I tre colori di Kieslowski

Film blu, Film biancoFilm rosso (la “Trilogia dei colori”) nacquero dal progetto unitario del regista polacco Krzystof Kieslowski*, uno dei più grandi autori cinematografici del ‘900. Sceneggiati insieme all’inseparabile collaboratore Krzysztof Piesiewicz, girati e conclusi fra il 1993 e il 1994, i tre film si ispirano ai colori della bandiera francese, cui il regista associa i valori di libertà (Blu), uguaglianza (Bianco) e fraternità (Rosso), fondamenti della Rivoluzione del 1789, tuttora richiamati dall’ultima costituzione repubblicana. L’intento di Kieslowski era duplice: presentarne l’importanza universale e insieme evidenziarne i limiti e le contraddizioni, inevitabili quando l’astrattezza dei princìpi si confronta con la realtà degli uomini e della società.

Le vicende sviluppate nei tre film, pur nella loro diversità, rivelano forti somiglianze:
sono racconti morali ma non sono teoremi; non proclamano verità, ma isinuano dubbi e interrogativi;
sono racconti europei: i loro personaggi si muovono tra Parigi, la Polonia e Ginevra, luoghi emblematici dei modelli ideali, politici ed economici che nel corso dei secoli hanno alimentato le speranze e ispirato le azioni degli abitanti del vecchio continente;
mettono in scena storie di ordinaria aspirazione alla felicità, che si confrontano  e si scontrano con  i capricci del caso, (o con le decisioni del fato, o forse con un disegno provvidenziale di cui sfuggono i contorni)
sono costruiti tutti e tre con precisione molto attenta anche ai più minuti particolari, che rimandano significativamente, per corrispondenze subliminali, alla storia principale.
È impossibile non notare le analogie fra un film e l’altro: il ricorrente presentarsi degli interrogativi fondamentali della vita; la partecipazione emotiva del regista – demiurgo alle sciagure inattese; la sua ironia amara per gli aspetti contraddittori del fideismo ingenuo nella naturale bontà degli uomini e nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Una profonda ansia finalistica (non necessariamente religiosa o confessionale) attraversa tutte le vicende dei tre racconti, che diventano lo specchio dell’inestricabile guazzabuglio di disperazione e di attesa che rende i personaggi della finzione del tutto simili agli spettatori, che in quelli riconoscono la propria aspirazione alla generosità disinteressata e, purtroppo, anche le proprie debolezze e meschinità.

breve recensione del film:
Tre colori –  Film Blu

Titolo originale
Trois couleurs: Bleu

Regia:
Krzystof Kieslowski

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Emmanuelle Riva, Benoit Regent, Yann Tregouet, Florence Pernel 95 min. – Francia, Polonia 1993.

È un gran film sulla libertà e sull’amore, ma anche una profonda meditazione sul tema della memoria. Julie (Juliette Binoche) ha perso in un imprevedibile incidente d’auto Anna, la figlioletta, e il marito, famoso musicista impegnato a terminare la composizione di un concerto molto atteso, organizzato per festeggiare l’unità ritrovata dell’Europa (la caduta del muro di Berlino era avvenuta nel 1989). Le era rimasta la grande casa presso Parigi, piena di libri e di cultura, soprattutto ingombra, però, di ricordi disperati, che, continuamente insinuandosi nel presente le impedivano di creare per sé nuovi spazi di libertà, ora che aveva respinto l’ipotesi di uccidersi. Mentre Julie si accingeva a cancellare rabbiosamente ogni traccia del proprio passato per disporsi a cogliere le nuove opportunità che la vita avrebbe potuto offrirle, sua madre, sempre più vecchia e sulla strada della demenza, perdeva progressivamente ogni memoria di sé, smarrendosi in un limbo, indeterminato nel tempo e nello spazio, non diverso dalla morte. Per quanto difficile sia ammetterlo, infatti, sopravvivere a un grande dolore è possibile solo ricuperando tutti gli aspetti del nostro passato che hanno formato la nostra stessa identità: per Julie, dunque, la sua nuova libertà si sarebbe realizzata solo tornando a offrire, in positiva continuità col suo doloroso passato, la propria generosità e il proprio amore, uscendo finalmente da sé.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film  Bianco
Titolo originale:
Trois couleurs: Blanc

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janusz Gajos, Jerzy Stuhr, Aleksander Bardini. 91 min. – Francia, Svizzera, Polonia 1994

L’uguaglianza è il meno facilmente realizzabile fra i tre grandi ideali della rivoluzione francese: presuppone la possibilità di organizzare la società secondo criteri di giustizia che prescindono dalla natura e anche dalla volontà degli uomini. Questo convincimento, apertamente dichiarato dal regista nell’intervista che si può acoltare sul DVD nella parte dei contenuti speciali, ha determinato, probabilmente, la scelta, per questo film, del registro narrativo della commedia. Girato significativamente fra Parigi e la Polonia, Film Bianco racconta le avventurose peripezie del protagonista, Karol Karol (Zbigniew Zamachowski), parrucchiere polacco assillato dal bisogno di soldi. Sua moglie Dominique (Julie Delpy), che aveva capito come va il nostro mondo, aveva aperto un grande salone da parrucchiera a Parigi, dove ora viveva da signora e parlava francese. La donna, infatti, aveva così bene assimilato gli usi e i costumi del paese che l’aveva accolta da ricorrere alle sue leggi per divorziare da lui, che invece non aveva capito nulla. Eppure il loro era stato un grande amore felice e completo fino al matrimonio, dopo il quale, per colpa di lui (secondo lei), la loro vita sessuale si era interrotta e le loro strade si erano separate. L’ingenuo e innamorato Karol, però, si era convinto che lavorando sodo in Polonia, con le sue conoscenze e la sua capacità, avrebbe convinto Dominique a tornare in patria per creare quella famiglia, la cui centralità sicuramente (secondo lui) era ancora nelle aspirazioni di entrambi. Dopo l’ umiliante udienza in tribunale e il successivo oltraggioso comportamento di Dominique, Karol, povero in canna e senza documenti, avrebbe cercato di rientrare in Polonia nascondendosi nel malandato baule col quale era partito e che Mikolaj (Janusz Gajos), misterioso personaggio, decisivo nella sua storia futura, avrebbe stivato come proprio bagaglio sull’aereo per Varsavia…

Come in un racconto picaresco, l’iniziale rovescio di fortuna è l’avvio delle avventurose peripezie di Karol, che infine, avendo compreso anche lui che sesso e denaro sono le leggi che  governano il mondo, preparava la propria crudele rivincita.
Amarissima e spesso divertente commedia, profonda e lucida riflessione sulla vanità illusoria di ogni utopia,  impotente a difendere i più deboli dall’avidità rapace della borghesia, in Polonia come altrove.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film Rosso)

Titolo originale:
Trois couleurs: Rouge

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Irène Jacob, Jean-Louis Trintignant, Fréderique Feder, Samuel Le Bihan, Marion Stalens – 100 min. – Francia 1994.

