Gli amori di una bionda

recensione del film:
GLI AMORI DI UNA BIONDA

Titolo originale:
Lásky jedné plavovlávsky

Regia:
Milos Forman

Principali interpreti:
Jana Brejchová, Vlamidir Pucholt, 
Milada Jezkova, Josef Sebanek – 82 min. – Cecoslovacchia 1965.

Questo scritto è il mio piccolo e personale omaggio al grande regista scomparso nello stesso giorno della morte di Vittorio Taviani, il 13 aprile 2018.
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Milos Forman è molto noto a tutti per alcuni film, di produzione americana, fra i quali il magnifico Qualcuno volò sul nido del cuculo, e i cosiddetti “biografici” (il geniale Amadeus e il quasi altrettanto geniale, ma forse meno conosciuto, Man on the Moon). Di produzione anglo-americana è lo splendido Valmont, ispirato al romanzo libertino tardo-settecentesco Les Liaison Dangereuses (1782) di P. Choderlos de Laclos, mentre di produzione spagnola è L’ultimo Inquisitore, che divenne anche l’ultima opera da lui diretta (2006). Non tutti sanno, invece, che questo regista, nato in Cecoslovacchia nel 1932 e rimasto orfano molto presto (aveva perso nei campi di sterminio nazisti entrambi i genitori fra il 1943 e il 1944), era stato un cinefilo precocissimo che, dopo aver studiato alla facoltà di Cinematografia di Praga, si era segnalato sul piano internazionale per le innovazioni introdotte nei suoi due primi film: L’asso di picche (1963) e Gli amori di una bionda (1965). Questi due lungometraggi sono considerati emblematici della Nova Vlna, ovvero della Nuova Ondata dei cineasti praghesi che, come stava avvenenendo in Francia con la Nouvelle Vague, rivendicavano la necessità della ricerca di un nuovo linguaggio per il cinema, che fosse capace di narrare la casualità imprevedibile della vita attraverso l’uso più libero e disinvolto della macchina da presa, negli ambienti desueti della quotidianità delle donne e dei giovani, in famiglia e anche nei luoghi di lavoro, percorsi da scontento e inquietudini non ancora politici (il ’68 si stava appena profilando all’orizzonte), ma in aperto contrasto con l’ottimismo delle magnifiche sorti e progressive del realismo socialista.

Proprio su Gli amori di una bionda intendo soffermarmi, per più di una ragione: la prima è che è un film bellissimo; la seconda è che potrebbe essere conosciuto da qualcuno, essendo uscito nell’edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nel 2017 ed essendo stato presentato, per l’occasione, in qualche sala italiana e in parecchi festival estivi, nella sua versione originale; la terza è che, per chi lo desiderasse, dovrebbe essere relativamente facile vederlo su qualche piattaforma di streaming presente in rete.
Più che una storia, il film racconta gli stati d’animo di alcune ragazze che lavorano in un opificio in cui si fabbricano scarpe, in una località isolata e sperduta della Cecoslovacchia, che si chiama Zruc, circondata dai boschi, con soli due edifici oltre alla fabbrica delle calzature: la stazione ferroviaria e il dormitorio delle ragazze, dove, affastellate nei minuscoli spazi dei letti a castello, le giovani qualche volta litigano, ma più spesso si parlano e si abbandonano alle confidenze, ragionando d’amore, come le amiche di Silvia a Recanati: quella è l’età, quelli sono i sogni per il futuro, insopprimibili come la voglia di andarsene, di fuggire lontano da quel borgo selvaggio. Lo sa bene il direttore della fabbrica, che teme di non raggiungere gli obiettivi del piano quinquennale imposti dall’amministrazione comunista, avendo già sperimentato qualche fuga e qualche abbandono. Avrebbe cercato di risolvere la situazione concordando con le autorità militari, alquanto riluttanti, l’arrivo di un po’ di soldati nella zona: una festa danzante ben organizzata avrebbe favorito, secondo i suoi piani, la nascita degli amori e delle amicizie. C’era qualcosa di patetico e di velleitario in questo tentativo, che infatti era stato quasi fallimentare per la diffusa delusione delle ragazze del gruppo di Andula,la bionda del titolo (Jana Brejchová),, alquanto restia a creare legami con quei soldati, sia per la differenza di età, sia per il loro aspetto fisico un po’ troppo massiccio, sia per la goffaggine del loro comportamento. Andula, poi, è attratta dal bravo pianista della serata (Vladimir Pucholt), uno smilzo ventenne, da subito adocchiato, nella cui stanza, infatti, avrebbe trascorso la sua notte d’amore, fra finte ripulse, abbracci appassionati e promesse che non sarebbero state mantenute, come vedremo nell’ultima parte del film, quando la scena, spostandosi a Praga, ci introduce nella casa dove il bel musicista, impenitente dongiovanni, vive con i genitori (Milada Jezkova e Josef Sebanek), disillusi e logorati dalla ripetitività insensata della loro vita quotidiana.
Alla bionda Andula che lì lo aveva cercato e che, dietro la porta, tutto vede e sente le parole meschine, vili e preoccupate di quel terzetto familiare, versando amarissime lacrime, il regista affida il compito di mostrarci lo squallore di quella realtà, in una serie di bellissime e indimenticabili soggettive. I toni del disincanto e dell’ironia, che connotano una gran parte del film, si fanno più tristi e pietosi: nessun melodramma, ma la rappresentazione dolorosa della universale difficoltà di diventare adulti. 
Avviso ai naviganti:
La RAI propone il film QUI, in un’edizione d’antan, che contiene l’arbitraria doppia aggiunta musicale, all’inizio e alla fine del film, di una canzone cantata da Caterina Caselli che non esiste in originale. Grazioso omaggio molto kitsch della distribuzione di allora?

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Montparnasse – Femminile singolare

MONTPARNASSE-FEMMINILE SINGOLARE

Titolo originale:
Jeune femme

Regia:
Léonor Séraille

Principali interpreti:
Laetitia Dosch, Grégoire Monsaingeon, Souleymane Seye Ndiaye, Léonie Simaga, Nathalie Richard, Erika Sainte, Lila-Rose Gilberti, Audrey Bonnet, Marie Rémond, Julie Guio – 97 min. – Francia 2017

Questa è la storia di Paula (Laetitia Dosch), una giovane donna che ritorna a Parigi dal Messico, dove  per lungo tempo era vissuta col suo compagno, artista della fotografia. Al loro rientro, la rottura, per motivi che non ci vengono detti. La giovane regista spiega, infatti, nelle interviste rilasciate, che il suo intento non voleva essere quello di raccontare il passato della protagonista, cercando di spiegarne il presente, dacché preferiva tenersi lontana, in questo modo, dal tradizionale naturalismo della tranche de vie. A lei interessava, invece, mettere in scena una storia di donna che, non trovando più nel passato alcun punto di riferimento, fosse costretta a scegliere fra la disperazione (all’inizio del film Paula sembrava avviarsi su questa strada senza ritorno) e la ricerca delle ragioni della propria vita: si sarebbe trattato di un doloroso e non facile percorso, che tuttavia proprio la mancanza di vincoli affettivi o sentimentali avrebbe reso possibile, trasformando in opportunità ciò che aveva vissuto in un primo momento come una grave sconfitta. Paula avrebbe sperimentato la fatica di rinascere, inventandosi un’identità, creandosi nuove amicizie e nuove relazioni sociali,  scoprendo gli aspetti gratificanti di un lavoro inizialmente poco gradito, chiarendo a sé il proprio rapporto con l’amore e la maternità, vivendo, anche in modo contraddittorio, la propria libertà, che deve essere anche libertà di smentirsi e di cambiare idea.

