Il terzo uomo

recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.

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Allied-Un’ombra nascosta

schermata-2017-01-25-alle-13-28-56recensione del film:
ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA

Titolo originale:
Allied

Regia:
Robert Zemeckis

Principali interpreti:
Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts,
Matthew Goode, Angelique Joan, Jason Matthewson, Iain Batchelor, Peter Meyer, Raphael Acloque, Sally Messham, Raphael Desprez – 147 min. – USA 2016.

Siamo a Casablanca, nei primi anni ’40, dopo che i tedeschi avevano occupato militarmente il Marocco, colonia francese alle dirette dipendenze del governo collaborazionista di Vichy.
Il “quebecois” Max (Brad Pitt) era stato paracadutato (letteralmente) dal controspionaggio inglese nel deserto del Marocco per prendere contatti operativi con la spia della Resistenza francese Marianne (Marion Cotillard), infiltrata fra gli occupanti nazisti per fornire informazioni sui loro movimenti. I due avrebbero dovuto fingersi marito e moglie, coll’obiettivo di permettere a Max di compiere una rischiosissima missione, che solo l’apporto di lei aveva reso possibile.
Ormai “bruciato”, dopo l’azione che aveva concluso con successo, Max era stato trasferito a Londra: nessuno, ovviamente, si era preoccupato dell’amore passionale che quasi subito era nato fra lui e Marianne, largamente prevedibile, per altro, visto che entrambi erano giovani, solidali negli ideali politici, e costretti a convivere.  La richiesta di sposarla, col conseguente avvio di scrupolose indagini sulla vita di lei che avevano allontanato ogni dubbio sulla sua correttezza, ne aveva permesso la partenza per Londra (dove, successivamente si sarebbe celebrato il matrimonio). Era passato parecchio tempo dai giorni di Casablanca: Marianne era incinta e al suo arrivo, ancora dentro all’aeroporto e sotto il primo bombardamento tedesco, avrebbe fatto nascere la loro bambina. Un’abitazione defilata in campagna li attendeva: lì lei avrebbe fatto la madre, mentre lui avrebbe continuato a servire la causa della libertà con le sue missioni pericolose.
La Germania nazista, intanto, stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa continentale e la stessa Gran Bretagna: alcune delle sue città erano distrutte dai bombardamenti, mentre alla popolazione, colta all’improvviso dall’immane tragedia, erano richieste lacrime e sangue, senza eccezioni, per affrontare il pericolo mortale che incombeva, cosicché la storia privata dell’amore felice di Max e Marianne era costretta a misurarsi con gli eventi  che stavano sconvolgendo la vita di ciascuno. I servizi segreti, infatti, avevano deciso di indagare più a fondo su di lei, sui suoi documenti, sul suo passato, poiché era sembrato che non tutto fosse stato chiarito ed era sorto il dubbio che  fosse in realtà una spia dei nazisti…
Questo è, a grandi linee, ciò che è narrato nella prima parte del film ed è anche ciò che ritengo si possa dire ai lettori evitando ulteriori spoiler, affinché la storia non perda parte del suo interesse.

Il regista, Robert Zemeckis, conduce l’intera vicenda con una certa abilità, dirigendo uno staff di prim’ordine, affiancato da un bravissimo regista (quello di Locke) come Steven Knight, qui con funzioni di sceneggiatore, oltre che da Marion Cotillard e da Brad Pitt, mostri sacri della recitazione (per la verità la recitazione di Brad Pitt mi è parsa poco espressiva). Il film, però, come spy-story non è davvero il meglio che ci si possa attendere: manca di mistero e di tensione. Se proprio occorre una definizione, lo definirei un mélo con frequenti scivolate verso il feuilleton, soprattutto nella seconda parte. Non è tuttavia un film privo di interesse se lo si considera una specie di repertorio citazionista mirato soprattutto alla ricostruzione degli stilemi che nel corso degli anni ’40 a Hollywood avevano dato l’impronta inconfondibile ad alcuni film di Hitchcock, nonché ai film d’amore e di guerra, primo fra tutti Casablanca, il capolavoro di Michael Curtiz. Casablanca è onnipresente nel film, nella prima parte (gli esterni della città, il mercato con i suoi venditori, i cammelli, l’uccisione dell’ufficiale nella cabina telefonica, gli abiti eleganti e d’epoca degli uomini e delle donne col loro trucco pesante), ma anche, checché se ne dica, nella seconda parte in cui, proprio alla fine, compare il pianoforte, decisivo per scoprire la verità, accompagnato dall’invito, più volte reiterato, a suonarlo (“play it, Sam” chi può dimenticarlo?).
Il confronto fra film così lontani non è possibile e, forse, anche ingiusto; sicuramente, per Zemekis, diventerebbe impietoso, perché assai poco questo suo film è dotato di fascino e di vera capacità di coinvolgerci: ricostruisce ambienti e atmosfere, ma è, almeno secondo me, finto, quasi kitsch.

