Che Dio ci perdoni

recensione del film:
CHE DIO CI PERDONI

Titolo originale:
Que Dios Nos Perdone

Regia:
Rodrigo Sorogoyen

Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Roberto Álamo, Javier Pereira, Luis Zahera, Raúl Prieto, María de Nati, María Ballesteros, José Luis García Pérez, Mónica López, Rocío Muñoz-Cobo – 127 min – Spagna 2016.

Si tratta un noir di tutto rispetto, fedele a molti degli stilemi di genere, compresa la durezza senza sconti nella rappresentazione della violenza, ciò che sembra quasi apparentarlo a molto cinema americano, così come sembrano riconducibili a quel cinema l’indagine affidata a due poliziotti, diversi nei modi e nel carattere, ma quasi complementari nell’azione, o la presenza di rivalità e dissensi nella squadra omicidi della polizia, o anche l’esistenza di un serial killer apparentemente ossessionato da un irrisolto complesso di Edipo. Nonostante ciò, si tratta di un un ottimo film molto spagnolo, come il suo regista e come gli attori straordinari che lo interpretano.

Nell’estate del 2011 a Madrid stava arrivando papa Ratzinger (Benedetto XVI, non ancora dimissionario), per incontrare migliaia di giovani, convenuti da tutto il mondo. La città non era nel suo momento migliore: la crisi economica, particolarmente acuta, aveva creato rabbia e malessere in tutti i settori della popolazione, nonché sfiducia nelle tradizionali organizzazioni della rappresentanza politica, mentre le manifestazioni del generale scontento si raccoglievano intorno a “los indignados”. In questo quadro di frustrazione e di disagio sociale, si colloca la storia di questo film: un imprendibile assassino, infatti, si era segnalato per l’efferatezza rituale dei propri crimini, rivolti esclusivamente contro anziane signore madrilene. Le prime indagini erano state affidate a una coppia di poliziotti: Luis Velarde (Antonio de la Torre) e Javier Alfaro (Roberto Álamo), molto diversi nel loro procedere. Luis Velarde era meticoloso e chiuso, afflitto da una insistente balbuzie, indizio delle incertezze e contraddizioni che lo rendevano goffo e impacciato nei rapporti umani, soprattutto con le donne; Javier Alfaro, al contrario, era rude e aggressivo, quasi incapace di controllare i propri impulsi violenti che lo avrebbero portato a risolvere assai sbrigativamente (e quasi sempre illegalmente) i problemi più difficili e delicati. A Javier Alfaro pesava moltola disciplina e, in modo particolare, il fatto di doversi attenere al silenzio stampa e alla discrezione che era stata richiesta dal responsabile della squadra omicidi, per evitare che paure e allarmi turbassero il sereno svolgersi della visita papale. Erano stati  commessi, dunque, ben cinque omicidi, simili per l’età delle vittime (come ho detto, tutte donne anziane) e per il modo ripetitivo della loro esecuzione, del tutto ignorati dagli organi di informazione, mentre l’individuazione del colpevole incontrava crescenti difficoltà, dovendosi svolgere in condizioni di quasi completa clandestinità.

Il crescente clima di tensione, perfettamente adeguato al carattere nerissimo di questo film, non impedisce al regista di avventurarsi talvolta (e, secondo me, con ottimi risultati) sul terreno dell’ umorismo intelligente, riportando il racconto nell’ambiente spagnolo da cui aveva preso le mosse: la Spagna è davvero onnipresente in questo film, non solo per la riconoscibilità di molti dei luoghi di Madrid in cui si svolge, ma per l’irruenza triste del carattere di Javier, per la presenza profonda, nel bene e nel male, della mentalità cattolica diffusa in tutti gli ambienti da cui sembra derivare l’ambiguità quasi controriformistica di tutti i principali personaggi, costretti ad agire in una condizione di permanente doppiezza. Film davvero notevole per la complessità della narrazione, per l’eccellenza degli straordinari attori, purtroppo, per ora, visibile solo nella mia città. Non fatevelo sfuggire, se vi capita!

