L’inganno


recensione del film:
L’INGANNO

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Sofia Coppola

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Oona Laurence, Angourie Rice, Addison Riecke, Emma Howard, Wayne Pére – 91 min. – USA 2017

Credo che sia bene precisare che questo film ha diviso la critica, e a quanto ne so anche il pubblico, soprattutto perché è difficile darne una valutazione autonoma rispetto all’onnipresente e molto (giustamente) ingombrante La notte brava del soldato Jonathan, il capolavoro di Don Siegel, ispirato, come questo, al romanzo di Thomas Cullinan A painted Devil. 

Lo scenario è, anche in questo caso, la guerra civile americana nell’anno 1864, a tre anni dal suo inizio, così come viene vissuta in  Virginia all’interno di un collegio femminile che ospita poche studentesse, alcune delle quali molto piccole, e un’insegnante di francese, Edwina (Kirsten Dunst). La piccola comunità è diretta dall’austera e matura Miss Martha (Nicole Kidman), severa ma religiosamente caritatevole. La vita del collegio è scandita dall’organizzazione meticolosa del tempo: lo studio, il lavoro (il cucito, la preparazione dei cibi…) e la preghiera si alternano con soffocante ripetitività, cosicché il collegio è nella realtà il carcere soffocante delle giovani ospiti, l’emblema stesso di una clausura destinata a durare almeno fino alla conclusione della guerra. La dimensione esterna, storico- politica, che aveva avuto una parte considerevole nel film del 1971, avendo conferito ai diversi protagonisti spessore e profondità, qui è solo accennata: i soldati sudisti bussano alla porta, ma non si vedono: è molto lontana la voce di Miss Martha che parla con loro. La rimozione del mondo esterno è significativa poiché rende riconoscibile la regista che, come ha più volte dichiarato, e come sappiamo dai suoi film precedenti, è anche qui interessata all’esplorazione del mondo delle giovani donne che per educazione o per necessità sono costrette a misurarsi, nell’età delicata dell’adolescenza, con la realtà di adulti che hanno deciso per loro, condannandole in questo modo all’infelicità per il resto della vita. Il riferimento che sembra più immediato, perciò, non è al film di Siegel:  è piuttosto al bellissimo The Virgin Suicides, la terribile storia delle malinconiche sorelle Lisbon, che avevano studiato e organizzato meticolosamente il suicidio quale risposta all’assenza di ogni credibile prospettiva di felicità futura. Né mi sembra trascurabile l’accostamento a un’altra delle memorabili adolescenti di Sofia Coppola, Marie Antoinette, film in cui lo scenario storico è solo apparentemente ignorato, essendo la sua assenza  compensata dalla simpatetica condivisione delle umiliazioni dolorose che le regole soffocanti di Versailles imponevano anche a lei, la vivace giovinetta diventata regina di Francia (la memorabile scena del parto pubblico, davanti a un’impressionante massa di persone che si accalcavano per assistervi, non è solo storicamente verissima, è soprattutto umanamente struggente per la sensazione claustrofobica e insieme pietosa che suscita in noi).
L’inganno, perciò, può agevolmente collocarsi all’interno di questo aspetto dell’ispirazione creativa di Sofia Coppola, e ha il pregio notevole di una fotografia elegantemente attenta agli accostamenti cromatici, alle ombre e alle tenui luci delle candele suggestivamente kubrickiane. Lascia, invece, a desiderare l’analisi psicologica, che non spiega né il troppo veloce mutare del soldato John (un Colin Farrell da dimenticare, altro che Clint!), né quello di Martha, qui del tutto priva delle inconfessabili e inquietanti colpe che nel film del ’71 ne facevano il personaggio forse più complesso e interessante, per non parlare della studentessa Alicia (Elle Fanning), così deliziosamente seducente nel vecchio film e così priva di charme e incolore in questo. Tutte queste considerazioni mi portano a esprimere molte perplessità sulla riuscita di questo film: si può vedere, ma se lo si perde, non ci si rimette troppo. Da vedere sicuramente, invece, tutti i film che ho citato nel corso di questo articolo!

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La notte brava del soldato Jonathan


recensione del film.
LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Don Siegel

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer – 109 min. – USA 1971

Al Festival di Cannes dello scorso maggio, la regista Sofia Coppola ha presentato L’inganno, il film che sarà nelle nostre sale a partire da giovedì 21 settembre. Non tutti sanno che L’inganno è il remake di questo vecchio film, che ebbe allora un buon successo. In attesa di vederne la nuova versione, ho pensato di presentare l’originale, che si può trovare in DVD. Vale, secondo me, la pena di meditarlo.

Con il bizzarro titolo La Notte brava del soldato Jonathan era stato presentato nel 1971 nelle sale italiane questo film firmato Don Siegel, tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan, intitolato, a sua volta A Painted Devil*.
Il soldato Jonathan (Clint Eastwood) aveva combattuto nell’esercito nordista durante la guerra civile americana; ferito, forse gravemente, era stato ritrovato in pieno territorio sudista, nel bosco dove la dodicenne Amy stava raccogliendo i funghi per il pranzo al collegio femminile da cui si era allontanata e a cui, ora, lo avrebbe accompagnato nella speranza che Miss Martha Farnsworth (Geraldine Page), la severa proprietaria della scuola, se ne prendesse cura. Era stato accolto con molta diffidenza all’interno della struttura educativa nella quale tutte le donne che vi risiedevano, dalle studentesse a Edwina (Elizabeth Hartman), l’insegnante di francese, a Miss Martha, fino alla schiava nera disperata di ogni possibile riscatto, erano convinte sostenitrici della secessione sudista: ricoverare un soldato nemico era molto pericoloso per tutte loro, che, già esposte ai rischi di un’incursione delle truppe nordiste, sarebbero diventate facile preda, per il loro tradimento, anche dei soldati sudisti di passaggio. Sotto quest’aspetto, Sudisti e Nordisti si equivalevano: la guerra, fin dalla notte dei tempi, richiede disumani sacrifici e scatena i più diversi appetiti, facendo emergere gli istinti predatori dei soldati, il cui transito lascia ovunque strascichi molto penosi, alimentando l’odio e il desiderio di rivalsa. Jonathan non era diverso dagli altri, ma sapeva come sfruttare, a proprio vantaggio, l’urbanità e i bei modi che sembravano provenirgli da un’ottima educazione e da una nobiltà d’animo non comune. Egli si era lasciato docilmente curare e, in seguito, accertatosi di esserere il solo maschio presente in quella scuola, era riuscito a guadagnare la fiducia delle donne che lo attorniavano, essendosi rivolto con le parole giuste a ciascuna di loro. La sua bellezza, poi, aveva conquistato il cuore di molte, ciò che avrebbe scatenato le rivalità e le gelosie all’origine della sua rovina. Egli aveva dunque sottovalutato la ferocia femminile, confidando un po’ troppo sulle capacità seduttive delle sue parole lusinghiere e del suo corpo, neppur troppo “oscuro oggetto del desiderio” comune, reciprocamente taciuto, ma universalmente noto o sospettato.

