La vérité

recensione del film:
LE VERITA’

Titolo originale:
La Vérité

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Manon Clavel,
Alain Libolt, Christian Crahay, Roger Van Hool, Ludivine Sagnier, Laurent Capelluto, Jackie Berroyer
– 107 min. – Francia 2019

Questa volta, alla chetichella, i titolisti italiani hanno superato se stessi, senza clamore…understatement. Il titolo francese, La verité è diventato Le verità, spoiler non richiesto e fuorviante, giacché suggerisce una discutibile interpretazione.

Presentato fuori concorso, come film d’apertura a Venezia quest’anno, l’ultima fatica del giapponese Kore’eda Hirokazu è ancora un ritratto di famiglia. Questa volta si tratta di una famiglia franco-americana, poiché La vérité è anche il primo film occidentale del regista, che lo ha girato interamente a Parigi, di cui egli coglie angoli nascosti che, poco lontani dai consueti notissimi percorsi, hanno il fascino cromatico dei giardini giapponesi d’autunno, malinconicamente allusivi del concludersi di una memorabile e intensa  stagione della vita della protagonista, Fabienne (Catherine Deneuve).
Attrice ammiratissima e amata dal pubblico, Fabienne aveva dedicato al cinema tutta se stessa, lasciando molte vittime sulla propria strada, dalla rivale, Sara, fantasma senza volto, presenza ossessiva nella memoria di sua figlia Lumir (Juliette Binoche) che le rimproverava di averla trascurata, agli uomini che l’avevano adorata, alcuni dei quali continuavano a viverle vicino, nonostante la spietata crudeltà dei tradimenti e degli abbandoni.

Le memorie- la verità

Fabienne aveva scritto e pubblicato un romanzo autobiografico, ponendosi, alle soglie dei sessant’anni, di nuovo al centro dell’attenzione generale: dei giornalisti in cerca di scoop sensazionali; della figlia Lumir, che dagli Stati Uniti, dopo il matrimonio con Hank (Ethan Hawke) non si era più fatta vedere; degli ex amanti dei cui servigi lei tranquillamente si sentiva autorizzata a profittare.
Quelle sue memorie romanzate però, stavano generando conflitti per l’ego spropositato che di un racconto che troppe cose (e persone) ometteva, troppi fatti taceva o distorceva senza contraddittorio possibile. Erano le “sue” memorie, d’altra parte…

La villetta di Fabienne, ora, per festeggiare l’uscita di quelle pagine, si animava con l’arrivo di molti ospit: Pierre (Roger Van Hool), ex marito, padre di Lumir, convinto di poter vantare qualche diritto per l’uso del proprio nome in quel libro; Lumir, certa di chiarire finalmente le ragioni della morte di Sara, per lei, bambina, figura consolatoria, sostitutiva della madre sempre assente; la nipotina Charlotte (Clémentine Grenier), per conoscere davvero quella nonna un po’ strega e imparare da lei l’arte magica di trasformare il mondo assecondando gli umani desideri.

Le relazioni familiari, però, si erano complicate: Fabienne era impegnata a recitare se stessa sul set di un film in cui andava in scena un quasi- romanzo della propria vita, ovvero la storia di un rapporto immaginario fra sé e la madre, morta giovane, che dall’aldilà continuava a seguirla, e, mantenendo intatta la propria bellezza, la vedeva invecchiare, la comprendeva e la confortava.
Straordinaria e spiazzante inversione di ruoli: Sara, al posto suo e lei al posto di Lumir, a recitarne l’antica ossessione, non la verità, che continuava a essere quella di una madre appassionata del proprio lavoro, con poco tempo da dedicare a lei, perché la vita di tutti i grandi attori è un amore esclusivo e totalizzante, che non ammette distrazioni. Di quell’amore si può morire giovani, perché non tutti sono forti a sufficienza per sopportare i sacrifici nonché il destino di solitudine che li attende.

È questa la parte più originale dell’intero film, quella che permette al regista di dar voce e immagine alle proprie riflessioni sull’arte e sul cinema,  attraverso l’apporto di due fra le più grandi e straordinarie attrici del cinema francese, in stato di grazia, ineguagliabili nel conferire verità ed equilibrio ai diversi e intricati piani narrativi di questo film.

Non sfugge allo spettatore attento l’interesse del regista cinefilo per i maestri del cinema occidentale su cui egli  aveva formato il suo gusto e la sua poetica, cosicché, il film è anche un omaggio a  Bergman (Sinfonia d’autunno, ma anche Persona); a Fleming (il suo Mago di Oz del 1939 è apertamente citato); a Rohmer ( i colori e la malinconia del meraviglioso Racconto d’autunno) ad Assayas (Sils Maria, e Personal Shopper, soprattutto).

Gran bel film, girato con intelligente e ironica grazia, da vedere possibilmente in lingua originale.


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Il ritratto negato

recensione del film:
IL RITRATTO NEGATO

Titolo originale:
Powidoki

Regia:
Andrzej Wajda

Principali interpreti:
Boguslaw Linda, Aleksandra Justa, Bronislawa Zamachowska, Zofia Wichlacz, Krzysztof Pieczynski, Paulina Galazka, Maria Semotiuk, Mariusz Bonaszewski, Jacek Beler – 98 min. – Polonia 2016.

Un’altra uscita importante, quasi sorprendente: un film che nel corso di questi anni pochi hanno visto, nonostante sia l’ultima fatica di Andrzej Wajda, il grande regista polacco, che nel 2016, qualche mese dopo averlo diretto, ci ha lasciati a novant’anni.
Si tratta di un film storico e biografico, riflessione sull’amara fine di Władysław Strzemiński, uno dei più grandi artisti del Novecento, nato a Minsk nella Bielorussia zarista nel 1893. A Pietroburgo era diventato ingegnere, ma, dopo la rivoluzione d’ottobre, aveva studiato arte a Mosca, partecipando attivamente ai movimenti d’avanguardia con K. S. Malevič e frequentando artisti come Kandinsky e Chagall.
Nel 1922 aveva lasciato la Russia per vivere in Polonia a Lódź con la moglie, la scultrice lettone Katarzyna Kobro, con la quale aveva vissuto una grande storia d’amore, interrotta all’improvviso, nonostante la presenza di una figlioletta ancora piccola.
Amato e rispettato dalla comunità degli artisti (ma  anche invidiato, come sempre accade ai grandi uomini), aveva diretto l’Accademia delle arti di quella città finché, dopo il 1948, per effetto della spartizione dell’Europa, la Polonia era entrata a far parte dei paesi satelliti della Russia Sovietica e il partito comunista era diventato l’inflessibile esecutore delle direttive staliniane.

