Palindromes


recensione del film:
PALINDROMES

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Stephen Adly Guirgis, Richard Masur, Debra Monk Drammatico, durata 100 min. – USA 2004.

In un momento particolarmente avaro di buoni film, per fortuna alcune sale della mia città ripropongono qualche bella pellicola magari non proprio recentissima.

Questa di Todd Solondz del 2004, non era mai arrivata in Italia (se non direttamente su DVD in lingua originale con sottotitoli), ciò che ovviamente ne aveva limitato la diffusione. Ieri, però, il cinema Massimo – Museo del cinema di Torino, per la gioia dei cinefili, l’ha presentata come si conviene, ovvero su grande schermo, con i sottotitoli in italiano, quasi a completare la visione di altri bei film, proiettati negli ultimi mesi, che, visti nel loro complesso, aiutano a comprendere la mentalità americana. Sembra esistere, infatti, un modo di pensare che percorre tutta la storia degli Stati Uniti fin dalle loro più lontane origini, di cui sono individuabili le tracce e le componenti culturali, anche grazie al cinema, oltre che alla letteratura e alle altre arti.
In questo sostanziale permanere nel tempo di una immutabile Weltanschauung è anche la spiegazione del curioso titolo di questo film: Palindromes, allusivo della particolarità che hanno certi nomi (o frasi) di rimanere identici, indipendentemente dal modo della lettura, da sinistra o da destra. Se si considera questo aspetto, del resto più volte esplicitato nel corso del film, allora dobbiamo pensare che il film altro non sia che una gigantesca metafora della storia della mentalità americana, immutata dai primi decenni del 1600, quando a bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, approdando a Cape Cod, portavano con sé la fiducia di veder sorgere nel nuovo mondo quel perfetto ordine sociale e morale, ispirato da Dio, ormai impossibile da realizzare nella terra d’origine.
Era nato con questo indelebile imprinting, dunque, lo stato “perfetto”, guidato da uomini che, per seguire la parola di Dio, avevano individuato, di volta in volta, i nemici del Bene, da espungere senza pietà, come accade nel film, in cui la protagonista, Aviva (il palindromo!), porta con sé, nonostante i mutamenti dell’aspetto, evidenziati anche attraverso il cambiamento plurimo delle attrici che ne interpretano la storia in momenti diversi, la traccia indelebile di ossessioni che mai l’avrebbero abbandonata, in nome delle quali lei stessa sarebbe diventata spietata, sulla strada del Bene. Individuare il nemico (il Male) e perseguitarlo è infatti il compito che sente di dover realizzare Aviva, da quando abbandona la famiglia, a quando vi rientra dopo un viaggio che non ha mutato il suo modo di vedere il mondo, neppure quando è del tutto evidente che alle proprie aspirazioni non può corrispondere la realtà. Attraverso un percorso originale e molto disturbante il regista in questo suo lavoro del 2004 opera un vistoso capovolgimento dell’ottimismo presente in due capolavori del cinema americano del passato entrati nella leggenda (e recentemente riproposti dal Museo del cinema), ampiamente e sarcasticamente citati: La Morte corre sul fiume e Freaks. Accade perciò che alla favola bella dell’accoglienza disinteressata e ospitale di Rachel Cooper (La Morte corre sul fiume), che si prende cura dei bambini in fuga dall’orco, Solondz opponga l’ipocrita ospitalità di Miss Sunshine, nella cui casa trovano rifugio creature emarginate, reiette e deformi che vengono indottrinate secondo la manichea parola di un Dio di cui devono realizzare, con piena convinzione, gli ordini e i precetti, interpretati in esclusiva da lei e dal marito, in combutta con loschi individui. I poveri ospiti della casa sperduta di Miss Sunshine diventano in questo modo mostruosi esecutori di un progetto davvero diabolico finalizzato a eliminare i nemici (fino all’omicidio “giusto”) e a raccogliere denaro attraverso spettacoli televisivi da loro recitati, suonati, cantati e danzati (il richiamo a Freaks è evidentissimo), naturalmente per il “bene” di tutti.

Un breve cenno alla storia, senza troppo spoiler!
Aviva è un’adolescente che rivela, fin dalle prime scene, lo scopo a cui sente di dover dedicare la propria vita: diventare madre di tanti bei bambini, poiché di null’altro le importa. Sarebbe riuscita nell’intento, al suo primo tentativo, con un ragazzino nerd, figlio di amici di famiglia, se i suoi genitori, molto middle class-polticamente corretti, ma sostanzialmente violenti, non la costringessero ad abortire in una clinica di lusso in cui la poveretta sarebbe stata sottoposta a un’inopinata isterectomia. Sarà l’inizio per lei di una fuga, un lungo viaggio in cui, per realizzare il suo progetto, si imbatterà in una serie di personaggi poco raccomandabili, fino all’incontro con Miss Sunshine, fondamentalista cristiana-protestante, organizzatrice di spedizioni punitive contro i medici che praticano gli aborti, contro i pedofili e contro le prostitute, ovvero contro il Male finalmente individuato.

Magnifici gli attori di un film che non definirei cinico, come molti fanno, ma ironico in modo molto graffiante e cattivo, di un regista indipendente e poco noto, apprezzato in Europa, soprattutto nei Festival, ma male distribuito in Italia (che strano, eh!) che merita invece davvero di essere conosciuto. Questo suo lavoro si colloca fra altri suoi non dissimili fra i quali, il bellissimo Happiness (1998) e il magnifico Perdona e dimentica (2009), del quale QUI potete leggere una mia recensione di sette anni fa.

Il DVD di questo film (e anche quello degli altri due che ho citato) si trova in lingua originale e sottotitolato, anche sul mercato italiano.

Certain Women


recensione del film:
CERTAIN WOMEN

Regia:
Kelly Reichardt

Principali interpreti:
Michelle Williams, Laura Dern, Kristen Stewart, Jared Harris, James LeGros, Lily Gladstone, René Auberjonois, John Getz, Ashlie Atkinson, James Jordan, Matt McTighe, Edelen McWilliams, Sara Rodier, Gabriel Clark – 107 min. – USA

Il Montana costituisce lo sfondo paesaggistico molto ampio di questo bellissimo film: una sterminata pianura, ai piedi delle alte cime innevate quasi tutto l’anno, attraversata da una ferrovia su cui viaggiano i treni che trasportano le merci. Siamo nei pressi della città di Livingston, un tempo probabilmente più densamente abitata: i pionieri che l’avevano fondata, avevano creato anche la scuola, ora ridotta a un ammasso di pietre che giacciono, inutilizzate, nella proprietà di un vecchio solitario possidente (René Auberjonois). Finita, dunque, nella grande periferia dell’ agglomerato urbano, quell’antica scuola diventa quasi un segnale del progressivo impoverimento, anche culturale, di Livingston, di cui sono testimonianza, d’altra parte, gli edifici anonimi del suo centro ora a prevalente vocazione terziaria: i supermercati, i ristoranti, i locali alla moda, nei quali le sole tracce del passato sono ravvisabili nell’esibizione, venata di esotismo, di variopinti “pellirossa” per il divertimento facile dei residenti e dei turisti di passaggio.

