la guerra in classe (Class Enemy)

Schermata 10-2456941 alle 16.32.09 recensione del film:
CLASS ENEMY

Titolo originale:
Razredni sovraznik

Regia:
Rok Bicek

Principali interpreti:
Igor Samobor, Natasa Barbara Gracner, Tjasa Zeleznik, Masa Derganc, Robert Prebil, Voranc Boh, Daša Cupevski, Doroteja Nadrah – 112 min. – Slovenia 2013 

In Slovenia, una classe di liceali saluta l’insegnante di tedesco, prossima alla maternità. Gli studenti, molto affezionati, si erano “tassati” per regalare un bel passeggino al bebé in arrivo, evidente testimonianza del rapporto affettuoso che la docente aveva saputo stabilire con i “suoi” ragazzi: lei era, infatti, una che “sapeva come prenderli”, come avrebbe detto lei stessa alla preside in seguito. Siamo alle prime scene di questo interessante film, che immediatamente ci trasportano nel vivo della vicenda: Robert Zupan (Igor Samobor), il professore nominato al posto di lei, è un bell’uomo sulla trentina, severo e di solida cultura. La classe è poco preparata nella sua materia: questo è ciò che gli appare subito evidente, quasi che l’attenzione verso i problemi personali dei ragazzi da parte della collega che lo aveva preceduto, e che l’aveva resa così amata, avesse alquanto compromesso l’efficacia del suo insegnamento, e avesse creato fra gli studenti, con poche eccezioni, un generale disimpegno nei confronti dello studio. E’ certamente un tratto del carattere di Robert Zupan il rigore intellettuale che, unitamente alla riservatezza e alla scarsa propensione ad ascoltare le confidenze degli studenti, lo rende immediatamente poco simpatico alla classe che lo percepisce ostile. Siamo all’inizio di una guerra sotterranea, che a poco a poco diventerà aperta e crudele persecuzione nei suoi confronti, predestinato capro espiatorio di tensioni irrisolte acuite di lì a poco dal suicidio inaspettato di Sabina, la studentessa più fragile e problematica. La tragedia diventa l’elemento capace di scatenare una guerra vera, condotta senza esclusione di colpi dapprima contro Robert e poi contro l’intero sistema scolastico, attraverso la quale i ragazzi, nel modo più ingiusto e sgangherato, cercano risposte agli interrogativi angosciosi e insostenibili che la morte della loro giovane compagna aveva prodotto nel cuore di ciascuno, come se i mille perché, sollevati da quel gesto, potessero venire placati dalla semplicistica individuazione di una responsabilità inesistente.

Il tema, già affrontato nel precedente film danese di Thomas Vinterberg Il sospetto, è qui meno filosofico, ma diventa l’occasione per raccontare i molti luoghi comuni, universalmente considerati verità inconfutabili, intorno alla scuola e al rapporto fra studenti e docenti. Si offrono al nostro giudizio, impietosamente, alcune scene memorabili che mostrano le discussioni in sala insegnanti, lo studentismo ingenuo e sciocco di alcuni professori, l’insopportabile maternage delle professoresse, il chiacchiericcio vacuo della psicologa, l’atteggiamento irresponsabile e invadente dei genitori, preoccupati esclusivamente di proteggere i loro pargoli: il racconto, insomma, della poca serietà di coloro che si occupano, per ragioni familiari o professionali, dell’educazione degli adolescenti. L’immagine di Robert Zupan, che inizialmente era parsa assai poco simpatica anche a noi, spettatori del film, finisce per crescere nella nostra stima e per apparire gigantesca in mezzo alla quantità di adulti meschini e di giovani troppo vezzeggiati e coccolati per dare il meglio di sé. Un bel film, asciutto e duro, molto ben diretto e ottimamente recitato.

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ehi, prof! (Detachment)

recensione del film:
DETACHMENT – IL DISTACCO

Titolo originale:
Detachment

Regia:
Tony Kaye

Principali interpreti:
Christina Hendricks, Adrien Brody, James Caan, Lucy Liu, Bryan Cranston – 97 min. – USA 2011.

Ehi, prof! non è un mio originale modo di presentare il film: è, invece, il titolo italiano dell’ultimo libro di Frank Mc Court (lo scrittore delle Ceneri di Angela), in cui l’autore racconta la propria storia di insegnante nella scuola superiore americana, mettendone in evidenza difetti e problemi. Questo film, in parte, ripercorre quella strada, presentandoci quel tipo di scuola superiore, frequentata da studenti delle periferie urbane, senza fiducia nel futuro, sprezzanti nei confronti della scuola, privi di qualsiasi interesse culturale, nella quale gli insegnanti, frustrati nei loro sforzi, sono in piena crisi di identità, e hanno perso il senso del loro lavoro, mentre le famiglie sono estranee alla vita della scuola e dei figli. Il film è tuttavia anche qualche cosa di molto diverso: è la storia di un professore di letteratura, Henry Barthes, uomo sulla trentina, che vive da solo, e che sembra aver fatto del distacco emotivo la cifra della sua vita e del suo lavoro. Questo distacco è la conseguenza di un vissuto non particolarmente felice, cui, attraverso rapidi flashback, il film accenna: assenza del padre, una madre suicida e un nonno probabilmente colpevole di qualche turpitudine nei suoi confronti: queste sembrano le ragioni che hanno determinato la volontà di non farsi mai troppo coinvolgere dalle vicende del suo prossimo.
La professione di insegnante supplente è una precisa scelta di Henry e sembra fatta su misura per lui: egli la ritiene ideale per evitare che un affetto durevole, spesso ambiguo, fonte di equivoci anche dolorosi, si instauri fra gli studenti e i loro insegnanti.
Il suo distacco, però, non è indifferenza, ma razionale comprensione, che gli permette di aver pietà, ora, di quel nonno che lo ha fatto soffrire, e che, vecchio demente, ricoverato in clinica, ha in lui l’unico riferimento affettuoso. Il suo distacco gli permette anche di affrontare con lucidità molti problemi di quei suoi studenti disincantati, ma infine ben lieti di aver trovato chi li ascolta e li indirizza, cosicché quel gruppo di teppistelli riacquista fiducia in sé e nelle proprie capacità. Potenza delle sue lezioni di letteratura? Certo, ma soprattutto della sua capacità di far comprendere che la profonda umanità degli scrittori parla anche ai giovani disperati delle periferie americane. Con lo stesso atteggiamento, Henry riesce a sottrarre alla strada e alle violenze continue una giovanissima prostituta, che ospita in casa e che infine sistema in una struttura di accoglienza, con determinazione crudele, ma probabilmente percorrendo l’unica possibile strada per la sua salvezza.