Nel film, condotto con un crescendo di tensione che potrebbe quasi apparentarlo a un noir, si delinea una vicenda oscura e terribile, con tratti di morbosità, costruita, con grande finezza psicologica, seguendo i percorsi che avevano portato le donne e il bel soldato Jonathan ad avvicinarsi e in seguito ad allontanarsi tragicamente: “la notte brava” era stato l’inizio della fine di quel rapporto di fiducia guardinga (perdonate l’ossimoro, ma non saprei definire meglio l’ambiguità del comportamento reciproco) che aveva legato per qualche tempo l’uomo ferito alle donne intristite e inaridite dall’isolamento e dall’inibizione di ogni prospettiva amorosa, ma per lo più ansiose di salvaguardare il buon nome dell’istituzione a cui per ora dovevano protezione e sostentamento. Era stato, infine, il rovesciamento delle sorti della guerra a mutare il destino di tutti, mostrando la brutalità arrogante anche di Jonathan, il vincitore, che, seppure compromesso nella propria integrità fisica, aveva subito presentato il proprio conto, offrendo il fianco alla temibile alleanza delle donne umiliate e offese.
Il film, che si apre e si chiude circolarmente con i colori sbiaditi della fotografia che solo a poco a poco si ravvivano nel racconto, connotando anche temporalmente la distanza del regista, è bellissimo e inquietante e, per l’epoca (1971), anche molto coraggioso, non nascondendo aspetti della realtà che solo a partire dagli anni ’80, fra mille difficoltà, avrebbero trovato il loro spazio  sullo schermo.
Vorrei soffermarmi, brevemente, sul gioco dei titoli, che in parte tradisce diverse interpretazioni della storia narrata: The beguiled, il titolo originale del film, indicherebbe che qualcuno è stato ingannato. Chi? Lo spettatore potrebbe scoprire, secondo me, che ingannati sono stati tutti i personaggi che si erano, in certo modo, illusi. Il titolo italiano, non privo di una certa verità, invece, parrebbe puntare soprattutto sulla stoltezza colpevole del soldato Jonathan, inevitabilmente vittima della propria presunzione: se l’era cercata, dunque, secondo un modo di pensare tenacemente radicato nelle menti di troppi nostri concittadini!

 

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*Pubblicato per la prima volta in Italia da pochi giorni, anche in edizione elettronica, col titolo L’inganno dalla casa editrice DEA Planeta

 

 

La storia dell’amore


recensione del film:
LA STORIA DELL’AMORE

Titolo originale:
The History of Love

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Derek Jacobi, Sophie Nélisse, Gemma Arterton, Elliott Gould, Mark Rendall, Torri Higginson, William Ainscough, Alex Ozerov, Jamie Bloch, Lynn Marocola, Nancy Cejari, Marko Caka – 134 min. – Francia, Canada, Romania, USA 2016

Il cinema di Mihaileanu è sempre molto interessante, soprattutto quando rappresenta l’umanità varia e composita degli Ebrei dell’Europa orientale, come era avvenuto nel bellissimo Train de Vie o  nel successivo Il concerto.
La storia dell’amore prende le mosse da un paesetto della Polonia, che nella memoria di Leo Gursky (Derek Jacobi), ormai vecchio, si collocava in una dimensione favolosa, quasi mitica: lì era nato, in un tempo remoto, il suo amore per Alma Mereminski (Gemma Arterton), che lo ricambiava appassionatamente, preferendolo ad altri corteggiatori innamorati, come Bruno e Zvi, poiché Leo, che era un grande scrittore, sapeva incantarla e farla sognare, leggendole le pagine del bellissimo romanzo che la loro storia gli aveva ispirato.
Come spesso accade nella vita, l’amore non era bastato a tenerli uniti: Alma aveva dovuto abbandonare il paesetto polacco, alla volta di New York, così come molte altre donne ebree che cercavano di mettersi in salvo con i bambini e i vecchi, durante l’occupazione nazista della Polonia, mentre lui, insieme agli altri ragazzi della sua età, si era fermato per condurre la lotta contro gli occupanti. Tante le promesse: si sarebbero scritti ogni giorno per non disperdere quell’amore prezioso; lui le avrebbe inviato anche il seguito del romanzo; si sarebbero rivisti a New Yok, dove si sarebbero sposati. Non era andata così avendo la guerra reso presto impossibili le comunicazioni: del bellissimo manoscritto “La storia dell’amore” erano rimaste poche tracce; del loro antico legame erano rimasti i ricordi di lui, poiché Alma era diventata nel frattempo una brava moglie e una madre di famiglia.
Ritroviamo Leo a New York nel 2006: ormai molto vecchio, egli viveva in una casa degradata a Chinatown, dove condivideva con l’amico e antico rivale Bruno una vita fatta di liti tormentose, gelosie retrospettive, baruffe sanguinose, ma soprattutto di solitudine profonda e di grande amarezza, poiché l’affannosa ricerca del romanzo che qualcuno, impadronitosi del vecchio manoscritto, avrebbe prima o poi dovuto pubblicare, rendeva più dolorosa la piaga mai sanata di quell’amore che non si era concluso secondo le antiche promesse.
Il film procede in modo un po’ complicato, perché alla storia infelice di Alma e di Leo si intrecciano altre vicende tutt’altro che secondarie, che ruotano tutte intorno al prezioso manoscritto del romanzo, a sua volta legato alla vita e alla morte di Isac, il figlio dei due vecchi innamorati, famoso romanziere che, riconosciuto e legittimato dall’uomo che aveva sposato lei, era vissuto ignorando l’esistenza del vero padre. Collegata a quell’introvabile manoscritto è l’educazione sentimentale e letteraria di un’altra Alma, giovanissima e bella fanciulla (Sophie Nélisse), sorella di un piccolo ebreo mistico e fondamentalista, personaggio fra i più teneri e divertenti del film.

Nell’intrecciarsi un po’ caotico di queste diverse storie (e di molte altre) lo spettatore distratto potrebbe confondersi facilmente: è questo che con ogni probabilità ha determinato il severo giudizio di qualche critico nei confronti del film che è invece, a mio avviso, un’opera di grande vitalità, che presenta momenti molto belli ed emozionanti, assai amabile nell’insieme. Mihaileanu alterna con sicurezza ai registri narrativi patetici e sentimentali, quelli buffi e comici della commedia umana a cui i bravissimi attori, interpreti dei personaggi del piccolo gruppo di ebrei newyorchesi, danno vita e verità.

