i geni del successo (Blue Jasmine)

Schermata 12-2456632 alle 22.49.12recensione del film
BLUE JASMINE

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Alec Baldwin, Cate Blanchett, Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, Sally Hawkins, Peter Sarsgaard, Michael Stuhlbarg, Joy Carlin, Richard Conti, Glen Caspillo, Charlie Tahan, Annie McNamara, Daniel Jenks, Max Rutherford, Tammy Blanchard, Kathy Tong, Ted Neustadt, Andrew Long, Lauren Allan, John Harrington Bland, Leslie Lyles, Glenn Fleshler, Brynn Thayer, Christopher Rubin – 98 min. – USA 2013.

Jasmine (eccezionalmente interpretata da Cate Blanchett) ha di sé una stima altissima: è addirittura convinta di possedere i geni che le danno la capacità di emergere in un mondo fatto di persone che si accontentano, come la sorellastra Ginger (grande e umanissima Sally Hawkins), adottata, come lei, da una coppia senza figli.
Jasmine è in realtà una donna che desidera soprattutto essere al centro di ogni attenzione perché si ritiene una “vincente”: è la donna più bella, la più intelligente, la più raffinata, quella che conosce le persone giuste; che ha gli indirizzi giusti; che viaggia con un set di valigie Vuitton; che soffre se la si considera una donna come altre. Sembrerebbe una di quelle insopportabili snob che tutti, o prima o poi, incontrano nella vita, ma non è così. Fin dall’inizio, infatti, Jasmine rivela che l’unico vero oggetto dei propri interessi e della propria comunicazione sociale è se stessa, o, per meglio dire, l’immagine che di sé vorrebbe dare al suo prossimo, per costruire la quale aveva addirittura cambiato il proprio nome, trasformando l’originario Janette in Jasmine, nome misteriosamente evocativo di soavi profumi. Molto importante, a questo scopo, era stato il suo matrimonio con Hal, uomo non comune (per fortuna, direi!) come quelli con i quali si faceva vedere Ginger, i cui geni da “perdente” la portavano ad accontentarsi di qualsiasi muscoloso giovanotto. Si mormorava che Hal fosse un abilissimo truffatore, arricchitosi grazie alla spregiudicatezza con la quale si era impadronito del denaro che gli veniva affidato a scopo di investimento. Jasmine, prigioniera della sua immaginazione, riluttante a prendere atto della realtà, non voleva credere a queste voci, benché nella truffa fosse incappata anche Ginger, così come non voleva vedere i numerosi segnali dell’imminente crisi matrimoniale, che presto l’avrebbe travolta, privandola di balocchi e profumi, nonché delle frequentazioni mondane dei vernissages newyorkesi, delle cene nelle case dell’Upper East Side o del Village, dove i suoi begli abiti nonché i suoi splendidi gioielli erano al centro delle attenzioni e dei commenti di tutti.

Insieme al matrimonio, purtroppo, entrava in crisi quell’equilibrio fragilissimo sul quale la donna aveva costruito la propria menzognera identità. Da New York, Jasmine è costretta a trasferirsi a San Francisco, per ottenere l’aiuto di Ginger, la sorellastra generosa, priva dei geni preziosi del successo. Lascio completamente ai miei lettori la conclusione del film, non senza però aver sottolineato che a San Francisco, forse per la prima volta nel suo cinema, Woody Allen si confronta con la difficile realtà post industriale americana, nella quale i “proletari” di un tempo, neppur troppo lontano, compresa la stessa Ginger, si arrabattano, cercando di riciclarsi all’insegna della più assoluta precarietà, nel mondo produttivo che sta cambiando aspetto. Per la prima volta quindi, non più a New York, ormai totalmente terziarizzata, lo squarcio di una realtà diversa irrompe nei film di questo regista, lasciandoci l’impressione che l’aria degli Stati Uniti gli faccia certamente molto bene, visto che gli permette di ritrovare la propria miglior vena creativa, insieme all’originalità di una rappresentazione sociale insolita, rispetto a quella dei film ai quali ci aveva abituati.
Questo non significa che Blue Jasmine sia un nuovo capolavoro: significa, invece, che nonostante i difetti, il primo dei quali è aver reso troppo elegiaco e malinconico un personaggio tragico, come quello di Jasmine, banalizzandone un po’ i problemi, questo film è, infine, notevolmente migliore di tutti i suoi film girati in Europa.