La regista Kelly Reichardt, ispirandosi liberamente a tre storie della scrittrice Maile Meloy, ci racconta la vita di alcune donne; minime storie di donne dei nostri giorni, che a Livingston o nei suoi dintorni vivono o lavorano, arrabattandosi fra le mille difficoltà dovute alla crisi che sta travolgendo, insieme al Montana, anche il nostro mondo.
Le loro storie, anche se trattate separatamente, talvolta si sfiorano e sono, in ogni caso, unificate dal colore malinconico della fotografia, dalla coerenza stilistica del film, che è la struggente e sommessa narrazione delle loro solitudini dolorose, di cui è evidente metafora l’immagine ricorrente del vetro che riflette il paesaggio bellissimo e che separa drammaticamente gli abitanti, uomini e, soprattutto, donne. Laura, Gina, Elizabeth e Jamie, le eroine del film, sono tutte, infatti, per le ragioni più diverse, donne sole, intelligenti, poco stimate, poco ascoltate, poco amate.

Laura
ha il bel volto lynchano di Laura Dern ed è l’avvocato che aveva dovuto misurarsi col caso difficile di un cliente che, non essendosi lasciato consigliare da lei (in fondo era solo una donna), col proprio irresponsabile e avventato comportamento si era cacciato nei più seri guai. Era stata lei ad affrontarlo, sola  e disarmata, mandata a trattare con lui la resa e la liberazione di un ostaggio, mentre squadre di poliziotti, armati fino ai denti, aspettavano poco lontano la fine dell’operazione! Nessuno di loro aveva voluto correre il rischio. Né il ritorno a casa, dove l’attendeva l’unico suo vero affetto, il suo labrador fedele, sarebbe stata davvero la fine di quell’ incubo, poiché a quell’uomo sciocco ora era rimasta l’unica certezza della sua disponibilità ad ascoltarlo, periodicamente, nel parlatorio del carcere.

Gina
è la magnifica Michelle Williams, al suo terzo film con la regista, ed è forse il personaggio più drammatico. Non lavora, ed è perciò completamente assorbita dai suoi compiti di moglie e di madre a cui sacrifica la propria indipendenza. Il marito, oltre che fedifrago (è l’amante di Laura, con la quale condivide lo studio di avvocato), è un uomo inetto, incapace di assumere le proprie responsabilità di padre e di marito: preferisce assecondare i capricci della figlia adolescente, poco disposta ad ascoltare la madre, a cui tocca, dunque,  “far la parte della cattiva”, e a cui tocca anche trattare col vicino, l’acquisto di quella partita di pietre “storiche”dell’antica scuola, così da dare alla nuova casa dei loro progetti, radici nella storia e nella cultura di Livingston. La sua totale dipendenza dal ruolo di moglie e di madre non le impedisce però di sentire e soffrire il peso di una solitudine, senza rimedio né consolazione possibile.

Elizabeth e Jamie
Elizabeth, una “nervosa” e perfetta Kristen Stewart, è una giovane fresca di studi giuridici, ma non ha potuto terminare l’Università per la necessità di lavorare, a qualsiasi costo, dopo la morte del padre. Non volendo abbandonare del tutto i propri progetti, ha  accettato  di insegnare diritto, senza compenso, in un corso serale per adulti. Assiste casualmente alla lezione Jamie (interpretata da Lily Gladstone attrice straordinaria, arrivata al film direttamente da una riserva di nativi americani).  Jamie lavora tutto il santo giorno in un ranch, che sorge quasi ai piedi della catena montuosa, ma alla sera, talvolta, si concede una piccola pausa a Livingston. Aveva notato l’assembramento degli adulti davanti ai locali destinati alle lezioni serali ed era entrata anche lei, insieme a loro, ma si era sentita circondata da una diffidenza pesantissima, cosicché si era sistemata nell’ultimo banco: sempre duri a morire i pregiudizi dei bianchi! Eppure, alla fine della lezione, affascinata e incantata dai modi di Elizabeth, aveva trovato il coraggio di avvicinarsi e parlarle: avrebbe cenato con lei e da lei avrebbe saputo dei suoi studi interrotti e delle sue speranze di riprenderli. Per Jamie si era trattato di uscire, finalmente, dal proprio isolamento: le cene insieme a lei si sarebbero ripetute, ma per qualche settimana soltanto, perché Elizabeth era riuscita finalmente a laurearsi e a trovare un lavoro precario, ovviamente, nello studio legale del marito di Gina e di Laura. Una imprevista e bellissima sorpresa, però, avrebbe suggellato l’ultima cena in comune fra le due donne: come un antico palafreniere medioevale, Jaime avrebbe fatto salire sulla groppa di uno dei suoi meravigliosi cavalli Elizabeth, per riaccompagnarla, dopo la cena, all’auto che l’avrebbe riportata in città. Scena stupefacente e straordinaria, malinconico commiato fra due donne che avevano provato (o forse era solo Jamie?) a comunicare fra loro.

Film incredibilmente bello, che temo, non verrà visto da molti spettatori in Italia. Personalmente sono riuscita a vederlo al cinema Massimo di Torino (Museo del cinema), che lo ripeterà per pochi spettacoli ancora, in lingua originale sottotitolato. Che peccato! Possibile che questo film eccezionale, miglior film nel 2016 al BFI London Film Festival,non trovi un distributore coraggioso che lo diffonda nel nostro paese? Questa recensione vuole essere anche un invito, per quanto poco ascoltato, a considerarne l’opportunità.

La tenerezza



recensione del film:
LA TENEREZZA

Regia:
Gianni Amelio

Principali interpreti:
Renato Carpentieri, Elio Germano, Giovanna Mezzogiorno, Micaela Ramazzotti,Greta Scacchi, Arturo Muselli, Giuseppe Zeno, Maria Nazionale, Enzo Casertano – 103 min. – Italia 2017.

