guardare avanti (Il passato)

Schermata 11-2456620 alle 18.17.19recensione del film.
IL PASSATO

Titolo originale:
Le Passé

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Tahr Rahim, Ali Mossaffa, Pauline Burlet, Elyes Aguis, Jeanne Jestin, Sabrina Ouazani, Babak Karimi, Valeria Cavalli – 130 minuti – Francia-Italia 2013

Il luogo in cui Farhadi colloca il suo nuovo film è Sevran, piccola località della periferia di Parigi. Qui, insieme alle sue due figliolette, Lucie e Lea, vive Marie (splendida Bérénice Bejo), una giovane donna che lavora nella farmacia, a pochi passi dalla tintoria di Samir (Tahr Rahim), colui che dovrebbe diventare il suo terzo marito. Nulla ci viene detto del passato di Marie, ma ne cogliamo la continuità: sono del primo marito le due bambine che vivono con lei, alle quali ha fatto da padre Ahmad (il bravissimo Ali Mosaffa), il secondo marito, la cui presenza anche a distanza di anni, è da loro rimpianta. Ahmad, invece, se n’era andato, tornando in Iran, perché probabilmente estenuato dalle continue recriminazioni di lei, che avevano alzato fra loro una vera barriera: quella metaforica lastra di vetro che all’aeroporto, al ritorno di lui, irrimediabilmente li separa. Marie l’ha richiamato a Parigi perché, per sposare Samir, deve ottenere il divorzio da lui e ha bisogno della sua presenza in tribunale. Il suo nuovo compagno è padre del piccolo Fouad: ora abitano tutti insieme da lei, nella sua casa grande e molto trascurata, che entrambi cercano di rendere più accogliente riparando i guasti e ritinteggiando le pareti e le porte scrostate (senza avvedersi però dell’ingorgo, metaforico a sua volta, sotto l’acquaio di cucina, che potrebbe allagare la casa, rendendo vane le iniziative intraprese). Samir, anche se vuole sposare la sua compagna, che è in attesa di un figlio suo, è angosciato dalle condizioni della prima moglie, che giace da molto tempo in ospedale in stato di coma irreversibile, per aver tentato il suicidio senza apparente motivo; non lo ama, inoltre, né lo accetta Lucie (Pauline Burlet), inquieta adolescente che gli sta facendo una guerra senza esclusione di colpi. L’arrivo di Ahmad, se pare dapprima portare altri motivi di frizione in quella situazione già molto tesa, si rivela utile però per le sue capacità di mediatore comprensivo, che cerca di far emergere i veri motivi delle contrapposizioni più accese: quelli fra Marie e Lucie, la piccola ribelle che non vuole più tornare a casa e quelli fra Lucie e Samir. Ecco, dunque, i protagonisti del gioco crudele che Farhadi mette in scena con questo film: tre adulti, tre bambini e una donna in coma, assente, ma incombente sulla famiglia che sta per formarsi, in cui gli adulti e anche Lucie sono lacerati da profondi sensi di colpa le cui radici emergeranno a poco a poco nel corso del racconto, che procede come un thriller assai ben costruito, anche se un po’ troppo artificioso.

In questa sua ultima fatica il regista torna a parlare di alcuni problemi che già aveva affrontato nei precedenti: About Elly e Una separazione. Per l’argomento trattato e per l’attenzione con la quale il regista si sofferma sulle sofferenze dei bambini di fronte agli sconquassi delle famiglie, questo film sembra proseguire la narrazione di Una separazione, mentre il tema del suicidio, probabile in About Elly, messo in pratica in questo film, sembra ancora stimolare l’indagine del regista sui fatti della vita che non hanno sempre un perché, o forse non ne hanno uno solo, essendo il cuore umano insondabile, il che rivela l’inutilità del cercare una causa (o più di una), soprattutto quando si vorrebbe trovare una colpa che è, in fondo, ciò che fanno i diversi attori del dramma. L’Iran dei due primi film è lontano: là era l’assurdità di arcaiche leggi religiose, tenacemente salvaguardate dal potere politico, a rendere paradossalmente difficile la possibilità di composizione dei conflitti. Qui, invece, tutti sembrano spinti dall’esigenza di rendere chiare e trasparenti le ragioni del proprio agire: ognuno si attribuisce responsabilità forse inesistenti o ne attribuisce, senza sconti, agli altri, ciò che dà luogo a spossanti discussioni che si avvitano su se stesse, non portano ad alcun risultato, ma rischiano di disgregare ulteriormente la nuova famiglia che Marie aveva cercato di mettere insieme. Davvero molto meglio, allora, abbandonare il passato e affidarsi a un futuro senza storia e senza memoria? Le ultime scene, per altro bellissime, del film, ci dicono che forse questo non sempre è possibile.
La pellicola può piacere molto e merita certamente di essere vista, perché è comunque un buon film, certamente non un capolavoro come i due precedenti.