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La storia della Spagna (Ballata dell’odio e dell’amore)

recensione del film:

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

Titolo originale:

Balada triste de trompeta

Regia:

Álex De la Iglesia

Principali interpreti:

Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luis Galiardo, Enrique Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Alamo, Fofito, Fran Perea, Fernando Guillen-Cuervo, Raúl Arévalo, Terele Pavez, Joxean Bengoetxea, Luis Varela, Fernando Chinarro, Juan Viadas  – 107 min. – Spagna, Francia 2010. –

Le vicende narrate da questo film si svolgono principalmente tra la valle dei Caìdos, colossale monumento funebre alle porte dell’Escorial, e un circo di Madrid. La valle dei Caìdos fu costruita in gran parte da condannati politici repubblicani, costretti ai lavori forzati, per realizzarne l’altissima croce, nonché la cripta, destinata  alle spoglie dei militari caduti durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939), dopo la vittoria di Franco. Questo luogo ci dice, quasi da solo, che la lettura di questo film non può che essere storico-politica. Il circo madrileno, in cui si svolge l’altra parte importante del film è la metaforica rappresentazione della società spagnola, all’interno della quale i gruppi sociali agiscono sotto le allegoriche maschere di due pagliacci rivali (le due fazioni in lotta), per amore di una trapezista bellissima (la Spagna). Avviene pertanto che due clown, Javier (pagliaccio triste, perché gli è stata tolta la gioia fin dall’infanzia, quando vide il padre essere ucciso dai franchisti che lo avevano costretto a lavorare nella valle dei Caìdos) e Sergio (brutale e possessivo nei confronti di Natalia, la bella trapezista) si contendano l’amore di lei, diversamente attratta da entrambi, e che cercando di annientarsi reciprocamente con odio crescente, finiscano, invece, per provocare la morte della donna amata, riluttante e forse pavida nel respingere da sé la violenta passione di Sergio. La lotta fra i due clown si svolge senza esclusione di colpi, ed è raccontata in un crescendo grottesco di effetti splatter, che produrrebbero sicuramente raccapriccio se fossero narrati con realismo. Il regista, invece, mi sembra abbia inteso ripercorrere, col linguaggio del cinema, la strada della rappresentazione allegorica e visionaria, presente  nella tradizione della pittura spagnola da Goya con le mostruose rappresentazioni, nate dal sonno della ragione dei Disastri della guerra, a Picasso con Guernica, per parlarci di una Spagna perennemente in bilico fra progresso e oscurantismo cui finisce volontariamente per soccombere, di un paese di passioni estreme, non sufficientemente controllate dalla ragione. In tal modo il film acquista un respiro storico più ampio, non limitandosi a farci riflettere sulle sole vicende della guerra franchista, ma riportandoci anche a meditare sull’intera storia spagnola e in particolare sull’altro periodo storico in cui la prevalenza delle forze conservatrici ebbe la meglio sulle speranze rivoluzionarie che avevano animato anche in Spagna  gli intellettuali all’arrivo di Napoleone Bonaparte.

Credo che sia giusto chiedersi per quale ragione al mondo un film come questo, che ha ricevuto un Leone d’argento per la miglior regia due anni fa (2010) al Festival di Venezia, sia comparso nelle nostre sale solo adesso. La pellicola può piacere o non piacere, ma è comunque un lavoro molto interessante, di quelli che fanno pensare gli spettatori, che non sempre sono disposti, come forse vorrebbe la distribuzione nostrana, ad accontentarsi dei film di pura evasione. La bellissima musica, che è ricordata nel titolo originale del film e che accompagna per alcuni tratti il suo svolgersi, è una composizione del musicista italiano Nini Rosso del 1963.

