se il Cile è vicino (Diaz – Non pulire questo sangue)

recensione del film:
DIAZ – NON PULIRE QUESTO SANGUE

Regia:
Daniele Vicari

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Jennifer Ulrich, Elio Germano, Davide Iacopini, Ralph Amoussou,
Fabrizio Rongione, Renato Scarpa, Mattia Sbragia, Antonio Gerardi, Paolo Calabresi, Francesco Acquaroli, Alessandro Roja, Eva Cambiale, Rolando Ravello, Monica Birladeanu, Emilie De Preissac, Ignazio Oliva, Camilla Semino, Aylin Prandi, Michaela Bara, Sarah Barecek, Lilith Stanghenberg, Christian Blümel, Christoph Letkowski, Ester Ortega, Pietro Ragusa, Gerry Mastrodomenico – 120 min. – Italia 2012.

Quando, nel luglio del 2001, si svolsero a Genova i lavori del G8, si videro, nel giro di due giorni, fatti che nessun democratico avrebbe voluto vedere: un manifestante venne ucciso in piazza Alimonda; alcune zone della città vennero messe a ferro e fuoco da individui mascherati, i cosiddetti Black Block, che nessuno si sognò di contrastare e fermare o anche solo di cercar di individuare, lasciando perciò spazio a maliziosi sospetti e illazioni; un uomo politico, che ha fatto carriera (e, si spera, autocritica), si insediò nelle stanze della questura di Genova, dando disposizioni, a insaputa del ministro dell’Interno che era Scajola (ma allora è un vizio!) per mantenere, si fa per dire, l’ordine pubblico, attraverso un’operazione volta a trovare le armi nei locali della scuola Diaz. Qui erano stati ospitati per dormire molti giovani e pacifici manifestanti, che non erano riusciti a partire col treno, come avrebbero voluto, perché il convoglio non venne fatto partire. Insieme a loro si erano fermati per la stessa ragione un giornalista bolognese che aveva voluto lasciare la sua scrivania, in redazione, per vedere di persona quello che stava accadendo; un vecchio sindacalista che, finita la manifestazione, aveva rimandato il viaggio di ritorno per portare fiori a Staglieno sulla tomba della figlia; un manager industriale che non aveva trovato posto negli alberghi, ai quali un ordine della Questura aveva vietato di accogliere nuovi avventori. La scuola si rivelò una vera e propria trappola: gli ospiti divennero il capro espiatorio, le vittime incolpevoli dei giorni di tensione vissuti coi nervi a fior di pelle dalle forze dell’ordine, cui sarebbe bastato molto meno che un invito abbastanza esplicito a scovare i terroristi e le loro armi, che si erano rifugiati, così venne loro detto, in quel “manufatto”, cioè in quella scuola, rinominata in burocratese in questo modo.
Il film ci racconta le premesse e le orrende conseguenze dell’assalto violento alla scuola Diaz (e anche degli abusi avvenuti parallelamente nella caserma di Bolzaneto), con occhio obiettivo, visto che la ricostruzione dei fatti avviene attraverso i resoconti degli atti processuali e anche riproponendo le stesse immagini interpretate in modo diverso. Contro i giovani impauriti, che non reagirono e non tentarono neppure di difendersi, fu messa in atto una violenza inaudita; eppure erano giovani ai quali, al massimo, si potrebbe rimproverare l’eccesso di ingenuità fiduciosa e generosa con cui organizzarono la loro partecipazione; ma certo la loro età e la loro inesperienza mai potrebbero diventare una colpa. Altri erano, al contrario, quelli che avrebbero dovuto vigilare, per garantire la serenità di chi voleva manifestare: questo è il compito della polizia in un paese democratico, a meno che qualcuno avesse sperato di liquidare il dissenso attraverso un’operazione “cilena”. Questo dubbio emerge più di una volta, in chi vede il film e pare confermato, purtroppo, dall’agghiacciante finale senza immagini, in cui scorrono davanti ai nostri occhi gli esiti processuali di tanta violenza e di tanto orrore: quasi nessuna condanna e quelle poche a pene lievi; nessun poliziotto allontanato dal delicato compito, prossima prescrizione per tutti i reati e i rei finora non perseguiti.
Fra i meriti del film vorrei sottolineare anche quello di mettere in rilievo il linguaggio burocratico ed eufemistico con cui, durante i vertici in Questura gli alti dirigenti impartivano ordini che, perciò, risultavano capolavori di ipocrisia, simile a quella di Berlusconi, che concluso il summit del G8, in conferenza stampa avallò la versione ufficiale della polizia, sciorinando i successi delle forze di polizia contro i terroristi, prontamente disarmati e arrestati!
Un film italiano coraggioso, in cui finalmente si racconta il nostro paese e un pezzo della sua storia più recente in modo pulito, duro e asciutto.

