il film che non c’era (Argo)

recensione del film:

ARGO

Regia:

Ben Affleck

Principali interpreti:

Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, Victor Garber, Tate Donovan, Clea Duvall, Scoot McNairy, Rory Cochrane, Christopher Denham, Kerry Bishé, Bob Gunton, Tom Lenk, Keith Szarabajka, Christopher Stanley, Barry Livingston, Chris Messina, Michael Parks, Richard Kind, Zeljko Ivanek, Philip Baker Hall, Michael Cassidy, Taylor Schilling, Kyle Chandler, Cas Anvar, Adrienne Barbeau, Titus Welliver – 120 min. – USA 2012.

Iran, 1979: a Teheran, cuore della rivoluzione islamica, l’ambasciata americana è nell’occhio del ciclone. In questo scenario si svolge la vicenda vera che il film racconta, accaduta, in quei giorni lontani, subito dopo la cacciata dello scià, l’odiatissimo Reza Palhawi che i rivoluzionari avrebbero voluto processare e che gli USA, invece, avevano aiutato ad allontanarsi, per ospitarlo. Questo è l’antefatto, narrato brevemente con l’ utilizzo di immagini e filmati d’epoca, dopo il quale la pellicola immediatamente si sposta sul  gruppo degli impiegati che, all’interno dell’ambasciata, si preoccupavano di bruciare e tritare i documenti e le prove del coinvolgimento americano nelle azioni violentemente antipopolari del sovrano, in una lotta contro il tempo, perché la folla, diretta dalle milizie islamiche di Khomeini, premeva sull’ambasciata per entrare e arrestare i suoi occupanti. Dopo l’uscita e il conseguente arresto degli addetti all’ambasciata che diventeranno ostaggi nelle mani dei rivoluzionari e oggetto di trattativa diplomatica fra i governi, erano rimasti, a completare il lavoro di distruzione dei documenti, solo sei impiegati, che vennero dapprima segretamente ospitati presso l’ambasciata canadese e che successivamente vennero liberati con una operazione, celata a lungo (fu Clinton a rivelarla), ad alto rischio, audace e insieme molto temeraria, che si concluse felicemente grazie anche a una serie incredibile di circostanze fortuite, ma soprattutto grazie al sangue freddo e all’audacia di un giovane uomo della CIA, Tony Mendez (Ben Affleck), che mise a punto un piano che sembrava così inverosimile e irrealizzabile da suscitare i dubbi dello stesso governo americano che rischiò  di mandarlo a monte.

Argo è il titolo di un film che mai vide la luce, ma che fu studiato nei minimi particolari, grazie anche all’intelligenza e alla generosità di un vero produttore cinematografico, che prestò uomini, denaro e competenze per realizzarne il progetto e renderlo credibile: gli organismi statali americani avrebbero dovuto essere esclusi da qualsiasi forma di coinvolgimento. Sotto falso nome e sotto le mentite spoglie di un regista canadese, Mendez riuscì a ottenere il permesso, per sé e per una troupe di sei uomini, addetti ai lavori, di perlustrare le vie di Teheran in cerca delle location necessarie alla realizzazione di un film fantascientifico, Argo, nonché l’autorizzazione a ripartire con un volo della Swissair dall’aeroporto di quella città. In un lasso di tempo brevissimo, i sei impiegati divennero esperti operatori, sceneggiatori, soggettisti, fotografi, tanto che, superando le molte resistenze e le paure, quanto mai comprensibili e umane, furono in grado di affrontare la situazione. L’intera operazione, però, era resa assai ardua dagli sviluppi imprevisti della rivoluzione, dai repentini mutamenti e dalle crescenti difficoltà che imponevano nuovi percorsi, nuove giustificazioni, nuove invenzioni. I racconti paralleli delle vicende dei sei impiegati, scettici, ma disperatamente costretti a recitare la loro parte; della solitudine di Tony Mendez, che più di ogni altro vedeva i rischi reali e improvvisava spesso sul momento i comportamenti che sembravano adatti; dei pasticci del governo americano che impartendo contrordini insensati si rivelava il peggior nemico del successo del disperato tentativo di portare tutti in salvo, si fondono in questo film in modo sorprendentemente interessante, e fanno letteralmente volare il tempo delle due ore di spettacolo, poichè riescono a trasportarci nel clima infuocato della rivoluzione khomeinista, della sete di giustizia del popolo dell’Iran, ma anche dell’ intolleranza fanatica che stava emergendo e colla quale anche oggi gli iraniani democratici stanno facendo i conti. Il film è a mio avviso molto bello, poiché, nella perfetta fusione dei diversi piani del racconto che è insieme thriller spionistico e ricostruzione attendibile della realtà storica e politica di allora, riesce a essere un importante elemento di conoscenza delle ragioni remote per le quali, ancora oggi, tutto il mondo guarda con apprensione alle questioni iraniane e ai problemi di quel popolo. La splendida regia domina la complessa materia con grande capacità di contenere in una narrazione pulita e senza effetti speciali la magmatica realtà rappresentata, lasciando parlare i fatti, che per la loro intrinseca drammaticità sono più che sufficienti a catturare l’attenta partecipazione degli spettatori.

