Sieranevada

recensione del film:
SIERANEVADA

Regia:
Cristi Puiu

Principali interpreti:
Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru, Sorin Medeleni, Ana Ciontea, Mirela Apostu, Eugenia Bosânceanu, Ilona Brezoianu, Ioana Craciunescu, Valer Dellakeza, Aristita Diamandi, Simona Ghita, Marin Grigore – 173 min. – Francia, Romania, Bosnia-Herzegovina 2016.

Il curioso titolo di questo film non allude in alcun modo al suo contenuto, che non è, infatti, né il remake di un western famoso, né un documentario sui monti  spagnoli, per parlare dei quali non si è forse badato troppo all’ortografia. È, invece, un significante senza significato, perché così ha voluto il regista, il rumeno Cristi Puiu, per impedirne, in tal modo, una qualsiasi arbitraria traduzione.
Se invece ci addentriamo nell’analisi di questo straordinario film, ci rendiamo conto che il “nonsense” del titolo potrebbe diventare la chiave di lettura dell’intero svolgersi, dalla prima all’ultima scena, del racconto, che per questa ragione ha richiamato alla mia memoria almeno due grandi film di Luis Buñuel: L’angelo sterminatore e Il fascino discreto della borghesia, fra i quali (nonostante l’innegabile diversità) credo vada cercato il suo precedente illustre, ben più che in Parenti serpenti di Monicelli che pure gli è stato accostato.

Ci troviamo nella Romania del 2014: lo apprendiamo dal notiziario trasmesso, nel corso del film, da un televisore acceso, che parla della strage al Charlie Hebdo, di tre giorni prima. In un alloggio di Bucarest sta per essere celebrata la solenne cerimonia di commemorazione funebre del capofamiglia, morto da quaranta giorni, ma, secondo la tradizione, anima in pena in attesa di trovare la propria pace grazie al rito di commiato, che sarà celebrato dal pope. Tutto è predisposto: la tavola imbandita per il pranzo di famiglia; la stanza con l’abito buono del morto che dovrà essere benedetto e successivamente indossato da uno degli eredi; la cucina in cui alcune donne si avvicendano per la preparazione di qualche tramezzino, visto che il pope è in viaggio ed è in ritardo. Un po’ alla volta, intanto, arrivano gli invitati, dai figli, ai nipoti, ai fratelli, ai cognati in un mescolarsi confuso che all’inizio ci spiazza, perché, in tanto caotico succedersi degli arrivi è difficile comprendere quali siano i rapporti di parentela. Si comprende invece, quasi subito, che questi non sono così importanti: al regista interessa invece delineare i tipi umani protagonisti ora patetici, ora comici, ora grotteschi di ciò che accade in quell’alloggio, gremito di mobili, cibi e suppellettili, oltre che di persone, claustrofobico ambiente nel quale si passa il tempo in attesa che la cerimonia si compia e ci si metta a tavola. Il film è dunque girato quasi esclusivamente in quell’ interno, con la tecnica del piano-sequenza che segue parole e accadimenti da una stanza all’altra. Gli ospiti si spostano;  i battenti delle porte si aprono e si chiudono; le donne più anziane stanno intorno alla vedova, che è malata, fa la calza prende le medicine e dispensa consigli; le più giovani sono in cucina; una vecchia zia, che con Ceausescu aveva conosciuto tempi migliori, con un bianco colbacco si aggira fra i gruppi degli ospiti rimpiangendo i tempi del socialismo reale, quando tutti (e lei sicuramente) stavano meglio, la società era più giusta e ai giovani si trasmetteva cultura, ideali e buona creanza… Gli uomini, invece, si lasciano coinvolgere da un barbuto giovanotto che si muove su Internet, dai cui siti gli arrivano le terrificanti notizie del complotto internazionale che dall’11 settembre a Charlie Hebdo sta avvolgendo il pianeta in una spirale di terrore. Lary, il figlio maggiore del defunto, ex medico che ora vende farmaci per guadagnare di più, se la ride del socialismo reale e dei complotti e aspetta che torni dalla spesa al Carrefour la moglie, delusa dal matrimonio e dal comportamento del marito. Arrivano poi due ospiti poco graditi: una giovane figlia, trasgressiva e impresentabile, che accompagna in quella casa un’amica ubriaca (o drogata?), che dorme e vomita a intermittenza, nonché un uomo di mezza età, marito di una delle donne, grossolano nei modi e nel linguaggio. All’arrivo del pope, nei paramenti del lutto, la famiglia sembra ricomporsi, per sbandare subito dopo, nell’ attesa del pranzo, continuamente scandita da incidenti di varia natura: l’abito del morto è fuori misura; una sarta che se ne vorrebbe andare, è costretta a ripararlo in fretta e furia, per non parlare di quella camicia che fra spilli e piegoline, infine viene indossata; si sveglia la neonata, che beatamente aveva ignorato il trambusto e il pope, ma che ora reclamava il suo biberon  che andava scaldato, mentre diventano acute le tensioni fra i suoi giovani genitori; arriva la moglie di Lary, ma le occorre aiuto, perché non riesce a difendersi dai minacciosi energumeni che bloccano i movimenti della sua auto. Usciamo, allora, insieme a Lary,  finalmente fuori dalla babele di quell’alloggio e respiriamo, per la seconda volta (la prima era stata all’inizio del film), l’aria gelida di una Bucarest invernale, in cui i rissosi inquilini di un caseggiato ricoprono di insulti e contumelie i due coniugi che a stento riescono a liberarsi di loro e a trovare un parcheggio. Finalmente sono soli; finalmente, nel silenzio del loro improvviso isolamento, trovano il coraggio per confessarsi tradimenti e incomprensioni, per dirsi cioè le cose che in fondo entrambi conoscevano ma sulle quali preferivano fingere di nulla. Non era rimasto, però, molto tempo per riflettere e recriminare. Si era fatto tardi e occorreva salire in quell’alloggio dove tutti li aspettavano per mangiare. Qualcuno avrà avuto ancora fame?

