45 anni

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recensione del film:
45 ANNI

Titolo originale:
45 Years

Regia:
Andrew Haigh

Principali interpreti:
Charlotte Rampling, Tom Courtenay, Geraldine James, Dolly Wells, David Sibley – 95 min. – Gran Bretagna 2015.

Una tranquilla coppia anziana vive serenamente in un villino nella campagna inglese tra i fiumi e gli stagni della contea del Norfolk. Lei è Kate (Charlotte Rampling), insegnante in pensione; lui è Geoff (Tom Courtenay), molto più anziano di lei, con qualche bypass e un passato nell’industria e nel sindacato.  Non hanno figli, ma il loro matrimonio, ricco di relazioni sociali e di amicizie, non sembra averne risentito, essendo arrivato, senza grandi scosse e senza crisi, alla vigilia del quarantacinquesimo anniversario: quando inizia il film (lunedì) manca meno di una settimana a quella data (sabato). I due stanno progettando una grande festa con molti invitati e hanno affittato, per l’occasione, una sala grandiosa in una storica magione. Tocca a lei, che è più giovane e ancora relativamente in buona salute, il compito di organizzare tutto: dalla scelta della sala, a quella dei cibi, dei vini e anche delle musiche che ricorderanno i momenti più importanti della loro storia: entrambi vorrebbero risentire i mitici Platters nel disco che ha accompagnato anche il loro primo ballo, Smoke gets in your Eyes, col quale dovrebbe romanticamente concludersi la loro serata.
In questa atmosfera tranquilla, riaffiora, con forza dirompente, il passato di Geoff, al quale una lettera inaspettata dalla Svizzera annuncia il ritrovamento, dopo cinquant’anni, del corpo di Katya, la sua fidanzata di allora, il primo suo grande amore, che i ghiacci della montagna stavano riportando alla luce, intatto e incorrotto, cosicché, egli, ancora vivo, forse potrebbe riconoscerlo. Katya era precipitata in un crepaccio durante un’escursione a tre, poiché una guida accompagnava la coppia degli innamorati in vacanza, ciò che aveva infastidito Geoff e anche un po’ ingelosito, quando, attardandosi lungo il sentiero, aveva udito le loro conversazioni, le risate e purtroppo, infine, l’urlo di lei, caduta in quella trappola terribile, nonché il silenzio spaventoso che ne era seguito.
Questo, almeno, era stato il racconto di lui a Kate, ora molto ansiosa per l’effetto che avevano prodotto quelle notizie inaspettate: da buona moglie non potevano sfuggirle il turbamento imbarazzato, il ritorno al fumo, le notti insonni nel solaio della loro casa nel quale, forse, egli aveva celato segreti del proprio passato, a lei sconosciuti.
Il regista segue il momento delicato per questa coppia, scrutando, giorno dopo giorno, dal lunedì al sabato, con la macchina da presa, il progressivo mutare delle abitudini di entrambi, l’incupirsi e lo sfuggirsi dei rispettivi sguardi, la difficoltà nel trovare le parole giuste per chiarire e, soprattutto, lo spaesamento di Kate davanti alle carte ingiallite che furtivamente aveva voluto vedere in quel solaio e che, come in un  flashback, sembrano svelarle la vita di Geoff, ai tempi in cui lei, giovanissima, ne ignorava addirittura l’esistenza. Le vecchie fotografie, ormai quasi illeggibili, e le diapositive le cui sbiadite immagini rimandavano incerti contorni avevano indotto nella sua mente l’inquietante sospetto, forse ingiusto, che in tutta la storia che li aveva riguardati nel corso di quei quarantacinque anni, le scelte di lui fossero avvenute quasi obbedendo alla volontà silenziosa di Katya, sempre presente nei suoi pensieri e nella sua vita: di ciò era diventata convinta.

Il film, a mio avviso molto bello e da vedere, scruta profondamente i fragili equilibri sui quali si costruisce un rapporto di coppia e pone al contempo alcuni problemi, di non poca importanza, sul ruolo del caso nella nostra vita, sulla reale libertà delle nostre scelte, sul peso del passato nelle nostre decisioni, sull’impossibilità di tornare sui nostri passi, quando prendiamo coscienza delle possibili alternative che ci siamo lasciati sfuggire allorché sarebbe stato ancora possibile scegliere, forse, diversamente. Non a caso, oltre alle numerose citazioni cinefile, il film contiene alcune allusioni a Kierkegaard, il filosofo danese che Geoff sta leggendo e sul quale evidentemente sta riflettendo nel corso del film.

Fatto di sguardi, di parole dette e di silenzi impacciati, di pensieri e di espressioni, il film poggia sulla grandissima e sensibilissima interpretazione degli attori protagonisti, giustamente premiata a Berlino col Leone d’argento, che nel febbraio di quest’anno è stato assegnato salomonicamente sia a Charlotte Rampling, sia a Tom Courtenay.

