La La Land

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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

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essere padri (Come un tuono)

Schermata 05-2456423 alle 00.06.04recensione del film:
COME UN TUONO

Titolo originale: 
The Place Beyond the Pines

Regia:
Derek Cianfrance.

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Bradley Cooper, Eva Mendes, Dane DeHaan, Emory Cohen, Mahershalalhashbaz Ali – 140 min. – USA 2012.

Come il precedente Blue Valentine, anche questo ultimo lavoro di Derek Cianfrance si occupa di paternità, ma il progetto è più ambizioso, e presenta alcuni difetti nella realizzazione, il che, tuttavia, non impedisce una valutazione abbastanza positiva del film. Anche qui è protagonista, almeno per la prima parte, Ryan Gosling, stavolta nei panni alquanto sdruciti di Luke, lo stunt man, l’eroe dei poveracci che si divertono a guardarlo mentre, insieme a due altri colleghi fegatosi, rischia la pelle, lanciando la moto a tutta velocità, dentro una specie di sferica gabbia metallica, riuscendo a non urtarli e a non farsi male. Un bel primo piano del busto un po’ troppo tatuato di Luke, che si accinge all’esibizione, ci dice subito che all’origine dei suoi successi è una ben scolpita massa muscolare, indizio delle cure che egli ha per sé: non a caso, però, per quasi tutta la sequenza, ci viene mostrato senza la testa. Privo di cervello, forse, ma non di memoria: non appena vede Romina (Eva Mendes) spuntare fra gli ammiratori, si ricorda di lei e vorrebbe riprendere il breve flirt dell’anno precedente. Ora la donna, però, ha un compagno che, per amore di lei, fa da padre a Jason, il figlio nato da quel breve flirt, di cui Luke ignorava l’esistenza. La rivelazione improvvisa gli sconvolge la vita: decide di fare il padre, per assumere su di sé la responsabilità del bambino, abbandonando la vita spericolata e dedicandosi a qualche lavoro che gli permetta di mantenere e seguire il figlio. Il fatto è che non sapendo far altro che guidare molto bene la moto, su suggerimento dell’amico che lo ospita, decide di sfruttare questa sua abilità per svaligiare le banche della zona di Schenectday (nello Stato di New York). Uno scontro a fuoco conclude la sua vita dissennata, nonché la prima parte del film.

La narrazione segue, quindi, la vita di un altro padre: il poliziotto Avery Cross (ottimo Bradley Cooper), colui che ha ucciso il bandito Luke. Dopo la lunga degenza in ospedale, la lunga indagine e il periodo di riabilitazione fisica e psicologica, il giovane Avery torna al suo lavoro, circondato dall’aura dell’eroe. Figlio di un giudice, sposato, padre di un bambino che ha l’età di Jason, Avery non tarda a capire quanto sia corrotto il mondo dei suoi colleghi, dai quali, ancora convalescente, era stato coinvolto in una illegale operazione ai danni di Romina e del suo compagno. Li denuncerà, ma dovrà lasciare la polizia, scegliendo di candidarsi come procuratore del dipartimento di Schenectday. Ora è un uomo che porta con sé l’ assillante senso di colpa per aver aver tolto il padre a Jason, il piccino che ha l’età del suo. Presto, però, il film ci mostrerà quale padre sia Avery, quale e quanta parte di responsabilità si assuma nella cura e nell’educazione del proprio figlio: i primi dubbi, del resto, erano stati espressi dalla moglie che, già al tempo della sua convalescenza, mal sopportava la sua inutile permanenza in casa. La coppia si dividerà e il piccolo AJ vivrà con la madre.
Ci avviamo alla conclusione del film. Dopo 15 anni i giovani AJ e Jason sono diventati compagni di liceo. AJ è riuscito, avendo compiuto sedici anni, a scegliere di abitare col padre, diventato giudice affermato e rispettato. Avery, però, è riluttante ad accoglierlo, perché non intende occuparsi di lui, anteponendogli la propria carriera. La sua assenza sarà devastante, perché AJ è un ragazzo viziato e capriccioso, che fa uso di droghe e che è pervaso dalla crudele volontà di mettere nei guai Jason.