Gianni Amelio è tornato sul set  per raccontare una storia napoletana che, con molta libertà, si ispira al romanzo La tentazione di essere felici di Lorenzo Marone.
Lorenzo, un vecchio signore già famoso (o, meglio, famigerato, come egli stesso si definisce) avvocato civilista, ha passato la vita nelle aule del tribunale di Napoli, per difendere, assecondandone la volontà truffaldina, gli “interessi” dei clienti delle compagnie di assicurazione.
Aveva moglie e figli, ma li aveva abbandonati senza troppi scrupoli per vivere una storia con Assunta (Maria Nazionale), a sua volta improvvisamente abbandonata per fare ritorno a casa dopo molti anni. Adesso è vedovo ed è solo, perché i figli, Elena (Giovanna Mezzogiorno) e Saverio (Arturo Muselli) non gliel’avevano perdonata e, anche ora, da adulti, provano poco affetto per quel padre che si era eclissato senza più interessarsi di loro.
Lorenzo, all’inizio del racconto, aveva avuto un infarto ed era in ospedale alle prese con flebo e cateteri, ovvero con la triste routine terapeutica di quel luogo un po’ troppo costrittivo per il suo carattere bizzarro e anarcoide: se ne sarebbe liberato presto, strappando via rabbiosamente le lunghe cannule che imbrigliavano il suo corpo e se ne sarebbe tornato nella sua casa vuota, riprendendo a fumare compulsivamente.
Il rientro sarebbe stato pieno di sorprese: Fabio, ingenere del nord-est italiano (Elio Germano), si era sistemato con la moglie Michela (Micaela Ramazzotti) e i due figlioletti in un appartamento attiguo al suo. Siamo in un palazzo, bello e degradato, come il circostante centro storico napoletano che del suo nobile passato esibisce ancora qualche traccia. Con la famiglia di Fabio, quasi subito sarebbe nata una cordiale amicizia, cementata dalla dolcezza semplice di Michela e dall’attenzione affettuosa del vecchio Lorenzo per i due piccoli, con i quali egli era riuscito a stabilire un ricco dialogo, fatto di indulgente tenerezza. Quasi irriconoscibile, venuta meno l’impazienza e l’insofferenza del soggiorno in ospedale (e di tutta la vita), era diventato adesso il suo comportamento, che rivelava un’insolita disposizione dell’animo, come se una mitezza dolce, sconosciuta, stesse impadronendosi di lui, ora più incline a riflettere sul proprio passato, senza rinnegarlo, però, anzi, orgogliosamente rivendicandolo.
Un drammatico e inatteso fatto di sangue, coinvolgendo di lì a poco la famiglia dei suoi vicini, era sembrato concludere la stagione più felice dei suoi anni da vecchio. Probabilmente, tuttavia, avrebbe potuto ricuperare l’affetto di quei figli ai quali in passato si era negato, soprattutto di Elena, la più incline al perdono, madre del nipotino molto amato, grazie al quale, forse, Lorenzo avrebbe riannodato i legami con ciò che gli era rimasto della famiglia. Gli occorreva sciogliere la durezza orgogliosa del suo cuore e lasciare alla tenerezza mite e indifesa lo spazio necessario, finalmente! Non sarebbe stato facile, ma ci avrebbe provato!

Amelio ci racconta una storia interessante e ci presenta alcuni caratteri umani ben disegnati, il più convincente dei quali è certamente quello di Lorenzo, superbamente interpretato da un grande Renato Carpentieri, tanto più umanamente vero quanto più determinato nel difendere il proprio passato del quale non intendeva rendere conto, né ai figli, né all’antica amante, che inopinatamente aveva voluto rivedere. In questa spigolosa testardaggine, in questa pervicace ostinazione è riconoscibile la sua grande fragilità, non avendo il coraggio e la forza d’animo necessari per ammettere il proprio bisogno di tenerezza, ovvero per riconoscere i propri errori. Detto ciò, il film non è immune da difetti, il primo dei quali è l’affastellarsi di personaggi promettenti, ma non altrettanto umanamente indagati: quello della contraddittoria Elena e del fratello Saverio, ma soprattutto quello di Fabio, benissimo interpretato da Elio Germano, la cui depressione, la nevrosi che avrebbe fatto scaturire la tragedia, era meritevole di un’attenzione maggiore. Tutto il film è inoltre molto parlato, mentre gli gioverebbe una maggiore sobrietà, la sublime secchezza, che, ad esempio, aveva saputo usare, lavorando in sottrazione, il grande Kenneth Lonergan, in Manchester by the sea, alla quale ho pensato mentre scorrevano insieme alle immagini le troppe parole di questo film, che, va detto, però, in ogni caso, è notevole nel desolante e desolato panorama del nostro strampalato cinema. Eccellente, ma forse è superfluo dirlo, la fotografia di Luca Bigazzi, nel ritrarre una Napoli oscura e difficile, lontana dai cliché turistici del sole e del mare che luccica.

Personal Shopper


 

recensione del film:
PERSONAL SHOPPER

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Kristen Stewart, Lars Eidinger, Anders Danielsen Lie, Nora von Waldstätten, Sigrid Bouaziz, David Bowles – 105 min. – Francia 2016.

Maureen (Kristen Stewart) è una giovane americana che fa un lavoro insolito: è personal shopper (ovvero si occupa degli acquisti di lusso) per conto di Kyra, attrice famosa, che nel racconto compare così fugacemente, da non essere in alcun modo individuabile come volto del film.
Nel suo spostarsi fra le capitali europee del lusso e del prestigio, Londra e Parigi, Maureen porta con sé (come sempre accade quando si viaggia), i problemi che la turbano e sui quali non smette di interrogarsi. La sua breve vita era stata di recente sconvolta dalla perdita del proprio fratello gemello, Lewis, portato via da un’improvvisa crisi cardiaca, esito di una malformazione congenita presente anche in lei, né la medicina, le aveva spiegato granché di quella morte, così come non le aveva chiarito perché quel difetto al cuore, comune a entrambi, non avesse stroncato anche lei, ora alle prese con un lutto difficile, e con un senso di vuoto che era, soprattutto, un vuoto di identità.

Con quel suo fratello speciale, Maureen aveva condiviso una particolare e acuta sensibilità “medianica”, ovvero l’attitudine a cogliere segnali che sembravano provenire da un altrove, a cui nessuno dei due attribuiva carattere trascendente: erano visioni, presenze, rumori, quasi epifanie di una vita altra, fenomeni ignorati dalla scienza ufficiale, ma ben presenti forse anche ora, quando, durante i suoi viaggi,  la giovane cercava di individuare affannosamente le tracce di quella presenza che non poteva averla abbandonata. Forse i segnali erano quelli dell’ interlocutore misterioso della chat che la stava seguendo ovunque; o forse si trovavano in quella casa della periferia parigina infestata da fantasmi rumorosi e cattivi, o forse in quell’angosciosa e lieve epifania danzante di un ectoplasma che era apparso dietro le tende del suo albergo nel deserto di una città nordafricana. Forse, invece, queste presenze non erano altro che le proiezioni della sua mente che cercava di dare un senso agli elementi slegati della sua esperienza che non sembrava averne alcuno, o delle sue angosciose ricerche di segnali non equivoci che tardavano ad arrivare, poiché elaborare un lutto può richiedere molto tempo, mentre non è sufficiente appellarsi alla razionalità per superare le lacerazioni e il senso irreparabile di insicurezza e di vuoto che la morte improvvisa di una persona cara lascia a chi sopravvive.

Il regista affronta, con una singolare mescolanza dei generi cinematografici e anche delle tradizioni culturali europee e americane, il tema della perdita e del senso della vita, con una operazione non priva di rischi, il primo dei quali era quello di cadere nel ridicolo dell’esoterismo grossolano dei film di fantasmi. Non sempre, probabilmente, è bastato al regista il rigore della narrazione, pur presente e apprezzabile soprattutto nella prima parte del film, per evitarlo del tutto: certe immagini di materializzazione degli ectoplasmi, personalmente, mi sono sembrate ingenue e fastidiose.
Allo stesso modo non mi hanno convinta del tutto né l’evocazione “in costume” dell’esilio americano di Victor Hugo, né l’inserimento di trame cruente e delittuose in un film che contiene in sè sufficienti elementi di tensione per lo spettatore. Si è trattato, in ogni caso, di un esperimento registico interessante, che non ha meritato, secondo me, le denigrazioni di cui è stato fatto oggetto a Cannes lo scorso anno, che la giuria ha in parte compensato con l’attribuzione della Palma d’argento ad Assayas per la miglior regia. Ottima l’interpretazione di Kristen Stewart, grazie alla quale il personaggio di Maureen è risultato umanamente credibile nella sua tenera fragilità.