Si può vedere, anche solo per curiosità, ma rivedere Casablanca, subito dopo, è un imperativo categorico, poiché
“We’ll always have… Casablanca” (per fortuna!) Perdonate la voluta imperfezione della mia citazione!

Il segreto del suo volto

Schermata 2015-02-24 alle 15.16.21recensione del film:
IL SEGRETO DEL SUO VOLTO

Titolo originale:
Phoenix

regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Nina Hoss, Ronald Zehrfeld, Nina Kunzendorf, Michael Maertens, Imogen Kogge, Uwe Preuss – 98 min. – Germania 2014

Del regista tedesco Christian Petzold, lo stesso di La scelta di Barbara, è questo Phoenix, in italiano tradotto con Il segreto del suo volto. La traduzione è furbesca, ma fuorviante, poiché, nel riecheggiare un altro fortunato titolo molto simile*, autorizza una lettura eccessivamente patetica del film, che sebbene abbia alcune caratteristiche del mélo, è, nelle intenzioni del regista, assai più ambizioso.
Siamo in Germania, alla fine della seconda guerra mondiale. I segni della sconfitta sono dappertutto: Berlino, occupata dai militari di quattro diversi Paesi, è un cumulo di di macerie e di sporcizia, ma anche di vergogna e di dolore. Si vive nella speranza di voltare pagina al più presto, di guardare avanti, di rimuovere rapidamente rovine e passato per rinascere, come la Fenice mitologica, dalle proprie ceneri, lasciandosi alle spalle il disonore dei compromessi col nazismo che avevano coinvolto moltissimi comuni cittadini. Non è facile, però, perché col passato i conti non sono affatto chiusi: i pochi superstiti dei lager, sfigurati per le sofferenze inaudite, di cui portano indelebili segni, sono tornati e, cercando di ritrovare quel che resta (se resta)** di un tempo andato, per ricostruire l’identità perduta nell’umiliazione dei campi di sterminio, vorrebbero ricordare gli anni più sereni, quando le case non erano distrutte, quando gli amici, o addirittura le persone amate non avevano ancora tradito. Nella contraddizione insanabile fra chi cerca di dimenticare in fretta, mettendosi in pace la coscienza, e chi invece cerca di ricordare per ritrovare se stesso, scava il regista di questo film, presentandoci la storia di un uomo, Johnny (Ronald Zehrfeld, bravissimo), e di una donna, Nelly (una splendida Nina Hoss), un tempo innamorati marito e moglie, entrambi musicisti che si esibivano in un locale notturno, il Phoenix, ora miracolosamente riaperto. Lì i due si incontrano di nuovo, ma il volto ancora livido e tumefatto di lei e la magrezza del suo corpo non permettono a lui di riconoscerla. La figura di Johnny emerge in tutta la sua ambiguità: egli aveva probabilmente venduto Nelly, ebrea, alla Gestapo e ora che la crede morta vorrebbe mettere le mani sulla sua cospicua eredità. La presenza di lei, che finge di assecondare i suoi piani in attesa di rivelargli la verità, lo turba, però, e forse fa affiorare alla sua coscienza quel rimorso che avrebbe evitato volentieri. 