Il film è l’adattamento cinematografico di un romanzo di successo della scrittrice americana Nicole Krauss (tradotto con lo stesso titolo in Italia e pubblicato dall’editore Guanda nel 2005)

Cane mangia cane


recensione del film:
CANE MANGIA CANE

Titolo originale:
Dog Eat Dog

Regia:
Paul Schrader

Principali interpreti:
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona, Rey Gallegos, Chelcie Melton, Bruce Reizen, Jeff Hilliard – 93 min. – USA 2016.

Nella vita è importante nascere “dalla parte giusta”: quando capita, ogni possibilità si apre, ogni strada si spiana ed è quasi sempre  in discesa; quando non capita, invece, non solo ogni strada è in salita, ma più facilmente si è preda  dell’alcol, della droga, talvolta anche del delitto e del carcere, estremo inghiottitoio dei “rifiuti” della società dal quale non si esce migliori, ma al quale, anzi, probabilmente si è destinati a tornare. Questo, all’incirca, è ciò che pensa Troy (Nicolas Cage), convinto che “in un altro universo”, uno come quel ciccione mostruoso di Diesel (Christopher Matthew Cook) sarebbe diventato avvocato a Stanfortd, mentre ora è, come lui, quasi certamente in procinto di rientrare nella maledetta galera in cui avevano suggellato la loro amicizia insieme a quel pazzo psicopatico di Mad Dog (Willem Dafoe), anche lui ora fuori, ma di sicuro per poco tempo, legato com’è alla droga pesante, di cui è smodato consumatore e alla prostituzione più squallida. Il regista ci racconta, dunque, la storia di quel che resta della libertà dei tre scombinati criminali, dei quali Troy appare il più presentabile: ha una qualche ricercatezza nel vestire, anche per aver scoperto (qualcuno gliel’aveva detto!) una sua qualche rassomiglianza con Humphrey Bogart, di cui si sforza di imitare pettinatura e abiti (mai senza cravatta, perciò). La storia dei tre è tratta dal best seller, con lo  stesso titolo, di Edward Bunker, romanziere americano che, grazie alla scrittura, nonché al successo letterario e cinematografico, si era allontanato dalla vita violenta durante la quale aveva conosciuto lunghi periodi di detenzione, fra il riformatorio e la galera. Il regista Paul Schrader, che di Bunker era stato amico ed estimatore, ci lascia intuire il passato non proprio glorioso dei tre, per mostrarceli ora, in un presente dissennato, affamati di denaro, ossessionati dal mito della virilità e al servizio di un grande criminale, El Greco (lo stesso Schrader), mafioso e organizzatore, nell’ombra, di delitti particolarmente odiosi della cui esecuzione si incaricano. Eroi con molte macchie e con molta paura, intenzionati a smetterla con il crimine, i tre si incartano nella loro stessa goffaggine, mentre il regista, tra il sarcastico e il pietoso, narra la loro parabola discendente, cercando, come sempre nel suo cinema, la ragione e soprattutto il senso (metafisico) delle loro esistenze. Il film, che si snoda nell’incertezza voluta dei registri narrativi, si lascia seguire con partecipazione dagli spettatori, nonostante gli eccessi di violenza, che pare quasi tarantiniana, se non si avvertisse l’eco dell’inquietudine per le tre vite ancor giovani, bruciate senza alcun riscatto possibile. Nella sua durezza, è certamente un buon film, che chi ama il cinema potrebbe molto apprezzare, come è successo a me.

Paul Schrader è un grande uomo di cinema, di cui quasi certamente tutti ricordano le sceneggiature dei capolavori di Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo…), ma anche di Peter Weir (Mosquito Coast) e di Brian de Palma (Obsession); egli è però anche il grande regista di film indimenticabili e spesso inquietanti: American Gigolò; Il bacio della pantera; Autofocus, The Canyons, nonché First Reformed (2017) in concorso a Venezia, dove è stato presentato qualche giorno fa.

Nostalgia della luce


 

recensione del film:
NOSTALGIA DELLA LUCE

Titolo originale:
Nostalgia de la luz

Regia:
Patricio Guzmán.

Documentario

– 90 min. – Francia, Germania, Cile, Spagna, USA 2010.

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Il deserto di Atacama, a cinquemila metri di altitudine nel Cile andino, si presenta come un luogo privilegiato per gli astronomi: l’eccezionale secchezza dell’atmosfera e l’ampiezza dell’orizzonte non sono sfuggite agli scienziati di tutto il mondo che lì, infatti, hanno fatto sorgere il più grande osservatorio astrofisico della Terra, un telescopio a 5065 metri sul livello del mare.
Il documentario si apre sullo scenario affascinante dell’universo come appare agli studiosi e anche ai visitatori che cercano non solo emozioni, ma anche risposte alla loro (e alla nostra) ricerca del “senso” di quell’avventura straordinaria che è l’esistenza umana dentro l’immensità spazio-temporale che gli studi astronomici evidenziano.
Poco lontano dall’osservatorio era stato costruito nel secolo XIX un villaggio (fu fatto distruggere da Pinochet dopo la sconfitta elettorale del 1988) per i lavoratori delle miniere di salnitro, che lì vivevano con le loro famiglie in condizioni di semischiavitù: formalmente liberi, ma impossibilitati a fuggire, per l’illimitata vastità del deserto. Ora, relativamente prossimi al villaggio, fervono studi archeologici molto importanti, poiché riportano alla luce le tracce di antiche civiltà estinte, della loro vita quotidiana, della loro arte, dei manufatti e dei graffiti rupestri dei pastori, che ovunque affiorano e che a loro volta pongono al visitatore le stesse domande di senso.
La nostra mente di spettatori affascinati corre ai grandi poeti, al loro interrogarsi sulla inesorabile fine dell’uomo, alle “morte stagioni”, alle eterne domande alla luna poste dall’umile pastore errante, come dall’aristocratico Bruto, sul senso dell’affanno e del dolore che tutti conosciamo.
Nell’immenso deserto di Atacama, altre e più recenti tracce di vita e di storia vengono affannosamete ricercate dai parenti delle vittime di Pinochet, il sanguinario dittatore che perseguitò e fece sparire migliaia di oppositori dal 1973 al 1988, cercando di distruggere prove e identità. In quegli anni bui della storia cilena, scienza e ricerche archeologiche erano state abbandonate, ma quel villaggio dei minatori venne cintato, per impedire ogni fuga, con filo elettrico spinato, e fu utilizzato come campo di concentramento dei prigionieri politici, molti dei quali vennero uccisi senza processo e senza alcuna pietà. Non lontano da quel meraviglioso spazio di studio e di ricerca, sono ancora, dunque, identificabili i poveri resti di alcuni degli assassinati da quel regime feroce di militari senza onore, per la riconoscibilità dei quali, talvolta è sufficiente rinvenire un piccolo oggetto, una scarpa, un calzino, i frammenti di un abito…: lì, in quella incessante ricerca è racchiuso il senso della vita dei parenti disperati che non si rassegnano e che tentano di sottrarre al tempo almeno la loro memoria. Questo bellissimo documentario è l’opera impegnata e impegnativa di un grande regista cileno, Patricio Guzmán, esule in Francia, ora cittadino francese, che aveva reso nel 2010 questo struggente omaggio al proprio paese. Il film è passato come una meteora nella sala torinese del cinema Massimo (Museo del cinema), ma è presente, dal gennaio di quest’anno, come DVD. Da vedere sicuramente!

