezza, che ricorda il suo passato di documentarista, gli aspetti più inquietanti e meno spiegabili del comportamento umano. Questa sua ultima fatica non è, infatti, né un film su uno sport povero e poco praticato, né un’inchiesta sulle differenze sociali nella società americana, e neppure un’analisi psicologica sulle conseguenze delle carenze affettive nella formazione del carattere. Questi elementi, pur presenti nel film, costituiscono soltanto lo sfondo del racconto. L’interesse di Miller si concentra sul mistero inspiegabile della follia, così devastante da provocare negli uomini una regressione allo stato animale, che viene rappresentata, nei due personaggi di John e Mark, sia con la deformazione dei loro lineamenti ottenuta applicando un trucco così grottesco da renderli irriconoscibili, sia con le riprese  insistenti del loro goffo camminare, conseguente alla violenza dura dello sport praticato. Il film segue il percorso della follia che  da John si propaga lentamente a Mark, come una malattia contagiosa, e che a poco a poco lo rende disposto a rinunciare a se stesso, a lasciare che lunghi intervalli di silenzio sostituiscano la volontà di dire, di confrontarsi, magari di discutere, in una parola, di comunicare. Questo atteggiamento passivo lascia spazio sempre più vasto alla sopraffazione e all’arbitrio di John, il cui potere di ricatto economico è indiscutibilmente così grande da suscitare una sorta di inquietante fascinazione. Il racconto della follia è dunque il racconto del rapporto malsano fra un guru e l’adepto di una setta, ma è anche e soprattutto la metafora assai trasparente di ciò che era rimasto, alla fine degli anni ’80, del sogno americano, quando il reaganismo aveva permesso a gruppi ristretti di finti patrioti, ma di reali potentissimi paranoici, di decidere della vita e delle fortune di altri uomini, lusingandoli e blandendoli con la promessa di un edonismo alla portata di tutti, che attraeva soprattutto coloro che avrebbero dovuto essere i meno interessati a seguirli.
Film  stupefacente e inquietante, cupo ma bellissimo, splendidamente interpretato dagli attori e premiato con la Palma assegnata alla migliore regia all’ultimo Festival di Cannes. Da non perdere!

* chi è interessato a leggere come andarono le cose nella realtà troverà QUI una risposta alla sua curiosità. Attenzione, però, se il film non si è ancora visto, poiché contiene ovviamente anche la rivelazione del finale.

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American Sniper

Schermata 2015-01-08 alle 15.47.15recensione del film:
AMERICAN SNIPER

Regia:
Clint Eastwood

Principali interpreti:
Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban, Keir O’Donnell, Kyle Gallner, Sam Jaeger, Brando Eaton, Brian Hallisay, Eric Close, Owain Yeoman, Max Charles, Billy Miller, Eric Ladin, Marnette Patterson, Greg Duke, Chance Kelly – 134 min. – USA 2015.

Kyle (Bradley Cooper) è un texano DOP, che aveva imparato fin da bambino che gli esseri umani possono essere come i lupi, aggressivi e violenti, come le pecore, miti e docili, oppure come i cani pastori che proteggono le pecore dagli attacchi dei lupi. Da questa visione antropologica, alquanto semplicistica, egli non si sarebbe mai allontanato, neppure da adulto, specialmente dopo che l’ 11 settembre 2001 gli aveva confermato che i lupi esistono, eccome! Dopo il crollo delle Twin Towers, pertanto, egli, non volendo essere pecora, si era messo a disposizione della Patria, arruolandosi nei corpi speciali che sarebbero partiti per le terre dei “lupi”, prontamente individuate dal governo americano, che infatti aveva messo in piedi in poco tempo due guerre orribili, le cui conseguenze continuano a farsi sentire in tutto il mondo. Valutando le sue eccezionali doti di precisione nel tiro, Kyle, dopo un durissimo allenamento, era stato scelto per la guerra in Irak, dove si era segnalato per la intelligente copertura che era riuscito quasi sempre a fornire ai suoi commilitoni impegnati nella ricerca dei terroristi: nessuna strage inutile, nessun colpo a vuoto, 160 bersagli raggiunti, il miglior cecchino della storia degli Stati Uniti. Va da sé che i bersagli raggiunti fossero esseri umani, uomini, donne, ragazzi, e anche un bambino, a cui la madre aveva appena consegnato una bomba destinata a far saltare in aria un blindato occupato dai suoi compagni d’armi. E’ la dura logica della guerra: Kyle colpisce e uccide, ma lo fa per difendere il proprio paese, gli uomini che si fidano di lui, se stesso e, in fondo, anche se indirettamente, la propria famiglia che ha diritto di vivere nella pace e nella sicurezza garantita proprio dall’eroismo coraggioso dei soldati. Non farlo equivarrebbe a morire o a far morire, cioè a diventare pecora, non assumendo le proprie responsabilità. I lupi, in fondo (Kyle lo ribadisce più volte), sono dei selvaggi, i cui valori non meritano alcuna considerazione. Intorno ai soldati si stringe tutta l’America, quella delle famiglie, dei bambini belli, ben nutriti e puliti, che grazie alla guerra condotta da un pugno di coraggiosi eroi che diventeranno leggendari, potranno continuare a vivere nel migliore dei mondi possibili.

La guerra, però, non è una bella cosa, e lascia tracce indelebili nel fisico, nel cuore e nella mente di chi l’ha combattuta, tanto che lo stesso Kyle non sarà più la persona di prima: era stato un marito innamorato della sua Taya (Sienna Miller) e anche un padre tenerissimo, ma ora sembra vivere altrove, inseguendo i fantasmi della sua mente in una vita solo sua, che non intende comunicare ad altri, cosicché è costretto, molto riottoso, a ricorrere allo psicologo, che tenta di riadattarlo alla vita civile. Per fortuna, dunque, anche Kyle- la leggenda (come viene chiamato), o cane da pastore, se preferite, è travolto dalle contraddizioni (non dall’assurdità, come si sostiene su MyMovies) della guerra, sulla liceità della quale, per altro, non nutre dubbi di sorta, ça va sans dire.

Clint Eastwood ci presenta un film molto classico, coinvolgente, ben diretto e ben interpretato (sarebbe stato davvero strano l’opposto). Riconosciuti questi meriti, devo dire che non l’ho amato affatto (si sarà capito!), in primo luogo perché non credo che la guerra sia l’unica risposta possibile alle escalation terroristiche, in secondo luogo perché non mi piace la weltanschauung sottesa a tutto il film: sarà che non sono texana (sono certa, però che esistano molti texani meno reazionari), né mi piace il semplicismo manicheo, né comprendo le ragioni per le quali una guerra voluta da Bush e dai repubblicani, venga presentata come il dato di fatto, indiscutibilmente giusto, da cui prende l’avvio il racconto. Non amo, infine, la confusione fra vendetta e giustizia, né approvo la legge del taglione, né mi piace che Kyle decida di sposare Taya, che amava profondamente, solo dopo essersi accertato che anche lei volesse dei figli (per educarli alla texana, I suppose!).
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Segnalo il seguente link, che mi fa sentire meno sola  nel giudizio sul film.
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Segnalo anche questo articolo, dall’Espresso, abbastanza condivisibile