Wayda ricostruisce, dunque, proprio gli ultimi quattro anni della vita di Strzemiński, dal 1948 al 1952, mantenendosi fedele all’ideale da cui l’intera sua vita da regista era stata guidata: la  rivendicazione della libertà polacca, dall’oppressione della Russia sovietica, che, nel caso di questo film è all’origine delle sofferenze e delle umiliazioni che il grande artista aveva subito pur di non piegarsi alle minacce o alle lusinghe del nuovo potere.
Strzemiński, infatti, fu stroncato dagli stenti che avevano aggravato la debolezza del suo corpo fragile, già minato dalla tubercolosi e dalle mutilazioni subite durante la prima guerra mondiale, ed era morto amareggiato per la solitudine e l’isolamento a cui si era costretto per proteggere i discepoli, che non solo avevano raccolto le sue teorizzazioni, ma avevano salvato il corpus delle sue opere più importanti, nascondendole negli scantinati dell’Accademia di Lódź.

Come sempre in Wayda, l’intento della denuncia non diventa mai pura propaganda, ma offre, al contrario lo spunto per un racconto umanissimo fatto di immagini e di poesia, dalla prima all’ultima scena.

Insieme alle pagine struggenti che ci parlano della dignitosa povertà dell’uomo, con esemplare semplicità, senza mai scadere nel pettegolezzo o nell’agiografia, il film contiene pagine indimenticabili per la potenza simbolica delle immagini che evidenziano il suo amore per la terra che lo ospitava: è l’artista che dalla cima di una collinetta raggiunge, rotolandosi nell’erba, gli studenti che si uniscono a lui in una sorta di giocoso incontro bizzarro en plein air; oppure è l’artista imbrigliato dai nastri colorati che mettono in moto gli arti dei manichini di una vetrina o, ancora, è l’artista a cui un tendone rosso, sfondo di un gigantesco ritratto di Stalin, impedisce di vedere la realtà.

Forse è questa la scena che più efficacemente esprime l’orrore per l’pocrisia della “verità” di regime che, mentre cela agli occhi dei passanti un intero palazzo “déco”, col pretesto della solidarietà socialista, vorrebbe impedire a Strzemiński, che abita lì, la visione chiara delle cose che gli appartengono: dai libri, ai ritratti, alle fotografie, agli oggetti di uso quotidiano, tutti avvolti (e resi indistinguibili) dal colore sinistro di quel tendone che, arrivando alle finestre, impedisce anche la visione della realtà esterna. La sostanza stessa del realismo socialista non potrebbe davvero essere detta meglio!

Momenti di grande cinema, e di grande commozione per tutti, particolarmente per quegli spettatori meno giovani che avrebbero voluto cambiare il mondo guardando anche a quel modello di socialismo…

Non fatevelo sfuggire, se potete.

The Reunion

recensione del film:
THE REUNION

Titolo originale:
Återträffen

Regia:
Anna Odell

Principali interpreti:
Anna Odell, Anders Berg, David Nordström [II], Erik Ehn, Fredrik Meyer – 90 min. – Svezia 2013.

Questa è un’opera “sperimentale”, girata, con intenti provocatori, dalla regista svedese Anna Odell, che ne è, oltre che l’interprete principale, la protagonista assoluta nel primo e nel secondo tempo.

Premessa
Il primo e il secondo tempo del film sono, in realtà, due film distinti. Il primo è un film di immaginazione: è la ricostruzione, tutta mentale, di una festa in cui si riuniscono vecchi compagni di classe di vent’anni prima; il secondo è il documentario che riporta fedelmente ciò che è avvenuto davvero, dopo l’uscita nelle sale svedesi di quel primo film.

Il primo tempo

C’erano tutti, meno lei, Anna Odell (nessuno l’aveva invitata), all’incontro dei compagni e delle compagne di classe, vent’anni dopo il diploma: un banchetto ben organizzato in quella scuola dai lunghissimi corridoi, pulitissimi e vuoti, spazi molto banali, sui cui muri nessuno aveva mai scritto o disegnato alcunché per lasciare una qualche traccia del proprio passaggio: nessuna trasgressione.
Il lungo piano sequenza che percorre uno di quei corridoi all’apertura del film è un tormentone che scandisce molti momenti del racconto. Non appare minaccioso quanto quello dell’Overlook Hotel, ma pone qualche interrogativo un po’ inquietante: possibile che gli ospiti adolescenti di quella scuola siano stati tutti così educati da non lasciare neppure la più piccola traccia della loro presenza su quei muri, pulitissimi e senza storia? Potrebbero aver accortamente dissimulato gli impulsi anarcoidi e aggressivi dell’età?
Anna Odell  sembra ipotizzare che anche oggi potrebbe ripetersi quello che avveniva vent’anni prima, quando ogni volontà trasgressiva degli studenti si indirizzava, con la tacita connivenza degli insegnanti e delle autorità scolastiche, verso bersagli più fragili dei muri dell’istituto, ovvero verso ragazzi e ragazze presi di mira e presto vittime del mobbing e del bullismo.
Era capitato a lei, insicura e timida, di essere l’obiettivo facile dei suoi compagni di classe, che l’avevano ferita profondamente, rendendola ancora più incerta: quegli stessi, che, adesso uomini e donne, avevano evitato di invitarla per non confrontare la propria vita insignificante con la sua, vita piena di una regista famosa e realizzata.
Tutto questo primo tempo del film è recitato da attori veri, che assecondano la sua interpretazione e la sua regia, a insaputa degli antichi e crudeli compagni di classe, sviluppando l’ipotesi della sua partecipazione, da guastafeste non invitata e di lì a poco  allontanata in malo modo, dall’incontro che lei aveva avvelenato con le proprie accuse, consumando la propria vendetta.