Chi vuole vedere su questo blog un video che contiene le incisioni di Goya dedicate ai  Disastri della guerra, clicchi QUI

Chi vuole ascoltare Nini Rosso con la sua Ballata , clicchi QUI

essere se stessi (La pelle che abito)

recensione del film:
LA PELLE CHE ABITO

Titolo originale:
La piel que habito

Regia:
Pedro Almodóvar

Principali interpreti:
Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Álamo, Eduard Fernández, Blanca Suárez, Susi Sánchez, Bárbara Lennie, Fernando Cayo, José Luis Gómez, Teresa Manresa -120 min. – Spagna 2011.

Il principale personaggio del film è il chirurgo Robert (Antonio Banderas), uomo che ha alle spalle una storia complicata: il suo passato familiare gli verrà rivelato (come nella tragedia classica) dalla domestica Marilia (Marisa Paredes), che lo informerà anche del fratello Zeca (Roberto Alamo), di cui ignorava l’esistenza, al quale lo accomuna una vena di perversa follia. Nel corso del film, poi, apprenderemo i motivi che hanno spinto prima la moglie di Robert e successivamente la figlia Norma a togliersi la vita. Il suicidio di Norma è l’evento che imprime una svolta al corso della sua esistenza, poiché sulla base di una serie di indizi alquanto fragili, l’uomo si convince che la giovinetta sia impazzita dopo aver subito uno stupro, di cui presto individua l’autore, meditando e attuando contro di lui una vendetta atroce. Come un dio crudele, o come Prometeo, il Titano ribelle che sfida l’onnipotenza degli dei, o come Frankenstein, il chirurgo Robert utilizza, infatti, le proprie conoscenze e sperimentazioni per trasformare il giovane, stupratore presunto, in una persona diversa nel sesso e nell’identità.
Accade, quindi, che il giovane Vicente venga catturato, sequestrato e imprigionato nella casa-laboratorio-clinica di Robert, sottoposto a vagino-plastica e in seguito a un trapianto di pelle che, irrobustita da una modificazione genetica per renderla resistente al fuoco (ossessione del prometeico protagonista), gli darà l’aspetto di una bella ragazza, Vera (Elena Anaya).
Il nuovo aspetto, però, non farà dimenticare a Vicente né il proprio passato, né la ingiusta violenza subita, né i legami affettuosi con le persone che gli vogliono bene, da sei anni interrotti, ma preziosamente sedimentati nella memoria, parte integrante e fondamentale della sua identità. Credo infatti che il film, molto ricco di colpi di scena e di continue invenzioni, ci comunichi fondamentalmente, il valore e l’importanza del ricordo nella costruzione della nostra identità, ricordo che dura e persiste, mantenendo legate con un filo invisibile e tenace, le persone che si sono amate e che ci hanno amato, nonché i valori che ci hanno trasmesso e in cui abbiamo creduto, che non sono insidiabili né dalla crudeltà dei nostri simili, né dalle più raffinate tecniche della scienza, a patto che opponiamo la nostra ferma volontà di essere noi stessi, anche in una società, come quella in cui viviamo, in cui numerosi apprendisti stregoni cercano di omologare differenze e divergenze.
Come ho già detto, il film è ricchissimo di colpi di scena e invenzioni, ma, aggiungo, anche di flash-back e di ricostruzioni, che permettono al regista di dominare una vicenda complessa con assoluta lucidità, cosicché alla fine della visione, tutto si tiene perfettamente. Questo significa, perciò, che il film ha una eccellente sceneggiatura, che permette alle tessere del mosaico di incastrarsi a dovere, offrendoci, con i loro colori e con la loro varietà, la visione unitaria degli eventi che sono stati rappresentati.
Il film è anche molto ricco di citazioni: il regista ha confessato che la visione iniziale di Toledo è un omaggio a Buñuel essendo stata stata ripresa nell’esatto punto dal quale il suo grande maestro aveva ripreso la città nell’incipit di Tristana. Questo non è però il solo richiamo a lui; con altre citazioni, inoltre, Almodovar richiama l’intera storia del mito e della cultura occidentale oltre a quella del teatro e del cinema, quasi a voler dimostrare che le radici culturali, nelle quali ci riconosciamo davvero, ci aiutano a costruire la nostra vera identità, la nostra vera pelle.