Fraternité: il rosso delle bandiere della solidarietà sociale è anche da sempre un caldo colore associato al sangue, alla passione, all’amore. Della trilogia, tuttavia, questo è il film in cui il tema dell’amore maggiormente si lega alla ricerca di risposte circa il senso dell’agire umano, in un mondo (siamo nel 1994) in cui ai contatti personali e al dialogo si sostituivano, con crescente frequenza, i messaggi affidati alle segreterie telefoniche. Attraverso una dolorosa conversazione telefonica, entriamo nella vita di Valentine (magnifica Irène Jacob), apprendiamo la difficoltà dolorosa di comunicare solo in quel modo con Michel, l’uomo che ama (e che non vedremo mai), ascoltiamo i suoi accorati appelli per averlo vicino e ci commuoviamo per quella vestaglia rossa di lui che l’aiuta a sentire un po’ del suo calore prima di prendere sonno. Valentine si mantiene agli studi all’Università di Ginevra lavorando come modella fotografica e talvolta come indossatrice per qualche sfilata. L’incontro decisivo per il suo futuro era stato del tutto inatteso e alquanto sgradevole: l’oscurità e la stanchezzza non le avevano permesso di evitare che un cane finisse sotto le ruote della sua auto. Dalla targhetta del collare non le era stato difficile trovare il proprietario della bestiola (una femmina di nome Rita) e riportargliela, ma questi, uomo anziano e scorbutico (Jean-Louis Trintignant) non intendeva riaverla, cosicché, a proprie spese, Valentine l’aveva fatta curare e l’aveva tenuta con sé. Era stata Rita, guarita e tornata alla vita a riportarla da lui: sarebbe nato da allora il loro strano rapporto, dapprima di estrema diffidenza e in seguito di difficile amicizia.
L’uomo, era un giudice in pensione, molto restio a parlare di sé, molto curioso, invece, della vita dei suoi vicini, dei quali conosceva tutto, poiché ne spiava, grazie a una sofisticata rete ricetrasmittente, le conversazioni telefoniche, quasi confessioni che rivelavano gli aspetti più segreti e intimi della loro vita. L’ascolto gli aveva permesso di conoscere e prevedere con anticipo le mosse degli spiati, che nulla immaginavano della sua attività illegale: egli impassibilmente registrava e prendeva atto delle loro azioni senza far nulla per salvarli dagli errori che li avrebbero rovinati, rispettando in tal modo formalmente il libero arbitrio di ciascuno, ma mostrando sostanzialmente grande indifferenza per il loro destino, nella convinzione, che, in ogni caso, agire non avrebbe cambiato le cose…
Il personaggio del giudice è fra i più misteriosi fra quelli messi in scena dal regista: né è facilmente interpretabile il suo comportamento, e la sua quasi divinatoria preveggenza. Io credo, tuttavia che sia necessario, (anche se forse non sufficiente) ricorrere alla storia cinquecentesca di Ginevra e al soggiorno di Giovanni Calvino, il grande riformatore in fuga dalla Francia, per comprendere che Kieslowski, attraverso questo personaggio, analizza una delle risposte storiche all’ansia di trovare il senso dell’esistere, presente in tutta la Trilogia, rivelando il suo cristianesimo laico, fondato sulla convinzione del valore positivo del dialogo, dell’accoglienza e della vita dell’uomo e di ogni essere vivente.

* qualche notizia, poca cosa per la verità, sulla biografia di questo grande regista polacco, riconosciuto universalmente tra i maggiori della storia del cinema, si possono leggere sul link del sito on line dell’Enciclopedia Treccani 

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Mektoub, my love – Canto Uno

recensione del film:
MEKTOUB, MY LOVE – CANTO UNO

Titolo originale:
Mektoub Is Mektoub

Regia:
Abdellatif Kechiche

Principali interpreti:
Shain Boumedine, Ophélie Baufle, Salim Kechiouche, Lou Luttiau, Alexia Chardard – 180 min. – Francia 2017

Siamo nel 1994; da Parigi, dove studia, Amin (Shain Boumedine) torna, per le vacanze estive, a Sète il piccolo centro di pescatori sulla costa sud occidentale della Francia mediterranea, dove era cresciuto e dove ora avrebbe rivisto la madre e gli amici di sempre. Aveva abbandonato gli studi di medicina, a cui si era iscritto, e aveva trovato la propria strada nel cinema: a Parigi, in autunno, avrebbe ripreso gli studi, questa volta per diventare sceneggiatore. Di origine tunisina come la famiglia da cui proviene, pienamente integrata nella società francese della cittadina, Amin è un bel giovane sorridente, educato, forse timido. Lo vediamo salire con la sua bicicletta verso l’abitazione di Ophélie (Ophélie Baufle), l’amica di sempre, l’antica compagna dei giochi infantili, che ora si occupa degli allevamenti ovini dell’azienda di famiglia; lo vediamo suonare alla porta della sua casa e dopo un po’ gettare un’occhiata all’interno dalla fessura della tapparella. Con lui, da questo momento, diventiamo i testimoni di una bella scena d’amore bruscamente troncata (rimarrà l’unico sensuale e gioioso amplesso di tutto il film a cui  aveva dato l’avvio), nonché  di quell’estate a Sète, durante la quale i giovani che lì abitano, quelli che lì ritornano per poco tempo (come lui) e quelli che lì vanno in vacanza in cerca di amicizie, flirt e svago, ruotano attorno ai luoghi del divertimento di allora: i ristoranti alla moda, le discoteche, la spiaggia.

Alcuni riprendono, dunque, antiche abitudini e vecchie amicizie, mentre altri creano legami nuovi; nascono gli amori stagionali e le gelosie, seguite da baruffe e pettegolezzi che coinvolgono principalmente la coppia Ophélie-Tony (Salim Kechiouche). La bella Ophélie ha un fidanzato lontano,  in missione militare all’estero;  il suo legame con Tony è universalmente immaginato, ma è ben dissimulato dal suo accompagnarsi costante con Amin. Qual è il ruolo di Amin, bello e gentile, ammirato e forse desiderato da molte ragazze? Quale quello di Tony, che tutte corteggia? Quale quello delle donne e degli uomini che gestiscono i vecchi ristoranti di specialità magrebine, trasformati, in versione aggiornata, in ristoranti cinesi?
Questa pellicola non dà risposte e non racconta vicende: registra con affettuosa partecipazione l’estate bollente e giocosa dei ragazzi e soprattutto delle ragazze, di cui esalta l’irresistibile voglia di vivere,  enfatizzandone il corpo, con riprese ravvicinate che esprimono insieme un poetico desiderio e una malinconica lontananza. È un film che narra per significativi frammenti tra i quali emergono pagine di grande poesia, come quella dell’aggirarsi di Amin nell’ovile di Ophélia in attesa di fotografare, da vicino e alla sua altezza, una pecora, al momento del parto, che è di bellezza commovente per la compassione che sa trasmettere attraverso il corpo materno in travaglio e per lo stupefacente  miracolo della vita che vediamo farsi strada oltre il sangue e il dolore. Forse, il segreto dell’indubbia suggestione dell’intero film. è proprio nel permamere, al di lù delle cose raccontate, di questo atteggiamento commosso e meravigliato col quale Kechiche ci racconta la vita, nell’età in cui ancora, e soprattutto, si cerca se stessi, come ci dice il bellissimo finale, che a me è sembrato quasi felliniano.