“principio delle cose che sono è l’illimitato … da cui le cose che sono hanno la generazione e anche il dissolvimento secondo la necessità. Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo” (Anassimandro)
 

Neve nera


recensione del film:
NEVE NERA

Titolo originale:
Nieve Negra

Regia:Martin Hodara

Principali interpreti:
Laia Costa, Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias, Javier Kussrow, Iván Luengo, Federico Luppi, Biel Montoro, Liah O’Prey – 90 min. – Argentina, Spagna 2017

Tornato in Patagonia, alla casa di famiglia, con le ceneri del padre, Marcos (Leonardo Sbaraglia), accompagnato dalla giovane moglie incinta, Laura (Laia Costa), era deciso ad affrontare col fratello Salvador (Riccardo Darin) le questioni dell’eredità paterna, proprio ora che un’importante impresa mineraria canadese aveva offerto una cifra strabiliante per entrare in possesso – prendere o lasciare – dell’intera proprietà. Si comprende da subito quanto la questione fosse complessa: Salvador era anziano e non intendeva lasciare quel territorio che gli dava da vivere in modo per lui soddisfacente e a cui lo legava un passato doloroso, che non intendeva dimenticare. Era morto lì, infatti, Juan (Ivan Luengo), il fratello piccolo, caduto durante una battuta di caccia, colpito involontariamente dal suo fucile, fatto atroce all’origine della pazzia di Sabrina  (Dolores Fonzi), la giovane sorella ora relegata in un ospedale psichiatrico. Come si vede, sulla famiglia di Marcos sembrava essersi accanito un destino tragico che aveva reso, per forza di cose,  intrattabile e aggressivo Salvador, e che (nonostante l’apparente serenità del suo presente con Laura) si ripresentava negli incubi di Marcos, nelle sue paure, nelle angosce tormentose di ogni giorno, soprattutto dopo il suo ritorno in Patagonia. A poco a poco nel corso del film apprenderemo le cose che non erano state dette della morte di Juan, i segreti inconfessabili sepolti nel suo cuore, nonché la natura sordida dei rapporti tra i fratelli, in un crescendo di orrore disgustoso, che rende discutibile la conclusione del film, girato certamente con molta maestria, e con una velleitaria attenzione ai problemi della colpa e del “peccato”, rapidamente risolti, però, dal sorprendente cinismo che, in vista della cospicua eredità, trasforma completamente il sistema dei valori su cui sembrava fondarsi la coppia, tutto amore e tenerezza, in attesa del bebè.

I pregi dell’ottima fotografia, che nel cupo paesaggio invernale era sembrata annullare con un continuo flashback ogni distanza temporale, nonché la pregevole prova di tutti gli attori si infrangono sulla banalità superficiale e sull’impudicizia (in tutti i sensi) esibita dell’ultima parte del film. Peccato!

 

Che Dio ci perdoni


recensione del film:
CHE DIO CI PERDONI

Titolo originale:
Que Dios Nos Perdone

Regia:
Rodrigo Sorogoyen

Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Roberto Álamo, Javier Pereira, Luis Zahera, Raúl Prieto, María de Nati, María Ballesteros, José Luis García Pérez, Mónica López, Rocío Muñoz-Cobo – 127 min – Spagna 2016.

Si tratta un noir di tutto rispetto, fedele a molti degli stilemi di genere, compresa la durezza senza sconti nella rappresentazione della violenza, ciò che sembra quasi apparentarlo a molto cinema americano, così come sembrano riconducibili a quel cinema l’indagine affidata a due poliziotti, diversi nei modi e nel carattere, ma quasi complementari nell’azione, o la presenza di rivalità e dissensi nella squadra omicidi della polizia, o anche l’esistenza di un serial killer apparentemente ossessionato da un irrisolto complesso di Edipo. Nonostante ciò, si tratta di un un ottimo film molto spagnolo, come il suo regista e come gli attori straordinari che lo interpretano.

Nell’estate del 2011 a Madrid stava arrivando papa Ratzinger (Benedetto XVI, non ancora dimissionario), per incontrare migliaia di giovani, convenuti da tutto il mondo. La città non era nel suo momento migliore: la crisi economica, particolarmente acuta, aveva creato rabbia e malessere in tutti i settori della popolazione, nonché sfiducia nelle tradizionali organizzazioni della rappresentanza politica, mentre le manifestazioni del generale scontento si raccoglievano intorno a “los indignados”. In questo quadro di frustrazione e di disagio sociale, si colloca la storia di questo film: un imprendibile assassino, infatti, si era segnalato per l’efferatezza rituale dei propri crimini, rivolti esclusivamente contro anziane signore madrilene. Le prime indagini erano state affidate a una coppia di poliziotti: Luis Velarde (Antonio de la Torre) e Javier Alfaro (Roberto Álamo), molto diversi nel loro procedere. Luis Velarde era meticoloso e chiuso, afflitto da una insistente balbuzie, indizio delle incertezze e contraddizioni che lo rendevano goffo e impacciato nei rapporti umani, soprattutto con le donne; Javier Alfaro, al contrario, era rude e aggressivo, quasi incapace di controllare i propri impulsi violenti che lo avrebbero portato a risolvere assai sbrigativamente (e quasi sempre illegalmente) i problemi più difficili e delicati. A Javier Alfaro pesava moltola disciplina e, in modo particolare, il fatto di doversi attenere al silenzio stampa e alla discrezione che era stata richiesta dal responsabile della squadra omicidi, per evitare che paure e allarmi turbassero il sereno svolgersi della visita papale. Erano stati  commessi, dunque, ben cinque omicidi, simili per l’età delle vittime (come ho detto, tutte donne anziane) e per il modo ripetitivo della loro esecuzione, del tutto ignorati dagli organi di informazione, mentre l’individuazione del colpevole incontrava crescenti difficoltà, dovendosi svolgere in condizioni di quasi completa clandestinità.

