Quando hai 17 anni

schermata-2016-10-08-alle-23-18-40recensione del film:
QUANDO HAI 17 ANNI

Titolo originale.
Quand on a 17 ans

Regia:
André Téchiné

Principali interpreti:
Sandrine Kiberlain, Kacey Mottet Klein, Corentin Fila, Alexis
Loret, Jean Fornerod – 116 min. – Francia 2016. 

 

Qualcuno forse ricorderà Kacey Mottet Klein, il bambino-attore, grande protagonista del bel film di Ursula Meier (2012), Sister. Quel bimbo di allora, che è diventato quasi un giovanotto, ha confermato le sue doti di interprete, nella parte di Damien, uno dei due diciassettenni difficili su cui focalizza l’attenzione il regista André Téchiné in questo film, per la cui sceneggiatura si è avvalso anche della collaborazione della collega Céline Sciamma (Tomboy).

Siamo nella regione francese del Midi Pyrénées. Lì Damien frequenta il liceo con risultati da primo della classe. E’ un biondino che ha il volto e il corpo ancora da fanciullo: mingherlino, cerca di irrobustirsi un po’ imparando il pugilato con le lezioni dello zio, ma è timido, solitario e se ne sta in classe senza socializzare molto. Convive con la madre Marianne, medico (Sandrine Kiberlain), donna di grande umanità, che si sposta, quando è necessario, anche nelle località più impervie e innevate di quel territorio. Suo padre, a cui è legatissimo, è ufficiale pilota impegnato in Afganistan; con lui, tuttavia, insieme alla madre e grazie a Skype, intrattiene un rapporto quotidiano. L’altro diciassettenne è Tom (Corentin Fila), compagno di scuola di Damien, un bel ragazzo dalla pelle un po’ più scura, che vive con i genitori adottivi in una fattoria sulle montagne, dove si occupa anche di dare una mano nella conduzione degli allevamenti di famiglia. Per Damien studiare è semplice: abita vicino alla scuola e l’ambiente in cui si muove è culturalmente assai evoluto e attrezzato per offrirgli attenzione e aiuto se gli occorre; per Tom, invece, i problemi sono maggiori: levatacce per raggiungere la scuola, scarso il tempo per studiare, pochi gli aiuti che i genitori sono in grado di offrirgli, anche se non gli manca il loro caldo sostegno. La differente provenienza socio-ambientale non dovrebbe compromettere la serena convivenza in classe dei due studenti, visto che la scuola serve anche ad accogliere, valorizzandola, la diversità delle esperienze e degli interessi: non è così, purtroppo. Damien e Tom non fanno altro che guardarsi in cagnesco e aggredirsi con violenza, senza alcun motivo, né risultano efficaci i tentativi delle autorità scolastiche per comporre la manifesta reciproca ostilità. La situazione sembra all’improvviso potersi sbloccare: la madre di Tom, Christine (Mama Prassinos), è incinta: se ne rende subito conto Marianne, chiamata per una febbre altissima e improvvisa che aveva costretto a letto la poveretta. Alcuni sintomi, che la donna collegava all’influenza, inducono Marianne a farle un test di gravidanza che infatti risulta positivo. Non era la prima volta, ma in passato mai Christine era riuscita a portare a termine la gravidanza: diversamente Tom non sarebbe lì, come, con involontaria crudeltà, più tardi il padre di Tom avrebbe detto al ragazzo, in una scena memorabile per l’intensità ineffabile dell’espressione ferita del giovane. In ogni caso, all’oscuro di tutto, Marianne promette di aiutare Christine a tenere il bambino, assicurandole non solo la costante assistenza durante i lunghi mesi in cui sarà costretta a letto, ma ospitando a casa sua Tom, che con Damien potrebbe studiare senza perdere l’anno. Ha inizio così, fra mille diffidenze, il lento e altalenante avvicinarsi dei due giovani, che si respingono brutalmente ma che si studiano e si attraggono quasi senza volere, perché la loro è un’età nella quale è difficile essere coscienti di ciò che si cerca, di ciò che si vorrebbe, e soprattutto di ciò che si è, e anche di ciò che sessualmente si desidera. Non per nulla è Rimbaud l’autore citato fin dall’inizio del film, letto a scuola e subito amato da Damien: “Non si può essere saggi quando si ha 17 anni

Il film è delizioso, poiché è capace di rappresentarci, impareggiabilmente con immagini indimenticabili,  le ragioni più profonde dell’agire e del cuore dei due giovani e il loro lento maturare, grazie (per rimanere dalle parti di Pascal) all’ esprit de finesse  che caratterizza il racconto attentissimo del regista e della sensibilissima Sciamma. Evito di aggiungere altri particolari della storia, quelli della tragedia e del dolore, perché  è bene che chi vede il film li scopra da sé. Segnalo, invece, l’eccezionale recitazione degli attori, fra i quali si distingue la bravissima Sandrine Kiberlain, nonché la fotografia bellissima e suggestiva, che ci racconta il trascorrere delle stagioni in un paesaggio affascinante, a sua volta luogo dell’anima, aspro, minaccioso, dolce, e gelido, come il sentire di tutti i personaggi del film. Da vedere, sicuramente.