Questo film, che in francese semplicemente si intitola Jeune femme, è dunque il ritratto di una donna che prende coscienza del proprio valore, percorrendo una strada in salita molto dolorosa e dura, fatta di ostacoli di ogni tipo, soprattutto in quella Parigi che, lontana anni luce dalla città dei lumi e della cultura che conosciamo, è diventata per Paula il luogo della solitudine estrema e dell’indifferenza diffusa. L’attrice protagonista, che ha portato anche sulle scene teatrali, opportunamente trasformandola in una successione di monologhi, la sceneggiatura di questo film, ha cercato davvero la piena identificazione con la protagonista, offrendo anche il proprio apporto creativo nei luoghi molteplici in cui matura la trasformazione della giovane Paula.

Mi pare utile spendere qualche parola sulla regista, Léonor Séraille, volto nuovo della cinematografia francese, da poco uscita dal FEMIS, la Scuola Nazionale francese di Cinema, fondata nel 1944 .
Con la sceneggiatura di questo film, L.S. aveva conseguito brillantemente il proprio diploma, senza immaginare, però, che il film sarebbe stato realizzato per davvero. Fu l’incontro con la produttrice Sandra de Fonseca, a cui il testo era piaciuto, a indirizzarla alla ricerca di un’attrice che lo interpretasse con convinzione, in modo che le fosse possibile sottoporre al CNC (Centre National du Cinema) il progetto indispensabile per ottenerne il sostegno economico, nonché  le indicazioni e i contatti più utili per girarlo e promuoverlo. Dopo un’
attentissima e severa selezione il film venne riconosciuto meritevole di essere pubblicamente sostenuto e promosso, proprio in tempo utile per essere ammesso al festival di Cannes nel 2017 (Un certain regard – Caméra d’or per la migliore opera prima). Ora è da noi, presente in poche sale (ma questo non pare strano), ma da vedere, perché è un film interessante e perché è giusto premiare l’organizzazione e l’impegno collettivo che lo hanno reso possibile.

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La fonte delle mie informazioni sulla nascita di questo film e sulla regista è l’intervista rilasciata da Léonor Séraille a Stéphane Delorme, contenuta nel numero 738 (novembre 2017) dei Cahiers du cinema, alle pagg. 48-50.

Doppio amore

recensione del film:
DOPPIO AMORE

Titolo originale:
L’amant double

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoin e de La Morinerie, Jean-Paul Muel – 110 min. – Francia 2017.

Chloé (Marine Vacth) era una giovane e fragile donna che viveva da sola, forse ossessionata da un oscuro passato familiare che la rendeva insicura e chiusa; sicuramente perseguitata da un dolore fisico lancinante che da sempre aveva accompagnato la sua vita e che la sua ginecologa aveva attribuito a un disturbo di origine psichica, raccomandandole di affidarsi a Paul Meyer (Jérémie Renier), giovane e stimato psicanalista. Poche sedute erano state sufficienti sia per farla sentire un po’ meglio, sia perché Paul si innamorasse di lei, ciò che aveva determinato la fine di un rapporto professionale ormai inammissibile e l’inizio della loro storia.
Chloé si era dunque trasferita col suo bel gattone certosino nell’appartamento di lui, all’ultimo piano di un moderno palazzo parigino e aveva iniziato la sua nuova vita, talvolta infastidita dalle intrusioni di un’anziana vicina di pianerottolo gattofila e impicciona. L’insoddisfazione per le lunghe assenze di Paul, impegnato nel suo lavoro, la difficoltà per l’insopportabile solitudine (acuita dalla ricomparsa del solito lancinante dolore) e per le attenzioni un po’ inquietanti della signora della porta accanto l’avevano indotta a trovarsi un’occupazione e a riprendere le sedute di psicanalisi, all’insaputa di lui, con un altro professionista. Aveva scelto di farsi curare da Louis Delord (lo stesso Jérémie Renier), nell’aspetto molto simile a Paul (scopriremo essere, infatti, il suo gemello malvagio), il cui ufficio era poco lontano dal museo di arte contemporanea, nel quale Chloé si era impiegata come sorvegliante di sala.
Da questo momento il film diventa un thriller molto teso, con momenti di forte erotismo, condotto con sobria e fredda eleganza dal regista.

François Ozon è visibilmente intrigato dalla suggestione che suscita la coppia dei gemelli Paul-Louis (che nel corso del film troverà un corrispettivo femminile nel palesarsi del comportamento schizofrenico di Chloé) e quindi dal tema del “doppio”, continuamente ribadito dalla presenza, nell’elegante scenografia, di miriadi di specchi che, moltiplicando l’immagine dei principali personaggi, evidenziano la dissociazione patologica della loro personalità.
Grazie, inoltre, alla sua ampia cultura cinefila, Ozon impreziosisce il racconto con continue e pertinenti citazioni da pellicole illustri, dal cui repertorio egli attinge a piene mani, avendo quel tema percorso tutte le epoche della storia della cultura e del cinema, fin dalle sue origini. Ispirandosi al “muto” Lo Studente di Praga – 1913 – , alle gemelle di Lo specchio scuro – 1946 –  alle più note opere di Lang, Hitckock, Polanski, De Palma, Cronenberg, pertanto, egli crea una trama di rimandi ben riconoscibili che, proprio per la loro evidenza, attenuano in parte la tensione e il mistero della pellicola, un po’ banalizzandola. Il film, perciò, pur essendo apprezzabile per il nitore e la classica compostezza delle immagini, che ne rende accettabile il contenuto piuttosto prevedibile e l’erotismo talvolta molto esplicito, nonché il raffinato gusto citazionista, non è, a mio avviso, tra i migliori del regista, sebbene realizzato con intelligenza e cura. La sua visione, in ogni caso, non annoia e, a tratti, può riservare qualche bella sorpresa.

L’amore secondo Isabelle

recensione del film:
L’AMORE SECONDO ISABELLA

regia:
Claire Denis

Titolo originale
Un beau soleil intérieur

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Claire Tran – 94 min. – Francia 2017.

l’angoisse d’amour: elle est la crainte d’un deuil qui a déjà eu lieu, dès l’origine de l’amour, dès le moment où j’ai été ravi. Faudrait que quelqu’un puisse me dire : « Ne soyez plus angoissé, vous l’avez déjà perdu(e) »
(Roland Barthes – Fragments d’un discours amoureux – Agony – Edition du Seuil – Paris 1977 -pag. 38)