Se siete interessati, QUI potete leggere una bella intervista a Tom Courtenay a proposito del film

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il ruolo del caso (Locke)

Schermata 05-2456782 alle 21.10.48recensione del film:
LOCKE

regia:
Steven Knigh

Unico interprete:
Tom Hardy

Voci al telefono:
Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels – 85 min. – USA, Gran Bretagna 2013.

Ivan Locke (Tom Hardy) era un uomo come tanti, un gran lavoratore con una bella famiglia: moglie affettuosa, Katrina, e figli che lo aspettavano ogni sera, dopo le lunghe giornate del suo lavoro da costruttore edile. Era un bravissimo capo cantiere, attentissimo non farsi sfuggire neppure il più piccolo particolare del lungo processo al termine del quale sarebbero sorti, come per miracolo, i “suoi” grattacieli altissimi e solidissimi, a prova di uragani e terremoti. Lo scrupolo, in effetti, non è mai troppo in questo tipo di lavoro, perché le fasi delicate sono molte e, apparentemente,  insignificanti: basta una minima, quasi impercettibile variazione nella composizione del calcestruzzo per mettere in pericolo l’equilibrio statico della costruzione; basta non aver comunicato per tempo ai comuni di competenza che occorre bloccare il traffico a una certa ora, per non rendere possibili i controlli indispensabili a evitare adulterazioni e frodi nella fornitura di quel miracoloso impasto! Ivan era, perciò, diventato un vero genio della programmazione, nel lavoro, come nella vita. Aveva costruito e organizzato con altrettanta cura anche la sua famiglia, luogo della condivisione degli affetti e dei riti domestici davanti alla TV, cementato dal comune tifo per la squadra di calcio: tutti con la stessa maglia dei calciatori, con gli hot dog e le bibite giuste per discutere delle prodezze e degli errori durante la partita. Figlio non riconosciuto da un padre irresponsabile che l’aveva costretto a umilianti situazioni e a percorsi in salita sempre e dovunque, Ivan aveva scrupolosamente badato di evitare ai propri figli condizionamenti così negativi e aveva trovato in Katrina la madre, la moglie e l’alleata serena ed equilibrata, giusta per i bambini e ideale per lui. La vita, però, per quanto organizzata e programmata con ogni attenzione, perché nulla venga lasciato al caso, può riservare sorprese e imprevisti, come quella volta che, al termine di uno stage che per due settimane lo aveva tenuto lontano da casa, dopo qualche bicchiere di troppo, Ivan aveva passato la notte fra le braccia di Bethan: una scappatella senza importanza e senza implicazioni sentimentali, scusabile dopo tanti anni di matrimonio. Bethan, però, era rimasta incinta, gliel’aveva comunicato dicendogli anche che avrebbe tenuto il bambino ad ogni costo. Questo, davvero, gli aveva scombinato i piani: avrebbe di sicuro riconosciuto quel bambino, perché quel figlio mai sarebbe stato umiliato come lui da piccolo. Katrina avrebbe capito e lo avrebbe aiutato. Il problema era quello di parlargliene, ma mancavano due mesi, c’era tempo: giusto il tempo per portare a termine la “sua” costruzione più impegnativa, la più alta del mondo. Senonché, del tutto all’oscuro dei problemi della famiglia, dei guai e dell’arrivo del calcestruzzo, quel bambino, impaziente di nascere, aveva anticipato di due mesi la data prevista e ora costringeva Ivan a occuparsi di lui, che avrebbe invece dovuto essere già a casa per guardare la partita!
Tutta questa vicenda ci viene raccontata da Ivan, alla guida dell’auto, mentre, in piena notte, percorre l’autostrada, cercando di raggiungere Londra, dove Bethan è stata inaspettatamente ricoverata all’ospedale per partorire. Non vedremo mai né Katrina, né i due bambini, né Bethan, né il suo sostituto Dolan che dovrà farsi carico dell’arrivo del calcestruzzo: sentiremo le loro voci, impaurite, preoccupate, incredule, furenti, attraverso il cellulare a cui freneticamente, in un crescendo di tensione emotiva, Ivan cerca di rispondere, mettendo, per la prima volta in gioco tutto se stesso, il proprio lavoro, e gli affetti familiari, e sfogando la rabbia, a lungo covata, nelle feroci invettive contro il padre.

Il film che ne risulta, con un solo interprete, il bravissimo e semi sconosciuto Tom Hardy, riesce eccezionalmente a dilatare lo spazio dell’abitacolo minuscolo in cui avvengono gli scambi telefonici per offrirci squarci e scorci della vita di Ivan e del suo passato familiare senza flashback, e senza effetti claustrofobici, ma semplicemente grazie a una sceneggiatura solidissima e impeccabile, accompagnata da una straordinaria e coloratissima fotografia, ricca di effetti astratti, bellissima.
Cinema di alto livello, costato pochissimo e girato in tempi brevissimi (meno di una settimana), accolto con molto successo all’ultimo Festival di Venezia, dove avrebbe sicuramente stravinto se non fosse stato presentato fuori concorso. Chapeau!