Il secondo tempo

Era stata cura di Anna Odell contattare ad uno ad uno i suoi vecchi compagni di scuola, accertarsi che avessero visto il film e invitarli a casa sua per far due chiacchiere con loro, che avrebbero potuto manifestare impressioni e opinioni in merito alla pellicola. Ora era dunque lei, in evidente condizioni di superiorità, a condurre il gioco crudele del gatto col topo, né la sua squisita gentilezza avrebbe potuto nascondere la realtà: finalmente cosciente del proprio valore, affermata e apprezzata, Anna era pronta non solo a guardare direttamente negli occhi gli uomini e le donne che l’avevano umiliata, ma anche a mettere in evidenza la meschinità della loro vita e dei loro progetti.

Se possibile questo secondo film appare persino più velenoso del primo, poichè maggiormente evidenzia come ciascuno dei carnefici di un tempo, chiuso nella propria mediocrità rispettabile, continui a sfuggire l’inevitabile resa dei conti, non tanto con lei, quanto con se stesso: la propria vita privata, semplice ma felice, diventa la maschera dietro la quale è possibile celare la propria sconfitta esistenziale.
Lo scacco di ciascuno diventa perciò quasi la metafora della sconfitta storica del tentativo più avanzato nel mondo occidentale di creare una società mite, inclusiva e protettiva dei più deboli, conciliando libertà individuale e giustizia, ma ignorando la natura dell’uomo, nel quale l’innata tendenza alla prevaricazione è molto difficile da contenere.

Nonostante le discutibili conclusioni a cui il film pare condurre gli spettatori, credo che quest’opera, tardivamente presentata nelle nostre sale (era uscita nel 2014), sia fra quelle più interessanti da ricuperare.

La prima vacanza non si scorda mai

recensione del film:
LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI

Titolo originale:
Premières vacances

Regia;
Patrick Cassir

Principali interpreti:
Camille Chamoux, Jonathan Cohen, Camille Cottin, Jérémie Elkaïm, Vincent Dedienne – 102 min. – Francia 2019.

Una premessa doverosa

Fra qualche giorno (a essere ottimisti, fra un mese) a Torino (come dappertutto in Italia) le sale cinematografiche chiuderanno per le ferie estive. In attesa del loro arrivo, gli esercenti continueranno a mettere fuori filmoni, filmacci e filmetti che ai cinefili e a chi ama il cinema di qualità poco interessano.
Ci aspettiamo che, come al solito, si lamentino poi per il profondo rosso del botteghino. Vorrei far notare che in Francia, in questo stesso periodo uscirà con ampia distribuzione, anche nelle città, il nuovo film di Quentin Tarantino.

Venerdì scorso, con la visione di questo film, ho terminato anche l’ultimo dei miei carnet di cinque film in abbonamento a costi molto ridotti. Alla cassa mi è stato chiesto se intendevo rinnovarlo, visto che il carnet mantiene la sua validità fino alla fine di agosto. Massima è stata però l’incertezza sulla presenza di  eventuali rassegne estive a Torino: una ridda di forsevedremopuò darsi, di fronte alla quale, ovviamente non ho rinnovato proprio nulla.
Quello che meraviglia non è tanto il fatto che gli esercenti privati chiudano in questo modo la stagione, facendo prevalere i loro miopi calcoli, quanto il fatto che le sale istituzionalmente preposte alla diffusione del cinema chiudano i battenti prima di tutti gli altri. Lascia stupefatti, perciò, che se i privati torinesi tireranno avanti, col fiato corto, almeno fino alla metà di luglio, il cinema Massimo-MNC (Museo Nazionale Cinema) chiuderà i battenti alla fine di giugno per riaprirli alla fine di agosto. Non c’è male per un servizio gestito con i fondi pubblici!

Mi limito a dire questo, per ora, comunicando ai miei lettori e ai seguaci che questo blog non sarà chiuso per ferie: già mi sto accingendo a recensire alcuni bei film non recenti, come faccio ogni estate.

Ciò detto, ora parlerò della pellicola in questione, che pur non essendo classificabile come imperdibile, presenta qualche spunto interessante che evita di mandare completamente in vacanza il cervello, fermo restando che è un filmetto, opera prima in lungometraggio di Patrick Cassir, che ha sceneggiato questo suo lavoro insieme a Camille Chamoux, che del film è anche la protagonista femminile nella parte di Marion. 

Marion è una trentenne non bellissima, che vive a Parigi. È una brava disegnatrice-vignettista; ha molti amici e ama fare nuove conoscenze attraverso Tinder, un social network  che esiste veramente e che organizza e favorisce gli incontri di coppia. In questo modo conosce Ben (Jonathan Coen), anche lui sulla trentina, assai meno spigliato, come vedremo presto. Il loro banco di prova sarà la vacanza che i due incautamente hanno programmato alla volta della Bulgaria, durante la quale emergeranno le reciproche insofferenze, le apparenti incompatibilità, le difficoltà a comprendersi…
La Bulgaria è di maniera, come se l’aspettano i turisti ingenui; i grandi alberghi sono noiosi come le cliniche di lusso, l’idiosincrasia di Ben nei confronti della promiscuità in bagno; la difesa ossessiva della propria privacy diventano presto occasione per numerose gag ripetitive e stucchevoli, non diversamente dalla credulità sciocchina  di Marion nei confronti della primitività finto-romantica del folklore locale. Tutto diventa prevedibile, ma qualche sorpresa ce la riserva il finale, nuovamente parigino, dopo un’interminabile ora e mezza.
Come ho detto, un filmetto, non certo un capolavoro, che qualche volta ci può far sorridere.

Dolor y Gloria

recensione del film:
DOLOR Y GLORIA

 

 

 

Regia:
Pedro Almodovar

Principali interpreti:
Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano, Penélope Cruz, Cecilia Roth, Raúl Arévalo, Eva Martín, Susi Sánchez durata 113 min. – Spagna 2019.

L’apertura del film è insolita e originale: scorrono davanti ai nostri occhi gli eleganti disegni animati che illustrano l’anatomia umana, mentre la voce del protagonista, Salvador Mallo, di professione regista (Antonio Banderas, grandissimo alter ego di Almodovar) spiega l’interdipendenza dei nostri organi e accenna ironicamente alla difficoltà di trovare la giusta armonia fra loro: muscoli, scheletro, visceri e cervello sono strettamente collegati, così da risultare difficile comprendere se i nostri guai siano dovuti a improvviso incepparsi del meccanismo di funzionamento, o se dipendano invece da stati d’animo che ci portano a somatizzare le nostre paranoie.

