Perfect Day

Schermata 2015-12-11 alle 13.24.13recensione del film:
PERFECT DAY

Titolo originale:
A Perfect Day

Regia:
Fernando León de Aranoa

Principali interpreti:
Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry, Fedja štukan, Eldar Residovic, Sergi López – 106 min. – Spagna 2015.

L’articolo indeterminativo del titolo originale si è perso per strada, perciò A perfect Day è diventato in Italia Perfect Day, per ragioni che sfuggono, e per le quali, purtroppo, si perde il riferimento espressivo a una giornata, una delle tante, perfetta per diventare l’emblema stesso della paradossale assurdità della guerra. Nel 1995, nel luogo montuoso e sperduto dei Balcani in cui i protagonisti di questo film si muovono, erano arrivati i segnali dell’accordo raggiunto tra Serbi e Bosniaci, dopo i massacri della terribile guerra civile. In vista della pace, l’Onu aveva ordinato ai suoi ispettori di verificare che tutti gli uomini delle ONG presenti sul territorio si attenessero, senza discutere, alle direttive emanate per evitare qualsiasi atto foriero, anche involontariamente, di nuove tensioni e di nuovi attriti. Naturalmente si trattava di direttive generali, che, mentre ordinavano di lasciare le cose come si trovavano, non consideravano l’esistenza di problemi solo in apparenza poco rilevanti, la gravità dei quali, invece, era ben nota  agli operatori umanitari impegnati a rendere meno duri gli effetti della guerra sulla popolazione e che, nonostante la tregua, sentivano, in coscienza, di dover risolvere. Sono il portoricano Mambrù (Benicio Del Toro) e l’americano B. (Tim Robbins) i volontari dell’ONG protagonisti della giornata raccontata da questo magnifico film, entrambi, dopo anni di logorante e poco gratificante lavoro, stanchi e disillusi avendo visto i loro ideali scontrarsi con la realtà e avendo constatato l’impraticabilità degli ordini impartiti dall’alto dai burocrati dell’Onu lontani dalla popolazione che è tanto bisognosa di aiuto, quanto diffidente e riluttante a collaborare.

La giornata di questo film inizia con l’inutile tentativo di Mambrù (gli si spezza la corda) di estrarre da un pozzo, che fornisce acqua alla zona, il cadavere di un uomo che qualcuno aveva buttato lì dentro con l’intento probabile di renderlo inutilizzabile; prosegue con il viaggio verso il villaggio dove ha sede l’unità di coordinamento delle ONG e dove forse è possibile acquistare un’altra corda. Partito con B, con Sophie (Mélanie Thierry), una francese molto giovane, appena arrivata, ben fornita di istruzioni politicamente corrette, ma del tutto inapplicabili, Mambrù dovrà accogliere sull’auto due nuovi passeggeri: un bambino alla ricerca del pallone (si troverà la corda e perciò anche un pallone per lui!), nonché un’altra ispettrice dell’Onu, Katia, una graziosa russa, più rigida di Sophie nell’attenzione che i colleghi applichino, senza discutere,  regolamenti e norme che non servono a nulla. Il viaggio, di pochi chilometri, ma disseminato di tranelli, imboscate, e anche di tragedie terribili, sarà concluso solo il giorno successivo, per l’impossibilità di percorrere al buio una strada sempre più rischiosa.

Anche questo, come gli altri viaggi del cinema e della letteratura, è un simbolico racconto di formazione, almeno per le due giovani donne che impareranno, a loro spese, quanto la guerra trasformi la realtà delle cose, come cambi il nostro sentire e il nostro pensare, come grottescamente metta allo scoperto, dietro l’apparenza dei torti e delle ragioni, la natura ferina degli uomini, che non sono buoni per natura e che è bene conoscere a fondo, senza illusioni.

I registri narrativi utilizzati da questo eccellente regista oscillano tra la rappresentazione grottesca delle contraddizioni della guerra, che inducono spesso a ridere, come è giusto fare di fronte alla stoltezza assurda degli uomini impegnati a farsi molto male, e quella della crudeltà più atroce, cosicché, quando si ride, si viene subito richiamati alla realtà dall’agghiacciante visione delle scene successive, per le quali non basterebbero le lacrime. L’impressione complessiva è quella di un film che, con ammirevole equilibrio, riesce a convincere profondamente, senza troppe parole e senza strilli propagandistici, dell’orrore della guerra: un film davvero pacifista da vedere, rivedere e mostrare nelle scuole. Insieme a La Isla minima (ancora nelle sale grazie, credo, al passa parola degli appassionati) è anche la testimonianza dello stato di grazia in cui vive il cinema spagnolo in questo momento.