Siamo di fronte a un ritratto del regista da giovane, dunque? Forse, anche se Kechiche non ha mai, giustamente, parlato di un aspetto autobiografico del film*, che ha un titolo misterioso in tre lingue e anche un doppio incipit multi-religioso: una citazione dal Corano e un’altra dalle Lettere di San Paolo, relative al rapporto fra Dio e la luce.
Sappiamo, che Mektoub è un’interiezione araba che allude al destino, che My love è l’espressione inglese forse più conosciuta al mondo, mentre Canto Uno, in italiano, lascia intendere che il film sia solo la prima parte di un’opera più complessa, una trilogia sul destino, stando al titolo. Secondo le scarne dichiarazioni del regista, sarebbe già completo il Canto Due, mentre il Canto Tre sarebbe in attesa di finanziatori. Restiamo in attesa e per il momento ci accontentiamo di questa affascinante prima parte che ha la considerevole durata di tre ore. Nessuna meraviglia per chi ricorda che il regista aveva raccontato La vita di Adele, palma d’oro a Cannes nel 2013, in 179 minuti, quasi che, col passare degli anni, si fosse accentuata in lui la tendenza a dilatare il racconto che spesso torna su se stesso, mantenendo molto alto il nostro coinvolgimento emotivo, grazie anche all’ottima direzione degli attori, ai meravigliosi colori della fotografia bellissima e alla magnifica colonna sonora che accompagna la visione. Nonostante tanta bellezza, espressa in modo così singolare, il film, presentato a Venezia nel settembre scorso, se n’è uscito a mani vuote. Non commento, perché mi mancano le parole! Vedetelo, finché sarà presente nelle sale!

*Ufficialmente, anzi, il film è ispirato a un romanzo di François Bégaudeau: La blessure, la vraie (Gallimard – 2011).

Doppio amore

recensione del film:
DOPPIO AMORE

Titolo originale:
L’amant double

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoin e de La Morinerie, Jean-Paul Muel – 110 min. – Francia 2017.

Chloé (Marine Vacth) era una giovane e fragile donna che viveva da sola, forse ossessionata da un oscuro passato familiare che la rendeva insicura e chiusa; sicuramente perseguitata da un dolore fisico lancinante che da sempre aveva accompagnato la sua vita e che la sua ginecologa aveva attribuito a un disturbo di origine psichica, raccomandandole di affidarsi a Paul Meyer (Jérémie Renier), giovane e stimato psicanalista. Poche sedute erano state sufficienti sia per farla sentire un po’ meglio, sia perché Paul si innamorasse di lei, ciò che aveva determinato la fine di un rapporto professionale ormai inammissibile e l’inizio della loro storia.
Chloé si era dunque trasferita col suo bel gattone certosino nell’appartamento di lui, all’ultimo piano di un moderno palazzo parigino e aveva iniziato la sua nuova vita, talvolta infastidita dalle intrusioni di un’anziana vicina di pianerottolo gattofila e impicciona. L’insoddisfazione per le lunghe assenze di Paul, impegnato nel suo lavoro, la difficoltà per l’insopportabile solitudine (acuita dalla ricomparsa del solito lancinante dolore) e per le attenzioni un po’ inquietanti della signora della porta accanto l’avevano indotta a trovarsi un’occupazione e a riprendere le sedute di psicanalisi, all’insaputa di lui, con un altro professionista. Aveva scelto di farsi curare da Louis Delord (lo stesso Jérémie Renier), nell’aspetto molto simile a Paul (scopriremo essere, infatti, il suo gemello malvagio), il cui ufficio era poco lontano dal museo di arte contemporanea, nel quale Chloé si era impiegata come sorvegliante di sala.
Da questo momento il film diventa un thriller molto teso, con momenti di forte erotismo, condotto con sobria e fredda eleganza dal regista.

François Ozon è visibilmente intrigato dalla suggestione che suscita la coppia dei gemelli Paul-Louis (che nel corso del film troverà un corrispettivo femminile nel palesarsi del comportamento schizofrenico di Chloé) e quindi dal tema del “doppio”, continuamente ribadito dalla presenza, nell’elegante scenografia, di miriadi di specchi che, moltiplicando l’immagine dei principali personaggi, evidenziano la dissociazione patologica della loro personalità.
Grazie, inoltre, alla sua ampia cultura cinefila, Ozon impreziosisce il racconto con continue e pertinenti citazioni da pellicole illustri, dal cui repertorio egli attinge a piene mani, avendo quel tema percorso tutte le epoche della storia della cultura e del cinema, fin dalle sue origini. Ispirandosi al “muto” Lo Studente di Praga – 1913 – , alle gemelle di Lo specchio scuro – 1946 –  alle più note opere di Lang, Hitckock, Polanski, De Palma, Cronenberg, pertanto, egli crea una trama di rimandi ben riconoscibili che, proprio per la loro evidenza, attenuano in parte la tensione e il mistero della pellicola, un po’ banalizzandola. Il film, perciò, pur essendo apprezzabile per il nitore e la classica compostezza delle immagini, che ne rende accettabile il contenuto piuttosto prevedibile e l’erotismo talvolta molto esplicito, nonché il raffinato gusto citazionista, non è, a mio avviso, tra i migliori del regista, sebbene realizzato con intelligenza e cura. La sua visione, in ogni caso, non annoia e, a tratti, può riservare qualche bella sorpresa.