Il crescente clima di tensione, perfettamente adeguato al carattere nerissimo di questo film, non impedisce al regista di avventurarsi talvolta (e, secondo me, con ottimi risultati) sul terreno dell’ umorismo intelligente, riportando il racconto nell’ambiente spagnolo da cui aveva preso le mosse: la Spagna è davvero onnipresente in questo film, non solo per la riconoscibilità di molti dei luoghi di Madrid in cui si svolge, ma per l’irruenza triste del carattere di Javier, per la presenza profonda, nel bene e nel male, della mentalità cattolica diffusa in tutti gli ambienti da cui sembra derivare l’ambiguità quasi controriformistica di tutti i principali personaggi, costretti ad agire in una condizione di permanente doppiezza. Film davvero notevole per la complessità della narrazione, per l’eccellenza degli straordinari attori, purtroppo, per ora, visibile solo nella mia città. Non fatevelo sfuggire, se vi capita!

The Dead. Gente di Dublino


recensione del film:
The Dead. Gente di Dublino

Titolo originale:
The Dead

Regia:
John Huston

Principali interpreti:
Anjelica Huston, Donal McCann, 
Dan O’Herlihy, Marie Kean, Donal Donnelly, Sean McClory, Bairbre Dowling, Brendan Dillon, Redmond Gleeson, Helena Carroll, Cathleen Delany, Ingrid Craigie, Rachel Dowling, Maria McDermottroe, Kate O’Toole, Maria Hayden, Lyda Anderson, Cohn Meany, Cormac O’Herlihy, Paul Grant, Frank Patterson, Colm Meaney – 82 min. – USA 1987

Questo è l’ultimo magnifico film, poco noto, di John Huston, che il grande regista aveva terminato pochi mesi prima di morire, quando la sua salute, gravemente compromessa, lo aveva costretto a dirigere muovendosi esclusivamente sulla sedia a rotelle.
L’intera pellicola è connotata dalla profonda fedeltà all’ultimo racconto, The dead, dei quindici che compongono Gente di Dublino di James Joyce, nonostante qualche piccola modifica e l’aggiunta, voluta da Tony Huston (figlio del regista, nonché sceneggiatore del film), di un personaggio importante, ovvero Mister Grace (Sean McClory), invitato, fra gli altri, a casa delle sorelle Morkan, dove, secondo una tradizione consolidata, si celebrava con l’Epifania la conclusione del periodo natalizio.

Una festa a Dublino – 1904 –

Nell’abitazione di Kate e Julia Morkan (rispettivamente Helena Carroll e Cathleen Delany) fervevano dunque i preparativi per l’organizzazione della serata, mentre, ricevuti dalla giovane Lily, la figlia del portinaio, che si arrabattava fra la cucina e il portone, gli ospiti arrivano alla spicciolata, accrescendo le ansie delle anziane sorelle, desiderose di vedere arrivare, insieme alla moglie Gretta (Anjelica Huston), il nipote Gabriel Conroy (Donal McCann), affermato giornalista, su cui le padrone di casa contavano per la perfetta riuscita della festa. Come in passato, da lui tutti attendevano il discorso di rito, ma le due anziane donne confidavano soprattutto nelle sue capacità di mediazione e nel suo prestigio indiscusso, per comporre le tensioni che quell’anno si preannunciavano particolarmente acute e che sarebbero infatti emerse di lì a poco.

La lettura recitata di Mister Grace, preludio delle tensioni della serata. 

Le aveva, involontariamente, innescate l’impegnativa lettura recitata di Mister Grace, che sembrava aver smosso, all’improvviso, la patina di ipocrisia che avvolgeva da troppo tempo la buona società dublinese: immobile, incapace di progettare un futuro e senza slanci. La lettura in inglese di un bellissimo passo, Promesse tradite, dal poema gaelico (XVIII secolo) Donal Og,  sembrava aver restituito freschezza al rito ripetitivo: Molly Ivors, giovane nazionalista rivoluzionaria, subito dopo, forse non per caso, aveva attaccato astiosamente e platealmente durante il ballo il comportamento anglofilo di Conroy, nel quale, per altro, largamente si riconoscevano molti altri invitati, tutti accomunati dalla pigra omologazione ai modelli culturali dominanti, del tutto estranei alla più semplice e genuina tradizione irlandese.
Si può dire che quel passo del vecchio poema, grazie alla lettura commossa di Mister Grace, avesse colpito in diverso modo ciascun ospite, mettendone in luce aspirazioni, contraddizioni, e rimpianti: le anziane sorelle, un po’ imbarazzate, ne coglievano insieme alla bellezza, l’inquietante forza metaforica; il famoso e vanesio tenore dichiarava che ne avrebbe scritto una bella canzone; le giovani allieve di miss Mary Jane, la graziosa pianista, esprimevano entusiasmo e languore romantico di fronte a un racconto d’amore così coinvolgente, mentre Gretta seguiva, con doloroso sgomento, il racconto delle illusioni perdute, dei sogni vani, delle promesse mancate, cercando di evitare lo sguardo di Gabriel, evidentemente preoccupato.
Suo marito temeva altro, però: temeva in primo luogo di non riuscire a contenere le intemperanze dell’amico Freddy Malins, stravagante e anticonformista giovanotto, alcolista impenitente, che egli avrebbe voluto sottrarre al “cattivo esempio” del vecchio Browne (Dan O’Herlihy), libero pensatore agnostico che si sarebbe fatto beffe delle diverse confessioni religiose professate dai presenti; Gabriel era, inoltre, particolarmente turbato per l’inatteso e aggressivo  comportamento di miss Ivors, e per aver coscienza, per la prima volta, che avrebbe potuto fallire l’intento unitario del suo discorso, il cui importante obiettivo era di conciliare in un grande abbraccio le tradizioni e la modernità, nonché la diversità delle vedute che si sarebbe manifestata anche durante la cena.

Una svolta era nell’aria: quella lettura ne prefigurava lo sviluppo e il drammatico finale.

L’ultima parte del film

Le novità attese con inquietudine, si preparavano tuttavia con la giusta gradualità: tutti, in qualche modo, durante la cena, avevano manifestato apertamente se stessi, con gli sguardi, con le parole, col canto evocativo dei cari ricordi: una vera Epifania, la rivelazione del proprio più profondo sentire. In realtà, né Gabriel, né Gretta avevano manifestato alcunché: lui inquieto, ma troppo impegnato a fare bella figura; lei, solo parzialmente turbata, ma da vera signora pronta a darsi un contegno rintuzzando prontamente le ragioni del recente turbamento alla lettura di mister Grace. Al momento del commiato, un canto dolcissimo però l’avrebbe trattenuta sulla soglia di quella casa: era arrivato, anche per lei, l’indifferibile momento della verità.

Ora doveva fare i conti con i ricordi più cari, mai condivisi con Gabriel, a cui non era sfuggito, però, il suo smarrimento disperato. Ora le chiedeva, con crescente rispetto e inusitata dolcezza, a sua volta davvero smarrito, qualche spiegazione.