Il film si svolge dunque fra due momenti “esterni”, all’inizio e al termine di quella tremenda giornata, che offrono il desolato e significativo ritratto di una città caotica, rumorosa e senza regole, di cui gli abitanti con i loro comportamenti strampalati, spesso incivili e arroganti non sono che un rassomigliante prodotto: sempre in affanno, con i nervi a fior di pelle, condannati a vivere insensatamente alla perenne ricerca di denaro, in base al quale soltanto in Romania come dappertutto si misura il successo e il prestigio. Sembra essersi emblematicamente compiuta, nell’Est del comunismo dei satrapi, la transizione insidiosa verso i “valori” di un occidente europeo tanto ammirato, quanto, a sua volta in profondissima crisi di ideali e di valori. Le tre ore del film volano, tanto è vicino anche a noi il racconto del nonsenso di quelle vite, e l’inquietudine per quella crisi. Da vedere!

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Un padre, una figlia

Schermata 2016-08-23 alle 21.41.02recensione del film:
UN PADRE, UNA FIGLIA

Titolo originale:
Bacalaureat

Regia:
Cristian Mungiu

Principali interpreti:
Vlad Ivanov, Maria-Victoria Dragus, Ioachim Ciobanu, Adrian Titieni, Lia Bugnar, Gheorghe Ifrim – 128 min. – Romania, Francia, Belgio 2016

Cristian Mungiu ha dichiarato di essere cosciente che i suoi film non trattano argomenti gradevoli, affermazione ampiamente condivisibile, alla quale, però, aggiungerei che si tratta di film molto belli e non facilmente dimenticabili. Il regista, incontentabile perfezionista, ha bisogno di tempi lunghi per il proprio lavoro: nulla che non lo convinca appieno può vedere la luce, finché non raggiunga la potenza espressiva desiderata, ciò che spiega l’esiguo numero dei suoi film e l’attesa che ne precede la proiezione nelle sale , nonché i prestigiosi riconoscimenti internazionali che li accompagnano.