Mal di pietre


recensione del film:

MAL DI PIETRE

Titolo originale:
Mal de Pierres

Regia:
Nicole Garcia

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemühl, Brigitte Roüan, Victoire Du Bois, Aloïse Sauvage, Daniel Para, Sören Rochefort, Camilo Acosta Mendoza – 16 min. – Francia 2016.

Provenza – Anni ’50
Sullo sfondo suggestivo dell’abbazia di Sénanque e dei campi di lavanda che la circondano, aveva vissuto la propria adolescenza tormentata Gabrielle (Marion Cotillard). Ai mutamenti del corpo e alla tempesta ormonale conseguente, la giovane aveva reagito cercando di dissimulare debolmente le prepotenti pulsioni sessuali sotto il velo dell’amore passionale, alimentato dalle letture romanzesche consigliate dall’insegnante-bibliotecario locale, colui che sarebbe diventato la futura vittima della sua esuberanza amorosa. Durante una festa sociale, infatti, costui se ne era arrivato accompagnato dalla moglie incinta ed era stato pubblicamente aggredito da Gabriella, le cui escandescenze erano da tempo oggetto delle preoccupazioni dei suoi genitori, ricchi possidenti agrari. La giovane fu messa davanti all’alternativa: o un matrimonio al più presto, con l’onesto operaio José Rabascal (Alex Brendemühl), un esule catalano dopo la vittoria franchista del 1939, che ne apprezzava da tempo grazia e bellezza, oppure il manicomio per il resto dei suoi giorni, unico rimedio praticato nei casi in cui la vivacità sessuale femminile si fosse fosse spinta in modo imbarazzante troppo oltre l’accettabile, secondo le convenzioni del tempo. Gabrielle, pertanto, era diventata moglie di un marito non voluto, che avrebbe a lungo respinto, il quale aveva accondisceso al rapporto asimmetrico con lei, nella speranza di riuscire, col suo comportamento paziente e devoto, a far breccia prima o poi nel suo cuore.

In un lussuoso sanatorio svizzero dove la donna era stata ricoverata per curarsi dei calcoli renali (il mal di pietre) di cui soffriva e che le impedivano di diventare madre, sarebbe avvenuto, però, l’incontro fatale e imprevedibile con André (Louis Garrel), un ufficiale dell’esercito francese in Indocina, ferito a morte e circondato dall’aura fascinosa dell’eroe “bello di fama e di sventura”.
Nel folle amore passionale per lui, Gabrielle, del tutto priva del senso della realtà, sembrava aver trovato, finalmente, la risposta alle proprie ossessioni, ma si era trattato di una risposta dissociata e allucinatoria, di cui, solo molto più tardi avrebbe avuto piena coscienza.

Rifacendosi al romanzo italiano omonimo della scrittrice sarda Milena Agus (2002), la regista Nicole Garcia sembra aver soddisfatto pienamente le attese della sua ispiratrice; non altrettanto si può affermare per il pubblico cinefilo di Cannes, che lo scorso anno espresse il proprio dissenso, anche con molto clamore, rispetto a questa pellicola lacrimosa, che offre davvero poche occasioni di empatia con la protagonista della storia. Gabrielle, infatti, nonostante l’ottima e misurata interpretazione della bravissima Marion Cotillard, non riesce a catalizzare attorno a sé molto altro che la pena e il disagio che si prova generalmente nei confronti di chi è incapace di qualsiasi approccio razionale col mondo. Personalmente, pur ritenendo che la prima parte del film presenti una buona ricostruzione del milieu, legato ai pregiudizi largamente presenti nelle campagne non solo francesi, che si alimentavano della secolare diffidenza nei confronti della sessualità femminile, il film mi è sembrato degno di nota solo per le bellissime immagini della lavanda e dell’abbazia di Sénanque, poiché evoca nel mio cuore luoghi a cui sono affettivamente molto legata. Questa, però, è un’altra storia!

L’altro volto della speranza


recensione del film:
L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

Titolo originale:
Toivon tuolla puolen

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu, Kaija Pakarinen, Simon Al-Bazoon, Kati Outinen, Tommi Korpela, Ville Virtanen, Matti Onnismaa – 98 min. – Finlandia 2017.

L’incontro era stato violento: un pugno del giovane Khaled (Sherwan Haji), prontamente restituito dal meno giovane Wikström (Sakari Kuosmanen); sangue dal naso per entrambi,  sommaria medicazione e improvviso e sorprendente rovesciamento della situazione, in puro stile Kaurismaki, il regista che aveva già presentato Khaled, ma che aveva detto poche (e ambigue) cose su Wikström. L’avevamo visto, infatti, lanciare la propria fede nuziale, insieme a un mazzo di chiavi, verso la moglie, una rugosa signora, tabagista e alcolista, offesa da quel gesto così poco gentile. L’uomo se n’era, quindi, andato con la sua vecchia auto, sistemandovi i bagagli pieni di camicie, per rivenderle a stock (e a stento); si era infine giocato i magri incassi ottenuti, al poker; aveva stravinto, letteralmente sbancando il casinò e lasciando allibiti e furibondi tutti, dai giocatori al direttore di sala, che minacciosamente lo aveva pregato di non provarci un’altra volta. Aveva preteso di incassare la vincita in contanti, Wikström, poiché in contanti avrebbe comprato La pinta d’oro, ristorante sull’orlo del fallimento, in cui lavoravano ormai da mesi senza stipendio tre persone. Apparentemente, perciò, si sarebbe detto un uomo duro, forse un baro, forse un malavitoso, troppo attento a lasciare poche tracce degli “affari” che aveva in animo di condurre.

Khaled, invece era un siriano di Aleppo: la sua casa era stata bombardata; i suoi genitori erano morti; si era salvato fuggendo, insieme alla sorella, che aveva perso di vista seguendo le vie di fuga dei disperati che, come lui, cercavano un futuro certamente di lavoro, di sacrifici, ma anche dignitoso e sicuro. Era arrivato in Finlandia, a Helsinki, fortunosamente, accettando di viaggiare immerso nel carbone stivato in una nave. Intendeva chiedere l’asilo politico, convinto che sarebbe stato facile. L’avevano accolto, invece, con fredda e formale gentilezza: aveva fatto il giro degli uffici  di polizia, si era lasciato interrogare e aveva spiegato la sua disperata situazione nei dettagli, ma il suo dossier era diventato una pratica burocratica come le altre, alla quale avrebbe risposto con parere negativo la Commissione apposita: lo avrebbero riaccompagnato in Siria. Era riuscito a fuggire e a rifugiarsi nel retro del ristorante di Wikström, dove, sorprendentemente, dopo lo scambio dei pugni, avrebbe trovato lavoro e accoglienza, solidarietà e qualche speranza per il futuro. Non racconto altro.

