Londra thatcheriana (Belle speranze)

recensione del film:
BELLE SPERANZE

Titolo originale:
High Hopes

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Philip Davis, Ruth Sheen, Heather Tobias – 112′ min. – Gran Bretagna 1988

Se le sale programmano film che non interessano, si può sempre vedere un bel DVD come questo, scovato per caso fra quelli dell’edicola di un paesetto di montagna!

Quando il grande regista Mike Leigh (ricordate Another Year?) girò questo magnifico film (il suo secondo, dopo quasi vent’anni di assenza dalle scene), nel Regno Unito stava per concludersi l’era thatcheriana, ma era ovunque già visibile lo sconvolgimento sociale prodotto da quella politica. Leigh ne valuta le conseguenze umane sullo sfondo di una Londra sfigurata anche nell’aspetto: vennero messe in vendita, infatti, a costi molto bassi, e successivamente ristrutturate, le case dei quartieri popolari, già affittate dal Comune, a prezzo politico, alla working class, ciò che diede luogo a colossali speculazioni e stravolse i rapporti sociali fin allora esistenti. Alla solidarietà di classe e di vicinato, si sostituì l’indifferenza, quando non l’insofferenza, per gli anziani, troppo poveri per comperare le loro vecchie abitazioni, che, rimasti lì, si sentivano sopportati a fatica, perché erano spesso invitati ad andarsene, per permettere una piena riqualificazione del quartiere. L’atteggiamento sdegnoso dei nuovi ricchi si diffuse anche fra i parenti più stretti, dispostissimi a barattare il legame familiare con la proprietà di un alloggio, probabile fonte di futuri lauti guadagni. Il regista indaga con amara attenzione l’avvenuto mutamento dei cuori e della mentalità, raccontandoci la vicenda della signora Bender e dei suoi due figli, Cyril (Philip Davis) e Valerie (Heather Tobias). L’anziana donna (eccellente Edna Doré), dal volto segnato dal dolore e dai sacrifici, riceve da loro poche attenzioni, in modo particolare da Valerie, casalinga isterica e frustrata, trascurata dal marito, ma pienamente convinta della necessità di sacrificare la madre al proprio desiderio di ascesa sociale. Cyril, al contrario, non rinnega le sue origini e non ambisce a diventare ricco: è affezionato al suo passato familiare e sociale, ma è depresso e si sente vinto: è un personaggio pateticamente ancora fedele agli ideali del socialismo sconfitto, tanto che, insieme a Shirley (Ruth Sheen), la donna con cui convive da dieci anni, va spesso a visitare la tomba di Karl Marx al cimitero di Highgate. Il loro rapporto si è un po’ deteriorato, perché Shirley, che è una donna tenerissima, vorrebbe un bambino, mentre a lui manca il coraggio di progettare il futuro, dopo che le speranze rivoluzionarie si sono spente. Sarà il calore umano di lei, nonché la sua profonda sensibilità, a fargli comprendere le ragioni della vecchia madre e ad aiutarlo a superare il pessimismo che sta mettendo a rischio il loro legame. Il film, che fu presentato in Italia, al festival di Venezia nel 1988, è ancora visibile in DVD. Si tratta di un lavoro molto interessante e convincente, soprattutto là dove Mike Leigh coglie le dolorose conseguenze della spietata “modernizzazione” del paese, avviata dalla Thatcher con fredda lucidità. Il ritratto dei vinti, che ancora orgogliosamente rivendicano, come Cyril e Shirley, l’antica appartenenza a un mondo di valori che, condivisi in un ambiente solidale, rendevano più sopportabile vivere, è raccontato con dolente tristezza e umanissima partecipazione, così come la drammaticità della vecchiaia solitaria e della povertà, disprezzata e snobbata da cinici e ignoranti arrivisti, è resa con drammatico e sobrio pudore, grazie anche all’eccellente gruppo di attori (molti dei quali Leigh riproporrà nei film successivi), di eccezionale espressività.