Salvador ne sa qualcosa, infatti, ora che sta attraversando un momento difficile psicologicamente e che sta invecchiando nella malattia e nel dolore. È un cineasta famoso in difficoltà: una profonda crisi creativa, accompagnata da disturbi gravi, forse di origine organica, da tempo lo affligge (e lo apparenta a Marcello, l’immortale alter ego di Fellini in 8 e 1/2),  privandolo delle idee necessarie per riconquistare il suo pubblico.

Il film alterna l’angoscioso presente con l’evocazione di un passato felice, quasi una recherche proustiana di sé, che passa attraverso il percorso a ritroso nel mondo favoloso della propria infanzia povera, nella casa di Paterna, sfondo della sua educazione sentimentale, e delle prime manifestazioni dei propri orientamenti sessuali,  in cui la giovane madre, amatissima, (Penelope Cruz) aveva voluto trasferirsi per raggiungere il marito, emigrato per lavorare, nella Spagna ancora franchista e miserabile degli anni ’60.

Dal soffitto di quella grotta, Salvador vedeva solo piccoli quadrati di cielo, ma sognava e viaggiava con l’ immaginazione, alimentata dalle letture e dalla magia del cinema, per il quale egli aveva sempre nutrito un profondo e appassionato interesse.

Evocare quel cinema è riportare alla memoria la stagione dell’estate con i suoi afrori “di gelsomino e di pipì” in uno struggente e commovente viaggio di riconquista della propria identità, che gli fa ritrovare l’amicizia dell’attore Alberto Crespo, (Asier Etxeandia) e l’affetto profondo per Federico, primo vero e grande amore (Leonardo Sbaraglia) della sua vita. 
La madre ormai vecchia (ora è Julieta Serrano), suo riferimento costante, da poco lo aveva lasciato per sempre: con lei egli aveva condiviso gioie e dolori nella bella e stravagante casa di Madrid; ora, davvero solo, si tormentava per non averle dedicato maggiormente il proprio tempo ed era assediato da sensi di colpa, forse inevitabili quando si perdono le persone che maggiormente si amano.

Un racconto semplice e tranquillo, senza colpi di scena, poetico e quasi intimo; una confessione a cuore aperto come forse non era mai accaduto, contenuta nei limiti di un rigoroso equilibrio formale che ci riporta alla mente i migliori mélo del regista, che con leggerezza gentile, sa come mantenere alta l’emozione del pubblico, che lo ripaga, alla fine della visione, con la commozione sorridente di chi da tempo attendeva da lui una nuova grande prova. Un grazie davvero sentito.

 

 

Il colpevole (The Guilty)

recensione del film:
IL COLPEVOLE – The Guilty

Titolo originale:
The Guilty

Regia:
Gustav Möller

Principali interpreti:
Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi, Johan Olsen, Jacob Lohmann, Katinka Evers-Jahnsen, Jeanette Lindbæk – 85 min. – Danimarca 2018

Asger Holm (Jakob Cedergren), un tempo poliziotto addetto alla sicurezza in strada, è ora in attesa di processo per ragioni che non ci vengono dette e per le quali è  stato provvisoriamente trasferito all’ufficio del centralino telefonico col compito di smistare le chiamate che richiedono il pronto intervento degli agenti. Svolge ora, dunque, un lavoro delicato, che richiede intelligenza e serenità d’animo, oltre che profonda umanità, perché anche nelle città della civilissima Danimarca, dove si svolge la vicenda del film, i conflitti fra i cittadini sono numerosi, spesso imprevedibili e devono essere risolti prima che diventino gravi casi di cronaca nera. Il nostro Asger Holm prende a cuore i casi più difficili anche oltre l’orario e persino al di là dei propri compiti perché sa ascoltare, consolare, consigliare, convinto che talvolta l’empatia possa far miracoli, ben più della burocrazia di mansionari e regolamenti. Asger Holm è solo, circondato dall’ostilità dei colleghi per i quali sarebbe meglio sdrammatizzare le tensioni che si celano dietro le chiamate: a dar retta a lui, non basterebbero le pattuglie sulle strade, soprattutto ora, che si è fatto coinvolgere nella brutta storia di una poveretta che viaggia su un furgone bianco, in balia di un marito pazzo che l’ha sequestrata per toglierle i figli e la vuole sicuramente uccidere…
Ci lasciamo pienamente coinvolgere anche noi: Asger Holm è persuasivo, col suo volto da bravo ragazzo che vorrebbe davvero modificare la realtà immobile dei regolamenti e delle procedure; la sua lotta è la nostra, almeno, così crediamo. Non tutto, però, è così chiaro: forse le regole deontologiche non sono proprio da buttare; forse sono una garanzia per tutti. Che avesse ragione Tayllerand (o chi per lui): surtout, pas de zèle?
La linea di demarcazione fra la saggezza e il disincanto non è mai stata così sottile…

Girato in Danimarca, opera prima del regista svedese Gustav Möller, questo film è, come si intuisce,  un thriller assai impegnativo, che si sviluppa nello spazio chiuso di un ufficio contiguo a due soli ambienti, uno dei quali è il corridoio,  l’altro è il piccolo e buio sgabuzzino, dove da ultimo il nostro protagonista avrebbe continuato il colloquio telefonico, sottraendosi all’ormai aperta ostilità dei colleghi. Il film, dunque, non presenta azione scenica se non quella creata nella nostra immaginazione dalle lunghe telefonate fra Asger e la donna di cui, al di là del telefono, percepiamo l’angoscia e la paura solo ascoltandone le parole spezzate, i sì, i no, l’affanno del respiro, i lamenti. Anche se, per la ristrettezza dello spazio in cui si svolge, il film potrebbe ricordare Locke (e non pochi lo hanno notato), per altri aspetti se ne differenzia soprattutto perché in Locke lo spazio ridotto si allargava  nella nostra immaginazione, grazie all’irrompere (sia pure solo telefonico) di molti altri personaggi importanti nella ricca vita di relazione del protagonista. In questo film, invece, gli spazi esterni all’ ufficio del centralino telefonico si riducono progressivamente, anche nella nostra immaginazione, parallelamente all’inesorabile prevalere  dell’aspetto ossessivo del colloquio, cui non servono più neppure le immagini indeterminate della mappa dei dintorni di Copenaghen.