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dopo il maggio francese (Qualcosa nell’aria)

Schermata 01-2456311 alle 15.21.49recensione del film

QUALCOSA NELL’ ARIA

Titolo originale:

Après mai

Regia:

Olivier Assayas

Principali interpreti:

Clement Metayer, Lola Creton, Felix Armand, Carole Combes, India Menuez, Hugo Conzelmann, Martin Loizillon, Mathias Renou, Léa Rougeron, Victoria Ley,Dolores Chaplin, Nathanjohn Carter. – 122 min. – Francia 2012.

La traduzione italiana del titolo originale (Dopo maggio) è solo in parte fuorviante rispetto al contenuto del film, che racconta la ripresa delle contestazioni nella scuola francese, dopo la fine della storica rivolta studentesca del maggio ’68. I nuovi movimenti cercavano di rinfocolare quel po’ di sessantotto ancora nell’aria, anche se a poco a poco l’ esigenza di rifondazione dell’intera società, secondo principi di giustizia e di uguaglianza, lasciava spazio ad altre suggestioni culturali, il che connotava in modo sempre più individualistico la rivolta contro le istituzioni. Nel 1971 in un liceo non lontano da Parigi, un gruppo di giovani sta portando avanti un’ improbabile rivoluzione, sulle tracce di quella da poco fallita. Gli studenti sono appena usciti dall’ adolescenza e stanno cercando di affermare soprattutto la voglia di entrare nel mondo in piena libertà, riferendosi a valori forse non molto diversi da quelli dei loro padri, depurati, però, da ogni compromesso con la realtà. Duri e puri, essi sono disposti ad affrontare l’autorità costituita, sfidando la spietatezza implacabile della polizia francese, che non risparmia bastonate e lacrimogeni, o a confrontarsi con la sinistra istituzionale sui problemi della rivoluzione, ma per la maggior parte hanno a cuore la lotta contro l’autoritarismo, per la libertà individuale e, soprattutto, per il proprio futuro che sognano in un mondo senza divieti e costrizioni, ma che pochi vedono in una prospettiva di totale cambiamento sociale. La rivolta di alcuni è diretta allora prevalentemente a individuare nuovi comportamenti trasgressivi: dalle scritte sui muri, ai manifesti abusivi, al “fumo”, o, addirittura, all’eroina; allo stesso modo altri fanno coincidere la rivoluzione con il gesto violento o con la rabbia distruttiva del fuoco, o con l’aborto affrontato in piena e volontaria solitudine, coerentemente con la pratica della libertà sessuale staccata dalle implicazioni sentimentali. Dopo il “Grand Tour” in Italia, vacanza per loro resa quasi obbligatoria dal timore di essere ricercati dalla polizia francese, i percorsi di questi giovani si divideranno. Gilles, protagonista del film, che altri non è che lo stesso regista da giovane, si fermerà a Firenze, dove avrà modo di meditare sulle sue scelte future, elaborando la convinzione che il proprio apporto individuale alla rivoluzione consista nel coltivare la propria creatività attraverso l’arte, la pittura e finalmente il cinema d’avanguardia, nel quale far confluire immagini, fantasmi e sogni  a lungo discussi all’interno dello strano ed eterogeneo  “collettivo” dei suoi compagni di classe.

Il regista, che con questo film, quindi parla anche di sé, ricostruendo la propria esperienza giovanile, individua (in una interessante intervista che potete leggere QUI) nella “controcultura” che dilagò in Europa  dopo la “Summer of Love” di san Francisco (1967), i  modelli che, affiancandosi e sostituendosi a quelli rivoluzionari,  ispirarono le lotte studentesche del “dopo maggio”. Egli segue con molta affettuosa indulgenza la lotta di questi ragazzi, partecipa alle loro avventure e peripezie, al termine delle quali quasi tutti avranno completato la loro formazione, fra ideologie astratte, ma abbracciate con ingenua fiducia, amori, dolori, rabbia. Le cose migliori di questo film, molto ben raccontato e ben scritto, si trovano, a mio avviso, nella commossa indagine introspettiva, volta a seguire il processo di maturazione di ciascuno, e nella bellissima rappresentazione della natura, sfondo en plein air degli incontri, delle paure, degli amori incerti, spesso dolorosamente inespressi, di questi studenti sognatori, che non accettano la “normalizzazione”.