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più tango per tutti (Tango libre)

Schermata 02-2456702 alle 21.30.42recensione del film:
TANGO LIBRE

Regia:

Frédéric Fonteyne

Principali interpreti:
François Damiens, Anne Paulicevich, Sergi López, Jan Hammenecker, Zacharie Chasseriaud – 98 min. – Francia, Belgio, Lussemburgo 2012.

Uno strano film, con alcuni personaggi abbastanza insoliti: due uomini (Fernand e Dominic), entrambi in carcere nella stessa cella, innamorati della stessa donna, la graziosa Alice (Anne Paulicevich), infermiera in ospedale e madre di Anton (Zacharie Chasseriaud), ragazzino quasi adolescente.
Fernand (Sergi Lopez) è il marito di lei ed è al corrente che Dominic (Jan Hammennecker) ne è l’amante, eppure i due sono amici e, se non fossero stati condannati (Dominic a una pena più alta) per una rapina finita in omicidio, continuerebbero a vivere d’amore e d’accordo sotto lo stesso tetto con lei e con Anton, figlio di uno di loro, ma da entrambi amato teneramente e, per amore di lei, considerato da ciascuno dei due un vero figlio.
La donna vive, ora, organizzandosi fra i turni all’ospedale, le cure al figlio, le visite ai suoi due uomini e le lezioni di tango, momento di libertà tutto suo, da poco tempo, però, poiché la sua vecchia aspirazione a imparare bene questa danza non aveva trovato udienza in Fernand, cosicché lei ci aveva rinunciato. Sarà Jean Christophe (François Damien), la guardia carceraria, ad assumersi involontariamente il compito di diventare il suo ballerino. Jean Christophe era un uomo bello, biondo e di gentile aspetto. Egli condivideva la propria solitudine con un vecchio pesce rosso e, dopo i turni di sorveglianza, frequentava le lezioni di tango, di cui era appassionato. Solo quando gli avevano affidato il compito di assistere ai colloqui in parlatorio aveva scoperto che la sua partner, quella di cui si stava segretamente innamorando, era la donna di due carcerati: era stato preso dal panico e si era ripromesso di evitare da quel momento qualsiasi rapporto con lei, ma ne era troppo attratto per farlo davvero. A loro volta Fernand e Dominic non avevano tardato a scoprire tutto del tango, di Alice e dei suoi rapporti con J.C., quantomeno sconvenienti nella sua situazione. Da questo bizzarro incrocio dei destini di ciascuno si sviluppa tutta la vicenda di questo film, che il regista racconta senza utilizzare i flashback, ma facendoci scoprire a poco a poco tutto quello che dei singoli personaggi occorre sapere per comprendere la situazione e i suoi sviluppi.
E’ la parte migliore dell’intera pellicola: appare da subito evidente che la famiglia “allargata” di Alice, trattata in modo non programmatico né ideologico, si presenta come un elemento interessante, così come era stato in Jules et Jim in cui la singolarità della situazione era resa del tutto accettabile dal carattere di verità e quasi di necessità del triangolo amoroso.
Questo modo di raccontare la vicenda connota anche la narrazione dell’ambiente carcerario, che poco concede agli stereotipi di genere ed è invece attenta a dare il quadro di una poetica rappresentazione soprattutto quando, su richiesta di Fernand, le lezioni di tango verranno introdotte anche nel carcere, evocando, grazie alla misteriosa sensualità che si irradia da quella danza, amori e passioni perdute, ma forse ancora ricuperabili, nonché il senso della libertà possibile in un futuro più o meno lontano, per uomini, capaci di muoversi ora con leggerezza e grazia, secondo il ritmo suggerito dalle dolci note che conferiscono un senso al tempo immutabilmente vuoto della pena.

Le vicende successive, invece, testimoniano una innegabile difficoltà a inventare il finale della complessa narrazione, difficoltà che è insieme stilistica e narrativa: il film si perde nell’accumulo incessante di nuovi elementi, dalle crisi edipiche di Anton, all’amore che si trasforma in melodramma per J.C., al tentato suicidio di Dominic, e avanti aggiungendo, fino a rendere alquanto improbabile la conclusione dell’intera storia. Un vero peccato!