Si era inserito inaspettatamente fra loro il ricordo di un altro uomo, un ragazzo di soli diciassette anni, che lavorava all’azienda del gas: Michael Furey.  Gretta lo aveva frequentato da giovane, quando ancora viveva a Galway, prima di partire per Dublino per completare gli studi. Era un giovane malato, ed era morto per aver sfidato il maltempo pur di vederla prima della sua partenza. Era morto per lei, dunque, cantandole quella dolcissima nenia che poco prima l’aveva trattenuta commossa sulla soglia di casa Morkan.

Per entrambi, dunque, il drammatico momento dell’epifania, per lui l’amarissima rivelazione della insignificanza della propria vita, neppure confortata dal ricordo di un amore così profondo come quello che aveva spinto il giovane Michael Fury a morire per Gretta da giovane. Insensata ora gli sembrava tutta la sua vita, nonché l’effimero successo mondano, che mascherava l’aridità triste del suo cuore, la sua indifferenza e, soprattutto, la mancanza di compassione, che ora per la prima volta sentiva davvero per sua moglie. Presto, anche per lui, sarebbe scesa la notte, che, come la neve su Dublino, avrebbe ricoperto ogni traccia dell’inutile fatica del vivere, ogni traccia di dolore.

Nel racconto le parole* del narratore sembrano alludere alla morte del protagonista; nel film queste identiche parole sono pronunciate dallo stesso Gabriel e sottolineano, nella  forma del flusso di coscienza, l’avvenuta rivelazione del (non)senso della vita, profondamente ribadendo, con le immagini scure delle scene del film,  la fedeltà al testo letterario e al suo autore.

Il film fu presentato a Venezia nel 1987, ma il regista non aveva potuto vederlo: era morto il 28 agosto di quello stesso anno. Questa recensione vuole, molto modestamente, ricordarlo, trent’anni dopo.

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*queste ultime, indimenticabili parole del racconto di Joyce, concludono anche il film:

……….”Cadeva in ogni parte della buia pianura centrale, sulle nude colline, cadeva lievemente sulla torbiera di Allen e, più a ovest, sulle scure e tumultuose acque dello Shannon.
E cadeva, anche, su ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove Michael Furey giaceva sepolto.
S’ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli.
La sua anima svaniva lentamente nel sonno mentre ascoltava la neve cadere lievemente sull’universo e lievemente cadere, come scendesse la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti”.

Il terzo uomo


recensione del film:
IL TERZO UOMO

Titolo originale:
The Third Man

Regia:
Carol Reed

Principali interpreti:
Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee – Gran Bretagna 1949.

Proiettato recentemente a Torino per qualche giorno nell’edizione restaurata della Cineteca di Bologna che gli restituisce il primitivo splendore (versione originale sottotitolata), questo film è disponibile anche in DVD, in una dignitosa versione italiana. Agli interessati che abbiano l’occasione fortunata di trovarlo in qualche sala, tuttavia, è molto raccomandabile la visione sul grande schermo, per il quale è nato e grazie al quale è stato amato, diventando perenne fonte di culto cinefilo, ma anche di studio per i cineasti di tutto il mondo.

Il grande Graham Greene, che ne scrisse quasi contestualmente soggetto* e sceneggiatura, sosteneva che Il terzo uomo sullo schermo è, sopra a ogni altra cosa, un’esperienza visiva, suggestiva per la particolare atmosfera che evoca, quella della Vienna occupata militarmente alla fine della seconda guerra mondiale. La capitale austriaca, semi-distrutta dai bombardamenti, era divisa in quattro zone, sedi degli uffici e delle polizie militari** dei vincitori (USA, URSS, Francia, Gran Bretagna), che ora si guardavano in cagnesco, spiandosi a vicenda, inevitabile riflesso della guerra fredda.
A lungo** si sarebbe protratta la condizione di incertezza sul futuro dell”Austria: Vienna, al momento del film, portava ancora, persino nei pregevoli palazzi signorili e nei monumenti famosi, i segni evidenti della sconfitta rovinosa, mentre nelle strade e negli uffici degli occupanti si aggiravano abitanti vecchi e nuovi, quasi tutti impegnati in attività illegali, quali la falsificazione dei passaporti o il mercato nero dei beni, che si svolgeva sotto gli occhi di tutti ed era generalmente tollerato, diventando perciò stesso strumento di ricatto. Lì, infine, trovavano le coperture e i ripari necessari uomini privi di scrupoli che svolgevano  vere e proprie attività criminali molto redditizie, nonché molto rischiose: non era strano che qualcuno sparisse all’improvviso per davvero, o che fingesse la propria morte, continuando, in questo caso nell’ombra, le attività più losche, come aveva fatto  Harry Lime (Orson Welles), l’avventuriero americano già amico di Holly Martins (Joseph Cotten), il protagonista del film.
Holly era uno scrittore senza qualità, squattrinato e ignorantello; Harry, suo vecchio compagno di scuola, lo aveva invitato a Vienna perché lavorasse insieme a lui, che lì, grazie al suo comportamento criminale e a una rete assai fitta di coperture insospettabili, aveva costruito la propria  fortuna. Come è noto, l’incontro fra i due non avrebbe avuto luogo, per l’inattesa “morte” di Harry: all’ingenuo Holly non sarebbe rimasto, forse, che fare ritorno negli Stati Uniti dopo l’estremo saluto al funerale. Non sarebbe andata così, però, perché l’inatteso incontro con il maggiore inglese Calloway (Trevor Howard) aveva scombinato i piani degli ambigui amici di Harry che lo stavano aspettando, e anche perché lo tratteneva a Vienna l’attrazione crescente per Anna (Alida Valli), l’attrice che aveva amato Harry.
Siamo di fronte, fin dalle scene iniziali, ad alcune delle infinite sorprese del film, che ci coinvolge nel più incredibile avvicendarsi di capovolgimenti imprevedibili e spiazzanti: nel corso del film, infatti, vedremo spesso gli inseguiti trasformarsi in inseguitori; i “buoni” rivelarsi fior di mascalzoni; lo “sbirro” Calloway (secondo il sommario giudizio di Holly) essere un umanissimo funzionario inglese impegnato nel proprio dovere; il bambino paffuto coll’aria innocente diventare uno spudorato mentitore e, con meraviglia, constateremo, completamente straniati, che persino il “malvivente” che si stava avvicinando con sinistra lentezza nelle vie poco illuminate del centro di Vienna (dove, armati fino ai denti lo attendevano i poliziotti di Calloway, ben nascosti dal buio, per assicurarlo alla giustizia) era solo un innocuo e affamato venditore di palloncini.