La vicenda procede, con una narrazione che oscilla fra il registro patetico-sentimentale e quello noir (con richiami abbastanza evidenti a La donna che visse due volte), verso una conclusione che forse è la parte migliore del film.
Il regista si è ispirato a un romanzo francese di Hubert Montheilet, opportunamente spostando in Germania il tema del ritorno dai campi di concentramento, così da affrontare un argomento poco trattato dal cinema tedesco; egli ha inoltre volutamente disegnato i due personaggi principali come emblemi della coscienza scissa dei tedeschi dopo la guerra. L’opera, forse un po’debole sul piano narrativo, soprattutto perché i diversi registri del racconto non sembrano fondersi in modo sempre convincente, si fa seguire senza noia, grazie soprattutto alla credibilità umana che i due bravissimi interpreti conferiscono ai loro rispettivi personaggi.

Chi è interessato può leggere QUI un’intervista a Christian Petzold

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Il segreto dei suoi occhi (film argentino del 2009),

** è il titolo della poesia n° 76 del Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale(1977)

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salvare la cultura (Monuments Men)

Schermata 02-2456705 alle 00.48.56recensione del film:
MONUMENTS MEN

Titolo originale:
The Monuments Men

Regia:
George Clooney

Principali interpreti:
George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville, Bob Balaban, Dimitri Leonidas, Cate Blanchett, Diarmaid Murtagh, Sam Hazeldine, Lee Asquith-Coe, Mark Badham, Adrian Bouchet, Zahary Baharov, Alan Bond, Matthew John Morley, Adam Prickett – 118 min- USA, Germania 2014.

Questo film nasce da un libro di carattere storico, nell’intento di portare a conoscenza di un vasto pubblico ciò che due scrittori, Robert Edsel e Brett Witter, raccontano, circa l’impresa semi-sconosciuta, conclusa positivamente da Frank Stokes, storico dell’arte americano, durante la seconda guerra mondiale. Egli, che nel film si chiama George Stout (George Clooney), aveva ottenuto dal presidente Roosevelt l’autorizzazione a mettere insieme una piccola squadra di studiosi ed esperti a vario titolo in storia dell’arte, da spedire in Europa, come militari alle sue dipendenze, col compito di evitare ulteriori e dannosissime dispersioni del patrimonio artistico del continente, già gravemente danneggiato dai dissennati bombardamenti (inevitabile conseguenza della guerra tecnologica, tenacemente voluta dai generali americani per assicurarsi posizioni strategiche importanti senza sacrificare i soldati). Gli uomini di Stout avrebbero dovuto impedire che le opere d’arte, trafugate dai nazisti dai più prestigiosi musei di Francia e Paesi Bassi, nonché dalle collezioni private delle case ebraiche, rimanessero occultate nei rifugi segreti predisposti in vista della loro definitiva sistemazione a Linz, città natale del Führer, dove avrebbe dovuto sorgere una speciale enorme galleria, dedicata alla sua megalomania, per ospitarle.
Questo è la parte del film più interessante e utile, intanto perché ci fa conoscere un aspetto importantissimo di quella guerra, per l’enorme numero e per la qualità delle opere razziate dai nazisti, e poi perché impone a tutti noi una riflessione, di grande attualità nel nostro paese, circa le spese che l’arte e la cultura richiedono per la loro tutela e conservazione, affinché le generazioni più giovani possano, grazie a queste, prendere coscienza della propria identità storica e delle proprie radici culturali, ciò che significa, naturalmente, anche indicare che la sopravvivenza indispensabile delle cose del passato non può che affidarsi alle strutture pubbliche degli stati, nonostante i costi.
Con un cast stellare, che va dallo stesso George Clooney, a Matt Damon, a Bill Murray, a John Goodman, a Jean Dujardin, a Cate Blanchett, il regista ci offre un lavoro che non manca di una certa tensione narrativa, ma che non rinuncia purtroppo all’esaltazione ottimistica delle imprese dei soldati americani in Europa (benemeriti, per carità!), che lascia un po’ l’impressione finale dell’ “arrivano i nostri”, sulle note trionfali di una marcetta militare. Questa, forse, George Clooney se la poteva davvero risparmiare!