Dopo aver raccontato nel suo primo film (Quattro mesi, tre settimane, due giorni – Palma d’oro a Cannes nel 2007) l’opprimente Romania di Ceausescu, attraverso l’odissea di due amiche in attesa di un aborto clandestino e, dopo averci descritto nel secondo (Oltre le colline – migliore sceneggiatura a Cannes nel 2012) la povertà della Romania rurale nonché la sua arretratezza culturale e superstiziosa, in questa sua ultima fatica, Bacalaureat (questo il titolo originale -miglior regia a Cannes 2016), Mungiu ci parla del paese attuale, quello della scuola, delle attese dei giovani e delle loro famiglie, nonché della pervasiva corruzione che infetta con la sua espansione mafiosa, tutti i gangli della vita civile, tema, per altro, presente anche nel primo film.
In particolare ora il regista focalizza la propria attenzione sulla famiglia di Romeo Aldea (Adrian Titieni) e della moglie Magda (Lia Bugnar). I due coniugi, lasciata la Romania per Londra ai tempi della dittatura di Ceausescu, dopo la fine del regime ne erano ritornati con la speranza che al cambiamento politico facesse seguito la rigenerazione morale dell’intero paese. Per dedicarsi in modo speciale all’educazione dell’unica figlia, Eliza (Maria-Victoria Dragus), avevano entrambi limitato le proprie ambizioni professionali: lei accontentandosi di fare la bibliotecaria e lui di essere medico nella cittadina della Transilvania in cui ora abitavano. Eliza, d’altra parte, aveva risposto positivamente a quei sacrifici e, dopo un eccezionale curricolo scolastico, stava per conseguire il Bacalaureat, ovvero il diploma di maturità, con gli alti voti necessari per iscriversi alla facoltà di psicologia a Cambridge, e per progettare lì il proprio futuro, lontano dalla terra che aveva travolto e infranto le speranze dei suoi genitori.
Proprio adesso, però, la vita semplice e onesta della piccola famiglia sembrava minacciata; un che di inquietante ne stava turbando l’ordinata routine. All’inizio, una violenta sassata aveva rotto il vetro della finestra di casa, poi sarebbero stati messi fuori uso i tergicristalli dell’auto, poi il parabrezza sarebbe andato in frantumi, quasi che gli Aldea, apparentemente senza nemici, fossero stati presi di mira da qualcuno: nulla di cui stupirsi, d’altra parte, nella triste e grigia realtà di una cittadina fatta di casermoni e di cantieri perennemente transennati, in cui i passaggi pedonali si riducevano a piccoli spazi ingombri di macerie, facile nascondiglio di male intenzionati.  Al moltiplicarsi degli atti di teppismo, infine, si era aggiunto il tentativo di stupro subito da  Eliza, proprio alla vigilia della maturità: solo, si fa per dire, un forte choc e un polso lussato (la poveretta aveva cercato di difendersi); in ogni caso danni sufficienti per non riuscire a concludere in tempo la prova scritta, compromettendo insieme all’esame, il futuro “inglese” che sembrava a portata di mano. Sarebbe stato Romeo a cercare di rimediare all’imprevista emergenza, ricorrendo a quel sistema di favori e raccomandazioni, pericoloso, ma diffusissimo, dal quale si era sempre tenuto ben lontano, ma che ora, per amore di quella figlia era stato disposto incautamente ad avvicinare.

Questo è un momento molto importante del film, decisivo per gli sviluppi successivi, amarissimi e in fondo ovvi, poiché da questi favori agli amici degli amici è difficilissimo uscire indenni, non solo dal punto di vista giudiziario: essi influiscono profondamente sui comportamenti, inducono prima o poi laceranti sensi di colpa e spengono ogni fiducia nel futuro, che per altro Romeo non aveva dimostrato di possedere in grande misura, vista la sua tenace volontà di indirizzare all’estero la vita dell’unica figlia.
Il regista, tuttavia, come ha più volte dichiarato, non ha inteso solo denunciare la condizione della Romania, ma, attraverso la rappresentazione di minuti ma significativi particolari della vita quotidiana dell’uomo, riflettere sul ruolo dei genitori, oggi, in tutto il mondo occidentale e sulla responsabilità verso i figli, nella consapevolezza che è il comportamento dei padri a incidere davvero sulla loro formazione, assai più di ogni predica e di ogni bella parola. Da questo punto di vista, il film, infatti, racconta proprio il lento logorarsi del rapporto di fiducia fra la figlia e il padre, che, ben prima del “fattaccio”, era apparso egoisticamente incline al compromesso morale. Lo testimonia la sua doppia vita coniugale, l’illusione di nasconderla dietro un muro di sotterfugi e di silenzio ipocrita, ma nota alla moglie, all’amante Sandra, ora incinta e prossima ad abortire nella più completa indifferenza di lui e conosciuta, ahimé, anche da Elisa, così profondamente turbata da preferire di confidare alla madre, piuttosto che a lui, i primi suoi problemi d’amore. Allo stesso modo, egli aveva sottovalutato la sofferenza del figlioletto di Sandra, piccolo, ma capace di comprendere, grazie alla grande sensibilità che lo spingeva a vendicare le ingiustizie tirando di fionda, come si addice agli innocenti senza peccato…
Un film non moralistico, che offre, ancora una volta, allo spettatore una storia sgradevole, poiché gli parla delle proprie debolezze, delle meschinità, delle piccole viltà del tutto insufficienti a mettere in pace la coscienza, degli insopprimibili sensi di colpa. Un film sorretto da una sceneggiatura accuratissima, e recitato da attori meravigliosi. Da vedere sicuramente.