Analogamente, in un crescendo di tensione, con lentezza studiatissima, era stato costruito lo snodo narrativo più importante del film: la ricomparsa del defunto Larry in carne e ossa, nascosto nell’androne di un palazzo, e raggiunto dall’amato gattino di Anna, che avendolo riconosciuto  si era accoccolato ai suoi piedi dove si prodigava nelle fusa più affettuose. La scena notturna è memorabile per la genialità della inquadratura angolare dal basso, che deformando l’immagine, prolunga l’attesa degli spettatori, fino al momento in cui, casualmente, la luce improvvisa di una finestra ne avrebbe illuminato il volto, preoccupato, e insieme ironico e divertito, un attimo prima di scomparire di nuovo, inghiottito dal buio della misteriosa notte viennese, dopo l’improvvisa epifania:

Sarebbe ricomparso in piena luce, fra le giostre del Prater, per raccontare allo sbigottito Harry il proprio spietato “piano quinquennale”, ovvero il progetto cinico di acquisire ricchezza e potere, seguendone le leggi spregiudicate, da sempre ipocritamente condannate, ma da sempre, secondo lui, alla base dello sviluppo della civiltà e della cultura: pagina fra le più celebri dell’intera storia del cinema, che paradossalmente sintetizza le due visioni del mondo che percorrono il film: quella liberal-democratica e solidale della cultura europea, propria del regista e dello staff che aveva ideato e creato questa eccezionale pellicola (da Graham Greene, a Robert Krasker – il fotografo – ad Anton Karas – il musicista scoperto per caso in un locale viennese, la cui colonna sonora è l’emblema stesso del film) e quella liberistica del produttore americano David Selznick***, che, in continuo contrasto col produttore europeo Alexander Korda, definiva Orson Welles, “veleno per il box office”.
Il film che si conclude con il celeberrimo lungo inseguimento di Harry nel sottosuolo di Vienna, dentro la rete fognaria della città, è il primo film europeo girato quasi  interamente in esterni, con poche ricostruzioni in studio, segno evidente dell’attenta “lettura ” dei primi film italiani neorealisti, ai quali Reed e lo stesso Orson Welles (in Europa dopo aver lasciato Hollywood) rivolgevano il loro interesse.
Sotto quest’aspetto, l’intero set del film si può considerare un vero e proprio laboratorio sperimentale in vista di un cinema nuovo in cui avrebbero potuto trovare una sintesi le vecchie e nuove suggestioni, quelle del cinema europeo d’avanguardia  degli anni del surrealismo e dell’espressionismo, che offriva un repertorio di tecniche del tutto estranee al pur grande, ma ormai vecchio, cinema hollywoodiano, e le suggestioni delle opere dei nostri registi che intendevano attingere direttamente dalla strada la verità di un mondo distrutto, ma vitale, delle cui speranze contraddittorie il loro raccontare si faceva testimone.

*che lo scrittore pubblicò con lo stesso titolo del film nel 1950 e che viene considerato un romanzo.

** Solo nel 1955 allo stato austriaco venne riconosciuta l’indipendenza, purché garantisse la propria neutralità rispetto ai due blocchi egemoni contrapposti.

*** Selznick aveva cercato di impedire alcune scelte del produttore ungherese Korda, di Reed e di Greene, relative alla presenza nel cast di Orson Welles.

Le Ardenne-Oltre i confini dell’amore


recensione del film:
LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

Titolo originale:
D’Ardennen

Regia:
Robin Pront

Principali interpreti:
Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, Sam Louwyck, Peter Van den Begin, Eric Godon, Nico Sturm, Brit Van Hoof, Uwamungu Cornelis – 96 min. – Belgio 2015

Opera prima del regista belga Robin Pront, presentata con lusinghieri giudizi al Noir in Festival di Courmayeur due anni fa, è arrivata ora, senza fretta, nelle nostre sale, aggiungendosi alla serie di noir di  buona qualità che caratterizza questa offerta estiva avarissima di buoni film.

Kennet (Kevin Janssens) e Dave (Jeroen Perceval) fratelli, legati da profonda solidarietà familiare erano stati complici di scelleratezze, fino a che, dopo una rapina finita male, Kennet era stato catturato.
Avrebbe pagato, lui solo, con sette anni di carcere, senza tirare in ballo suo fratello e Sylvie (Veerle Baetens), la sua fidanzata, che li attendeva in auto e che era riuscita a mettersi in salvo, insieme a Dave.
Dopo quattro anni, però, quando era era arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della sua scarcerazione anticipata, molte cose erano cambiate: Dave e Sylvie si erano innamorati e avevano cercato di tirarsi fuori dal crimine abbandonando, con enormi sacrifici, alcool e droga, fiduciosi che sarebbe stato per entrambi possibile costruire una vita diversa, forse banale, ma pulita.
Kennet non ne era stato informato: in galera aveva ricevuto costantemente le visite del fratello mentre da due anni lei non si era fatta vedere; ora egli era intenzionato a ritrovarla e a riprendere quel rapporto inspiegabilmente interrotto, né sembrava facile per Dave e Sylvie metterlo al corrente della nuova situazione, poiché ne temevano la violenza incontrollabile.

La prima parte del film, ambientata nei sobborghi di Anversa ci presenta, sullo sfondo del piovoso e tristissimo paesaggio delle Fiandre, gli attori del dramma che sta per compiersi, con una ineluttabilità quasi archetipica*, nelle Ardenne, ovvero tra le colline alle quali erano legati i sereni ricordi infantili dei due fratelli. La fatalità catastrofica del finale è, tuttavia, assai sorprendente, perché è preparata con cura attenta, in un crescendo di orrore che rivela una malvagità senza fondo, in un panorama di miseria materiale e culturale, ben sottolineato dalla cupa fotografia in cui prevalgono tutti i toni del grigio e del verde, mai come in questo caso ossessivo colore mortuario delle cose, del paesaggio e delle persone che vi si aggirano.

Il film che è tratto da una pièce teatrale scritta da Jeroen Perceval, ovvero dallo stesso attore che interpreta Dave, è raccontato con estrema durezza, senza alcuna concessione mélo che pure sarebbe possibile (c’è una vigilia di Natale, c’è una madre, c’è un amore vero e c’è un bambino in arrivo) e non è separabile dalla martellante techno-music estremamente funzionale a tutto il racconto. Originale noir, molto accurato nella realizzazione, di un regista giovane e colto, in cui l’interesse sociologico è unito all’eterno interrogarsi circa le origini del male nel cuore dell’uomo.

Da vedere se si è capaci del necessario distacco per reggere, fino alla fine, il crescendo di efferatezze: è un noir nerissimo!

 

*”Volevo esplorare grazie al triangolo le zone intermedie tra bene e male e chiedermi perché le persone sono come sono e fanno quello che fanno”.