Film insolito di un regista molto promettente, capace, con pochi mezzi, ma grazie a una solida sceneggiatura, di creare emozione e suspence. Da vedere.

The Children Act-Il Verdetto

recensione del film:
THE CHILDREN ACT-IL VERDETTO

Titolo originale:
The Children Act

Regia:
Richard Eyre

Principali interpreti:
Emma Thompson, Stanley Tucci, Fionn Whitehead, Anthony Calf, Jason Watkins, Ben Chaplin, Rupert Vansittart, Rosie Boore, Nikki Amuka-Bird, Honey Holmes – 105 min. – Gran Bretagna 2017.

La bella coppia
Fiona, giudice del tribunale di Londra, cercava angosciosamente le ragioni oscure dello sfascio del proprio matrimonio ora che  Jack, suo marito, le aveva confidato la delusione per la sua crescente freddezza e per il suo negarsi da troppo tempo ai rapporti sessuali, ciò che lo aveva indotto a cercarsi un’amante, nonostante si sentisse ancora molto legato a lei, che aveva reagito sferzantemente, esternandogli tutto il proprio disgusto.
Era un brutto momento per lei, che, finora senza scosse, aveva superato le poche difficoltà della sua vita di donna privilegiata, di ottima famiglia e di ottima educazione, che aveva sposato, per amore, Jack più di trent’anni prima, e che con lui era vissuta serenamente, senza sacrificargli la propria carriera: era stata, da giovane, una brillante avvocatessa ed era infine diventata giudice, chiamata dal Tribunale di Londra ad applicare il diritto di famiglia con l’intelligenza e l’umanità che tutti le riconoscevano.
Jack era professore, all’Università, di storia antica e l’amava; si era abituato, come lei, a vivere senza figli, che nessuno dei due aveva escluso per scelta: di comune accordo avevano rimandato il loro arrivo a data da destinarsi, cosicché erano invecchiati, quasi senza accorgersi della loro mancanza; ospitavano volentieri, però, nella grande stanza degli ospiti della loro casa nipoti e nipotini.

Il giudice Fiona e i “suoi” casi difficili
Da qualche tempo si accumulavano sul tavolo di Fiona in Tribunale, e persino a casa sulla sua scrivania, carte e documenti da studiare a fondo. Forse era questa eccessiva mole di lavoro la causa del suo inaridirsi affettivo o forse ne era l’effetto, un alibi per non affrontare prima di tutto con se stessa alcuni nodi irrisolti della sua vita che ora venivano al pettine e le imponevano chiarezza.
Gli ultimi casi giudiziari erano stati davvero impegnativi e avevano sollevato interrogativi insoliti per lei che, sempre serenanente pragmatica, era stata improvvisamente costretta a decidere persino della vita e della morte, ciò che l’aveva profondamente scossa e coinvolta emotivamente: era difficile, del resto, in simili circostanze non interrogarsi sull’esistenza (anche sulla propria) sul ruolo del caso, e sul senso del vivere.
Per la prima volta, probabilmente, quando aveva deciso di autorizzare la separazione di due neonati siamesi (uno dei quali, vivendo a spese dell’altro, stava condannandolo a morire presto insieme a lui), aveva compreso la difficoltà di distinguere nettamente fra il bene e il male, incarnati quasi metaforicamente da quel “mostruoso” viluppo di membra, le cui fotografie strazianti ricomparivano nei suoi incubi notturni.

Era stato però Adam Henry, il diciassettenne malato di leucemia, a porre a Fiona il problema più grave della sua carriera, per le conseguenze imprevedibili del verdetto grazie al quale, autorizzando i medici all’uso della trasfusione di sangue per curarlo, gli aveva restituito la vita, mentre la madre e il padre, Testimoni di Geova come lui che voleva lasciarsi morire, lo invitavano ad affidarsi al dio della loro setta, rifiutando di peccare, contaminandosi col sangue altrui.
Adam dopo le trasfusioni era davvero rinato e ora, per mostrarle la propria gratitudine e il proprio affetto, la seguiva come un’ombra dappertutto, le sottoponeva le sue poesie, le ricordava con la chitarra quel canto che, durante l’incontro all’ospedale, lei gli aveva cantato sulle note di una ballata irlandese che aveva accompagnato una bella lirica di Yeats. L’ultimo loro imbarazzante incontro si era concluso con un tenero bacio dopo il quale Fiona si era vista costretta ad allontanarlo, per sempre, con dolce fermezza. Quando, disgraziatamente, la malattia era tornata, Adam, ormai maggiorenne e padrone di disporre di sé, si era lasciato morire nel ricordo di lei, rifiutando ogni trasfusione, ma lasciandole le poesie che per lei aveva scritto, insieme al rimorso.
Qualche cosa, nel loro rapporto, non aveva funzionato, ma di quella immane tragedia Fiona era davvero responsabile? In fondo non era che una piccola e generosa creatura travolta da una tempesta di dubbi angosciosi, che ora aveva davvero bisogno dell’ascolto amorevole di Jack, unica solida certezza sulla quale ora avrebbe costruito il resto della propria vita.

Dal romanzo al film
Il film ripropone la vexata quaestio dei rapporti fra le opere letterarie e la loro trasposizione cinematografica, che diventa particolarmente interessante nel caso di quest’opera, che Ian McEwan, autore del bellissimo romanzo The Children Act (edito in Italia da Einaudi nel 2014 col titolo La ballata di Adam Henry), ha sceneggiato per il regista Richard Eyre, collaborando attivamente alla realizzazione di questo bel film.
Trasposizione probabilmente non semplice, poiché si trattava di portare sullo schermo la complessa figura femminile di Fiona Maye indagandone la profonda crisi esistenziale, ma limitando (o confinando allo spazio onirico) i flashback e non avvalendosi della voce fuori campo in sostituzione del flusso di coscienza attraverso il quale, nell’opera letteraria, memoria del passato e tempo presente si intrecciano continuamente, delineando il quadro emotivo contraddittorio e incerto nel quale si muove la protagonista.
Occorreva una grande interprete come Emma Thompson per trasmettere, grazie alla profondità espressiva del volto e dello sguardo mobilissimo, nonché alla passione raggelata della recitazione, la complessità emotiva che il romanzo comunica, coinvolgendoci nella lettura. Ritengo, personalmente, che l’impresa sia riuscita.
Notevole anche l’interpretazione di tutti gli altri attori, e soprattutto di un ottimo Stanley Tucci (Jack) e del giovane Fionn Whitehead (Adam)