Come far durare l’amore, quello vero, nella sua più pura essenza è ciò che si chiede tormentosamente Isabelle (Juliette Binoche), bella donna di mezza età, nonché madre di una bambina di dieci anni (al momento del film, custodita dal suo ex marito). Pittrice affermata, Isabelle si realizza solo in parte nel suo lavoro creativo, che pure è proiezione di sé: frequenta l’ambiente dei critici e delle mostre, si muove tra intellettuali che l’ammirano e la corteggiano, ma di loro non sopporta lo snobismo supponente, lontanissimo dalla sua istintiva sensualità. Alla sua non verdissima età, mostra senza falsi pudori il proprio corpo ancora desiderabile con innocente carnalità: generose le sue scollature e ridottissime le sue minigonne; le piace danzare (anche da sola); le piace il buon cibo e, naturalmente, le piace l’amore. È in attesa di incontrare l’uomo che le si conceda senza riserve, senza retro-pensieri, capace di abbandonarsi con dolce smemoratezza, come lei. La sua vita amorosa, come comprendiamo già all’inizio del film, è un disastro, perché la passione e il desiderio si trasformano presto in un crudele gioco di potere ai suoi danni. Dal banchiere attempato (Xavier Beauvois), al giovane attore (Nicolas Duvauchelle), all’ex marito (Laurent Grévill), a Marc (Alex Descas), tutti si difendono da lei e dall’amore: hanno moglie, non vogliono soffrire, si negano, devono partire, non la coinvolgono nei loro progetti, si pentono di ciò che è stato… L’ attesa delle decisioni che non arrivano è una condizione di angoscia continua per lei, aggravata dalla percezione della propria solitudine senza scampo: se un incontro “giusto” sembra prospettarsi, ci penseranno i suoi amici intellettuali a metterla in guardia, a instillarle dubbi, a provocare la crisi. Si affiderà, infine, a un veggente (Gérard Depardieu), in un finale aperto di sorprendente ambiguità; ambivalenza e ambiguità connotano, del resto, l’intero film, oltre a tutti i suoi personaggi.
La regista, infatti, sembra aver costruito la sua ultima pellicola sul dicotomico oscillare fra la gioia e il dolore nel sentimento amoroso, contraddittorio in sé, nodo aggrovigliato di pulsioni ed emozioni, tanto ineffabile da rendere impossibile ogni comunicazione verbale. In uno dei film più parlati della Dénis, le parole degli amanti mostrano non solo la loro inadeguatezza, ma la loro equivoca interpretabilità, quando non la brutalità di un linguaggio adatto solo a definire il possesso, il ricatto e il denaro. La frammentarietà del film ne è un riflesso, ed è frutto di un montaggio volutamente spezzato, che presenta brandelli di storie nel loro farsi, o nel loro prevedibile concludersi, finché, nell’ultima e lunga scena, del tutto inaspettatamente, compare nei panni di un mago un po’ cialtrone e un po’ turbato un inedito e grande Depardieu.
Ispirato dichiaratamente ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, lettura amatissima dalla regista, capace di coinvolgerla fino alle lacrime*, Claire Dénis ha sceneggiato questo film insieme a Christine Angot, scrittrice di alcuni romanzi di contrastato successo e anche con l’attiva collaborazione di Juliette Binoche. Un lavoro a sei mani, la cui riuscita a me, ma non a tutti, è sembrata poco discutibile. Un film non facile, ma da vedere.

* (“c’est un livre […] qu’en le lisant je pleurais […] je comprenais exactement ce qui c’est l’agonie amoureuse […] ce n’est pas quelque chose dont on meurt, c’est un goût de son corp, de son âme…)
Intervista concessa a Jean Sébastien Chauvin e a Jean Philippe Tessé a Parigi il 29 giugno 2017 e pubblicata sul numero 736 dei Cahiers du Cinéma del settembre 2017 (pagg. 34-36).

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Chi è interessato può trovare QUI fra i documenti di questo blog un frammento dello spettacolo ispirato a Roland Barthes, dal titolo: “Nodi di un discorso amoroso” – scritto e recitato da Massimo Zordan e Marcello Verona, messo in scena dal Teatro dell’Elefante, Cagliari, 25 Aprile 2008 –

 

Un sogno chiamato Florida

recensione del film:
UN SOGNO CHIAMATO FLORIDA

Titolo originale:
The Florida Project

Regia:
Sean Baker

Principali interpreti:
Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera, Caleb Landry Jones, Macon Blair, Karren Karagulian, Sandy Kane, Cecilia Quinan – 115 min. – USA 2017.

Il trailer italiano è insopportabile: gli urli e gli strepiti dei bambini, protagonisti del film, ti indurrebbero a scappare velocemente, altro che compiacerti e ridere per le loro prodezze da teppistelli! Nonostante il trailer, è stato il passaparola a indurmi a vedere questo film che, anche senza essere un capolavoro, merita tuttavia di essere visto e meditato poiché affronta, senza ipocrisie, il tema del duro vivere quotidiano alla periferia di uno dei luoghi consacrati al turismo di massa negli USA: Disneyland, preannunciato dai terribili colori pastello dei residence che sorgono nelle immediate vicinanze, e anche dalle forme kitsch degli edifici commerciali. In quegli edifici rosa o lilla, così dipinti per propiziare i sogni dei visitatori con pochi soldi, che non possono permettersi qualche notte in un albergo decente, in realtà vengono accolte, per lo più, donne con prole, senza lavoro e senza futuro, disposte a trasferirsi, con le loro poche cose, da una monocamera a quella adiacente, secondo le necessità dell’amministrazione degli stabili. Queste donne vivono di assistenza (alcuni volontari periodicamente portano cibo e bevande), ma anche di piccoli furti, di espedienti e di prostituzione, in modo da rimediare, comunque, i soldi dell’affitto che devono puntualmente pagare. Di questa condizione profondamente degradata, i bambini sono vittime incolpevoli: non vanno a scuola (è estate, ma, a quanto si comprende, non tutti ci vanno anche quando non sono in vacanza); per lo più si annoiano e si inventano modi più o meno divertenti di passare il tempo, del tutto indifferenti ai divieti, ai tabù  e ai richiami della “proprietà”, che ha affidato a un top manager, ovvero a Bobby (Willem Dafoe) la gestione quotidiana dei residence. Bobby è davvero grande per l’intelligente umanità con la quale interviene per prevenire i problemi, riportandoli, prima che diventino irrisolvibili, alle loro giuste dimensioni, ma certo non può fare miracoli! Quando la miseria è davvero profonda e la sofferenza, spaventosamente enorme, è quella dei bambini abbandonati a se stessi e privi di riferimenti positivi, riesce difficilissimo, anche con le migliori intenzioni, inventare soluzioni, soprattutto in assenza di  una rete di solidarietà intelligente, fatta di ascolto e collaborazione piuttosto che di condanna morale e di repressione poliziesca, fonte di ulteriore dolore e di fallimenti pressoché certi. Meravigliose le interpretazioni dei bambini; particolarmente notevole quella della piccola Brooklynn Prince, nei panni dell’infelicissima e terribile Moonee, la figlia di Halley (Bria Vinaite), la giovane madre incosciente,  drogata e irrimediabilmente perduta, le cui vicende sono emblematiche di un fallimento senza sconti e senza vie d’uscita, ovvero della fine dell’American Dream. Va da sé che Willem Dafoe si confermi anche in questo piccolo film quel grandissimo attore che conosciamo.

Girato con un Iphone e con pochissimi mezzi, il film non risulta scritto in modo molto accurato, eppure ha una sua forza coinvolgente che lo rende  più interessante di quanto il titolo e il trailer italiano lascino supporre.