Come nei suoi precedenti film, Kaurismaki segue con partecipazione le storie dei personaggi che ama: i perseguitati dalla sorte, gli emarginati, e gli “irregolari”, quelli che non accettano di adeguarsi ai disvalori diffusi; quelli che non si integrano, quelli che non sopportano l’omologazione. Con il suo narrare amabile e poetico, senza moralismi e prediche inutili, egli ci trasporta come sempre nel mondo alternativo che gli piace, quello degli uomini un po’ folli, dei creativi fantasiosi che si inventano con pochi  mezzi un modo di sopravvivere gratificato dall’amore e dalla solidarietà. Da regista attento ai problemi del mondo, tuttavia, egli non vuole soltanto raccontare la favola bella (che sarebbe sciocca) di chi s’illude facilmente che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto in un momento storico come quello di oggi, di fronte all’immane tragedia dell’emigrazione dall’Africa e dal Medio oriente. Kaurismaki ha ben presente la deriva xenofoba e razzista che sta attraversando l’Europa e che coinvolge persino un paese apparentemente tranquillo come la Finlandia; così come ha orrore per la barbarie che rende insicura e precaria la vita del protagonista, di cui è difficile prevedere la sorte, mentre gli appare del tutto inadeguata un’accoglienza tanto politicamente corretta quanto burocratica e lontana dalle esigenze dei profughi che vorrebbero, come Khaled, rapidamente integrarsi. Il film, bellissimo,  ci lascia quindi un messaggio di speranza e insieme di realismo, l’altro volto, appunto di quella speranza che non si rassegna a morire.

 

La vendetta di un uomo tranquillo


recensione del film:

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

Titolo originale:
Tarde para la ira

Regia:
Raúl Arévalo
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Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Luis Callejo, Ruth Díaz, Alicia Rubio, Manolo Solo, Raúl Jiménez – 92 min. – Spagna 2016.

José (Antonio de la Torre) era un giovane della ricca borghesia madrilena (padre gioielliere) in procinto di sposare la donna che amava teneramente e con la quale, di lì a pochi giorni, avrebbe messo su famiglia. La serenità della propria esistenza, però, era sparita di colpo, insieme ai suoi sogni e ai suoi propositi, il mattino in cui tre banditi mascherati avevano fatto irruzione nella gioielleria paterna e, con l’accanimento ottuso e insensato degli stolti, gli avevano ridotto il padre, che pure non aveva opposto resistenza, in coma e gli avevano ucciso con crudeltà la fidanzata che si trovava lì per caso. Era stato un colpo durissimo per lui, vissuto fino a quel momento pacificamente, lontanissimo dall’immaginare che i suoi progetti sarebbero naufragati in quello spaventoso mare di sangue.
La sua vita ora, a parecchi anni dal fatto, si svolgeva tra l’ospedale, dove il padre sopravviveva in stato vegetativo e un bar lontano dal centro, dove tutti lo conoscevano e dove sembrava essersi fatto più di un amico. Era un altro uomo, però, (chi non lo sarebbe diventato, con quella pena nel cuore?), che ora meditava soprattutto di vendicare il torto irrisarcibile che aveva subito.
La giustizia istituzionale, del resto, era riuscita a mettere le mani su uno solo dei banditi implicati nella vicenda: un uomo violento di nome Curro (Luis Callejo), il meno colpevole, però, dell’omicidio della sua fidanzata, trattandosi dell’autista che fuori dalla gioielleria attendeva i tre compari con il bottino. L’allarme era scattato prima del previsto, ciò che aveva permesso alla polizia di sorprenderlo nell’auto e di piombargli addosso, mentre i complici erano fuggiti all’impazzata, né avrebbero dato in seguito altre notizie di sé.
Curro aveva pagato per tutti, ma non aveva fatto nomi: condannato a otto anni, ora si apprestava a uscire dal carcere. Aveva in mente di sposare Ana (Ruth Diaz), la fidanzata, madre del suo bambino, ma ignorava che, da qualche tempo, fra Ana e José fosse nata una storia…

Vedremo sbigottiti, nel procedere del racconto, quale spietatezza, ferocia e anche intelligente perfidia stesse usando per la sua vendetta l’ex uomo tranquillo, col quale avevamo in un primo momento simpatizzato e solidarizzato. Il film infatti precisa a poco a poco i contorni inizialmente sfuggenti dei personaggi e degli accadimenti, disseminando solo qualche indizio connotato da una forte ambiguità, senza perciò permettere, prima degli ultimi minuti di proiezione, di comprendere esattamente come fossero andate le cose: tutto è avvolto da una sorta di doppiezza, dal comportamento di José, a quello dei balordi che gli avevano rovinato la vita; dall’amore che sembra legare José ad Ana, al paesaggio della meseta, sfondo di molte scene centrali del film. Tutto è, insomma, contemporaneamente solare e oscuro, sostanzialmente misterioso, né sfugge alla difficoltà di palesarsi con chiarezza ai nostri occhi la stessa Madrid teatro dei fatti: bella e luminosa nel suo centro borghese, sporca e infida nelle zone più povere, dove è collocato anche il bar dei nuovi “amici” di José.

Un bellissimo thriller, molto teso, avvincente e coinvolgente, raccontato con grande e lucida durezza, nonché un magnifico film d’azione, ennesima dimostrazione dello stato di grazia del cinema spagnolo di questi anni, che sa muoversi fra i generi senza temere la concorrenza del cinema americano, fedele, anzi, alla propria tradizione culturale che lo rende riconoscibilissimo e inconfondibile.
Da vedere sicuramente.

Raúl Arévalo, al suo primo lungometraggio come regista*, aveva tenuto per quattro anni la sceneggiatura nel cassetto, sperando di trovare un finanziatore che gli permettesse di realizzare questo film. Aveva poi incontrato sulla sua strada una produttrice che l’aveva aiutato, disinteressatamente, consentendogli l’uscita a Venezia lo scorso anno, nella sezione Orizzonti, dove al termine della proiezione una standing ovation, sette minuti di applausi e il premio all’attrice Alicia Rubio (migliore attrice non protagonista) ne sancirono il successo.

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*Raúl Arévalo era già noto come attore almodovariano (Gli amanti passeggeri), che aveva interpretato con un ruolo importante anche La isla minima. Non aveva precedenti esperienze di regia.

Il tesoro


recensione del film:
IL TESORO

Titolo originale:
The Treasure

Regia:
Corneliu Porumboiu

Principali interpreti:
Radu Banzaru, Toma Cuzin, Florin Kevorkian, Iulia Ciochina, Dan Chiriac, Cristina Toma, Laurentiu Lazar, Adrian Purcarescu, Ana Maria Stegaru, Corneliu Cozmei, Clemence Valleteau, Ciprian Mistreanu, Marius Coanda, Nicodim Toma – 89 min. – Francia, Romania 2015

Bucarest: un casermone della periferia come tanti altri, una famiglia come tante altre e un padre di nome Costi, che la sera, dopo il lavoro, leggeva al suo bambino, come fanno tanti altri papà, le belle favole di un libro illustrato. L’atmosfera incantata una volta, però, era stata interrotta da un vicino di casa, Adrian, che aveva suonato alla porta chiedendo un prestito di 800 euro per evitare di essere cacciato dal suo appartamento dalle banche, di cui era insolvente debitore. Costi avrebbe voluto aiutarlo (non per nulla stava leggendo al figlioletto la storia di Robin Hood), ma, non disponendo di quella somma, si era offerto di dargli una mano, anticipandogli il denaro necessario a localizzare e dissotterrare l’ingente tesoro che un bisnonno di Adrian aveva nascosto in una cassetta metallica nel giardino dell’antica casa di famiglia, in campagna, per celarlo ai comunisti alla fine del secondo conflitto mondiale.