Foxtrot-La danza del destino

recensione del film:
FOXTROT- La danza del destino

Titolo originale.
Foxtrot

Regia:
Samuel 
Maoz

Principali interpreti:
Lior Ashkenazi, Sarah Adler, Yonatan Shiray, Gefen Barkai, Dekel Adin, Shaul Amir, Itay Exlroad, Yehuda Almagor, Ran Buxenbaum, Rami Buzaglo, Aryeh Cherner – 113 min. – Israele, Germania, Francia 2017

Il film ha una struttura insolita: se fosse una pièce teatrale, si direbbe una vicenda raccontata in tre atti unici in sé conclusi. In questo film, infatti, tre ambientazioni sceniche sono le diverse cornici che racchiudono tre momenti a se stanti di una stessa storia che, alla fine della pellicola si rivela chiarissima, poiché tutti i particolari apparentemente “slegati”diventano significativi pezzi di un solo disegno.  Analogamente i frammenti di cartone, incastrandosi  nel puzzle, trovano il loro posto e la loro funzione nel disegno che era sembrato difficile da ricostruire.
Cercherò di analizzare, pertanto, i tre diversi “atti” del film e di non rivelare nulla che non sia strettamente indispensabile:

ATTO PRIMO
L’esprit de finesse non è probabilmente diffuso negli ambienti militari, né è paricolamente apprezzato laddove, come a Israele, ci si trova in uno stato di guerra permanente. Nessuna meraviglia, dunque, se, quando si era trattato di avvisare i coniugi israeliani Michael e Daphna Feldmann (Lior Ashkenazi e Sarah Adler) della morte dell’amato figlio Jonatan (Yonatan Shiray), caduto in un’operazione difensiva lungo la linea di confine fra Israele e la Palestina, fosse emersa impietosamente la rozzezza grottesca degli ufficiali incaricati di confortare quei poveri genitori: troppe le parole, troppa la retorica, troppe le raccomandazioni insistenti (anche via cellulare e persino in piena notte!). Una insopportabile violazione, insomma, del diritto a piangere in privato un dolore così grande, mentre, purtroppo, non veniva comunicata alcuna vera notizia: nessuno sapeva come e perché Jonatan fosse morto; nessuno conosceva le condizioni del suo corpo, sottratto alla vista dei genitori; la bara sarebbe arrivata già chiusa, essendo da escludere che non contenesse il corpo di Jonatan… Eppure era andata proprio così: era avvenuto che il loro Jonatan Feldmann fosse stato confuso con uno sconosciuto soldato che si chiamava come lui!  Dopo tanto strazio sembrava tornata un po’ di serenità, ma Michael Feldmann, che era un affermato architetto, con conoscenze molto importanti anche fra gli ufficiali dell’esercito, non avrebbe dimenticato, né perdonato tanta leggerezza: aveva chiesto e ottenuto che, a risarcimento dell’intera famiglia, il figlio tornasse subito a casa. Non restava che attenderlo per festeggiarlo nel generale sollievo, sempre più simile all’euforia,  imbarazzante, data l’uccisione reale di un ragazzo, funesto presagio che lascia la propria impronta sull’intero film.

ATTO SECONDO

Dall’interno borghese, al paesaggio arido e sterminato del deserto in cui un surreale check point è lo sfondo di altre situazioni grottesche: quattro ragazzi, fra i quali Jonatan, sono impegnati in attesa di… “Godot”, armati fino ai denti, mentre scorrono i giorni, uno dopo l’altro e nulla accade di rilevante: rari gli automobilisti di passaggio e, per di più, sempre i soliti, a cui vengono richiesti i documenti in un rito umiliante e ripetitivo, ridicolo tanto quanto drammaticamente ottuso. A intervalli più regolari arriva un dromedario, a cui immediatamente si aprono le sbarre, pronte a rialzarsi al suo ritorno. In questa situazione ai giovani soldati non resta che vincere la noia, presenza costante, dentro quel parallelepipedo di lamiera, che sta visibilmente sprofondando nelle sabbie del deserto.  Jonatan Feldmann, per far passare il tempo, si dedica al foxtrot, la danza che dà il titolo al film, quella che gli sembra descrivere meglio la loro condizione di uomini forzati a tornare al punto di partenza dopo aver tentato qualche passo per uscirne. Essendo anche un bravo disegnatore Jonatan sta ricostruendo a fumetti un po’ di storia della sua famiglia, su un album che scorre rapidamente dinanzi ai nostri occhi e che ci dice qualche cosa di più degli avi e di Michael Feldmann. La tragedia vera è in agguato: una lattina vuota di birra, scivolata dal grembo di una ragazza che rientava a casa con gli amici, dopo la festa di un sabato sera, aveva innescato la reazione di paura, e la successiva sparatoria; tragico errore di cui, in tutta fretta, sarebbero scomparse anche le tracce più minute.

ATTO TERZO
Ancora all’interno di un appartamento borghese, che non è quello del primo atto, però, siedono e discutono intorno alla torta, preparata per il compleanno della figlia, Michael e Daphna, che si sono separati. Ora lei vive lì; Jonatan non c’è, ma se ne piange l’assenza in un gioco al massacro crudele di recriminazioni e rinfacci, rimpallandosi le responsabilità del fallimento comune: di Michael, di Daphna e, in fondo, dell’intera generazione che, dopo le speranze del ’68, aveva accettato senza protestare le scelte politiche che stavano portando Israele sulla pericolosissima china dello stato di guerra continuo, da cui ora era difficile uscire, ma in cui era altrettanto pericoloso rimanere: il foxtrot aveva fatto il suo tempo e nuove danze si stavano imponendo; nuovi erano i danzatori che si stavano affacciando al mondo con le loro tradizioni e i loro valori, e che difficilmente avrebbero sopportato le dure condizioni della “pax israeliana”. Parlarsi, discutere, comprendersi: la coppia di Michael e di Daphna, dopo la rovinosa separazione, avrebbe potuto, ricomponendosi nella reciproca comprensione, indicare la via d’uscita per tutti.

Con le sterzate improvvise che ci spiazzano fin dall’inizio del film, torna il cinema dell’israeliano Samuel Maoz, dopo otto anni di assenza dallo schermo: aveva vinto nel 2010 il Leone d’oro a Venezia con Lebanon, film che ritengo nettamente inferiore a questo, molto più discutibile, sbilanciato com’era dalla parte dei sionisti. Più problematico mi è sembrato questo secondo, dal quale emerge, con improvvise e forti illuminazioni, una visione critica del presente, dal quale deve essere possibile venir fuori, riconoscendo l’umanità e perciò stesso la sofferenza del “nemico”. In assenza di ciò, diventerebbe inesorabile lo sfilacciarsi dell’antica solidarietà che aveva spinto gli ebrei della diaspora, alla fine dell’800, a rifondare il loro stato. Pur in una dimensione tutta ebraica della rappresentazione, che ha la sua splendida metafora nel dromedario, figura del destino inesorabilmente segnato per gli uomini (come si comprenderà alla fine del film), le ragioni del dialogo e della pace dovranno prevalere. Originale e molto interessante la forma narrativa, spiazzante per il brusco interrompersi improvviso; per le belle e significative metafore che continuamente balzano davanti ai nostri occhi, rappresentative nella loro frammentaria e talvolta contraddittoria evidenza, della condizione di inquietudine dei giovani, disillusi e privi di valori fermi sui quali fondare la propria esistenza.