Cornelia, la madre (il caso Kerenes)

Schermata 06-2456471 alle 11.21.31recensione del film.

IL CASO KERENES

Titolo originale:

Pozitia Copilului

Regia:

Calin Netzer 
Principali interpreti:
Luminita Gheorghiu, Bogdan Dumitrache, Ilinca Goia, Natasa Raab, Florin Zamfirescu, Vlad Ivanov  – Romania, 2013 – 112 min.

Come la madre dei Gracchi, la Cornelia di questo film ha un figlio che considera un gioiello: lo cura, lo vezzeggia, si specchia in lui. Il problema è che questo figlio, che si chiama Barbu, non è più un bambino, ma è un uomo di 34 anni, su cui la soffocante e arrogante presenza materna ha compiuto danni pressoché irreversibili, come si capirà dallo svolgersi del film. Egli, tuttavia, al colmo dell’insofferenza, da un po’ di tempo se n’è andato per farsi la sua vita con una donna che ama, madre di due bambini, alla quale Cornelia è, ovviamente, molto ostile. In questo contesto familiare, fatto anche di denaro, potere e amicizie influenti, accade il fatto da cui prende l’avvio il film: il giovane Barbu travolge con l’auto un bambino di undici anni che si para improvvisamente davanti alla sua vettura lanciata, per una stupidissima e provocatoria gara, a tutta velocità. Cornelia sta vedendo l’Elisir d’amore, quando le arriva la notizia: non ha una parola di compassione per il bambino che ha perso la vita, né prova un po’ di solidarietà per i genitori che hanno perso un figlio: l’unica sua preoccupazione è che Barbu riesca a cavarsela senza patire il carcere, grazie al suo aiuto, nella speranza, neppure troppo nascosta, di riuscire a riportarlo a casa per il tempo sufficiente ad allontanarlo dalla sua donna, facendolo rientrare nella prigione dorata della famiglia. Nella condizione di Barbu evitare il carcere è, però, un’impresa disperata, perché testimoni attendibili hanno raccontato i fatti, così come si sono svolti. In Romania, però, in barba alle leggi alquanto severe, la corruzione dei più importanti apparati dello stato è diffusissima ed è strettamente legata al potere e alle conoscenze esclusive di cui godono le classi privilegiate dell’alta borghesia. Tutto si può comprare: certo, il denaro non mitigherà il dolore straziante della famiglia del piccolo ucciso, ma potrebbe modificare i ricordi dei testimoni e potrebbe persino far comodo, se lo si offre con garbo, soprattutto se si ha un altro figlio ancora piccolo, al quale è possibile offrire una vita diversa, grazie al dono generoso di un’altra madre affranta.

Il film, che ha vinto l’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino, è stato diretto da Calin Netzer, ottimamente affiancato da un bravo sceneggiatore e da un’attrice eccelsa: Luminita Gheorghiu, nei panni sgradevoli di Cornelia. Netzer ha dichiarato che intento suo e dello sceneggiatore era quello di rappresentare un rapporto madre-figlio decisamente malsano, ma non infrequente, e di scavare perciò molto a fondo nella psicologia della donna e del figlio. A questo scopo si è avvalso spesso della camera a mano, i cui movimenti nervosi bene si prestavano a cogliere l’inquietudine della protagonista, nonché di brevi piano-sequenza che lo hanno certamente aiutato nell’approfondire il personaggio in relazione con gli altri (figlio, compagna del figlio, famiglia della vittima , commissariato di polizia, ospedale, testimone ecc). Il milieu sociale, fatto di ingiustizie e di disuguaglianza, di corruzione più o meno esplicita, di rapporti di forza squilibrati, si è inserito, sempre secondo le sue dichiarazioni, quasi da sé, non essendo il film stato concepito per questo tipo di rappresentazione. Netzer, naturalmente, non è un critico, quindi le sue opinioni, pur autorevoli, non sono decisive nell’interpretazione del film, nel quale le scene che rappresentano la realtà corrotta e ingiusta della Romania di oggi sono tra le più interessanti e costituiscono, a mio modestissimo avviso, una parte importantissima del film, non un semplice sfondo, funzionale a far muovere i personaggi.