Da questa premessa, molto importante anche per la conclusione del film, si origina la parte centrale, ovvero il racconto della caccia al tesoro, durante la quale, alla coppia dei due vicini di casa si era aggiunto l’operaio Cornel, proprietario di un sofisticato metal-detector, collegato a un computer, in grado di rilevare, fra le altre cose, ogni presenza metallica nel terreno, nonché di datarla, per evitare (per quanto possibile) che le tracce ferrose delle rocce più antiche inducessero in errore chi aveva necessità di scavare solo (si fa per dire!) per pochi metri.

La sera dello scavo, un po’ prima del tramonto, il terzetto aveva dunque raggiunto la casa, cominciando a osservare e a tastare il terreno, mentre il dispositivo di Cornel emetteva grotteschi segnali sonori per indicare con un po’ di approssimazione il luogo in cui probabilmente la cassetta era stata nascosta. Dai racconti di Adrian, intanto, si potevano cogliere numerosi aspetti della storia di quell’angolo di Romania, e anche della storia di quella casa, che nel corso degli anni aveva cambiato funzione e utilizzo e nella quale si erano avvicendati, lasciando evidenti tracce del loro lavoro e della loro presenza, farmacisti, baristi, insegnanti di scuola materna, malavitosi…
Coll’arrivo della notte e del buio si andava diffondendo, però, un certo nervosismo, soprattutto in Adrian, vieppiù provato dalla stanchezza per la fatica improba dello scavo, che pure aveva iniziato baldanzosamente, ma che ora, forse per l’assenza di risultati (ma era davvero troppo presto per vedere il tesoro), manifestava la propria aggressiva diffidenza nei confronti di Cornel, accusandolo di essere un imbonitore truffaldino e di pretendere il pagamento per una prestazione del tutto inadeguata. Costi, benché si fosse impegnato a pagare Cornel, e benché ritenesse un po’ troppo precipitosa, forse, la sua promessa di aiuto ad Adrian, aveva tenuto saldi i propri nervi, diviso i contendenti e ora si impegnava a sostituire Adrian nell’operazione di scavo.

Dell’avventurosa e fiabesca conclusione della vicenda non intendo anticipare alcunché: mi limito a dire, sulle tracce del trailer, che esisteva effettivamente una cassetta, che per la sua apertura era stato necessario l’intervento di un ladro, chiamato a quello scopo dalla polizia rumena, aggiungendo però che il finale è tra i più sorprendenti e spiazzanti che mi sia capitato di vedere e che ben si collega a quel tenero padre lettore di fiabe di cui ho parlato all’inizio.
Vorrei invitare i miei lettori alla visione di questo film delicatamente ironico e girato costantemente nel segno dell’intelligenza, aggiungendo che raramente ci è data la possibilità di seguire con la stessa trepida attesa un racconto così incantevole, così tenero e così profondamente umano.
Porumboiu è dunque un altro bravo regista che arriva dalla Romania e che con mezzi limitatissimi ha saputo dirigere e rendere avvincente una storia inverosimile, avvalendosi anche di un gruppo di attori bravi e motivati* .
Presentato con successo a Cannes (nella selezione di Un certain regard) nel 2015, ha impiegato ben due anni per arrivare a noi! Meglio tardi che mai. Se, come spero, arriverà anche in altre parti d’Italia, andate a vederlo, e abbandonatevi, semplicemente, al piacere di vedere, splendidamente illustrata, una fiaba dei nostri giorni molto bella!

*per la cronaca, Corneliu Cozmei, che nel film ha la parte di Cornel, è davvero, nella vita, un operaio che usa il metal detector del film e che si è molto divertito interpretando se stesso; tutta la vicenda, invece è stata ispirata da un racconto che Adrian (ovvero l’attore Adrian Purcarescu) aveva fatto all’amico regista, parlandogli di una leggenda legata alla storia della propria famiglia.

Un re allo sbando


schermata-2017-02-13-alle-15-16-49recensione del film:
UN RE ALLO SBANDO

Titolo originale:
King of the Belgians

Regia:
Peter Brosens, Jessica Woodworth

Ptincipali interpreti:
Peter Van den Begin, Bruno Georis, Lucie Debay, Titus De Voogdt, Pieter van der Houwen – 94 min. – Belgio, Paesi Bassi, Bulgaria 2016.

Una tempesta elettromagnetica di proporzioni inusitate e del tutto imprevedibile aveva scombinato i piani per il rientro in Belgio dalla Turchia (dove si trovava in missione diplomatica) del re Nicolas III (Peter Van den Begin), anche se l’emergenza gli imponeva di tornare al più presto. Era accaduto, infatti, che, mentre egli stava svolgendo il proprio compito, il Belgio si fosse diviso: i Valloni non avevano più voluto condividere le proprie sorti con i Fiamminghi e avevano proclamato la propria indipendenza. Purtroppo, le onde elettromagnetiche impazzite non permettevano né i voli aerei, né le telefonate internazionali, né la navigazione satellitare con cui si muoveva l’attrezzatissima limousine del re e del suo seguito. Un bel guaio, per quel re spilungone e incolore, grigio nell’abito e nel comportamento, così poco popolare da aver indotto la regina, a lanciare una campagna mediatica che lo riavvicinasse ai sudditi, cogliendo proprio l’occasione di quel viaggio in Turchia. Gli era stato messo al seguito, a questo scopo, un giornalista inglese con passato da cineasta (Pieter van der Houwen), tale Duncan Lloyd, col compito di ridisegnarne l’immagine sbiadita, rendendola più accettabile e più umana. Nicolas III, però, non avrebbe potuto concludere la sua missione, non rappresentando più il Belgio, ormai inesistente, e neppure avrebbe potuto continuare nel suo viaggio. Da questo momento ha inizio il racconto delle peripezie del re e del suo seguito per rientrare in patria, sotto la guida di Duncan Loyd che conosceva la realtà dell’Europa dell’Est, avendone seguito le vicende dalla caduta del muro di Berlino.


Il film è quindi uno strano Road Movie, che in seguito diventerà un Boat Movie per il perdersi nel nulla di molte strade in seguito alle guerre balcaniche: erano diventati introvabili persino i mezzi di fortuna (trattori, furgoni, tagliaerba) che il gruppo del re aveva usato, tappa per tappa, perciò la barca era diventata il necessario mezzo per raggiungere l’Italia e finalmente Bruxelles (onde elettromagnetiche permettendo).