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Another year …il faut cultiver notre jardin (Voltaire)…ahimé!

Recensione del film:

ANOTHER YEAR

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Jim Broadbent, Lesley Manville, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Peter Wight -129 min. – Gran Bretagna 2010.

Il film pare iniziare nel momento in cui si conclude Candide di Voltaire: “il faut cultiver notre jardin”. A un minuscolo orto della periferia londinese, infatti, dedicano parte del loro tempo libero due coniugi anziani (la psicologa Gerri e il geologo Tom) che hanno vissuto una vita di lavoro e di avventure (i viaggi), ma anche di sogni (il ’68; l’isola di Wight). Le citazioni da Voltaire potrebbero proseguire: il perdurare dell’affetto fra i due coniugi, nonostante il loro imbruttimento (particolarmente quello di Gerri-Cunegonda); la disillusione dall’utopia ottimistica, che nel film coincide con il progressivo restringersi degli interessi sociali che l’utopia aveva dischiuso, l’accontentarsi (conseguente) di far bene il proprio lavoro e di proteggere la serenità propria e quella della propria famiglia, di cui la coltivazione dell’orto è una bella metafora. In questa loro vecchiaia tranquilla, tuttavia, i due si preoccupano di aprire la loro casa agli amici o ai parenti che sono rimasti soli. La solitudine dei tre ospiti, Mary, Ken e Ronnie, è, però, secondo me, il tema centrale del film: si tratta di una solitudine infinita, cupa e irrisarcibile, riflesso di un inesorabile fallimento esistenziale. I tre personaggi vengono presentati, uno alla volta, nelle diverse stagioni di quell’anno a cui allude il titolo del film, altro anno che si aggiunge a quelli della vita serena e senza scosse dI Gerri e Tom. Per Mary, Ken e Ronnie, sarà l’anno in cui essi acquisiranno la consapevolezza dolorosa dell’irrimediabile loro destino di sconfitti dalla vita.

Il momento della verità, per Ken, che ha sempre compensato l’infelicità con la bulimia nervosa, il fumo incontrollabile e la birra, coinciderà con la brutale ripulsa di Mary, mentre per Ronnie, ultimo personaggio a comparire, il momento della disillusione sarà la morte della moglie e l’impossibilità di ricuperare un rapporto col figlio, che vive lontano da lui (si intuisce non lietamente), in una città dello Yorkshire, e che lo odia. Mary, a differenza degli altri ospiti della coppia, è quella maggiormente presente: lavora con Gerri, si confida con lei e passa molto spesso con i due coniugi l’intero week-end. L’esistenza trascorsa fra amori infelici e matrimoni naufragati non l’ ha per ora piegata: nonostante tutto si sente ancora bella, giovane, desiderabile, ma la sua incontenibile logorrea, l’amore per l’alcool e l’atteggiamento ridicolo e civettuolo nei confronti di Joe, il giovanotto figlio della coppia, ci fanno capire subito che si tratta, anche in questo caso, di un personaggio tragico, come ci confermerà l’ultima scena del film, in cui la ripresa, soffermandosi su di lei, la fisserà in una terribile e drammatica espressione di disperato e cosciente dolore. Da tanta desolazione si salva davvero solo la coppia, coltivando il proprio orticello? Sembrerebbe di sì, ma anche il loro accontentarsi ha nel film il sapore amaro di chi le illusioni se le è tolte rinunciando a una parte importante di sé e dei propri sogni, come avviene nella vita di tutti, ahimé!. Il film è diretto con grande cura e con molto equilibrio, e trasmette un messaggio di disperato realismo sul senso della vita e sulle chanches che ciascuno possiede per cambiare davvero il proprio doloroso destino. La recitazione degli attori è, a dir poco, di una perfezione inarrivabile e raggiunge vette di grandissimo impatto soprattutto con la prova di Lesley Manville nella parte di Mary, e di Ruth Sheen in quella di Gerri

Leggi  QUI: Ancora su Another Year (qualche mia nota, in seconda battuta, su questo grande film)