Foxtrot-La danza del destino

recensione del film:
FOXTROT- La danza del destino

Titolo originale.
Foxtrot

Regia:
Samuel 
Maoz

Principali interpreti:
Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray, Gefen Barkai, Dekel Adin, Shaul Amir, Itay Exlroad, Yehuda Almagor, Ran Buxenbaum, Rami Buzaglo, Aryeh Cherner – 113 min. – Israele, Germania, Francia 2017

Il film ha una struttura insolita: se fosse una pièce teatrale, si direbbe una vicenda raccontata in tre atti unici in sé conclusi. In questo film, infatti, tre ambientazioni sceniche sono le diverse cornici che racchiudono tre momenti a se stanti di una stessa storia che, alla fine della pellicola si rivela chiarissima, poiché tutti i particolari apparentemente “slegati”diventano significativi pezzi di un solo disegno.  Analogamente i frammenti di cartone, incastrandosi  nel puzzle, trovano il loro posto e la loro funzione nel disegno che era sembrato difficile da ricostruire.
Cercherò di analizzare, pertanto, i tre diversi “atti” del film e di non rivelare nulla che non sia strettamente indispensabile:

ATTO PRIMO
L’esprit de finesse non è probabilmente diffuso negli ambienti militari, né è paricolamente apprezzato laddove, come a Israele, ci si trova in uno stato di guerra permanente. Nessuna meraviglia, dunque, se, quando si era trattato di avvisare i coniugi israeliani Michael e Daphna Feldmann (Lior Ashkenazi e Sarah Adler) della morte dell’amato figlio Jonatan (Yonatan Shiray), caduto in un’operazione difensiva lungo la linea di confine fra Israele e la Palestina, fosse emersa impietosamente la rozzezza grottesca degli ufficiali incaricati di confortare quei poveri genitori: troppe le parole, troppa la retorica, troppe le raccomandazioni insistenti (anche via cellulare e persino in piena notte!). Una insopportabile violazione, insomma, del diritto a piangere in privato un dolore così grande, mentre, purtroppo, non veniva comunicata alcuna vera notizia: nessuno sapeva come e perché Jonatan fosse morto; nessuno conosceva le condizioni del suo corpo, sottratto alla vista dei genitori; la bara sarebbe arrivata già chiusa, essendo da escludere che non contenesse il corpo di Jonatan… Eppure era andata proprio così: era avvenuto che il loro Jonatan Feldmann fosse stato confuso con uno sconosciuto soldato che si chiamava come lui!  Dopo tanto strazio sembrava tornata un po’ di serenità, ma Michael Feldmann, che era un affermato architetto, con conoscenze molto importanti anche fra gli ufficiali dell’esercito, non avrebbe dimenticato, né perdonato tanta leggerezza: aveva chiesto e ottenuto che, a risarcimento dell’intera famiglia, il figlio tornasse subito a casa. Non restava che attenderlo per festeggiarlo nel generale sollievo, sempre più simile all’euforia,  imbarazzante, data l’uccisione reale di un ragazzo, funesto presagio che lascia la propria impronta sull’intero film.

ATTO SECONDO

Dall’interno borghese, al paesaggio arido e sterminato del deserto in cui un surreale check point è lo sfondo di altre situazioni grottesche: quattro ragazzi, fra i quali Jonatan, sono impegnati in attesa di… “Godot”, armati fino ai denti, mentre scorrono i giorni, uno dopo l’altro e nulla accade di rilevante: rari gli automobilisti di passaggio e, per di più, sempre i soliti, a cui vengono richiesti i documenti in un rito umiliante e ripetitivo, ridicolo tanto quanto drammaticamente ottuso. A intervalli più regolari arriva un dromedario, a cui immediatamente si aprono le sbarre, pronte a rialzarsi al suo ritorno. In questa situazione ai giovani soldati non resta che vincere la noia, presenza costante, dentro quel parallelepipedo di lamiera, che sta visibilmente sprofondando nelle sabbie del deserto.  Jonatan Feldmann, per far passare il tempo, si dedica al foxtrot, la danza che dà il titolo al film, quella che gli sembra descrivere meglio la loro condizione di uomini forzati a tornare al punto di partenza dopo aver tentato qualche passo per uscirne. Essendo anche un bravo disegnatore Jonatan sta ricostruendo a fumetti un po’ di storia della sua famiglia, su un album che scorre rapidamente dinanzi ai nostri occhi e che ci dice qualche cosa di più degli avi e di Michael Feldmann. La tragedia vera è in agguato: una lattina vuota di birra, scivolata dal grembo di una ragazza che rientava a casa con gli amici, dopo la festa di un sabato sera, aveva innescato la reazione di paura, e la successiva sparatoria; tragico errore di cui, in tutta fretta, sarebbero scomparse anche le tracce più minute.

ATTO TERZO
Ancora all’interno di un appartamento borghese, che non è quello del primo atto, però, siedono e discutono intorno alla torta, preparata per il compleanno della figlia, Michael e Daphna, che si sono separati. Ora lei vive lì; Jonatan non c’è, ma se ne piange l’assenza in un gioco al massacro crudele di recriminazioni e rinfacci, rimpallandosi le responsabilità del fallimento comune: di Michael, di Daphna e, in fondo, dell’intera generazione che, dopo le speranze del ’68, aveva accettato senza protestare le scelte politiche che stavano portando Israele sulla pericolosissima china dello stato di guerra continuo, da cui ora era difficile uscire, ma in cui era altrettanto pericoloso rimanere: il foxtrot aveva fatto il suo tempo e nuove danze si stavano imponendo; nuovi erano i danzatori che si stavano affacciando al mondo con le loro tradizioni e i loro valori, e che difficilmente avrebbero sopportato le dure condizioni della “pax israeliana”. Parlarsi, discutere, comprendersi: la coppia di Michael e di Daphna, dopo la rovinosa separazione, avrebbe potuto, ricomponendosi nella reciproca comprensione, indicare la via d’uscita per tutti.

Con le sterzate improvvise che ci spiazzano fin dall’inizio del film, torna il cinema dell’israeliano Samuel Maoz, dopo otto anni di assenza dallo schermo: aveva vinto nel 2010 il Leone d’oro a Venezia con Lebanon, film che ritengo nettamente inferiore a questo, molto più discutibile, sbilanciato com’era dalla parte dei sionisti. Più problematico mi è sembrato questo secondo, dal quale emerge, con improvvise e forti illuminazioni, una visione critica del presente, dal quale deve essere possibile venir fuori, riconoscendo l’umanità e perciò stesso la sofferenza del “nemico”. In assenza di ciò, diventerebbe inesorabile lo sfilacciarsi dell’antica solidarietà che aveva spinto gli ebrei della diaspora, alla fine dell’800, a rifondare il loro stato. Pur in una dimensione tutta ebraica della rappresentazione, che ha la sua splendida metafora nel dromedario, figura del destino inesorabilmente segnato per gli uomini (come si comprenderà alla fine del film), le ragioni del dialogo e della pace dovranno prevalere. Originale e molto interessante la forma narrativa, spiazzante per il brusco interrompersi improvviso; per le belle e significative metafore che continuamente balzano davanti ai nostri occhi, rappresentative nella loro frammentaria e talvolta contraddittoria evidenza, della condizione di inquietudine dei giovani, disillusi e privi di valori fermi sui quali fondare la propria esistenza.

Leone d’argento a Venezia lo scorso settembre.
Da vedere sicuramente.

Maria Maddalena

recensione del film:
MARIA MADDALENA

Titolo originale:
Mary Magdalene

Regia:
Garth Davis.

Principali interpreti:
Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiwetel Ejiofor, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Tawfeek Barhom, Uri Gavriel, Zohar Shtrauss, Hadas Yaron, Tsahi Halevi, Michael Moshonov, Ariane Labed, Sarah-Sofie Boussnina, Ryan Corr, Lubna Azabal, Lior Raz – 120 min. – Gran Bretagna 2018.