Casablanca

Schermata 2013-08-11 a 11.26.03recensione del film:
CASABLANCA

Regia:
Michael Curtiz

Principali interpreti:
Humphrey Bogart, Ingrid Bergman, Paul Henreid, Dooley Wilson, Claude Rains – 102min. – USA 1942

Questo bellissimo film, uno dei più famosi della storia del cinema, è anche, credo, il più bello tra i film propagandistici che orientarono  l’opinione pubblica americana a favore dell’intervento contro i nazisti del 1943, decisivo, insieme alla tenace resistenza russa, nel capovolgere le sorti del secondo conflitto mondiale, e nel determinare perciò la sconfitta della Germania hitleriana. Casablanca è inoltre anche lo straordinario racconto di un amore impossibile fra i due protagonisti, Rick e Ilsa, memorabilmente interpretati da Humphrey Bogart e Ingrid Bergman. I due innamorati si erano conosciuti e profondamente amati a Parigi, quando Ilsa era (o almeno credeva di essere) la giovane vedova di Victor Lazlo, antinazista cecoslovacco, dato per morto dopo essere stato rinchiuso in un campo di concentramento, dal quale, invece, era riuscito a fuggire. Rick, americano con passato da combattente per la libertà, a fianco dei repubblicani spagnoli, viveva a Parigi, occupata dai nazisti dal 1940, soggetta perciò al regime collaborazionista di Vichy. Come tutti coloro che cercavano di sottrarsi all’oppressione tedesca, anche Rick avrebbe voluto raggiungere gli Stati Uniti, ma l’operazione non era tra le più semplici, poiché richiedeva un lungo percorso per aggirare gli stati europei occupati: era necessario raggiungere Lisbona (luogo dell’imbarco verso il continente americano) dal Marocco francese, formalmente libero dall’occupazione dei tedeschi, anche se non completamente fuori dal loro controllo. Il sogno di raggiungere il Marocco insieme a Ilsa non si realizzerà, però: la donna infatti non aveva potuto raggiungerlo alla partenza da Parigi, nonostante questo fosse l’accordo fra loro, mentre le sue parole, affidate a un biglietto di spiegazioni, erano state cancellate dalla triste pioggia battente che aveva accompagnato il tristissimo viaggio solitario di lui.
Profondamente deluso, Rick si era messo a gestire a Casablanca un locale notturno, crocevia di traffici di vario genere, luogo di incontri e di scambi, dove, clandestinamente, i perseguitati politici riuscivano a ottenere, da equivoci intermediari, le lettere di transito indispensabili al volo per Lisbona. La sua amarezza sembrava averlo trasformato in un uomo sfiduciato e indifferente all’amore, ma anche agli ideali politici nei quali aveva creduto: pareva preoccuparsi, ormai, soprattutto di dimenticare il passato, e di mantenere un’aura di neutrale e tranquilla rispettabilità nel proprio locale, sempre più insidiata, però, dalla presenza di spie naziste e di collaborazionisti occhiuti e diffidenti, come il capitano Renault. A Casablanca, ora, erano arrivati Ilsa e il marito Victor, braccato dalla Gestapo. La speranza di entrambi era di arrivare a Lisbona: a Casablanca avrebbero ottenuto le lettere di transito necessarie per riuscire a mettersi in salvo, che erano finite, dopo l’uccisione dell’intermediario, nelle mani di Rick. L’ incontro al Rick’s Café Americain fra i due ex amanti era dunque inevitabile, anche se inatteso da entrambi. Fu preceduto, in uno dei momenti più emozionanti del film, dalle note evocative della canzone, quella che li aveva accompagnati nei momenti felici dell’ amore parigino e  che Sam, il pianista, non avrebbe più dovuto suonare, su ordine di Rick.