Il film è molto articolato, poiché, attraverso una tecnica narrativa inusuale nel cinema americano, non racconta tanto la storia di uno o più personaggi, quanto piuttosto l’incrociarsi di vicende complesse che hanno come sfondo la realtà sociale di Schenectday, cittadina nella quale le differenze di reddito e di cultura sono talmente profonde da impedire qualsiasi forma di scambio e di comunicazione fra i gruppi sociali, prevalendo la diffidenza reciproca sul riconoscimento della comune umanità. I due protagonisti, Luke ed Avery, a loro volta, incarnano modi diversi e contraddittori di vivere la propria paternità. Luke, velleitariamente, pensa che la tenerezza affettuosa sia sufficiente a far crescere suo figlio, ma non sa né come mantenerlo, né come organizzare attorno a lui un nido sicuro, né intende responsabilmente riconoscere al patrigno Kofi il ruolo sostitutivo che gli competerebbe e che in effetti avrà: essere padre, infatti, non è un fatto biologico, come ricorderà lo stesso Kofi a Jason, ormai quasi adulto e alla ricerca delle proprie origini. Avery, invece, è consapevole dell”importanza del ruolo paterno nell’educazione del figlio, ma vi rinuncia, cosicché, anche se ad AJ non fa mancare nulla, lo trascura, né muterà vivendo con lui: raramente lo vedrà per fermarsi ad ascoltarne i problemi e le necessità. L’unico che si mostrerà un vero padre è Kofi, paradossalmente proprio colui che non ha figli suoi. In questo complesso film, la narrazione è alquanto disuguale: analitica e molto coinvolgente nella prima parte, un po’ intricata nella seconda, alquanto melodrammatica nell’ultima parte, per riscattarsi infine, senza riuscire, però, a cancellare l’impressione che il racconto diventi, col passare del tempo, un po’ troppo televisivo. Cianfrance ha girato questo suo lavoro “en plein air” a Schenectday, avvalendosi anche della partecipazione di poliziotti veri, infermieri e medici veri, banche, ospedali, ambienti giudiziari e di polizia reali, e coinvolgendo nel racconto anche gli attori, all’improvvisazione recitativa dei quali viene talvolta lasciato spazio, il che ha conferito alla narrazione quel tocco di verità e di originalità che fa perdonare anche molti difetti.

Imperdonabili, invece, trailer e titolo italiano, fuorvianti per gli spettatori, indotti erroneamente ad aspettarsi un film d’azione che non vedranno

dove sono i bei momenti…*(Blue Valentine)

Schermata 03-2456353 alle 23.50.57recensione del film:

BLUE VALENTINE

Regia:

Derek Cianfrance

Principali interpreti:

Michelle Williams, Ryan Gosling, Mike Vogel, John Doman, Ben Shenkman.,Reila Aphrodite, Maryann Plunkett, Faith Wladyka, Dan Van Wert, Samii Ryan, Michelle Nagy, Ashley Gurnari, Carey Westbrook, Tamara Torres, Eileen Rosen – 120 min. – USA 2010.

Prima di parlare di questo magnifico film, vorrei esprimere tutto il mio disappunto nei confronti della distribuzione italiana, che ha costretto una parte del pubblico ad avvalersi, come me, della piattaforma di MyMovies Live per riuscire a vederlo: questo lavoro è stato distribuito, infatti, unicamente nel Lazio e in Puglia, mentre nelle altre regioni italiane è, fino a oggi, escluso dalle sale (ed è un film del 2010!!). La visione attraverso il computer limita, tuttavia, per molti aspetti una corretta fruizione del film, se non altro per le ridottissime dimensioni dello schermo. Sarei davvero curiosa di conoscere le ragioni per cui non si possa vedere, se non in casa, un film come questo, nonostante i molti prestigiosi riconoscimenti internazionali.