Sunset ( Napszállta)

recensione del film:
SUNSET ( NAPSZÁLLTA)

Regia:
László Nemes

Principali interpreti_
Vlad Ivanov, Susanne Wuest, Björn Freiberg, Levente Molnár, Urs Rechn, Juli Jakab, Judit Bárdos, Sándor Zsótér, Balázs Czukor – 142 min. – Ungheria, Francia 2018

1913 – La società ungherese dell’epoca era percorsa da numerose tensioni sociali e da fermenti anarcoidi che diffondevano paure  e odio, insieme all’ossessione di qualche imminente e indeterminato complotto volto a sovvertire l’ordine e la concordia fra le classi e fra le etnie che da secoli convivevano nel mondo magiaro. In questo clima si stava costruendo l’alleanza  fra la nuova ricchissima borghesia del commercio di lusso, i vecchi latifondisti e gli alti ufficiali e burocrati alle dipendenze di Vienna, la vecchia capitale imperiale, che ora spartiva i compiti amministrativi e militari con le più decentrate Budapest e Praga.

In quello stesso 1913 da Trieste aveva raggiunto la capitale ungherese col treno la bella Irisz Leiter (Julie Jakab). La giovinetta era alla ricerca delle proprie radici e della propria identità, poiché conosceva poche cose di sé e del proprio passato: sapeva con certezza di aver perso i genitori, quando, piccolissima, un incendio li aveva fatti morire distruggendo anche il palazzo che ospitava la loro abitazione a Budapest, oltre che il loro negozio-laboratorio di cappelli d’alta moda; sapeva anche di essersi salvata, lei sola dell’intera famiglia, insieme all’aiutante Oszkar Brill (Vlad Ivanov), che non le sarebbe stato difficile ritrovare. L’uomo era riuscito, infatti, a ripristinare e ingrandire l’antica modisteria, sempre più esclusiva e prestigiosa, frequentata dal bel mondo dell’epoca, la frivola e gaudente  società impegnata, anche in questa capitale come nelle altre della Mitteleuropa absburgica, nei ricevimenti, nelle feste, nei balli, nel presenzialismo mondano con la stessa spensierata gaiezza ipocrita dei vizi privati e delle pubbliche virtù. Al di là della cortesia formale, Oszkar non aveva accolto Irisz nel palazzo, né le aveva offerto il lavoro che cercava e per il quale si sentiva preparata: preferiva seguire i suoi passi da lontano, senza perderla di vista mentre si dirigeva nel cuore profondo della città, scoprendone gli abitanti più miserabili, le case fatiscenti e le voci lontane. Da un uomo incontrato per caso la giovane aveva appreso di avere un fratello, alla ricerca del quale ora si sarebbe dedicata, cercando, senza grandi risultati, di penetrare sempre più a fondo nei misteri oscuri della propria vita e della capitale.

Presentato a Venezia il mese scorso, il film, diretto dal giovane regista ungherese László Nemes al suo secondo lungometraggio, era molto atteso dalla critica e dal pubblico che, pressoché unanimi, avevano decretato il successo del suo precedente Son of Saul, gran Premio della giuria a Cannes nel 2015 e successivamente, nel 2016, Oscar per il migliore film straniero.
Questa volta l’opera  non sembra destinata allo stesso consenso universale: una parte della critica, forse minoritaria, ma non proprio irrilevante, pur riconoscendo la qualità colta e raffinata del film, la suggestione innegabile della ricostruzione storica e ambientale, la squisita fotografia capace di creare le distanze anche temporali attraverso le sofisticate sfocature degli sfondi, ne ha evidenziato l’eccesso di manierismo virtuosistico, a tratti stucchevole, che ha interferito negativamente sul racconto, estremamente frammentato, spesso lasciato in sospeso in troppe vicende secondarie e che, in ogni caso, lascia una deludente impressione di incompiutezza. Le riprese, con camera a spalla, seguono gli spostamenti tortuosi di Irisz nelle stradine oscure, immergendoci nel loro viluppo caotico e nelle intuibili, ma non affatto chiare, situazioni violente e torbide che infestano, fra indistinti sussurri e grida, la capitale ungherese, riflesso metaforico della confusa realtà politica e del malessere sociale di un intero paese che sembrava aver perso, come Irisz, ogni orientamento positivo e sicuro, prefigurando sinistramente, nelle forme della protesta feroce, il sangue di Sarajevo con tutte le sue tragiche e funeste conseguenze.

Film di sicuro interesse per un buon numero di cinefili, ma non per tutti.
Visto (in versione originale sottotitolata) in anteprima a Torino, in una rassegna dedicata ai film “veneziani”. Quando (e se) arriverà nelle nostre sale, ve lo comunicherò.

L’albero dei frutti selvatici

recensione del film:
L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI

Titolo originale:
Ahlat Agaci

Regia:
Nuri Bilge Ceylan

Principali interpreti:
Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar Ergüçlü, Serkan Keskin, Tamer Levent, Akin Aksu, Ahmet Rifat Sungar, Ercüment Balakoglu, Öner Erkan, Kubilay Tunçer, Kadir Çermik, Özay Fecht, Sencar Sagdic, Asena Keskinci -188 min. – Turchia, Francia 2018.

Ahlat Agaci, oltre al titolo originale del film, è l’albero del pero selvatico coi rami dalle punte spinose che cresce tra i monti e le colline dell’ Anatolia nord occidentale sul Mar di Marmara, presso i Dardanelli. Ha un aspetto disarmonico e un fusto  dalla corteccia rugosissima e spesso spaccata, tutto contorto e aggrovigliato: la sua immagine ne riflette la tenace resistenza ai venti che arrivano da ogni parte spazzando quei luoghi, forgiandone il paesaggio assai aspro e poco ospitale, così come il carattere dei suoi abitanti. Eppure quel pero è una risorsa preziosa: il legno, è fra i più robusti al mondo, mentre i suoi frutti, (molto graditi agli ovini che arrivano fin lassù col loro pastore), nella loro piena maturazione, quando cadono a terra, sono dolcissimi e graditissimi anche agli uomini.