La bellezza del film è anche nel continuo e struggente affiorare dei ricordi di un passato che non può morire, ma che ora si confronta con una realtà dura e difficile di cui a poco a poco anche Rick, come tutti, prenderanno coscienza. Il dolore individuale, anche il più grande e straziante, era davvero poca cosa davanti all’immane tragedia che stava sconvolgendo l’Europa: ora più che mai occorreva che tutti, in un sussulto di dignità, comprendessero che era arrivato il momento di reagire con coraggio, e, all’occorrenza col sacrificio e la rinuncia. Quegli ufficiali tedeschi che nel Café Americain avevano, con la loro arroganza, provocato la reazione orgogliosa dei francesi inducendoli a intonare la Marsigliese, erano riusciti nel miracolo di aprire gli occhi a molti, anche a Rick, che ormai vedeva con chiarezza il proprio futuro necessariamente senza Ilsa, che sarebbe partita col marito alla volta di Lisbona, anche se nulla avrebbe cancellato dal suo cuore Parigi e l’amore indimenticabile che lo aveva legato a lei.

Film capolavoro, la cui visione, per quanto reiterata, riesce ogni volta a interessare e a emozionare, sia perché il regista sa dosare con perfetto equilibrio le situazioni diverse dei temi principali del film, quello amoroso dei ricordi incancellabili e quello politico, sia anche per la grandezza della recitazione compostamente dolorosa di Humphrey Bogart, lucido e tenero Rick, indimenticabile col suo trench dal bavero rialzato, col suo cappello scuro, o nello smoking d’ordinanza nel suo locale, degnamente affiancato dalla bellissima e giovanissima Ingrid Bergman, perfettamente a suo agio nel ruolo non facile della soave e tormentata Ilsa.

che bello quel discorso! (Il discorso del re)

Recensione del film:

IL DISCORSO DEL RE

Titolo originale:
The King’s Speech

Regia:
Tom Hooper

Principali interpreti:
Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle
– 111 min. – Gran Bretagna, Australia 2010.

Questo bellissimo film storico ricostruisce le vicende che, in un drammatico momento per la storia britannica, alla vigilia della seconda guerra mondiale, portarono nel 1936 Alberto, duca di York sul trono britannico, col nome di Giorgio VI. Questo avvenne dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, diventato duca di Windsor per sposare Wallis Simpson, l’americana pluridivorziata e molto chiacchierata anche per le simpatie filo-naziste. Il trono, in realtà, non era mai stato nelle ambizioni del giovane Alberto. Egli era cresciuto in una famiglia reale poco affettuosa con lui, considerato quasi malato di mente, sempre schiacciato dalla sicurezza prepotente del fratello maggiore, la cui mancanza di stima e di amicizia probabilmente fu all’origine del blocco psicologico che nelle cerimonie ufficiali gli procurava un’ostinata balbuzie. Forse, proprio in considerazione della scarsa stima di cui godeva in famiglia, nessuno si era opposto al matrimonio d’amore (rarissimo all’epoca nelle corti europee) con la giovane Elizabeth Bowes-Lyon, discendente da famiglia di nobiltà secondaria. La scelta fu davvero felice: Elizabeth gli diede due figliolette di cui egli fu padre affettuoso e tenero, ma soprattutto gli fu vicino e lo aiutò con la sua presenza amorevole e attenta nei momenti più difficili dei suoi impegni pubblici, insistendo per fargli accettare il logopedista, Lionel Logue. Questi, individuando la causa dei suoi guai, non si lasciò intimidire né dagli scatti d’ira o di arroganza, né dalle umiliazioni che il giovane re non gli risparmiava, e cercò di condizionarlo positivamente per fargli superare ansie e paure che gli avevano impedito di avere stima e rispetto di sé. Il discorso che, alla vigilia della guerra contro la Germania (1939) egli pronunciò, senza balbettamenti, ma con grande calore, assistito da Lionel, fu ascoltato con commozione in ogni angolo dell’impero, grazie allo strumento della neonata radio, e sancì il legame d’affetto e di stima che da allora, fino alla sua morte, legherà il re al suo popolo. Il film racconta, in modo estremamente limpido e classico la storia del re che vorrebbe guarire, ma anche la vicenda della sua difficile fiducia verso Lionel, grande deuteragonista. La grande storia del Novecento non si limita a fare da sfondo, ma accompagna in ogni momento del film le scelte di Alberto: è dalla consapevolezza della sinistra minaccia che Hitler costituisce per il suo paese che nasce la ferma volontà del re di accettare la sfida compiendo il suo dovere fino in fondo, anche avvalendosi della radio,cioè del prodotto tecnologico che i dittatori europei avevano cominciato a usare come strumento di manipolazione del consenso, e della quale, nonostante la difficoltà di parola, egli vorrà servirsi, intuendone le enormi potenzialità comunicative. La narrazione tratteggia con grande cura le ansie collettive del momento e con altrettanta precisione storiografica ci presenta una bellissima ricostruzione della Londra di allora, delle case, delle stanze reali, e di quelle più semplici, grazie a una calda e nitida fotografia. Gli attori sono guidati molto bene e manifestano eccezionali capacità interpretative, dall’ottimo Colin Firth, grande re, ma uomo timido impacciato, all’eccelso Geoffrey Rush, perfetto Lionel, alla bella e sensibile Helena Bonham Carter nella parte di lady Elizabeth, moglie innamorata e preoccupata, ma fiduciosa nelle qualità del marito.