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tra il palazzo e la piazza (Habemus papam)

Recensione del film:
HABEMUS PAPAM

Regia:
Nanni Moretti

Principali interpreti:
Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Nanni Moretti, Margherita Buy -104 min. – Italia, Francia 2011.

Durante il Conclave per l’elezione del nuovo papa, i più anziani e devoti cardinali pregano il buon Dio, perché venga esaudito l’individuale loro desiderio di non diventare papa. Con questo esordio, Nanni Moretti ci introduce nella vicenda che ha Michel Piccoli per protagonista: è proprio lui, il cardinale Melville, il venerabile sant’uomo ritenuto degno di succedere al defunto pontefice. Melville, però, non se la sente: è vecchio e si ritiene inadeguato al compito gravoso; preferisce di no, come Bartleby, lo scrivano, ideato dal romanziere che si chiama come lui (e non credo che sia un caso).
Il rifiuto di Meville, che pure ha avuto in Celestino V un precedente storico di grande rilievo, getta nello scompiglio il collegio cardinalizio, mentre il potente cardinale Gregori si adopera con molto tatto per riportare alla ragione il neoeletto. In realtà, ciò che maggiormente preoccupa il gruppo più attivo del sacro collegio è lo scandalo per un fatto inaudito, poco spiegabile e tutto sommato imbarazzante. Meglio sopire il chiacchiericcio e i pettegolezzi dei cronisti, far finta che il papa abbia un momentaneo problema di salute, affidarsi alle cure di uno psicologo, che lo faccia presto rientrare nei ranghi. Viene trovato il più bravo di tutti gli psicoanalisti di Roma (Nanni Moretti), miscredente e scettico, ma professionalmente il migliore: è uno scienziato però e non farà miracoli in fretta, soprattutto perché le condizioni in cui dovrebbe lavorare sono davvero proibitive: incontri davanti a tutti i cardinali, mai parlare di sesso, o di altri argomenti delicati e scabrosi. Meglio, forse, che di lui si occupi la moglie separata dello psicanalista (Margherita Buy), brava anche lei, convinta che ogni suo paziente soffra di “deficit di accudimento”. Il film, da questo momento, si svolge affiancando due diverse vicende: quella del cardinale Melville, che, recandosi dalla psicanalista, si immerge nelle strade di Roma e conosce, finalmente, aspetti della realtà che gli erano ignoti, e quella del collegio cardinalizio, che lo psicanalista, per far passare il tempo necessario alla decisione del nuovo papa, organizza in squadre per un torneo di pallavolo. Questo è, forse, l’aspetto più interessante della vicenda, e anche quello che può fornire la chiave di lettura probabilmente più utile per comprendere l’intera pellicola. In questa parte del film, Melville, vivendo finalmente in libertà, ha modo di comprendere almeno due cose: la prima è l’atteggiamento rispettoso e umanamente solidale delle persone che lo incontrano, che, senza sapere nulla di lui, si adoperano per capire le sue necessità e aiutarlo; la seconda é che fra questa realtà e il “palazzo” esiste poca o nessuna comunicazione. Melville prende coscienza che il problema che la Chiesa (non solo la Chiesa, però) deve affrontare, non è di accudimento, da sempre creduto suo compito, ma di stabilire un rapporto nuovo con i fedeli: un rapporto tra adulti.
La conoscenza del mondo, con la sua complessità, che la la scienza, con i suoi nuovi strumenti di analisi, aiuta a comprendere, devono diventare patrimonio comune di governanti e governati; se ciò non avverrà il potere sarà sempre più autoreferenziale e alla lunga non troverà più ascolto né fra i credenti, né fra i cittadini. “Tra il palazzo e la piazza”, deve finalmente eliminarsi quella ” nebbia sì folta”, quel “muro sì grosso” di cui parlò Guicciardini in uno dei suoi Ricordi più celebri.
Resta il dubbio se la Chiesa, o il potere laico, così come ci si presenta nel nostro paese, siano in grado di fare ciò. La risposta di Moretti – Melville è che non lo sono: la finestra è vuota; le attese novità non si vedono. Un bel film davvero, con un Michel Piccoli di una bravura inarrivabile.