Leone d’argento a Venezia lo scorso settembre.
Da vedere sicuramente.

L’Atalante

recensione del film:
L’ATALANTE

Regia:
Jean Vigo

Principali interpreti:
Michel Simon, Dita Parlo, Jean Dasté, Gilles Margaritis, Louis Lefebvre, Maurice Gilles, Raphaël Diligent, Claude Aveline, Jacques Prévert, Paul Grimault, Fanny Clar, René Blech, Genya Lozinska, Gen Paul, Albert Riéra, Lou Tchimoukoff, Pierre Prévert – 89 min. – Francia 1934.

È uno dei più grandi film della storia del cinema questo capolavoro di Jean Vigo, dalle vicende tormentate (tagli selvaggi dei produttori che in Francia addirittura gli avevano cambiato il titolo, facendolo diventare Le Chaland qui passe) così come quelle del suo autore, morto a soli 29 anni senza essere riuscito a vederlo in sala.  Ora è di nuovo fra noi, dopo l’ultimo restauro che ce lo restituisce in un’edizione forse definitiva, dopo quella del 2001. Il nuovo e accuratissimo restauro della Cineteca di Bologna si è basato principalmente sulla pellicola intera conservata al British Film Institute di Londra, (dove era stata portata per volontà dello stesso Vigo).  Le notizie e i problemi posti da quest’ultimo restauro, che integra e perfeziona quello del 2001, sono reperibili QUI .

L’Atalante è il nome di una chiatta fluviale che si spostava col suo carico di merci lungo le ramificazioni della Senna, fra Parigi, e l’estuario di Le Havre, sulla quale vivevano il capitano Jean (Jean Dasté), père Jules (Michel Simon) anziano marinaio e un ragazzetto tuttofare, il mozzo.

All’inizio del film si percepisce un festoso fermento, una diffusa aria di attesa trepidante intorno a quel barcone a motore: poco lontano, infatti, in terra di Normandia, Jean stava sposando la sua Juliette (Dita Parlo) che avrebbe portato lì, sull’Atalante, per la luna di miele e per il resto della loro vita insieme. Dopo le nozze, Jean era tornato alle sue quotidiane occupazioni, mentre Juliette si era preoccupata di ripulire e riordinare l’imbarcazione che si presentava sporca e disordinata, nonostante il frettoloso tentativo di renderla accogliente da parte dei tre uomini in previsione del suo soggiorno. Aveva avuto, perciò, il suo bel daffare a sistemare tutto, a lavare indumenti e biancheria, a riordinare gli spazi angusti, a provvedere al cibo per tutti, anche per i gatti di père Jules, che, in numero imprecisato, si aggiravano sulla chiatta.  Père Jules, con malcelata galanteria, l’aveva spesso affascinata con i suoi racconti, mentre lei attendeva, un po’ annoiata, che Jean la raggiungesse, lasciando per brevi momenti le operazioni di carico e consegna delle merci, oltre che la navigazione. L’anziano marinaio, che evocando il suo passato avventuroso e i suoi viaggi, le aveva mostrato maliziosamente il proprio corpo tatuato, i tesori celati, i vecchi ricordi e le fotografie di luoghi e persone lontane, la incantava e la aiutava a immaginare che anche per lei sarebbero arrivati i momenti magici delle avventure e dei lunghi viaggi nei paesi più esotici, mentre per l’immediato era felice e impaziente per l’imminente sosta dell’Atalante nei pressi di Parigi. Lì finalmente avrebbe avuto, per qualche giorno, Jean tutto per sé; finalmente fuori da quella barca Jean l’avrebbbe  portata a ballare, al cinema, avrebbe accontentato qualche suo capriccio… Non era andata così, però! Tutto preso dai problemi del suo lavoro, che continuavano anche sulla terra ferma, Jean si rivelava poco comprensivo e anche violentemente geloso, cosicché Juliette, col lutto nel cuore, lo aveva lasciato. Avrebbe, però, presto fatto i conti con la realtà durissima della crisi economica in Francia, che non permetteva a nessuno di illudersi sul proprio futuro…

Il film, ora, segue separatamente i destini di Jean e Juliette, nonché il percorso individuale della rispettiva maturazione sentimentale che li avrebbe portati a ritrovarsi. Per Juliette, come ho accennato, la presa di coscienza coincideva con la scoperta della dura realtà della crisi economica dilagante nel paese e della conseguente difficoltà per tutti di trovare lavoro, cui si aggiungeva la peculiarità di essere donna e quindi esposta a ogni tipo di insidia e ricatto. Indimenticabile, fra le altre, la scena delle lunghe code delle donne e degli uomini disoccupati, respinti col comunicato Non si assume affisso ai cancelli di un cantiere (o di una fabbrica).

Per Jean, da sempre immerso nella realtà e nel lavoro, è invece il momento di emergere, di spingere lo sguardo un po’ oltre, al di sopra delle meschinità e delle beghe quotidiane: non l’avrebbe vista comparire nel fondo di un secchio d’acqua, come gli era stato suggerito di fare, ma l’avrebbe ritrovata in una dimensione onirica, mentre lo stava raggiungendo, sul fondo del mare in cui si era tuffato, coll’abito da sposa per riportarlo sulla terra, all’amore.
La scena è di quelle mitiche, ormai parte dell’immaginario di ogni amante del cinema, utilizzata anche da Enrico Ghezzi come sigla della famosa trasmissione televisiva cinefila di RAI 3, Fuori Orario (accompagnata dalla voce di Patti Smith):

Jean Vigo riesce a mantenere, per tutto il film, un miracoloso equilibrio narrativo, evitando l’insidia del melò strappalacrime, dietro l’angolo, grazie alla leggerezza sorridente del racconto, fluido e molto semplice, che non disdegna la dimensione onirico-simbolica surrealista degli anni ’20* ed evita, contemporaneamente, la deriva piattamente realistica su cui il cinema francese sembrava avviarsi. così come ha colto benissimo il grande François Truffaut:
” Con L’ Atalante Vigo raggiunge la perfezione, raggiunge il capolavoro. Si limita a porre davanti al suo obiettivo una realtà che trasforma in incantesimo, e filmando prosa ottiene poesia.” (Francois Truffaut – 1970)

Da vedere, ça va sans dire!
Credo che sia prossima la sua uscita in DVD

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*Così Luis Buñuel: “Ho amato […] L’Atalante di Jean Vigo. Sono andato a trovare Vigo durante le riprese. Il ricordo di un uomo molto debole fisicamente, giovane e cortese  (Luis Buñuel – Dei miei sospiri estremi – SE – 2005 – pag. 236 ).