A questo link, potete trovare l’intervista, molto interessante, a Calin Netzer

il signor Risorse Umane (Il responsabile delle risorse umane)

Recensione del film:
IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE


Titolo originale:
The Human Resources Manager

Regia:
Eran Riklis

Principali interpreti:
Mark Ivanir, Guri Alfi, Noah Silver, Rozina Cambos, Julian Negulesco
-103 min. – Israele, Germania, Francia 2010.

Questo film è interessante, ma dal regista del bellissimo Il giardino dei limoni, forse, ci si aspetta qualcosa di più

Questo film israeliano, tratto, con libere variazioni, da un romanzo di Yehoshua, racconta le peripezie vissute dal responsabile del personale di un panificio industriale di Gerusalemme, in seguito alla morte di un’inserviente del panificio, dilaniata da un attentato terroristico, uno dei tanti che sconquassano il minuscolo stato di Israele. La donna era ingegnere, emigrata dalla Romania e, come molti migranti, si era accontentata anche dei lavori più umili, in questo caso di lavare i pavimenti del panificio, pur di sfuggire allo squallore di un paesetto sperduto fra le montagne, e arretrato nei costumi e nella mentalità. La vita di relazione di questa poveretta era ridotta al minimo: il marito l’aveva abbandonata, il figlioletto era sparito per frequentare pessime compagnie di amici, i colleghi di lavoro la ignoravano, essendo le sue mansioni possibili da svolgere solo in orari diversi da quelli degli addetti alla produzione del pane. Le complicate vicende, in seguito alle quali la donna, pur non lavorando più nell’azienda del pane, continuava a percepirne lo stipendio, costituiscono la prima parte del film, in cui il regista cerca di spiegare perché una morte così drammatica fosse passata inosservata, finché un giornalista a caccia di scoop, frugando fra i documenti di lei, ancora in obitorio in attesa di sepoltura, trovò la cedola della sua ultima paga, e pensò di cavalcare la dolorosa storia, impostando una campagna di stampa contro il panificio. Si arriva quindi alla seconda parte del film: il panificio decide di rimediare al danno d’immagine non solo addossandosi le spese del funerale , ma riaccompagnando la donna in Romania per la sepoltura. Questa seconda parte è quindi la storia del viaggio che il responsabile delle risorse umane compie con il feretro della donna, e col rintracciato figlio di lei, piccolo teppista che ora appare come una fragile creatura troppo a lungo lasciata a se stessa. Quello che colpisce nel film è la presenza di personaggi che non hanno un nome, in quanto vengono resi individuabilii solo dalla funzione che svolgono: la lavapavimenti, il responsabile delle risorse umane, il giornalista, il console israeliano ecc. Ognuno di loro vive solo in funzione di quello che fa, anche il “signor risorse umane”, come viene una volta scherzosamente chiamato, che è un marito poco presente e poco amato, un padre che, travolto dal lavoro, non riesce a dare figlioletta tutto il tempo che vorrebbe dedicarle, ma che nel corso del viaggio rivela qualità umane davvero notevoli, tanto che la sua comprensione riuscirà a domare anche il piccolo teppista disperato che viaggia con lui. Ancora una volta un viaggio di formazione; un percorso on the road, in una Europa gelida e sterminata, povera come quella dell’Est può essere, ma in cui gli uomini vengono ancora stimati e valutati per quello che sono e in cui il rispetto significa anche aiuto e solidarietà, magari prestando un carro armato per soli due giorni (chi se ne potrebbe accorgere!), per rendere possibile il trasporto della bara dell’infelice e sfortunata “lavapavimenti.” Il film è perciò anche una riflessione sugli uomini e sui rapporti che nelle nostre città stabiliamo col nostro prossimo, ignorandone i problemi, i dolori, le storie. Una buona regia accompagna con ironia sottile gli ottimi attori in questo mesto viaggio.