Seguire le peripezie del gruppo significa ripercorrere l’anomala odissea di dignitari e sovrano alla ricerca di un modo per riannodare i rapporti interrotti dall’impazzimento generale, che, come le strade balcaniche, non stava portando da nessuna parte, ma che per un certo tempo aveva permesso a ciascuno, in primo luogo al re, di non vergognarsi della propria umana fragilità, ma di riconoscerla, ritrovando se stesso e le ragioni della propria esistenza, liberandosi dei formalismi insopportabili di riti monarchici vetusti e improponibili. Si trattava per lui, allora, probabilmente di ricuperare in modo credibile l’“etica della responsabilità”, di weberiana memoria: al raggiungimento di questo scopo Nicolas, sempre più metafora del potere nello stato moderno, fondato sull’ascolto, sulla condivisione dei problemi, e sul consenso non solo mediatico, si sarebbe dedicato, finalmente, con piena convinzione.
Il film, molto applaudito al festival veneziano in cui era stato presentato nella sezione Orizzonti, procede in modo alquanto sgangherato e, al di là di ogni altra plausibile lettura, oscilla fra registri narrativi abbastanza incerti, ciò che appesantisce spesso il racconto, che pure è interessante e intelligente, e che spesso, a tratti, è spiritoso e divertente.
Da vedere, se la distribuzione lo permetterà.

P.S. Comunico ai miei lettori, con vanitoso piacere, che questa recensione è stata collocata tra le 150 External Reviews a questo film di Internet Movie Data Base.

 

Billy Lynn-Un giorno da eroe


schermata-2017-02-06-alle-23-30-23recensione del film:
BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE

Titolo originale:
Billy Lynn’s Long Halftime Walk

Regia: Ang Lee

Principali interpreti:
Joe Alwyn, Kristen Stewart, Chris Tucker, Garrett Hedlund, Makenzie Leigh, Vin Diesel, Steve Martin, Deirdre Lovejoy, Ben Platt, Tim Blake Nelson, Beau Knapp
– 113 min. – USA, Gran Bretagna, Cina 2016.

Questo film è stato girato in HFR (120 frame al secondo – la normale riprese cinematografica non va oltre i 24 – 4k di risoluzione e 3D), perciò il film che vediamo è diverso da quello pensato da Ang Lee, che si può vedere in pochissime sale al mondo. È un bel film ugualmente, ma ne è stato ugualmente penalizzato visto che è passato come una meteora e subito ritirato dalle nostre sale. Peccato!

Non aveva potuto scegliere Billy, un ragazzo texano, quando per sfuggire a una condanna, si era arruolato come volontario nella fanteria americana, dopo di che, debitamente addestrato, era stato spedito in Iraq. Lì, aveva potuto misurare quanto grande fosse lo scarto fra una guerra vera e l’immagine che se ne fa chi non avendola mai vista, si accontenta della sua rappresentazione mediatica, mettendosi in pace la coscienza e vivendo senza rimorsi in questo nostro mondo occidentale, seducente e feroce. Billy, invece, aveva presto capito come fosse inutile illudersi che esistesse una guerra intelligente e pulita, in cui non ci si “sporca”, poiché si utilizza una tecnologia infallibile, chirurgica nella sua precisione distruttiva: la prudenza, le “coperture” a colpi di mitra e bombe a mano non erano state sufficienti a salvare la vita di uno dei suoi compagni di plotone, la Bravo Squad, né erano bastate a proteggere lui, attaccato alle spalle e prossimo a morire, tanto che aveva dovuto risolvere a coltellate il corpo a corpo. Ancora una volta non aveva potuto scegliere, poiché la guerra è una terribile trappola per chi la subisce ma anche per chi la combatte e non si rallegra della morte di un amico, né di quella di un nemico, di cui ha visto lo sguardo dapprima feroce, poi impaurito e angosciato. Era stato brutto vivere quei momenti, brutto comprendere che dietro l’ineluttabilità stavano opzioni politiche per lo meno discutibili, quasi certamente dissennate. Un cellulare rimasto acceso aveva immortalato quell’episodio, immediatamente diffuso e diventato “virale”, cosicché un fatto dolorosissimo che Billy avrebbe tenuto per sé, era stato utilizzato dai militari come elemento di propaganda. Tutta la Bravo Squad era stata premiata con una licenza premio di quindici giorni, che prevedeva il ritorno in patria, alcune tappe televisive (sponsorizzate) per interviste e dichiarazioni, e il finale glorioso, nel Giorno del Ringraziamento, per assistere a un importante finale di partita, nonché esaminare (e infine rifiutare) la proposta di girare un film sull’argomento. Billy, che aveva voluto rivedere la propria famiglia per l’occasione, aveva soprattutto compreso che tanta attenzione nei loro confronti era legata al mondo del denaro e degli affari, che non aveva alcun rispetto per le persone vere, impegnate, con le loro angosce e con le loro contraddizioni laceranti, in una guerra orribile, cosicché il mondo dello Show Business aveva prodotto ulteriore disincanto nel cuore di tutti, e in modo particolare nel suo, così giovane, così tenero e ingenuo.

Se vi capiterà di vederlo, non perdete questo film: vedrete  anche due bravissimi attori (Joe Alwyn e Kristen Stewart) nel ruolo rispettivo di Billy e della sorella Kathryn Lynn.

 

 

La La Land


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recensione del film:
LA LA LAND

Regia:
Damien Chazelle

Principali interpreti:
Ryan Gosling, Emma Stone, J. K. Simmons, Finn Wittrock, Sandra Rosko
– 126 min. – USA 2016.

Come il precedente Whiplash del giovane regista Damien Chazelle, anche questo è un film musicale, in modo diverso, ma neppure troppo. In entrambi, infatti, il tema di fondo è quello del lavoro duro necessario per ottenere quel successo che i protagonisti si propongono. In questo film, però, non si vedono né sangue né croste sulle dita del musicista (la batteria era infatti lo strumento di Andrew Neyman, il protagonista del film precedente), e neppure la compiaciuta severità di un maestro che, oltre a insegnare la musica, vorrebbe insegnare a vivere: ci pensa la vita stessa a spiegare come vanno le cose in quell’universo molto particolare che ruota intorno allo star system hollywoodiano e a dirci che, se il sangue del cuore è invisibile, il dolore è ugualmente acuto e forse più profondo.
Il film si apre sull’ingorgo che viene a crearsi attorno a un’uscita autostradale nei pressi di Los Angeles, quando, nel momento del massimo caos, serpeggia fra gli automobilisti molto nervosismo e la voglia di farsi largo a colpi di clacson. All’improvviso, però, con un bel colpo di scena, prevale in tutti la voglia di abbandonare l’auto e di mettersi a danzare e a cantare sul ritmo della musica di un’autoradio, ciò che dà il via a un lungo piano-sequenza che, evocando il cinema musicale dei tempi d’oro di Hollywood, ci trasporta nel clima del film, ovvero nella storia dell’amore impossibile fra i due protagonisti, Sebastian e Mia (rispettivamente Ryan Gosling ed Emma Stone). Entrambi vorrebbero realizzare il loro sogno nel cassetto, facendolo coincidere col lavoro: Mia, che è cassiera in un locale dedicato alla preparazione di breakfast per i divi di Hollywood, vorrebbe fare l’attrice e intanto, su suggerimento di lui, scrive monologhi teatrali; Seb, che è un bravissimo pianista e un appassionato purista della musica jazz, vorrebbe aprire un locale suo e intanto lavora in un piano-bar, cercando, surrettiziamente e senza successo, di far apprezzare il jazz che ama, evitando di contaminarlo con le musiche commerciali delle band che si esibiscono nei locali e nelle discoteche. I due giovani si avvicinano dapprima scambiandosi le confidenze sui reciproci progetti, poi si scoprono innamorati e cercano di includere nei loro sogni anche il futuro che vorrebbero condividere.