Tutto bene, dunque? No, non tutto: qualche giovane, finora trattato come un vuoto a perdere, ritrovando se stesso, scopre anche il fascino di questo insegnante che gli ha restituito anima e dignità e vorrebbe con lui stabilire rapporti di amicizia e forse qualcosa di più: così, la giovane studentessa Meredith, derisa in classe e incompresa in famiglia, non si accontenta della stima del suo prof, ma cerca anche il suo amore. La sua tragica fine è anche la sconfitta di un progetto educativo? Forse: Henry, in ogni caso, rifletterà malinconicamente sul suo lavoro delicato e difficile, condotto in solitudine, nell’incomprensione dei colleghi, in una scuola e in una società ormai alla deriva, come la casa degli Usher del racconto di Edgar Allan Poe, emblema della rovina che sembra travolgere inarrestabilmente ogni cosa.
Film durissimo, giustamente “enragé” e insieme pietoso, ritratto indimenticabile di una società disgregata, di cui la scuola diventa quasi la simbolica rappresentazione, girato con estrema cura ed eleganza dal regista inglese Tony Kaye e recitato in modo eccellente da Adrien Brody nella parte del triste professor Henry. Molto convincente, comunque, l’interpretazione dell’intero cast.

il difficile compito di educare (La scuola è finita)

Recensione del film:

LA SCUOLA E’ FINITA

Regia:
Valerio Jalongo

Principali interpreti:
Valeria Golino, Vincenzo Amato, Fulvio Forti, Antonella Ponziani, Marcello Mazzarella.
-85 min. – Italia, Svizzera 2010.

Ancora un’anteprima e ancora una recensione che potrà interessare studenti, insegnanti, famiglie, tutti coloro che hanno a cuore le sorti della scuola

Viene attribuito a Jean Jaurès il detto secondo cui si insegna non quel che si sa o si vuole, ma quel che si è. Ritengo che questo adagio contenga molta verità, anche se non credo possa attualmente, nel nostro paese, essere riferito solo agli insegnanti. La società, nel suo complesso, non assolve ai suoi compiti nei confronti dei giovani e si offre loro per quella che è, mentre quelle che con orribile espressione vengono definite “agenzie educative”, cioè famiglia e scuola non riescono a collaborare (o almeno non sempre e non molto) in vista dell’interesse dei giovani: anche loro insegnano quello che sono.
Il film affronta solo di scorcio il tema della famiglia: in questo caso accennando a una famiglia divisa, in cui viene sostituito un padre assente con molta disinvoltura e in cui perciò un fragile adolescente, Alex, cerca invano ascolto e attenzione.
La scuola, il liceo che Alex frequenta, si presenta subito come un luogo lontanissimo dalle esigenze del ragazzo, in parte perché la maggioranza degli insegnanti non ha mai messo in discussione se stessa e il suo modo di insegnare; in parte perché i due insegnanti più motivati e coscienti stanno vivendo un momento di crisi del loro rapporto amoroso, che li porta a voler aiutare il giovane Alex quasi contendendoselo, in ogni caso travalicando in modo abbastanza grave i loro compiti e i loro ruoli. Lei (una eccellente Valeria Golino) vorrebbe dare ad Alex quell’affetto materno che gli manca, ma inducendo il giovane a illudersi sulla natura del loro rapporto, per le implicazioni edipiche che il sentimento materno suscita. Lui fa il giovane piacione, si atteggia ad amico, fa il rockettaro un po’ freak, arrivando a impasticcarsi per compiacere il suo immaturo protegé, mettendosi perciò in grossi guai.
Mi pare che il film ci dica in fondo che, nonostante le migliori intenzioni, i due professori hanno cumulato errori su errori, senza riuscire, in compenso a dare molto allo studente. Il film è costruito in modo disuguale: duro e spietato nel presentare la situazione di degrado, anche fisico, della scuola in cui avvengono i fatti; altrettanto perfetto nel disegnare la noia dei consigli di classe e l’impotenza dei “centri d’ascolto”; non sempre persuasivo però nel racconto delle dinamiche interpersonali, soprattutto fra i due prof, marito e moglie che non si sopportano più e che gareggiano per accaparrarsi la benevolenza del giovane Alex, poiché, in tal modo diventa ancora più ingarbugliata una situazione, già di per sé complessa e difficile. Molto bella l’interpretazione che del giovane Alex dà l’esordiente Fulvio Forti, che il regista, a sua volta prof, ha trovato, se ho ben capito, proprio nella scuola.