Ambientato nella Palestina del I secolo, più precisamente nel 33, anno a cui si fa risalire la crocifissione di Cristo, il film ci racconta la storia di Maria (Rooney Mara), figlia ribelle di una altolocata famiglia ebrea di Magdala che l’aveva destinata al matrimonio contro la sua volontà. La giovane, che per questa ragione era fuggita dalla propria casa, era entrata a far parte dei discepoli di un predicatore, Gesù di Nazareth (Joaquin Phoenix), che con loro, che lo chiamavano Rabbi (Maestro della legge), attraversava terre, deserti e villaggi, con l’obiettivo di raggiungere il tempio di Gerusalemme nella settimana della celebrazione della Pasqua ebraica.
La folla dei seguaci, uomini e donne, si infittiva durante il viaggio, grazie alla semplicità suggestiva di quella predicazione, alla fiducia suscitata da quel messaggio d’amore e di pace e alle guarigioni miracolose con le quali Gesù accompagnava le  parole, conforto e incoraggiamento per le popolazioni di ebrei  smarriti e incerti, dopo che i governatori romani avevano cominciato a perseguitarli per la loro fede monoteistica, creando paure e divisioni.
Maddalena, che era stata la prima donna a seguire il Maestro, aveva la comprensione e il rispetto di tutti, ma soprattutto era prediletta da lui, poiché meglio di altri ne aveva colto l’importanza profetica rivoluzionaria, capace di mutare il cuore degli uomini mitigandone la rabbia e il desiderio di vendetta e di guerra.
Il film, che si vede con piacere, essendo narrato in modo molto asciutto e teso ed essendo (soprattutto) privo di quella retorica compunta a cui l’argomento religioso potrebbe prestarsi, è ricco di altri pregi. Fra questi va ricordata in primo luogo l’ottima prova dei due principali attori, sempre molto controllati e pacati nell’espressione e nell’accettazione del dolore. Molto apprezzabile, poi, il ritratto di Maria Maddalena, donna cosciente di sé, ben decisa a difendere, con dolce fermezza, il messaggio cristiano di cui era diventata convinta mediatrice, nella certezza della sua necessità, così come è molto interessante la rappresentazione degli apostoli, umanissimi nelle incertezze, nelle fragilità e nelle paure; non sempre pronti a cambiare il loro sentire, ancora troppo turbato dai risentimenti, dai rancori o dai ricordi familiari che non avevano del tutto abbandonato per seguire il Maestro: questo (forse) potrebbe non essere accettabile sul piano della dottrina, ma li rende umanamente molto simili a noi, che li vediamo con simpatia fraterna. Bellissima, infine, la fotografia dei volti e del paesaggio, che è quello dell’Italia meridionale, continentale e siciliana, scelta come location dell’intero film.

Una Maddalena insolita, dunque, diversa dall’immagine della prostituta redenta da Gesù Cristo diffusa dalla tradizione cristiano-cattolica, consolidata dal papa Gregorio Magno, che nel calendario liturgico unificò nella sola persona di Santa Maria di Magdala tre presenze femminili del Nuovo Testamento.* Il cinema si era già ripetutamente occupato di lei, attraverso alcune opere famose fra le quali ricordo soltanto L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, che pur accogliendo, senza mettere in discussione, la decisione di papa Gregorio, aveva introdotto nella sua pellicola alcuni elementi eterodossi, in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, ciò che aveva destato violentissime proteste nel mondo cattolico più conservatore e guai infiniti a lui.
Il regista di questo film, invece, pare orientato a una ricostruzione basata sulla tradizione dei Vangeli Apocrifi, fra cui principalmente Il Vangelo di Filippo e il cosiddetto Vangelo di Maria, giunti a noi attraverso frammenti molto lacunosi, che, come i quattro Vangeli canonici, sono principalmente mirati all’interpretazione del messaggio cristiano, piuttosto che alla narrazione storica della vita di Gesù e testimoniano perciò soprattutto le divisioni interne al mondo cristiano dei primi secoli, cui posero fine, come sappiamo, le decisioni dell’imperatore Costantino al termine del concilio di Nicea (325).

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* Maria di Magdala, Maria di Betania e la Peccatrice senza nome che si era lasciata convincere dalla forza delle parole di Gesù. Da allora Maddalena, ufficialmente, era stata presentata come l’ex peccatrice che per essersi affidata al Cristo, e per averlo seguito fino ai piedi della Croce, era stata santificata.

 

 

Quello che non so di lei

recensione del film:
QUELLO CHE NON SO DI LEI

Titolo originale:
Based On a True Story

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Damien Bonnard, Dominique Pinon – 110 min. – Francia, Belgio, Polonia 2017.

Delphine Dayrieux era l’autrice di un romanzo di grande successo, Vienne la nuit, che aveva incontrato i suoi lettori per gli autografi con dedica personalizzata, finendo travolta dal fanatismo dilagante nella folla che sgomitava per avvicinarsi a lei, per vederla, per parlarle, per raccontarsi. La stanchezza per la serata in suo onore, però, si aggiungeva alla spossatezza che, dopo la scrittura di quell’opera, ne aveva prosciugato ogni energia creativa. Aveva perciò chiuso, con un po’ d’anticipo, l’incontro col pubblico, escludendo involontariamente, con suo dispiacere, una donna giovane e affascinante per la singolarità della sua bellezza, che ne aveva accettato la decisione con rincrescimento dignitoso, sedendo in disparte nei locali della libreria che aveva promosso l’evento.

Così Polanski, senza molti preamboli, ci introduce in medias res, presentandoci le due attrici protagoniste di quest’ultima sua fatica: Emmanuelle Seigner (che è anche sua moglie), qui nella parte della scrittrice Delphine ed Eva Green, ovvero Elle, la deuteragonista-antagonista, l’ammiratrice alla quale Delphine aveva negato in un primo tempo l’autografo e l’ascolto. Delphine, però, poco più tardi, aveva firmato anche la copia nelle sue mani e aveva ascoltato le sue confidenze, poiché Elle non era un’ ingenua e sprovveduta fan, ma una scrittrice a sua volta, una “ghostwriter”, ovvero una scrittrice-fantasma che si guadagnava da vivere pubblicando, per conto di altri, storie vere o apparentemente vere, dietro le quali era costretta a nascondersi, rimanendo ignota. Fra le due donne era nata un’amicizia strana, asimmetricamente connotata: da una parte l’ingenua Delphine, che viveva sola, nonostante un marito, un giornalista televisivo molto noto fra gli intellettuali, sempre all’inseguimento, in tutto il mondo, dei più grandi scrittori del nostro tempo per intervistarli; dall’altra parte Elle, giovane donna, con un passato costellato di lutti e di disgrazie, che Delphine avrebbe generosamente accolto nella propria grande casa in un momento di difficoltà. Dopo le prime confidenze e l’amicizia iniziale, si paleseranno ai nostri occhi le perfide intenzioni di Elle, il tentativo di amareggiare la gioia dell’amica per il successo del suo romanzo mettendone in discussione la verità e sminuendone il valore letterario connotato, secondo lei, da profonda insincerità; allo stesso modo diventerà sempre più evidente la sua perversa volontà di farla soffrire e, quasi spinta dall’invidia, di impadronirsi della sua mente per coglierne i segreti nascosti e indurla a scrivere una storia vera e scomoda, quella che finora Delphine aveva tenuto solo per sé.
In questa vicenda di potere e di follia (che ovviamente non racconterò), ottimamente costruita e sviluppata, ritroviamo molto dei vecchi grandi film di Polanski, riconosciamo il riproporsi, per molti aspetti, di antichi schemi e situazioni, nonché la razionalità narrativa attentissima, indizio della volontà del regista di dominare ossessioni e paure attraverso la limpidezza della rappresentazione, sostenuta da una sceneggiatura impeccabile.

Un po’ di storia della sceneggiatura di questo film e qualche legittima(?) domanda.