Cindy (Michelle Williams) è una donna graziosa, affannata a conciliare impegni di lavoro, ruolo materno e vita domestica, come quasi tutte le donne oggi; Dean (Ryan Gosling) è il suo innamorato marito; Frankie è la figlioletta cui egli si dedica con particolare attenzione, assecondandola e coccolandola e, perciò, accaparrandosene l’affetto, in modo speciale. Il matrimonio fra Cindy e Dean, nato da una grande attrazione e da un profondo e caldo affiatamento sensuale, in realtà è stato affrettato dalla gravidanza di Cindy, il che ha significato per lei, brillante e promettente studentessa di medicina, abbandonare gli studi e impiegarsi in un ospedale come infermiera. Dean, ancora molto giovane, senza reali progetti, con un vago desiderio di sfondare nel campo della pittura, o della musica, o come disegnatore di fumetti, in realtà ci appare come un ragazzo gentile, ma anche come un velleitario sognatore, incapace di porsi seriamente il problema di come guadagnarsi la vita.

Non mancandogli la buona volontà, ma avendo poco coltivato le proprie attitudini, si dedica soprattutto a saltuarie occupazioni, un po’ come un bricoleur che sa fare di tutto, e vive perciò in uno stato di perenne precarietà. Ciò gli permette di star vicino alla bambina, ma il peso complessivo del menage è sulle spalle di Cindy, che non può non avvertire la frustrazione e il disagio di vivere in questa condizione. L’atmosfera della vita domestica è sempre più tesa cosicché la crisi del matrimonio, mai apertamente affrontata per non turbare la piccola Frankie, è destinata a deflagrare. A grandi linee, dunque, il film racconta la fine di un grande amore perché i sogni e la passione che lo avevano alimentato qualche anno prima non hanno retto di fronte alla realtà imprevista della vita quotidiana, ai pesanti sacrifici delle proprie aspirazioni, alle esigenze dell’educazione della bambina. Allo scontento di lei, sempre più irritabile e dura, fa riscontro la dolcezza quasi indifesa di lui, generoso, ma immaturo, che ora troppo spesso nell’alcool trova il modo per annullare il dolore, irritando ulteriormente la donna, in un crescendo di tensioni e di incomprensioni, alle quali infine egli cerca rimedio, non tanto affrontando con lei direttamente il problema, quanto illudendosi di riuscire a ricreare la magia del passato, nella condizione di irrealtà offerta per breve tempo da una stanza di motel che, pur chiamandosi Future, non apre orizzonti più sereni per il tempo che verrà. Lontani dalla bimba, affidata al nonno, dal lavoro di lei, per il tempo di un week-end, dalle preoccupazioni quotidiane, i due non ce la fanno a ritrovare quella smemoratezza e quell’abbandono che un tempo li aveva legati, perché è ormai troppo ingombrante, sulla loro strada, il cumulo dei rancori, del non detto, delle rinunce: sembra che le parole fra loro vengano pronunciate soprattutto per ferire; che una sorta di cattiveria puntuta animi il comportamento di lei, trasformando le speranze e le attese, in realtà di entrambi, in un gioco al massacro da cui la coppia uscirà distrutta. Quello che colpisce del film è che la vicenda dei due protagonisti, che sembra simile a quella di migliaia di altre coppie nel mondo occidentale, riesca a coinvolgere la partecipe attenzione degli spettatori, il che è dovuto sia all’ analisi attenta e profonda delle dinamiche della vita di coppia, sia al modo nuovo e originale attraverso il quale la storia viene narrata. Incrociando, infatti, le splendide memorie appassionate, con l’angusta verità del presente il regista non solo alterna i piani temporali in un fittissimo e ininterrotto riemergere dei ricordi di un amore passato così intenso che non vuole morire, ma ottiene il quadro di una coppia a pezzi, grazie all’uso alterno della ripresa digitale, e di quella su pellicola da 16 millimetri, colla quale soltanto vengono girati i flashback, cosicché l’impressione complessiva è quella di un frammentato e quanto mai funzionale collage. 

* Il mio titolo di lancio: Dove sono i bei momenti è una citazione da Wolfgang Amadeus Mozart, dalle nozze di Figaro, che vi faccio ascoltare attraverso la voce di Elizabeth Schwarzkopf:

il potere (Le idi di marzo)

recensione del film:
LE IDI DI MARZO

Titolo originale:
The Ides of March

Regia:
George Clooney

Principali interpreti:
Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Max Minghella, Jeffrey Wright – 101 minuti – USA, 2011.