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galeotto fu l’uovo (Le donne del sesto piano)

Recensione del film:
LE DONNE DEL 6° PIANO

Titolo originale:
Les Femmes du 6ème ètage

Regia:
Philippe Le Guay

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalia Verbeke, Carmen Maura, Lola Dueñas, Berta Ojea, Nuria Solé, Concha Galán, Marie-Armelle Deguy, Muriel Solvay, Audrey Fleurot, Annie Mercier, Michèle Gleizer, Camille Gigot, Jean-Charles Deval, Philippe Duquesne, Christine Vézinet, Jeupeu, Vincent Nemeth, Philippe Du Janerand, Patrick Bonnel, Laurent Claret, Thierry Nenez, José Etchelus, Jean-Claude Jay, Joan Massotkleiner, Ivan Martin Salan – 106 min – Francia 2011

Questo bel film parla con grande finezza e leggerezza di un argomento diventato oggi molto duro: l’immigrazione. Siamo a Parigi, negli anni ’60: in un palazzo dal leggiadro aspetto Liberty, abitano al sesto piano, senza ascensore, alcune donne di origine spagnola. In questo sesto piano (che oggi si direbbe “mansardato”, ma in quegli anni lontani era il piano delle soffitte), vivono in condizioni difficili, senz’acqua, con servizi igienici (si fa per dire!) in comune. Facendo le domestiche, sperano di migliorare la loro umile condizione, ma sono fuggite dalla Spagna per sottrarsi alla povertà, o alle persecuzioni politiche, che nel loro paese, ancora soggetto alla dittatura franchista, perdurano dalla fine della guerra civile. Nel signorile palazzo, invece, i ricchi borghesi parigini occupano gli alloggi più prestigiosi. La presenza delle immigrate spagnole è, per quanto possibile, ignorata, ma per lo più mal tollerata, per le abitudini spontaneamente allegre, ciarliere e solidali delle donne, in contrasto con l’ovattata atmosfera delle famiglie benestanti e ben educate, abituate anche a celare, ipocritamente, la loro crisi: gli uomini cumulano nevrosi (ahimé, quell’uovo alla coque, che, se non perfettamente cotto, può rovinare la giornata!), mentre le donne si occupano di frivolezze mondane, ma gli impegni sono troppi e le stancano tanto! Maria, la bella e giovane spagnola piena di vita, assunta nella grigia e sonnolenta abitazione dei coniugi Joubert come nuova cameriera, riesce a farsi apprezzare dalla signora, per le sue qualità di lavoratrice, ma ancora di più dal marito di lei, per la sua avvenenza, e per la ventata di freschezza e di gioia che introduce nella casa. Il ritratto dei due coniugi è straordinario, direi la parte più riuscita del film. Nel signor Joubert, ottimo Fabrice Luchini, infatti, a poco a poco, attraverso quasi impercettibili mutamenti espressivi, si manifesta il progressivo ricupero di un’energia vitale (che pareva sepolta per sempre fra la noia della vita familiare e le opache pratiche della sua vita professionale) che ora inizia a connotare la sua vita in modo decisivo. Nella signora Joubert, invece, goffamente irrigidita nel suo orripilante abbigliamento bon ton, stenterà a farsi strada la verità di un rapporto coniugale allo stremo: quando finalmente aprirà gli occhi, sarà abbastanza intelligente per capire perché il matrimonio non ha funzionato. La conclusione del film, forse meno convincente, come sempre l’happy – ending delle belle favole, non annulla la magia di una narrazione divertente e seria nello stesso tempo, garbatamente e amabilmente organizzata intorno a un nucleo di verità assai convenzionali. Bravo il regista e brave anche le attrici, fra le quali l’almodovariana Carmen Maura, Sandrine Kiberlain nel ruolo di madame Joubert e Natalia Verbeke nella parte di Maria (di Luchini, tutto il bene possibile: l’ho già scritto).