Leviathan

Schermata 2015-05-14 alle 12.20.27recensione del film
LEVIATHAN

Regia:
Andrei Zvyagintsev

Principali interpreti:
Aleksey Serebryakov, Elena Lyadova, Vladimir Vdovichenkov, Roman Madyanov, Anna Ukolova – 140 min. – Russia 2014

Il film narra la vicenda disperata di Kolya, un meccanico che si è costruito in una piccola città sul mar di Barents un’officina da autoriparatore e una casa dove abitare con la seconda moglie, Lilya e il figlioletto quasi adolescente che poco sopporta la matrigna. La vita del protagonista (Aleksey Serebryakov) è sottoposta a molteplici tensioni, sia per le difficoltà della vita familiare, sia perché il sindaco (Roman Madyanov) della cittadina ha messo gli occhi sulle sue proprietà e vorrebbe impadronirsene, espropriandolo per destinare alla speculazione l’intera area, offrendogli una ricompensa simbolica. A sostenere le ragioni di Kolya è un giovane avvocato moscovita, brillante e preparato, convinto che sarà possibile spuntarla contro l’autorità locale, grazie al ponderoso dossier di documenti inoppugnabili in suo possesso, dai quali emerge la corruzione profonda dell’intera amministrazione, di cui il sindaco è il maggiore responsabile.
A lui infatti fa capo un’ organizzazione di potere mafioso, che non esita a ricorrere alle minacce brutali e anche all’omicidio per realizzare i suoi piani, contando sull’appoggio esplicito della chiesa ortodossa locale, vera e propria macchina del consenso presso i ceti medi del luogo. Esibendogli il suo dossier l’avvocato suppone di far desistere il sindaco dal suo proposito: non sarà così, com’è ovviamente intuibile: l’orrido mostro biblico, il Leviatano, evocato dal titolo, incarnazione del potere totalitario fatto di arbitrio, violenza e soprusi, inghiottirà  il povero Kolya, annientandone ogni resistenza.

Il film, che è girato con grande maestria dal regista russo Andrei Zvyagintsev, poco conosciuto in Italia, è una potente rappresentazione delle condizioni disperate della Russia di oggi, in cui si sono sciaguratamente alleati, secondo una secolare tradizione, che sembrava essersi interrotta dopo la rivoluzione sovietica, il potere religioso e quello politico, per schiacciare la popolazione, condannandola senza scampo alla subalternità. La figura di Kolya, che secondo l’intenzione del regista dovrebbe incarnare il mite Giobbe della Bibbia, che subisce il volere di Dio senza reagire, fiducioso in una qualche ricompensa futura, è sgradevole e non suscita una vera empatia, poiché è difficile l’identificazione con la sua irascibile impulsività, l’ubriachezza quasi costante, la scarsa attenzione alla moglie, la violenza nei confronti del figlio. Il quadro complessivo che emerge dal film è davvero cupo, ben simboleggiato dal paesaggio marino, bellissimo e affascinante, ma violentemente claustrofobico e minaccioso, dalle rovine dei vecchi monasteri affrescati, dallo sperdimento dei giovani che precocemente abbandonano la scuola e consumano la loro giovinezza fra alcol, tabacco e furti. Bel film, certamente, ma difficile da amare.

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Il concerto

Recensione del film:
IL CONCERTO

Titolo originale:
Le concert

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, Mélanie Laurent, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Valeriy Barinov, Vasile Albinet -120 min. – Francia, Italia, Romania, Belgio 2009

La caduta rovinosa della Russia sovietica lascia molte macerie e molte ferite: dalle pacchianate kistch dei nuovi ricchi mafiosi, ai sogni infranti di chi ci aveva creduto, alle vite spezzate di chi si era opposto. Alle nequizie del regime non è subentrata un’organizzazione più giusta della società, anzi, per molti la situazione si è cristallizzata: i ruoli sono rimasti quelli di allora perché non è facile risalire in una società di furbi e violenti, e anche perché spesso non si è disposti a lottare per emergere nuovamente, quando mancano ormai le persone che avrebbero motivato quella lotta. In questa Russia degradata e cinica si svolge la vicenda raccontata dal film, che ha per protagonista il grande maestro Filipov, direttore della prestigiosa orchestra del Bolshoj, cacciato dagli uomini di Breznev, insieme agli orchestrali ebrei che suonavano con lui. La storia è quella di un’avventurosa e rocambolesca risalita di Filipov, dei suoi amici di un tempo e di altri nuovi, soprattutto zingari, con agnizioni finali e trionfi parigini. Parrebbe una bella fiaba, ma il film è invece molto di più, intanto perché vi sono contenuti i ritratti affettuosi e teneri di questi artisti dimenticati da tutti, ormai abbandonati al loro destino di “ultimi”, che, nonostante tutto, non solo hanno conservato il loro amore per la musica, ma che, grazie proprio a questo, sono in grado di offrire anche un modello di società. L’orchestra, come già ci aveva spiegato Fellini, può essere considerata quasi la metafora della società, che in questo caso dovrebbe abbandonare le pretese di diventare per sempre perfetta, per accontentarsi di piccoli progetti per la cui riuscita, di volta in volta, sono decisivi tutti, uomini e donne di ogni condizione e provenienza, che allo scopo devono essere organizzati. Questa specie di “armata brancaleone”, sulla quale nessuno è pronto a scommettere, è molto simile a quella che attraverso un viaggio avventuroso raggiungerà i confini russi in Train de vie, l’altro bellissimo film dello stesso regista. Mihaileanu si conferma davvero geniale nell’inventare storie in cui si fondono perfettamente storia e immaginazione, in cui l’arte del racconto retrospettivo (altra citazione felliniana?) assume il carattere della struggente rievocazione di un passato irripetibile, senza che ciò, però, comporti un eccessivo patetismo. Il sorriso, che nasce dall’indulgenza simpatetica verso i difetti umani, è dietro l’angolo e la cultura cosiddetta minore dei popoli dimenticati è lì a manifestare tutta la vitalità e l’energia che la contraddistinguono. Grande regia, dunque, e ottima interpretazione di tutti gli attori, in modo particolare di Aleksei Guskov, grande e sensibile direttore d’orchestra. Segnalerei, ancora, un’ultima citazione, parodistica in questo caso: la strage di San Valentino dal film A qualcuno piace caldo, testimonianza della cultura cinematografica “sincretica” del regista rumeno.