Lassù, nella regione di Çan, era nato Idris Karasu (Murat Cemcir), che aveva studiato a Çanakkale (dove sorgeva presumibilmente la Troia omerica, almeno secondo Heinrich Schliemann) ed era diventato, dopo aver vinto un pubblico concorso, maestro della scuola della città di Çan dove si era stabilito e aveva messo su famiglia, col cuore al suo villaggio poco ospitale, ai suoi vecchi, ai suoi animali e al suo pero selvatico. Voleva costruire lì la casa da godere dopo la pensione e aveva cominciato a farlo, investendoci parte del suo stipendio incurante dello scherno sprezzante della moglie e dei figli che dalla loro abitazione di città non intendevano proprio muoversi, tanto più che gli scavi per l’acqua si erano rivelati inutili e lo avevano costretto addirittura a indebitarsi. Era schiacciato da un ingranaggio micidiale lo sciagurato Idris: si indebitava al gioco per ottenere i soldi per pagare i creditori che glieli avevano prestati per scavare il pozzo: tutta la città ne era al corrente, mentre le autorità chiudevano un occhio, permettendogli di arrivare alla pensione conservando il suo posto, sempre meno prestigioso, da insegnante; intanto cresceva lo scontento in famiglia.
Suo figlio Sinan (Dogu Demirkol), al momento del film, aveva poco più di vent’anni; stava tornando a casa dopo l’università e portava con sé, come è giusto a quell’età, speranze e sogni per il futuro. Non avrebbe voluto, percorrendo la strada del padre detestato, dedicarsi all’insegnamento, per evitare di finire, com’era capitato a lui, in una piccola città sperduta e isolata dell’Anatolia profonda. I tempi erano cambiati: ai giovani con una certa preparazione culturale si offriva sicuramente di meglio. Di meglio, invece, era difficile trovare qualche cosa: i suoi compagni di studi si erano occupati nella polizia, adattandosi senza molti scrupoli, alla politica repressiva del governo e gliene avevano parlato; preferibile, allora, il concorso, tentato infine  senza convinzione e senza successo. Era forse percorribile un’altra strada, quella della scrittura: adorava scrivere e aveva iniziato un romanzo che stava concludendo nella speranza di trovare, grazie all’interessamento delle autorità locali, un editore e una rete di vendita ben organizzata che ne favorisse la diffusione. Un successo, questa volta, ma solo a metà: un editore; un articolo su un quotidiano locale e la pubblicazione di qualche centinaio di copie, rimaste invendute! Come si poteva vendere, d’altra parte, un romanzo dal titolo Il pero selvatico, evocativo di una realtà povera e lontana, in un luogo tutto proteso verso la modernità, il progresso e la ricchezza, non importa come accumulata? Quei suoi poveri libri, ora che la pioggia dell’autunno aveva cominciato a farli marcire, avevano dovuto essere ricoverati in casa, dove per altro né la sorella, né la madre li leggevano. Era forse arrivato il momento di rivalutare quel padre, ora in pensione, che aveva saldato i suoi debiti grazie alla liquidazione e che ora aveva ripreso a vivere nel suo villaggio, in compagnia dei suoi vecchi, dei suoi animali e delle bellezze straordinarie della natura?…

Questo è un film meravigliosamente lento, come tutti i precedenti firmati da Nuri Bilge Ceylan, che racconta senza fretta, ancora una volta, la sua Turchia, quella splendida Anatolia  di cui ci ha parlato in tutti i suoi affascinanti lungometraggi, di alcuni dei quali mi sono occupata negli anni scorsi*. Questo mi è sembrato il più “politico”, fra tutti i suoi lavori, ma le virgolette sono necessarie, perché egli rifugge, come sempre, da ogni aperta denuncia: come sappiamo fin dal suo primo lungometraggio, il suo non è un cinema militante, poiché preferisce offrire agli spettatori situazioni complesse, sfaccettate; dialoghi in cui le più diverse tesi si confrontano; immagini suggestive, ma non sempre limpide, così da permettere a ciascuno di noi di calarsi, con il proprio giudizio, nella storia raccontata e di trarre le proprie conclusioni:
Nelle mie opere non intendo dare nessun tipo di messaggio, perché sono una persona alla continua ricerca di un senso nella vita, la vita mi fa piovere addosso delle immagini che colloco all’interno di situazioni reali. Sono un essere umano fragile, vivo l’amore in maniera turbolenta, intensa, e lo racconto nei mei film, insieme agli altri sentimenti, per cercare di capirli. Non ho mai amato i film con i messaggi forti, devo essere io, attraverso le immagini, a trovare un mio senso. Non intendo fare il cosiddetto pifferaio, quello che incanta i topi e li porta con sé in un paese fantastico. Io poi non saprei dove portarli”... (così afferma lo stesso Ceylan nell’intervista – molto raccomandabile –  a cura di Carola Proto, riportata integralmente QUI).
È certo che la sua costante esplorazione dell’Anatolia ci permette di comprendere meglio un paese pieno di vitali contraddizioni, ponte sospeso fra l’ Occidente agnostico, pragmatico e razionalista, di cui il giovane Sinan subisce il fascino, e la tenace resistenza delle antiche tradizioni, non solo religiose, capaci di dare senso alla vita di ciascuno, ancora vive nelle campagne, dalle quali in genere i più giovani se ne vanno in cerca di meglio, ma nelle quali potrebbero tornare, quando, cadute le illusioni, rivaluteranno i “valori e le cose che contano davvero”, risucchiati dal passato più antico e oscuro di quel paese bellissimo in cui la neve perennemente sembra congelare ogni speranza di cambiamento.
Se questo, come credo, è il significato del film, allora i lunghissimi e bellissimi dialoghi, le fascinose discussioni “en plein air”, o nel chiuso di un’abitazione o di una biblioteca, piani sequenza che accompagnano il confrontarsi o anche l’ironico e civile scontrarsi dei diversi punti di vista, ne costituiscono la struttura portante e vanno seguiti con l’attenzione che non può mancare se si ama il bel cinema, anche se il film dura più di tre ore, durante le quali, talvolta, la rappresentazione onirica, spesso agghiacciante, riporta alla nostra coscienza l’estrema crudeltà del reale, al di là di ogni ipocrita politesse. Personalmente non ho provato né noia, né desiderio di uscire, tanto profondo è stato per tutto il tempo il coinvolgimento intellettuale ed emotivo che, come sempre, il regista riesce a provocare in me.
Grande film, grandi interpreti, magnifica fotografia, affascinanti riprese paesaggistiche; frequenti richiami letterari a Cechov e a Dostoijevski, ma anche (mi è sembrato) agli scontri verbali e inconcludenti fra Naphta e Settembrini raccontati da un ironico Thomas Mann-Castorp. Che cosa c’è in fondo di più incantato e magico della maliosa montagna anatolica ricoperta di neve? Forse il canto mortale delle Sirene che Ulisse aveva voluto ascoltare solo legato: la scultura moderna in legno (proprio quello del pero) del cavallo di Troia  a Çanakkale, creata per la gioia dei turisti, non a caso nel film diventa l’incubo più spaventoso di Sinan!