Riappare nel film il tema inquietante dello scrittore che si muove nell’ombra, ma che deve necessariamente conoscere tutta la verità a proposito del suo committente, per decidere che cosa dire e che cosa tacere e talvolta addirittura come consigliarlo: era stato sviluppato nel penultimo film polanskiano (2010), L’uomo nell’ombra, il tema ambiguo dello scrittore “fantasma” investito di un compito difficilissimo pericoloso per lui e altrettanto rischioso per chi ne utilizza le competenze, che continuamente paventa di essere spossessato di se stesso. Per trattare ancora una volta di questo (l’argomento è comunque onnipresente anche in film meno espliciti ma non dissimili nell’insistere su un disturbo ossessivo che si impossessa della volontà dei personaggi), Polanski ha condiviso, si dice con qualche screzio, col regista Olivier Assayas la sceneggiatura di un romanzo di successo: D’apres un’histoire vraie, pubblicato nel 2015 dalla scrittrice Delphine de Vigan… ciò che sembra suggerire un ironico gioco di specchi col soggetto di questo film. Polanski ha utilizzato il lavoro di Assayas, grande narratore di presenze fantasmatiche nel recente Personal Shopper, nonché nel precedente Sils Maria in cui lo stesso tema si intrecciava con quello del rapporto fra realtà e finzione nella creazione artistica!  Singolari coincidenze, per la gioia di noi cinefili, che dopo aver visto un bel thriller teso e pauroso, ci avventuriamo con piacere nella ricerca dei significati chiari e di quelli nascosti, come se il gioco di specchi non dovesse finire mai! Grandissima prova di tutti gli attori, di Emmanuelle Seigner sopra ogni altra!
Da vedere.

Da vedere.

Il filo nascosto

recensione del film:
IL FILO NASCOSTO

Titolo originale:
Phantom Thread

Regia:
Paul Thomas Anderson

Principali interpreti:
Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Camilla Rutherford, Gina McKee – 130 min. – USA 2017.

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Premessa forse non inutile:

È Alma (Vicky Krieps), la protagonista del film, a raccontare nella prima scena, a un amico medico, il suo rapporto difficile con Reynold Woodcoock (Daniel Day-Lewis), l’uomo che era diventato suo marito dopo che un loro casuale incontro aveva cambiato la vita di entrambi.
Questo implica due conseguenze: la prima è che tutti i fatti di cui veniamo a conoscenza sono ricostruiti solo attraverso le parole di lei, della cui attendibilità tocca a noi decidere; la seconda è che le ultime scene del film non ci dicono nulla circa il seguito della loro storia, che rimane aperta alle nostre interpretazioni.

Reynolds, Cyril e la Maison 

Nella Londra del secondo dopoguerra (anni ’50) l’atelier di Reynolds Woodcock vestiva le donne della casa reale inglese, nonché molte signore della più alta nobiltà europea: alla creazione degli abiti-capolavoro, esclusivi per l’inventiva e per il sontuoso pregio dei tessuti, si dedicava, con tutto se stesso Reynolds, che personalmente li disegnava e della cui perfetta realizzazione si faceva completamente carico, curandone anche i più piccoli particolari e intervenendo durante le prove, quando conferiva loro l’inconfondibile impronta della suo gusto infallibile.
La Maison che portava il suo nome era diretta in modo deciso e inflessibile da sua sorella Cyril (Lesley Manville), che, profondamente comprendendolo, sapeva come liberarlo dai problemi che avrebbero potuto limitarne la creatività: era lei la segretaria che organizzava  e controllava gli orari di lavoro dello staff, o che gli fissava appuntamenti e impegni; era lei che si occupava della cucina, dei cuochi, del cibo, nonché del lindore e del decoro discreto delle molte stanze della casa. Era sempre lei, infine, ad accogliere e a congedare, con poche parole e senza spiegazioni, le signore che avevano occupato per breve tempo il cuore (forse) arido di lui, divorato dalla passione creativa, alla quale egli sacrificava ogni piacere e ogni affetto, in una sorta di ascetico slancio, alla ricerca della perfezione e della bellezza assoluta. La sua passione crudele lo stava allontanando dalla vita e gli procurava ora una stanchezza triste, da cui, per una volta, seguendo il suggerimento di Cyril, egli si sarebbe sottratto durante il tempo breve di un weekend.

Alma

Reynolds, dunque, aveva vissuto quel fine settimana fra le brume del paesaggio attorno a Londra, nell’antica casa di campagna, con le fotografie di famiglia e con i numerosi ricordi di sua madre, morta troppo presto: la sola donna che egli avesse molto amato,  quella che lo aveva iniziato ai segreti della sartoria e che gliene aveva trasmesso la passione. Nei pressi della casa era il locale in cui, insolitamente sereno, Reynolds avrebbe ordinato il suo breakfast, sotto l’urgenza di una fame inusitata, sconosciuta da tempo, ciò che aveva colpito la cameriera, pronta ad accontentarlo e anche ad accettarne la corte nonché l’invito a cena per la sera stessa. Si chiamava Alma ed era una bella e giovane creatura che, un po’ intimidita, era riuscita a strappare, finalmente, a quel volto scavato e triste, il sorriso e uno sguardo speciale, annuncio dell’amore nascente e  segnale, anche nel successivo svolgersi del film, dei momenti belli di un rapporto sempre più difficile, quasi una… storia d’amore e di tenebra spiazzante e sorprendente.
All’origine del conflitto era l’impossibilità per entrambi di rinunciare a se stessi: la cenerentola, che aveva incontrato e sposato il suo principe azzurro, ora presentava il conto delle rinunce e delle umiliazioni che non le erano state risparmiate, trasformando il suo amore in una sfida crudele per imporre a lui la propria visione del mondo.
L’arte era stata per lui la malattia ossessiva necessaria per ritrovare, senza soluzione di continuità, il filo segreto, cucito negli abiti meravigliosi, che lo legava alle proprie origini, alla memoria della madre venerata, fantasma grazie al quale l’intera sua vita si colorava di senso.
Non esisteva, al contrario, alcuna memoria positiva per lei, il cui passato le ricordava la propria marginalità irrilevante, le insofferenze mortificanti della propria vitalità poco tollerata e spesso compressa. Per Alma, dunque, il senso della vita si esauriva nei piaceri del momento, nella “normalità” quotidiana, in una continuità che poteva trovare un senso solo nel suo naturale perpetuarsi. Si faceva strada nella sua mente un delirante e perverso progetto di dominio (quasi una volontà di potenza), al fine di rendere il marito inerme, indifeso e pronto ad  abbandonarsi completamente nelle sue mani. Il finale del film, che come ho detto non è quello della loro storia, ci presenta alcune immagini allusive della capitolazione umana di lui, che sembrano prefigurare il loro futuro possibile secondo le speranze di lei, che sadicamente lo aveva indotto ad accettare, con piena consapevolezza, la sofferenza e il sacrificio di sé. Quelle immagini ci parlano anche della solitaria inattualità della sua arte, sopravvissuta ma senza prospettive, in un mondo che cominciava a sostituire alle immortali creazioni dell’artista prodotti di consumo privi di ogni pregio e di ogni bellezza.