Il film si svolge attraverso una serie di avvii musicali che trovano il loro spazio nei cinque momenti della storia, che Chazelle fa coincidere con le stagioni dell’anno  in cui si incontrano e si amano Seb e Mia, da un inverno all’altro, a cui aggiunge ancora l’inverno di qualche anno dopo, quando i due ormai avevano portato a compimento con successo personale i rispettivi progetti, dai quali, però, era rimasto fuori l’amore, poiché, senza che nessuno dei due lo volesse, il destino li aveva portati a percorrere strade separate. La narrazione  è molto esile e si distingue anche per un’elevata frammentarietà: impostata una svolta narrativa, infatti, il regista non la sviluppa, come se fosse incalzato dall’urgenza di impostarne un’altra e un’altra ancora, lasciando in noi un’impressione di leggerezza talvolta eccessiva, ma non sempre sgradevole, che forse significa che gli sta a cuore non tanto la vicenda, quanto l’esigenza di rendere omaggio, attraverso rimandi e citazioni quanto mai numerosi, al vecchio musical hollywoodiano, che non si produce più ma che si può rinnovare nelle forme, così da renderlo accettabile ai giovani, anche a costo di deludere un po’ i padri e i nonni, che con le vecchie musiche e le vecchie pellicole erano cresciuti e avevano formato il proprio gusto cinematografico. È un film sopravvalutato? Probabilmente sì, ma è sicuramente un film da vedere, sia perchè ha un impatto visivo di grande rilevanza, grazie all’uso sapiente del colore sempre molto saturo, sia anche perché è capace di creare effetti suggestivi, grazie alle belle musiche orecchiabili, alle atmosfere romanticheggianti, e alla bravura davvero eccelsa dei due interpreti principali. Forse non è il capolavoro che si dice, ma è un film assai interessante, almeno secondo me.

 

Allied-Un’ombra nascosta


schermata-2017-01-25-alle-13-28-56recensione del film:
ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA

Titolo originale:
Allied

Regia:
Robert Zemeckis

Principali interpreti:
Brad Pitt, Marion Cotillard, Jared Harris, Lizzy Caplan, Daniel Betts,
Matthew Goode, Angelique Joan, Jason Matthewson, Iain Batchelor, Peter Meyer, Raphael Acloque, Sally Messham, Raphael Desprez – 147 min. – USA 2016.

Siamo a Casablanca, nei primi anni ’40, dopo che i tedeschi avevano occupato militarmente il Marocco, colonia francese alle dirette dipendenze del governo collaborazionista di Vichy.
Il “quebecquois” Max (Brad Pitt) era stato paracadutato (letteralmente) dal controspionaggio inglese nel deserto del Marocco per prendere contatti operativi con la spia della Resistenza francese Marianne (Marion Cotillard), infiltrata fra gli occupanti nazisti per fornire informazioni sui loro movimenti. I due avrebbero dovuto fingersi marito e moglie, coll’obiettivo di permettere a Max di compiere una rischiosissima missione, che solo l’apporto di lei aveva reso possibile.
Ormai “bruciato”, dopo l’azione che aveva concluso con successo, Max era stato trasferito a Londra: nessuno, ovviamente, si era preoccupato dell’amore passionale che quasi subito era nato fra lui e Marianne, largamente prevedibile, per altro, visto che entrambi erano giovani, solidali negli ideali politici, e costretti a convivere.  La richiesta di sposarla, col conseguente avvio di scrupolose indagini sulla vita di lei che avevano allontanato ogni dubbio sulla sua correttezza, ne aveva permesso la partenza per Londra (dove, successivamente si sarebbe celebrato il matrimonio). Era passato parecchio tempo dai giorni di Casablanca: Marianne era incinta e al suo arrivo, ancora dentro all’aeroporto e sotto il primo bombardamento tedesco, avrebbe fatto nascere la loro bambina. Un’abitazione defilata in campagna li attendeva: lì lei avrebbe fatto la madre, mentre lui avrebbe continuato a servire la causa della libertà con le sue missioni pericolose.
La Germania nazista, intanto, stava mettendo a ferro e fuoco l’Europa continentale e la stessa Gran Bretagna: alcune delle sue città erano distrutte dai bombardamenti, mentre alla popolazione, colta all’improvviso dall’immane tragedia, erano richieste lacrime e sangue, senza eccezioni, per affrontare il pericolo mortale che incombeva, cosicché la storia privata dell’amore felice di Max e Marianne era costretta a misurarsi con gli eventi  che stavano sconvolgendo la vita di ciascuno. I servizi segreti, infatti, avevano deciso di indagare più a fondo su di lei, sui suoi documenti, sul suo passato, poiché era sembrato che non tutto fosse stato chiarito ed era sorto il dubbio che  fosse in realtà una spia dei nazisti…
Questo è, a grandi linee, ciò che è narrato nella prima parte del film ed è anche ciò che ritengo si possa dire ai lettori evitando ulteriori spoiler, affinché la storia non perda parte del suo interesse.

Il regista, Robert Zemeckis, conduce l’intera vicenda con una certa abilità, dirigendo uno staff di prim’ordine, affiancato da un bravissimo regista (quello di Locke) come Steven Knight, qui con funzioni di sceneggiatore, oltre che da Marion Cotillard e da Brad Pitt, mostri sacri della recitazione (per la verità la recitazione di Brad Pitt mi è parsa poco espressiva). Il film, però, come spy-story non è davvero il meglio che ci si possa attendere: manca di mistero e di tensione. Se proprio occorre una definizione, lo definirei un mélo con frequenti scivolate verso il feuilleton, soprattutto nella seconda parte. Non è tuttavia un film privo di interesse se lo si considera una specie di repertorio citazionista mirato soprattutto alla ricostruzione degli stilemi che nel corso degli anni ’40 a Hollywood avevano dato l’impronta inconfondibile ad alcuni film di Hitchcock, nonché ai film d’amore e di guerra, primo fra tutti Casablanca, il capolavoro di Michael Curtiz. Casablanca è onnipresente nel film, nella prima parte (gli esterni della città, il mercato con i suoi venditori, i cammelli, l’uccisione dell’ufficiale nella cabina telefonica, gli abiti eleganti e d’epoca degli uomini e delle donne col loro trucco pesante), ma anche, checché se ne dica, nella seconda parte in cui, proprio alla fine, compare il pianoforte, decisivo per scoprire la verità, accompagnato dall’invito, più volte reiterato, a suonarlo (“play it, Sam” chi può dimenticarlo?).
Il confronto fra film così lontani non è possibile e, forse, anche ingiusto; sicuramente, per Zemekis, diventerebbe impietoso, perché assai poco questo suo film è dotato di fascino e di vera capacità di coinvolgerci: ricostruisce ambienti e atmosfere, ma è, almeno secondo me, finto, quasi kitsch.

Si può vedere, anche solo per curiosità, ma rivedere Casablanca, subito dopo, è un imperativo categorico, poiché
“We’ll always have… Casablanca” (per fortuna!) Perdonate la voluta imperfezione della mia citazione!