Il filo nascosto

recensione del film:
IL FILO NASCOSTO

Titolo originale:
Phantom Thread

Regia:
Paul Thomas Anderson

Principali interpreti:
Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Camilla Rutherford, Gina McKee – 130 min. – USA 2017.

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Premessa forse non inutile:

È Alma (Vicky Krieps), la protagonista del film, a raccontare nella prima scena, a un amico medico, il suo rapporto difficile con Reynold Woodcoock (Daniel Day-Lewis), l’uomo che era diventato suo marito dopo che un loro casuale incontro aveva cambiato la vita di entrambi.
Questo implica due conseguenze: la prima è che tutti i fatti di cui veniamo a conoscenza sono ricostruiti solo attraverso le parole di lei, della cui attendibilità tocca a noi decidere; la seconda è che le ultime scene del film non ci dicono nulla circa il seguito della loro storia, che rimane aperta alle nostre interpretazioni.

Reynolds, Cyril e la Maison 

Nella Londra del secondo dopoguerra (anni ’50) l’atelier di Reynolds Woodcock vestiva le donne della casa reale inglese, nonché molte signore della più alta nobiltà europea: alla creazione degli abiti-capolavoro, esclusivi per l’inventiva e per il sontuoso pregio dei tessuti, si dedicava, con tutto se stesso Reynolds, che personalmente li disegnava e della cui perfetta realizzazione si faceva completamente carico, curandone anche i più piccoli particolari e intervenendo durante le prove, quando conferiva loro l’inconfondibile impronta della suo gusto infallibile.
La Maison che portava il suo nome era diretta in modo deciso e inflessibile da sua sorella Cyril (Lesley Manville), che, profondamente comprendendolo, sapeva come liberarlo dai problemi che avrebbero potuto limitarne la creatività: era lei la segretaria che organizzava  e controllava gli orari di lavoro dello staff, o che gli fissava appuntamenti e impegni; era lei che si occupava della cucina, dei cuochi, del cibo, nonché del lindore e del decoro discreto delle molte stanze della casa. Era sempre lei, infine, ad accogliere e a congedare, con poche parole e senza spiegazioni, le signore che avevano occupato per breve tempo il cuore (forse) arido di lui, divorato dalla passione creativa, alla quale egli sacrificava ogni piacere e ogni affetto, in una sorta di ascetico slancio, alla ricerca della perfezione e della bellezza assoluta. La sua passione crudele lo stava allontanando dalla vita e gli procurava ora una stanchezza triste, da cui, per una volta, seguendo il suggerimento di Cyril, egli si sarebbe sottratto durante il tempo breve di un weekend.

Alma

Reynolds, dunque, aveva vissuto quel fine settimana fra le brume del paesaggio attorno a Londra, nell’antica casa di campagna, con le fotografie di famiglia e con i numerosi ricordi di sua madre, morta troppo presto: la sola donna che egli avesse molto amato,  quella che lo aveva iniziato ai segreti della sartoria e che gliene aveva trasmesso la passione. Nei pressi della casa era il locale in cui, insolitamente sereno, Reynolds avrebbe ordinato il suo breakfast, sotto l’urgenza di una fame inusitata, sconosciuta da tempo, ciò che aveva colpito la cameriera, pronta ad accontentarlo e anche ad accettarne la corte nonché l’invito a cena per la sera stessa. Si chiamava Alma ed era una bella e giovane creatura che, un po’ intimidita, era riuscita a strappare, finalmente, a quel volto scavato e triste, il sorriso e uno sguardo speciale, annuncio dell’amore nascente e  segnale, anche nel successivo svolgersi del film, dei momenti belli di un rapporto sempre più difficile, quasi una… storia d’amore e di tenebra spiazzante e sorprendente.
All’origine del conflitto era l’impossibilità per entrambi di rinunciare a se stessi: la cenerentola, che aveva incontrato e sposato il suo principe azzurro, ora presentava il conto delle rinunce e delle umiliazioni che non le erano state risparmiate, trasformando il suo amore in una sfida crudele per imporre a lui la propria visione del mondo.
L’arte era stata per lui la malattia ossessiva necessaria per ritrovare, senza soluzione di continuità, il filo segreto, cucito negli abiti meravigliosi, che lo legava alle proprie origini, alla memoria della madre venerata, fantasma grazie al quale l’intera sua vita si colorava di senso.
Non esisteva, al contrario, alcuna memoria positiva per lei, il cui passato le ricordava la propria marginalità irrilevante, le insofferenze mortificanti della propria vitalità poco tollerata e spesso compressa. Per Alma, dunque, il senso della vita si esauriva nei piaceri del momento, nella “normalità” quotidiana, in una continuità che poteva trovare un senso solo nel suo naturale perpetuarsi. Si faceva strada nella sua mente un delirante e perverso progetto di dominio (quasi una volontà di potenza), al fine di rendere il marito inerme, indifeso e pronto ad  abbandonarsi completamente nelle sue mani. Il finale del film, che come ho detto non è quello della loro storia, ci presenta alcune immagini allusive della capitolazione umana di lui, che sembrano prefigurare il loro futuro possibile secondo le speranze di lei, che sadicamente lo aveva indotto ad accettare, con piena consapevolezza, la sofferenza e il sacrificio di sé. Quelle immagini ci parlano anche della solitaria inattualità della sua arte, sopravvissuta ma senza prospettive, in un mondo che cominciava a sostituire alle immortali creazioni dell’artista prodotti di consumo privi di ogni pregio e di ogni bellezza.

Il film*

La visione dei film di P.T.Anderson mi lascia ogni volta una sensazione mista di ammirazione e di sgomento inquieto. All’ammirazione sono indotta dall’eccezionale qualità di ogni sua opera, dalla perfezione tecnica, dalla quasi amorosa attenzione a ogni particolare, dalla naturalezza fluida della narrazione che non ci lascia cogliere il dilatarsi del tempo, che scorre molto velocemente. I suoi racconti, inoltre, sfuggono a qualsiasi tentativo di frettolosa interpretazione, ci spiazzano, ci interrogano, ci inquietano, sollecitano la nostra riflessione, ciò che costituisce, secondo me, uno degli aspetti più affascinanti del suo cinema. Il regista è sempre presente, ma è abilissimo nel non comparire: suggerisce i possibili collegamenti, soprattutto evocando atmosfere, molte delle quali ci riportano ai grandi registi del passato, mai citati esplicitamente: c’è un po’ di Hitchcock in Cyril, ma il thriller è ancora lontano e ci suggerirà un inaspettato collegamento: Siegel e il suo Soldato Jonhatan; c’è un po’ di Shining nei lunghi corridoi, ma Kubrick sarà invece indirettamente ricordato con la musica di Schubert, quella del Piano Trio op. 100 che, col secondo movimento, accompagna la resistibile ascesa di Barry Lyndon, il piccolo arrivista che forse rassomiglia ad Alma, o forse no… Certo è impressionante e stupefacente l’attacco schubertiano al primo arrivo di Alma nella Maison…

Da vedere, da rivedere e da meditare. Un film capolavoro, anche senza gli Oscar: peggio per l’Academy se, ancora una volta, non saprà distinguere il grano dal loglio.