Maryland


recensione del film:
MARYLAND

Regia:
Alice Winocour

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Diane Kruger, Jean-Louis Coulloc’h, Paul Hamy, Victor Pontecorvo, Philippe Haddad, Franck Torrecillas, Michael Dauber, Percy Kemp, Zaïd Errougui-Demonsant, Chems Eddine – 100 min all’incirca – Francia, Belgio 2015

Vincent (Matthias Schoenaerts*) aveva combattuto in Afghanistan e, ora che era tornato in Francia, non era più la stessa persona. Il suo paese, che lo aveva mandato a fare la guerra, adesso ne certificava l’inidoneità poiché alla visita era risultato affetto da disturbi di varia natura tutti riconducibili alla sindrome da “stress post traumatico”, diffusa fra chi ogni giorno aveva messo a rischio, come lui, la propria pelle. Per questa ragione, prima sarebbero venute le cure e gli esercizi per rimettersi in forma, poi se ne sarebbe riparlato.  Fra il prima e il poi, però, la prospettiva di un lungo periodo di inattività, senza soldi e senza riferimenti, lo aveva indotto ad accettare l’offerta di alcuni amici: l’impiego provvisorio, ma ben retribuito, nel team addetto alla security  di Maryland, ovvero della lussuosissima villa di un nababbo libanese, uomo implicato in uno sporco traffico internazionale di armi. In occasione di uno sfarzoso party, solo, con i suoi incubi, dunque, Vincent aveva affrontato un nuovo e singolare battesimo del fuoco, cercando inutilmente di impedire l’ingresso a Maryland all’auto di un tizio violento, non compreso nella lista degli invitati.
Di lì a poco, l’improvviso e inatteso allontanamento del libanese alla volta della Svizzera avrebbe reso ancora indispensabile il suo lavoro: questa volta gli si affidava la sicurezza di Jessica (Diane Kruger) e del piccolo Alì (Zaïd Errougui-Demonsant), rispettivamente la bellissima moglie e il figlioletto del padrone di casa.

La regista, Alice Winocour, al suo secondo lungometraggio, costruisce con abilità un film complesso, che oscilla fra il thriller, che in un crescendo di tensione descrive ciò che accadeva intorno a quella madre e a quel bimbo affidati alla sorveglianza di Vincent, e il racconto delle ansie di quest’ultimo, uomo dalla sensibilità esasperata, turbato dalle proprie angosce e dalle ferite dell’anima, non facilmente cicatrizzabili, tragico lascito della guerra.
Mi è sembrato che la regista abbia privilegiato soprattutto il ritratto di Vincent, vera figura centrale del film, raccontandone sia l’ingombrante  fisicità sia i tormenti: le ossessioni insonni, la difficoltà a rientrare nella “normalità” della vita e a relazionarsi con gli amici e con Jessica, che pure molto gli assomiglia, nella profonda solitudine, e che molto lo attrae. Ne è risultato un personaggio cupo, disturbato ai limiti della paranoia, ma anche fragilissimo, che silenziosamente soffre sia per non essere troppo creduto (quasi che i rischi per la famiglia che gli era stata affidata fossero fantasmi partoriti dalla sua psicosi), sia per l’emarginazione umiliante di cui gli sembra di essere  vittima nella villa lussuosa da cui si sente respinto.

Un buon film, presentato a Cannes nel 2015 nella speciale Sezione Un certain regard e ora, finalmente, dopo un inspiegabile ritardo, visibile in qualche sala anche da noi.

 

*già protagonista di Un sapore di ruggine e ossa

L’infanzia di un capo


recensione del film:
L’INFANZIA DI UN CAPO

Titolo originale:
The Childhood of a Leader

Regia:
Brady Corbet

Principali interpreti:
Tom Sweet, Robert Pattinson, Bérénice Bejo, Stacy Martin, Liam Cunningham, Sophie Curtis, Rebecca Dayan, Caroline Boulton, Luca Bercovici, Michael Epp, Roderick Hill, Scott Alexander Young, Jeremy Wheeler, Patrick McCullough, Andrew Osterreicher, Jacques Boudet – 113 min. – Francia 2015.

Questo singolare film è l’opera prima, molto promettente, di Brady Corbet, cineasta con pedigree di tutto rispetto come attore cinematografico (dal remake americano di  Haneke – Funny Games – a Lars von Trier – Melancholia – a Gregg Araki – Mysterious Skin-), nonché  televisivo (Law & Order). Presentato a Venezia due anni fa, il film ottenne un prestigioso riconoscimento per la migliore opera prima; ora finalmente lo vediamo anche nelle nostre sale. Al centro del film è l’infanzia del piccolo Prescott (Tom Sweet), figlio di un importante diplomatico americano, in servizio a Parigi al termine della Prima guerra mondiale, impegnato a condurre, per conto del presidente Wilson, le trattative di pace fra gli stati belligeranti, in vista del  trattato di Versailles. Su questo sfondo storico, evocato anche attraverso l’utilizzo molto pertinente di abbondante materiale fotografico e cinematografico di repertorio, si svolge il drammatico percorso di formazione in tre atti (tre scatti d’ira, dice il regista) del bambino, il cui angelico aspetto non riesce a celare i problemi che oscuramente ne turbano la serenità. Qualche breve accenno, nel corso del film, ci permette di accostare il comportamento talvolta crudele di Prescott alla deprivazione affettiva che aveva accompagnato la sua infanzia: era troppo preso dalla propria missione politica quel padre (Liam Cunningham), così come era troppo attenta all’osservanza astratta dei precetti religiosi quella madre (Bérénice Bejo), ciò che aveva spinto il piccino fra le braccia dell’anziana governante, l’unica persona capace di offrirgli l’affettuosa tenerezza di cui aveva bisogno. Molto spesso, però, Prescott era stato così gratuitamente provocatorio o così spropositatamente violento da lasciarci il dubbio che l’oscurità del suo cuore fosse invece un aspetto connotativo del suo carattere bizzarro. In ogni caso la durezza della sua formazione parrebbe la spiegazione del suo futuro da leader politico tirannico e malvagio come quelli che avevano infestato, con la loro presenza, l’Europa nel Novecento, dopo la prima guerra mondiale. Questo determinismo psicologico mi è parso l’aspetto forse meno convincente del film, che ha però grandi pregi: una straordinaria fluidità narrativa, sempre molto tesa e avvincente, sottolineata dal magnifico e martellante accompagnamento musicale; una meticolosa ricostruzione ambientale; la sobrietà del racconto, durissimo e scarno; l’eccellenza dell’interpretazione degli attori; la nitidezza delle immagini sul fondo cupo delle dimore dell’epoca, appena fuori Parigi e a Versailles, luogo di una cena assai poco festosa.
Il buio, la notte, l’oscurità connotano l’intera pellicola e diventano quasi equivalenti, sul piano simbolico, delle difficoltà angosciose del piccolo Prescott e di quelle, non meno dolorose, dei suoi genitori incapaci di comprendere. Da vedere!