Il film*

La visione dei film di P.T.Anderson mi lascia ogni volta una sensazione mista di ammirazione e di sgomento inquieto. All’ammirazione sono indotta dall’eccezionale qualità di ogni sua opera, dalla perfezione tecnica, dalla quasi amorosa attenzione a ogni particolare, dalla naturalezza fluida della narrazione che non ci lascia cogliere il dilatarsi del tempo, che scorre molto velocemente. I suoi racconti, inoltre, sfuggono a qualsiasi tentativo di frettolosa interpretazione, ci spiazzano, ci interrogano, ci inquietano, sollecitano la nostra riflessione, ciò che costituisce, secondo me, uno degli aspetti più affascinanti del suo cinema. Il regista è sempre presente, ma è abilissimo nel non comparire: suggerisce i possibili collegamenti, soprattutto evocando atmosfere, molte delle quali ci riportano ai grandi registi del passato, mai citati esplicitamente: c’è un po’ di Hitchcock in Cyril, ma il thriller è ancora lontano e ci suggerirà un inaspettato collegamento: Siegel e il suo Soldato Jonhatan; c’è un po’ di Shining nei lunghi corridoi, ma Kubrick sarà invece indirettamente ricordato con la musica di Schubert, quella del Piano Trio op. 100 che, col secondo movimento, accompagna la resistibile ascesa di Barry Lyndon, il piccolo arrivista che forse rassomiglia ad Alma, o forse no… Certo è impressionante e stupefacente l’attacco schubertiano al primo arrivo di Alma nella Maison…

Da vedere, da rivedere e da meditare. Un film capolavoro, anche senza gli Oscar: peggio per l’Academy se, ancora una volta, non saprà distinguere il grano dal loglio.

Non ho parlato degli attori, interpreti davvero tutti eccezionali: spero che Daniel Day Lewis non mantenga la parola e che non ci abbandoni.

Avverto che la visione in lingua originale ci aiuta a liberarci dal birignao del fastidioso doppiatore che trasforma Reynold Woodcoock in un insopportabile snob.

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*Il film è ispirato liberamente alla figura di C. Balenciaga da tempo al centro della curiosità di P.T. Anderson.Sull’ispirazione del film e sulle ricerche d’archivio condotte per la sua realizzazione, può essere utile e interessante questo articolo del Corriere della Sera che contiene, una bella intervista a Daniel Day Lewis, l’eccezionale interprete del personaggio di Reynolds

 

Bande à part

recensione del film .
BANDE À PART

Regia:
Jean-Luc Godard

Principali interpreti:
Anna Karina, Claude Brasseur, Sami Frey, Louisa Colpeyn, Chantal Darget – 95 min. – Francia 1964.

È arrivato finalmente anche in Italia questo Godard del 1964, nell’edizione restaurata e proposta da Movies Inspired. Forse diventerà un DVD, accessibile agli appassionati che non saranno riusciti a vederlo: per ora la sua presenza nelle sale è alquanto limitata, ma ove possibile, la sua visione è raccomandabile per l’eccezionale qualità delle riprese e anche perché alcune scene avrebbero ispirato nei decenni successivi molto cinema, da Bertolucci  a Tarantino: un film minore (davvero?) che avrebbe lasciato un segno nella storia del cinema.

Rinunciando al colore e riducendo al minimo i costi grazie all’estrema semplicità della messa in scena e alla partecipazione di Anna Karina, sua moglie, protagonista col nome di Odile, Godard aveva tentato di rifarsi delle spese ingenti sostenute l’anno prima (1963) per Le Mépris (Il Disprezzo), costato una fortuna*.
Siamo a Parigi, lungo la tangenziale che porta, costeggiando la Senna, alla prima periferia, grigia e squallida, ma molto autentica, con i suoi bar, gli edifici scrostati e privi di decoro, la varia umanità che la percorre in auto o in bicicletta.

Sono senza arte né parte Franz (Samy Frey), belloccio e disincantato e Arthur (Claude Brasseur), “intellettuale” che si presenta come Arthur Rimbaud e ruba i libri, ovvero i due amici che, a bordo di una vecchia Simca cabriolet, si preparano a realizzare il colpo grosso che hanno in mente, l’occasione di sistemarsi, senza rischi, per il resto della vita, senza dover lavorare, pronti a salpare, dopo, per altri lidi al di là dell’Oceano, fuori dal raggio d’azione della polizia francese.
Piccoli balordi, diversi nell’aspetto e nel carattere, i due, insieme a  Odile (la ragazzina che aveva seguito con Franz le lezioni della scuola d’inglese e che ora sembra attratta da Arthur), si accingono a entrare nella villa di una ricca signora, per mettere le mani su un ingente malloppo, neppure troppo nascosto,  della cui esistenza lei aveva imprudentemente parlato con Franz e che ora li avrebbe seguiti nella realizzazione del goffo e rischioso  progetto criminale, che involontariamente era stata lei a ispirare.
Dico subito che non vedremo un gangster movie, all’americana, perché a Godard interessa poco cogliere gli sviluppi di quel proposito: gli preme, invece, rappresentarlo direttamente nel suo divenire, a confronto con gli imprevisti del caso, fra le mille perplessità di Odile, le discussioni e i piccoli litigi dentro e fuori quell’auto, gli incontri fortuiti lungo la strada, le occasioni per ballare e per divertirsi tutti e tre, dimenticando per un po’ le ragioni del viaggio e i presentimenti cupi che continuano a turbare soprattutto la ragazza e in qualche misura anche Arthur, uomo cupo e pessimista, lontano dal cinismo razionale e incosciente di Franz.

Scorre davanti ai nostri occhi, in presa diretta, la realtà parigina dell’epoca, e anche quella, molto universale, dei tre giovani, un po’ scombinati e, come molti loro coetanei, pieni di sogni, di speranze; innamorati non sempre sul serio. La voce del regista, fuori campo, sembra invitarci a  considerare il non detto delle immagini  ricordandoci, con molta ironia (e soprattutto senza giudizi morali) la finzione della narrazione cinematografica.
Alcune scene si imprimono nella nostra memoria e non l’abbandonano: quella del ballo a tre (che cita Truffaut in modo del tutto originale):

quella della fuga attraverso il Louvre

che Bertolucci avrebbe rifatto a colori, quasi identica nel suo The Dreamer; quella delle alterne esitazioni di Odile dentro il bar, luogo in cui un minuto di silenzio sospende magicamente il fluire delle immagini, ma non la nostra attenzione.

Film affascinante veloce e coinvolgente, pieno di svolte e di sorprese: tutti gli appassionati di cinema dovrebbero conoscerlo.
———————-

* per gli attori famosi che erano stati ingaggiati, per la presenza di Fritz Lang e delle numerose comparse utilizzate nel suo film dentro al film; per le spese esorbitanti della location di Villa Malaparte a Capri.