Non ho parlato degli attori, interpreti davvero tutti eccezionali: spero che Daniel Day Lewis non mantenga la parola e che non ci abbandoni.

Avverto che la visione in lingua originale ci aiuta a liberarci dal birignao del fastidioso doppiatore che trasforma Reynold Woodcoock in un insopportabile snob.

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*Il film è ispirato liberamente alla figura di C. Balenciaga da tempo al centro della curiosità di P.T. Anderson.Sull’ispirazione del film e sulle ricerche d’archivio condotte per la sua realizzazione, può essere utile e interessante questo articolo del Corriere della Sera che contiene, una bella intervista a Daniel Day Lewis, l’eccezionale interprete del personaggio di Reynolds

 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

recensione del film:
TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Titolo originale:
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, John Hawkes, Peter Dinklage, Kathryn Newton, Kerry Condon – 115 min. – USA – Gran Bretagna 2017

Pronto per gli Oscar, dopo i molti e quasi unanimi apprezzamenti della critica e del pubblico.

Di che cosa parla

Erano passati sette mesi dalla notte in cui Angela Hayes, uscita di casa sbattendo la porta, furiosa con Mildred, era stata aggredita, violentata con ferocia inaudita e lasciata morire tra le fiamme e le sofferenze più atroci. Il crimine era avvenuto lungo la strada poco frequentata che conduceva a Ebbing, oscura cittadina del Missouri. Sette mesi tremendi per Mildred, sua madre, che quella sera le aveva negato l’uso della propria auto, nella speranza che quella figlia riottosa se ne stesse finalmente a casa, almeno per una volta, lontana dalle pessime amicizie che la stavano rovinando. Angela, purtroppo, aveva accettato la sfida materna ed era uscita a piedi, incontrando per strada i propri sadici aguzzini. Al dolore della madre, ovviamente terribile, si aggiungeva, per colmo di strazio, il più profondo senso di colpa che, forse, sarebbe stato meno acuto se le indagini non si fossero bloccate troppo presto senza alcun risultato. Mildred (Frances McDormand) ne attribuiva la responsabilità al modo superficiale con cui l’ufficio di polizia le aveva condotte, e in particolare allo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), che insieme al suo vice razzista e picchiatore di neri, Jason Dixon (Sam Rockwell), dirigeva quell’ufficio.

Tre Manifesti

Per forzare la ripresa delle indagini, Mildred aveva deciso di affiggere tre manifesti che, piazzati lungo la strada verso Ebbing, riportassero alla memoria di tutti  il fatto atroce, informando clamorosamente l’opinione pubblica che nulla era scaturito dall’inchiesta finora condotta, chiedendone conto allo sceriffo Bill. La decisione di Mildred era stata a lungo meditata e preparata con cura affinché fosse legalmente inattaccabile ed economicamente sostenibile anche da lei, che, abbandonata dal marito (affaccendato amante di una fanciulla giovanissima), doveva provvedere, con le magre entrate della sua botteguccia di souvenir e cianfrusaglie, oltre che a sopravvivere, anche a far vivere e studiare il figlio più piccolo, silenzioso testimone dell’ultima violenta scenata fra la madre e la sorella.
Aveva avuto ragione, infine: del caso si parlava di nuovo, grazie alla sua denuncia; l’arrivo della televisione lo stava testimoniando. Mildred non aveva previsto, però, che l’effetto mediatico l’avrebbe presto travolta con straordinaria violenza.
La popolazione di Ebbing non era spregiudicata come quella delle grandi metropoli del nord degli States: era legata alle proprie istituzioni, laiche o religiose, che ne rassicuravano perbenismo e ipocrisia; era quella dell’America profonda, dei bianchi che ancora non avevano accettato la conclusione della Guerra Civile e che continuavano a rimpiangere i vecchi tempi della schiavitù oltre che dell’apartheid, sospettosi di ogni novità e forse speranzosi di riportare indietro l’estensione ai neri dei diritti civili.
Attaccata dai suoi concittadini e dalla polizia, Mildred non si era persa d’animo, però, e aveva deciso di continuare la propria lotta rispondendo, colpo su colpo, a qualsiasi tentativo di intorbidare le acque per occultare, ancora una volta, la verità…
Siamo agli inizi del film e qui si ferma la mia narrazione, nella convinzione che i suoi sviluppi, ricchi di sorprese e di colpi di scena, vadano visti e gustati senza conoscerne prima le svolte narrative.

Il  film
Il film, nonostante le tragiche premesse, rivela da subito la sua connotazione prevalentemente  umoristica, come se il contenuto doloroso fosse filtrato dallo sguardo razionale e curioso di un narratore “pulp”, capace di cogliere gli aspetti grotteschi dei comportamenti diffusi fra i cittadini di Ebbing, luogo inventato, ma quanto mai “vero”, in diversa misura, in ciascun luogo del pianeta, microcosmo emblematico delle paure immaginarie e profonde di tutti noi, ma anche delle aspirazioni comuni  ai valori della solidarietà e dell’umana comprensione. Nessuno è completamente buono, o completamente perfido, in questo film: le angosce spesso impediscono ai numerosi personaggi di vedere e di accettare l’altro (e persino se stessi) nella sua peculiare diversità, che sia nero, omosessuale o nano. Non per nulla la parola “amore”, nel suo significato universale, è contenuta più volte anche ironicamente nelle raccomandazioni estreme dello sceriffo Bill, che solo in punto di morte, ne aveva riconosciuto la fondamentale importanza, nella vita e nel lavoro. La stessa figura di Mildred, personaggio positivo, verso cui, grazie anche alla sublime interpretazione di Frances McDormand, va tutta la nostra più profonda partecipazione emotiva, non è priva di aspetti violenti e vendicativi: nessuno, come  si sa, è perfetto, ma tutti dovrebbero perfezionare la propria sensibilità, per comprendere il dolore degli altri e finalmente condividerlo.

Il film è opera dalla sceneggiatura impeccabile, molto precisa nel disegno dei personaggi e delle loro interrelazioni, velocemente delineate con pochi asciutti tratti sufficienti a rendere vivo e credibile il complesso quadro umano e ambientale della vicenda. Film, dunque, da vedere sicuramente del quale vorrei ricordare, oltre alla ricchezza delle situazioni umane che offre alla nostra interpretazione, la grandezza degli attori, che affiancano l’eccezionale Mildred di Francis Mc Dormand, senza sfigurare, dal primo all’ultimo.