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La sorgente dell’amore

recensione del film:
LA SORGENTE DELL’AMORE

Titolo originale:
La source des femmes

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Leïla Bekhti, Hafsia Herzi, Biyouna, Sabrina Ouazani, Saleh Bakri, Hiam Abbass, Mohamed Majd, Amal Atrach
– 125 min. – Belgio, Italia, Francia 2011.

E’ sempre interessante il cinema di Radu Mihaileanu, anche quando è lontano dai temi più legati alle sue origini ebraico-orientali, come Train de vie o Il concerto. Questo lavoro non è forse all’altezza di quelli, ma contiene numerosi spunti di riflessione, oltre ad alcuni pregi non secondari: splendore della fotografia; suggestivo ed evocativo senso del colore, pastoso e ricco; ottima direzione delle scene di massa; attenzione all’ aspetto folklorico, ma non folkloristico, dei canti, delle danze e dei costumi, elementi vitali e costitutivi della civiltà del villaggio in festa, cui uomini e donne concorrono col loro originale apporto.
Forse non è inutile sapere che il progetto del film è stato ispirato al regista da un fatto di cronaca, avvenuto in Turchia nel 2001, ma che è stato anche finalizzato a entrare in contatto con un mondo poco conosciuto, per capire il quale Mihaileanu ha ottenuto di vivere per qualche mese in alcuni villaggi arabi e di poter girare tutto il film nel dialetto locale.
La vicenda non è nuova neppure per il mondo occidentale: lo sciopero del sesso, portato avanti dalle donne, per rivendicare diritti conculcati dalla popolazione maschile, è presente nella nostra cultura, dai tempi di Aristofane, fino alla “vulgata” di Celentano; insolito è però lo scenario in cui si muove il mondo femminile, stanco di vessazioni, che proclama quel tipo di sciopero. Siamo in un imprecisato luogo del Maghreb, in un villaggio tra i monti, dove da tempo gli uomini vivono della gloria conquistata durante la guerra contro le potenze coloniali. Mentre infatti la popolazione maschile combatteva con eroismo e, come dice qualcuno che ama la retorica “, con sprezzo del pericolo”, la popolazione femminile mandava avanti la vita del luogo, provvedendo, forse con minore enfatica risonanza, ma certo con uguale durezza, alla vita quotidiana delle famiglie, svolgendo compiti molto faticosi, quali trasportare i carichi del fieno destinati agli animali o attingere l’acqua alla sorgente sui monti, raggiungibile attraverso un sentiero accidentato e sdrucciolevole. Più di una donna infatti era scivolata, cadendo e talvolta compromettendo la propria gravidanza per svolgere questo compito necessario. La fine del colonialismo e della guerra non aveva posto fine, però, alle fatiche femminili, perché i maschietti locali avevano continuato a gloriarsi degli onori militari e a considerare le donne come animali da fatica, che possono essere comprati o venduti (pardon, ripudiati!) perché proprietà personale del padrone di casa, col compito di riprodurlo e servirlo. Che cos’hanno a che fare il Corano, l’Islam, la religione con tutto ciò? Sembra non molto, almeno a sentire Leila, giovane e bellissima donna, venuta da fuori (e perciò vista con diffidenza nel villaggio) per sposare l’uomo che amava. Leila sapeva leggere e scrivere e si avvaleva di ciò anche per leggere il Corano, che, come tutti i libri sapienziali, può prestarsi a molte letture, poiché contiene affermazioni contraddittorie che variamente si possono interpretare. La lettura degli uomini del villaggio era dunque di comodo e doveva essere combattuta e contrastata. Lo stesso Imam, confutato da Leila, Corano alla mano, ne converrà, conferendo alle coraggiose scioperanti una specie di tardivo riconoscimento, mentre un sonoro ceffone farà tacere le pretese integralistiche del giovanotto fanatico e intransigente. Il clamore dello sciopero convincerà il governo locale a dotare il villaggio della condotta necessaria per fare arrivare l’acqua. La contrapposizione di genere, per il momento, può pertanto cessare: la lotta per l’acqua, in fondo, non era contro qualcuno, ma era lotta per la vita di cui l’acqua è simbolo da sempre e di cui le donne, per amore e non per costrizione, sono fiere di essere portatrici.