 

C’est la vie – Prendila come viene

 

recensione del film:
C’EST LA VIE-PRENDILA COME VIENE

Titolo originale:
Le sens de la fête

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara, Suzanne Clément, Alban Ivanov, Kévin Azaïs, Judith Chemla, Yves Heck, Hélène Vincent, Jackee Toto – 117 min. – Francia 2017

Una lezione di stile e di gusto dai nostri cugini francesi, con questo film leggero, divertente, mai volgare, candidato a una decina di premi César, il prestigioso “Oscar” d’oltralpe. Una bella commedia, che a poco a poco diventa la metafora dei conflitti e delle tensioni presenti nella società, difficili, ma non impossibili da comporre e da governare. Come i film precedenti dei due registi (e sceneggiatori), Quasi amici e Samba, anche questo è una commedia, ma a differenza di quelli, appare più compatto e convincente, forse anche per l’eccezionale qualità delle performance attoriali, particolarmente di quella di  Jean-Pierre Bacri, grandissimo e umanissimo nel personaggio di Max Angely, che sembra quasi guidare l’intero cast verso l’equilibrio interpretativo  necessario a evitare che una commedia acuta e divertente si trasformi in una farsa sopra le righe, triviale e insopportabile. Qualsiasi riferimento a certi troppo osannati cineasti di casa nostra non è affatto casuale: hanno davvero molto da imparare da questo film.
Ricco di riferimenti cinefili* dai film di (e con) Agnès Jaouy (da Il gusto degli altri, mi era sembrata addirittura tratta interamente la prima scena, ma mi ero probabilmente ingannata), alle pellicole più famose sul tema delle feste e delle difficoltà della loro perfetta riuscita: sopra ogni altra Hollywood Party (1968).
La vicenda è quella della difficile organizzazione di una festa di matrimonio, per la realizzazione della quale era stato firmato un contratto fra il futuro sposo e Max Angely (Bacri), un “Wedding Planner” assai esperto, ma costretto a ricorrere, per contenere i costi, a uno staff composto da conoscenti, disoccupati, spesso frustrati per la loro condizione di lavoratori eternamente irregolari e non sempre molto educati nei modi e nel linguaggio.
In questo caso, purtroppo, le pretese del committente erano molto alte: castello seicentesco come sfondo; il suo giardino come luogo del banchetto; i camerieri in polpe e parrucche d’epoca; i piatti raffinati; un’orchestra con repertorio classico; un fotografo di prim’ordine; un bianco aerostato, manovrato a terra, sul quale, dopo il discorso, lo sposo si sarebbe librato nei cieli notturni dell’Ile de France. Un’apoteosi autocelebrativa, insomma, più volte sul punto di diventare una catastrofe per i numerosi incidenti di percorso, sempre a fatica contenuti e rintuzzati dall’ottimo e paziente Max, vero eroe della serata, schivo nella sua modestia, ma dotato di alto senso di responsabiltà in vista di raggiungere l’obiettivo della perfetta riuscita, nonché del carisma sufficiente a non farsi sfuggire di mano la situazione sempre più aggrovigliata e complessa.

Il film procede velocemente con un sostenuto e vivacissimo ritmo narrativo, pieno di sorprese e di svolte imprevedibili, offrendoci uno spettacolo molto bello anche dal punto di vista visivo, senza scivolare nella faciloneria degli effetti comici a buon mercato. Proprio per rispettare  questa sua comicità lieve, ho voluto riprodurre, su questa mia pagina, la locandina e il trailer originale. C’est la vie è un titolo grottesco per un film in cui la casualità è per quanto possibile controllata dalla volontà e dallo spirito collaborativo di tutti, proprio per evitare di “prendere come viene ” la vita.

* non manca, in verità, un riferimento teatrale a Beaumarchais e al suo Le Mariage de Figaro.

Da vedere.

Il Post

recensione del film:
IL POST

Titolo originale:
The Post

Regia:
Steven Spielberg

Principali interpreti:
Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys – 118 min. – USA 2017

Anche questo film è candidato all’Oscar, e ha alte probabilità di portarselo a casa, non tanto per le sue qualità (che pure ci sono), quanto per il tema che affronta, molto caro all’opinione pubblica liberal e politically correct degli USA e dell’Academy. In questa ultima fatica di Steven Spielberg si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e  manipolazioni per circa trent’anni (dal 1943!) si fosse celato all’opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam).
Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhower) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l’incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane (“escalation”) destinate dai loro governi all’infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana.

Dopo una rapida ricostruzione degli antefatti del racconto, Steven Spielberg, con la consumata esperienza che tutti gli riconosciamo, entra nel vivo dell’argomento del film inserendo nel quadro generale di quegli anni la crisi di una testata giornalistica a diffusione locale, a quel tempo: il Washington Post. Il quotidiano era di proprietà della famiglia Mayer, la cui ultima erede, Katherine (Meryl Streep), aveva deciso, fra mille esitazioni, di salvarlo dal fallimento più che probabile, quotandolo in borsa. Si rendeva necessario, ora, un ottimo avvio, tale da rilanciarne le vendite, per le quali sarebbero tornate utili, forse, le migliaia di pagine secretate del Pentagono che un ex addetto ai servizi era riuscito a far arrivare al direttore del “Post”, Ben Bradlee (Tom Hanks), sorvolando sul velocissimo stop decretato dal tribunale federale al giornale concorrente, il N.Y.Times, che prontamente era ricorso alla Suprema Corte.
Non era facile decidere il da farsi, in primo luogo per la difficoltà dei tempi stretti per riordinare quelle pagine giunte alla rinfusa (per rendere meno facili i controlli) e successivamente affidarle ai tipografi per la composizione, quindi alle rotative e ai distributori, in vista dell’uscita del giornale; in secondo luogo perché si aggiungeva il rischio, molto concreto, che le banche, che avevano appoggiato la quotazione in borsa del Post, ora ritirassero i capitali lasciando Katherine, ovvero la proprietà, nei guai.

Spielberg affronta con grande cura questi due critici aspetti della questione, soffermandosi (è tra le cose migliori del film) sulla mobilitazione collettiva, contro il tempo, dei giornalisti e dei dipendenti del Post, ognuno dei quali, nella casa di Ben, offriva la propria collaborazione al lavoro di squadra, permettendo l’uscita dell’articolo in tempo utile, mentre la moglie di Ben e la sua bimba si davano da fare per assicurare a quegli ingombranti ospiti il necessario per dissetarli e per nutrirli: pagine assai belle in cui si coglie davvero la straordinaria capacità del regista di riportare le imprese, per quanto eroiche e disperate, alla semplicità della vita quotidiana, quella delle persone comuni, senza la cui partecipazione affettuosa nessuna impresa “eroica” avrebbe significato.

Allo stesso modo, il regista permette di ricordare che Katherine non era solo la donna perfetta nell’organizzare feste e ricevimenti dalle parti della Casa Bianca: aveva compreso (sia pure con quell’ansia e quei patemi d’animo che la responsabilità, come proprietaria del quotidiano, le  faceva avvertire con profonda sofferenza), che era troppo importante in quel gravissimo momento non tirarsi indietro, nell’interesse di tutto il paese, nonostante la rabbia di Nixon e nonostante i suoi ultimi colpi di coda , prima di essere travolto dallo scandalo del Watergate (1972), di cui nel finale del film si colgono le prime avvisaglie. Il ricorso alla Suprema Corte, avrebbe suggellato, con una esemplare sentenza nel pieno rispetto della lettera costituzionale, l’intangibilità della libera stampa e l’illegalità di ogni divieto di pubblicare i Pentagon Papers.

Il film, scritto in tutta fretta, subito dopo l’elezione di Trump, che ne è l’obiettivo polemico, pur con i suoi meriti democratici e con la pulizia di una narrazione molto classica, degna del regista, non raggiunge, a mio modestissimo avviso, l’eccellenza dell’antico Tutti gli uomini del Presidente, il bellissimo film di  Alan J. Pakula, che nel 1976 aveva raccontato, guadagnandosi l’Oscar, il Watergate,  e che aveva appena accennato alla vicenda del Post, che si colloca, infatti, nel tempo appena precedente lo scandalo.

Dire che Meryl Streep è brava,  così come il suo collega Tom Hanks, sembrerebbe superfluo, così come sembra ovvio consigliare la visione del film, che ha da insegnare molto anche oggi, a chi ha a cuore la democrazia, fermo restando che l’utilità di questo lavoro non lo colloca automaticamente fra le cose migliori di questo grande regista.