Ahlat Agaci, ovvero il pero selvatico, secondo la lingua turca, è diventato in italiano L’albero dei frutti selvatici… Ennesima titolazione fuorviante per il suo tono favolistico, del tutto estraneo al film che della favola non ha davvero molto.

* C’era una volta in Anatolia 
  Il regno d’inverno

L’amant d’un jour

recensione del film:
L’AMANT D’UN JOUR

Regia:
Philippe Garrel

Principli interpreti:
Éric Caravaca, Esther Garrel, Louise Chevillotte – 76 min. – Francia 2017.

 

Con il rigore formale che da sempre ne contraddistingue l’opera, Philippe Garrel continua la sua “fenomenologia” dei rapporti d’amore, concludendo con questo L’amant d’un jour la trilogia di film brevi (durano poco più di un’ora ciascuno), raccontati in un elegantissimo (e quanto mai ricco di toni) bianco e nero, iniziata nel 2013 con Jalousie e proseguita con L’ombre des femmes (2015). Da lui stesso sceneggiato, insieme a Jean-Claude Carrière (come il precedente), quest’ultimo suo lavoro fu presentato a Cannes nel 2017 per la Quinzaine des realizateurs, dove ottenne vasti consensi; in Italia non si è visto per ora, ma la speranza è che arrivi anche da noi in tempi ragionevoli.

L’inizio del film è fra i più arditamente sensuali fra quelli visti al cinema: nello spazio angusto di una toilette dell’università, un uomo e una donna hanno un infuocato rapporto d’amore: sono Gilles (Éric Caravaca) e Ariane (Louise Chevillotte), ovvero un docente della facoltà di filosofia e una delle sue studentesse.
Ariane si era innamorata di lui ascoltandone le lezioni qualche mese prima; l’aveva corteggiato a lungo e, infine, l’aveva conquistato, trasmettendo anche a lui l’urgenza del proprio desiderio. Da tre mesi i due innamorati condividevano l’alloggio di lui, fra i molti libri, nel diffuso disordine di chi poco si cura delle cose che ha intorno. La loro condizione di beatitudine immemore del mondo sarebbe stata ben presto messa alla prova dall’inatteso ritorno a casa di Jeanne (Esther Garrel), la giovane figlia di Gilles, coetanea di Ariane.
Jeanne aveva amato Matéo con tutta se stessa ed, essendosi convinta di aver trovato l’amore della vita,  aveva investito sul loro futuro tutti i suoi sogni e ogni suo progetto; Matéo, che era molto giovane, riteneva invece prematuro e inutile pensare agli anni a venire. Quando Jeanne ne aveva preso coscienza, si era sentita davvero tradita e aveva preferito abbandonarlo, nella più ostentata indifferenza di lui: ne era seguito il suo lungo e disperato singhiozzare lungo le strade vuote e silenziose della notte parigina, il ritrovamento della casa paterna e, infine, l’accoglienza affettuosa e preoccupata di Gilles, che l’aveva ascoltata e un po’ confortata, sperando che il calore della vita familiare ne avrebbe attenuato il dolore lacerante. Ci avrebbe provato anche Ariane, la mattina dopo, cercando di stabilire con lei un rapporto d’amicizia e complicità…

Emergono, nel corso del film, i problemi irrisolti dei tre personaggi principali. Gilles (alle sue spalle, più di un divorzio) si era illuso che Ariane fosse la donna giusta, insieme alla quale invecchiare, senza temere la morte* ma era imbarazzato per l’arrivo di sua figlia Jeanne, tanto che aveva limitato i focosi e rumorosi rapporti notturni con lei. Jeanne, per altro, non aveva gradito la presenza di Ariane nella “sua” casa e si era lasciata sfuggire più di una espressione ostile a questo riguardo. Ariane aveva avvertito oscuramente l’ostilità di Jeanne e ne aveva sollecitato invano comprensione e confidenza. La gelosia era tornata, come nel primo film, a oscurare, se non la felicità (concetto impegnativo e abusato), la serenità apparentemente raggiunta dalla coppia Gilles-Ariane: anche contro la loro volontà era difficile trasformare la travolgente passione che li legava in un rapporto di amore affettuoso, tranquillo e duraturo, per sua natura incompatibile con l’infedeltà anche di un solo giorno (il titolo del film) e, nella realtà dei fatti, fonte di insopportabile sofferenza, sebbene in astratto del tutto accettabile. La gelosia, sia pure di diversa natura, era probabilmente, anche per Jeanne, all’origine del suo ambiguo ruolo in tutto il film, soprattutto alla fine, quando aveva (per incoscienza?) organizzato l’ultima “scappatella” di Ariane, quella che fatalmente avrebbe concluso il suo rapporto con l’uomo che pure continuava ad amare.

Film bellissimo, raccontato con impareggiabile esprit de finesse attraverso pochi ma significativi episodi, raccordati da una voce femminile fuori campo, che, astenendosi da ogni giudizio moralistico,  permette di cogliere la profonda e sfaccettata verità di ciascuno dei personaggi. Da vedere sicuramente, se e quando sarà possibile nel nostro paese.

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* non a caso Jean-Louis Aubert, il musicista autore dello scarno commento musicale al film, accompagnerà, col suo canto,  questi malinconici versi dello scrittore Michel Houellebecq:

Lors qu’il faudra quitter ce monde
Fais que ce soit en ta présence
Fais que, mes ultimes secondes.
je te regarde avec confiance…

Traduco (indegnamente):
quando occorrerà lasciare questo mondo
fa che ciò avvenga in tua presenza,
fa che, alla fine del mio tempo,
io ti guardi con fiducia…