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A Serious man

Recensione del film:
A Serious Man

Regia:
Joel Coen, Ethan Coen

Principali interpreti:
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus, Brent Braunschweig, David Kang, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman, Benjy Portnoe, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer, Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell – 105 min. – USA, Gran Bretagna, Francia 2009.

Questo film invita a riflettere su alcuni interrogativi ai quali tutti gli uomini, in tutti i tempi, hanno cercato di dare risposta, attraverso le religioni, attraverso le filosofie morali, ma anche cercandone la spiegazione razionale. Qual è il senso del nostro esistere? Il bene e il male in che modo sono distinguibili? La scienza è in grado di migliorare davvero la nostra esistenza? Il protagonista, Larry, è un serio e impegnato insegnante di fisica della provincia americana, sul cui futuro professionale sembrano aleggiare le oscure minacce di alcune lettere anonime. Le laboriose dimostrazioni matematiche dei fenomeni fisici vengono ascoltate dai suoi studenti sonnecchianti, uno dei quali, gli dice apertamente di ritenere che la fisica sia una pura descrizione di fenomeni e, in quanto tale, del tutto separabile dalla matematica. Nella matematica, invece, secondo Larry, è la spiegazione dei fenomeni stessi, ma al termine dei suoi astrusi calcoli il “principio di indeterminazione” si imporrà, quasi a dimostrare l’inutilità della costruzione razionale così attentamente perseguita. D’altra parte è la vita stessa che si incarica di contraddire la serietà dell’impegno di Larry: le sciagure si accumulano su di lui, incolpevole e incapace di fare del male. La sua famiglia non sta insieme, i suoi parenti lo mettono nei guai e, nel momento in cui egli si rivolge ai rabbini, cioè all’autorità religiosa, ne ricava risposte banali che non riescono a indicargli il senso e la direzione della sua vita, ormai priva di bussola. Quando, per una serie di eventi fortuiti, tutti i guai di Larry sembrano risolversi, alcuni inquietanti segnali esterni, lo ripiomberanno nell’incertezza del futuro e della sua stessa vita: l’indeterminazione sembra essere, dunque, la cifra non solo dei fenomeni fisici, ma anche dell’esistere. In questa incertezza di ogni riferimento, perde valore qualsiasi sistema morale fondato sulla distinzione fra bene e male, perché, spesso, ciò che Larry ritiene un bene, si rivela deleterio, mentre ciò che ritiene un male si rivela utile e necessario a risolvere molti problemi, forse non i suoi, certamente di chi ha più di lui necessità di soccorso e di aiuto. Questa è anche la logica del prologo del film, in cui i protagonisti, che ricompariranno nel corso della narrazione, con ruoli diversi e forse più complessi, interpretano una vicenda apparentemente più oscura, che diventa una specie di falsariga della storia che seguirà, e che si conclude anch’essa con l’indeterminabilità del vero e del falso, del bene e del male. Chi è il Dibuk? E’ davvero morto o è vivo? La donna che lo ha colpito ha fatto bene o male?
Quello che rimane impresso del film è il linguaggio lieve col quale le domande metafisiche diventano racconto intelligentemente ironico e incalzante, che tiene sveglia la mente dello spettatore, ma parla anche al suo cuore, sollecitando una pietosa compassione di Larry e di se stesso.