Il bel titolo classico di questo film ci riporta alla memoria la storia del nostro passato: la fine di Giulio Cesare ad opera dei congiurati che lo stavano attendendo all’ingresso del Senato, dove, appunto, lo avrebbero pugnalato. Fra i congiurati, Bruto, figlio adottivo di Cesare, diventato da allora, per molti, la personificazione stessa del traditore. D’altra parte, in altri momenti storici, la figura di Bruto ha goduto di fama migliore: il tirannicida, l’eroe della libertà, colui che invano, ma generosamente, cercò di difendere le libertà repubblicane. La riesumazione di questi fatti, evidente dal titolo di questo bel film, ci trasporta, però in un luogo lontanissimo nello spazio, visto che siamo nell’Ohio, e nel tempo: ci troviamo, infatti, al tempo delle elezioni primarie del candidato democratico, Mike Morris, per la candidatura alla Presidenza degli Stati Uniti. Morris, interpretato da George Clooney, che è anche regista del film, è un candidato saldamente ancorato ai valori della Costituzione americana, sanamente laico, in modo da garantire ai credenti di ciascuna fede il pieno godimento dei rispettivi diritti e anche progressista, soprattutto in tema di conquiste civili; contrario alla pena di morte, favorevole all’allargamento delle libertà per i gay e via dicendo, secondo i canoni di un’avanzata correttezza politica. Non tutto il Partito democratico è con lui: lo sarebbe, ma teme che la rigidità delle sue posizioni comprometta la vittoria, soprattutto nell’Ohio, stato che si è fatto la fama di essere quello il cui elettorato, attraverso le primarie, prefigura l’esito delle presidenziali con una certezza quasi matematica. Il suo staff, a sua volta è spaccato: il nodo cruciale delle primarie può essere affrontato in due modi: cedendo a qualche compromesso sui principi, candidando per esempio l’uomo forte dell’altro schieramento del partito, cosa che Morris non vorrebbe assolutamente fare, oppure scommettendo sulla novità costituita proprio dal suo radicalismo senza compromessi, cosa che gli attirerebbe, secondo lui, la simpatia di strati di popolazione che non si era mai lasciata coinvolgere dalla passione politica, giovani soprattutto. In ogni caso, proprio la difficoltà del momento, insieme alla presenza di un sistema di informazione fondato sul sensazionalismo e pronto a diventare una vera macchina del fango, consiglierebbe la massima prudenza del dire e del fare, da parte di tutti, candidato e staff. Così non sarà. L’andamento da thriller del film non mi consente di aggiungere altro. Qualcuno tradirà (le Idi di marzo, appunto) per ambizione personale o per disillusione profonda, nei confronti di un mondo in cui la spinta ideale pare soffocata dalla sete di potere, a cui pare che nessuno sfugga. Il film si interroga sui rapporti fra politica, che è prassi, fondamentalmente, e perciò costretta a confrontarsi con una realtà spesso sorda agli ideali, ed etica, che è teoria e che in quanto tale rischia di rimanere travolta da esigenze più prosaiche, ma certo a loro volta profonde. Il film è condotto in modo, a mio avviso, ineccepibile: asciutto e senza retorica il racconto; acuta l’indagine dei comportamenti dei diversi protagonisti, ognuno dei quali è portatore di una parte di verità. Nessuno è buono, ma nessuno è cattivo: forse qualcuno è meno peggio di altri, ma tutti sono uomini e donne assolutamente imperfetti. Splendida interpretazione di Clooney, di Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti (il che è ovvio); altrettanto eccellenti gli attori meno noti (Ryan Gosling, tra tutti: sbalorditivo!, così come le due donne, la stagista e la giornalista, attrici perfette per le due parti tanto ambigue quanto difficili). Forse, ma questa è una mia riflessione a margine, la sete di potere e la smisurata ambizione potrebbero essere maggiormente contenute da un sistema politico in cui meno sia presente la personalizzazione dello scontro.