Il canto delle spose

Recensione del film:
IL CANTO DELLE SPOSE

Titolo originale:
Le chant des mariées

Regia:
Karin Albou
Principali interpreti:
Lizzie Brocheré, Olympe Borval, Najib Oudghiri, Simon Abkarian, Karin Albou – 100 min. – Francia, Tunisia 2008

Il film è in primo luogo molto interessante perché è uno dei pochissimi che ci ricorda che anche la Tunisia subì l’invasione tedesca durante la seconda guerra mondiale (1942), e che di conseguenza fu coinvolta nella persecuzione degli ebrei. L’altra cosa che appare evidente nel film è che gli ebrei e i musulmani, soprattutto quelli di umile condizione, fino al 1942 convivevano pacificamente, condividendo gli stenti e le penurie di una vita non agiata nel rispetto della reciproca diversità, privilegiando una lettura dei rispettivi Libri nel segno della tolleranza. La propaganda antiebraica riuscì a penetrare negli strati più poveri della popolazione, grazie all’ottima “paga” corrisposta a chi si faceva delatore e persecutore, sperando anche in un futuro aiuto per liberarsi dall’occupazione francese. In questo contesto si svolge la vicenda dell’amicizia delle due ragazzine di religione diversa, Nour (musulmana) e Myriam (ebrea), cresciute insieme e diventate amiche per la pelle, che rischia di incrinarsi proprio per effetto della divisione e dei sospetti che la propaganda nazista introduce nella popolazione. L’amicizia delle due adolescenti è uno degli aspetti di maggiore interesse del film: si alimenta della confidenza delle reciproche preoccupazioni d’amore, dei sogni e delle aspirazioni segrete, condivise con dolente partecipazione da entrambe. Questo delicato e tenero rapporto è seguito con attenzione dalla regista, che mette in luce, con mano ferma e anche dura il continuo scontrarsi delle due giovani con la cruda realtà, che pare particolarmente accanirsi contro Myriam, costretta a un matrimonio con il ricco e non amato Raoul, che ha fin da subito le caratteristiche dello stupro. La regia è però attenta anche a evitare generalizzazioni facili e manichee, cosicché molti personaggi che sembrano negativi rivelano qualità umane inaspettate, di cui è quasi emblema la pietà di Raoul per Myriam, così come anche il comportamento apparentemente spietato di Myriam nei confronti di Raoul lascerà il posto a una più matura e sofferta consapevolezza del dolore. Il film quindi si rivela estremamente complesso e di non facile lettura. La regista mostra , dunque, una capacità di analisi e di scavo nell’animo umano molto profonda e raffinata, ma domina molto bene anche la rappresentazione del contesto storico, cioè dello scenario di guerra, per illustrare il quale ricorre a mezzi poco spettacolari, ma fortemente evocativi, quali gli spaventosi rumori dei bombardamenti, la marcia dei soldati, il pallore della madre di Myriam priva di sensi dopo il violento rastrellamento, la partenza dei deportati, il loro lavoro forzato.