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Martin McDonagh, (nato a Londra nel 1970 da genitori irlandesi), il regista che ha sceneggiato e diretto questo film, è molto noto anche come regista e autore teatrale nell’intero Regno Unito, dove la sua vasta produzione è stata apprezzata ovunque e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti. Il suo esordio nel mondo del cinema è relativamente recente: nel 2006 aveva diretto il suo primo lungometraggio, che non era passato inosservato e che molti di noi avevano visto e apprezzato: In Bruges- La coscienza dell’assassino; mentre del 2012 è 7 Psicopatici, il suo secondo “giallo”, poco conosciuto da queste parti.

Loveless

recensione del film:
LOVELESS

Regia:
Andrey Zvyagintsev

Principali interpreti:
Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keiss, Aleksey Fateev, Varvara Shmykova, Daria Pisareva, Yanina Hope, Maxim Stoianov – 128 min. – Russia 2017

 

Ancora una volta l’interesse di Andrey Zvyagintsev, il regista di questo film, è per la sua terra, la Russia non più comunista che dopo aver accettato i principi liberistici è cambiata rapidamente inserendosi nel processo di globalizzazione del mercato. I vecchi valori della solidarietà sembrano completamente soppiantati dalla ricerca tutta individuale del successo; le vecchie e brutte case popolari, che prevedevano spazi collettivi, sono state abbandonate e si presentano ora come fangosi ammassi di rovine, dalle suggestioni tarkowskiane, che i bambini, all’uscita dalle scuole, utilizzano per i loro giochi segreti.
La Mosca di oggi, infatti, è una moderna capitale, circondata dall’inverno perenne di un ambiente naturale, a sua volta, un po’ tarkovskijano (e anche un po’… bruegeliano, benché  le riflessioni sull’esistenza del film di Andrey Zvyagintsev siano diverse, nei toni, da quelle sarcastiche del film di Roy Andersson*) . Nello skyline, modificato dalle costruzioni di vetro della elegante e lineare architettura contemporanea, il regista avverte un mutamento che non è solo quello delle case, ma è quello dell’anima di chi ci abita, dopo che l’interesse per i soldi, per il lusso e per l’affermazione di sé ha soppiantato le relazioni di amicizia, e persino i legami d’amore che parrebbero più naturali e profondi: quelli fra i figli e i loro genitori. Si è dissolta, infatti, insieme alla coesione sociale, anche quel minimo di coesione familiare che era rassicurante per i bambini, che si sentivano amati, ascoltati e protetti.

La vicenda del film è una storia di divorzio: Zhenya e Boris, rispettivi madre e padre del piccolo Alyosha, decidono di mettere in vendita l’alloggio, non ancora completamente pagato, e di lasciarsi. Ognuno se ne andrà per la propria strada: lei col ricchissimo amante, in un alloggio grande e arredato con sobria raffinatezza; lui dalla donna che ama e che ora è incinta. La storia del loro dividersi, però, non è la normale e civile vicenda di chi prende atto della fine di un legame matrimoniale e decide di chiuderlo; é invece una storia di odio e di rancore, in cui nulla può essere detto senza che un’aggressività rabbiosa si impadronisca di lei, incapace ormai di discutere con pacatezza. Nessuno parla della sorte del loro figlioletto, apparentemente ignaro di tutto, in realtà trascurato da entrambi, troppo presi dal loro futuro immediato, orizzonte da cui escludono qualsiasi ricordo della loro passata esistenza. Accade, perciò, che Alyosha, che ha sentito le liti furiose e ha compreso di essere parte di quel passato che entrambi vorrebbero ignorare, decida di andarsene facendo perdere le proprie tracce. Boris e Zhenya ne saranno informati, dopo un giorno e mezzo, dalla scuola che per prassi si prende cura di avvisare le famiglie dell’assenza degli scolari alle lezioni. Le ricerche, condotte da una neghittosa polizia e da alcuni volontari organizzati quasi militarmente, non approderanno ad alcun risultato, ma saranno ancora una volta l’occasione di scontri e rinfacci sanguinosi  fra quella madre e quel padre.

Il regista di Leviathan firma questa volta un film il cui contenuto sembra focalizzarsi soprattutto sull’assenza di etica nei rapporti familiari nella Russia post-sovietica, ma in realtà ci offre molto di più: è il quadro desolante di un presente privo di qualsiasi valore morale: in famiglia, nei posti di lavoro e nella vita sociale i vecchi riferimenti etici non contano più, né l’alternativa identitaria, offerta dagli insegnamenti di una Chiesa ortodossa sempre più conservatrice e oppressiva, sembra essere accettabile e praticabile nel mondo di oggi se non al prezzo, tutto politico, della convenienza individuale più opportunistica e ipocrita.
Film da vedere sicuramente, poiché pone domande che riguardano anche tutti noi, che viviamo in questo occidente in cui i grandi valori della democrazia e della solidarietà sociale si stanno oscurando e ognuno, sempre più solo, pare accontentarsi dell’illusoria felicità di un presente  senza prospettive ideali.

…Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare…
da “A tutta voce”  di Vladimir Majakovskij
(Traduzione di Paolo Statuti)

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*Un piccione, seduto su un ramo, riflette sull’esistenza

Happy End

recensione del film:
HAPPY END

Regia:
Michael Haneke

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Fantine Harduin, Dominique Besnehard,  Nabiha Akkari, Jack Claudany, Hassam Ghancy, Jackee Toto, Franck Andrieux – 110 min. – Francia 2017.

Con questo titolo, piuttosto sorprendente per chi lo conosce, Haneke ha presentato il suo film in concorso a Cannes quest’anno. In realtà, egli non ha ammorbidito né il suo nihilismo sconsolato, né l’analisi spietata delle manifestazioni del male nel cuore dell’uomo: è rimasto fedele a se stesso, cosicché se ogni tanto ci strappa, durante il film, qualche sorriso, questo nasce dall’amarissima riflessione sulla realtà del vivere e sull’ipocrisia che spinge uomini e donne a offrire di sé un’apparenza accettabile, per minimizzare le contraddizioni della propria coscienza nonché i conflitti nei rapporti umani e sociali.
Calais è lo scenario di quest’ultima fatica dell’ormai anziano regista austriaco: il luogo in cui si accalcano gli uomini e le donne che, giunti dall’Africa nera, sono in attesa di trovare, al di là della Manica, migliori condizioni per il futuro. Il grande tema sociale e politico, tuttavia, è appena sfiorato dal racconto del film, che è tutto focalizzato sulle vicende più recenti di un’importante famiglia locale, che aveva costruito le proprie ricchezze e la propria condizione di potere, grazie all’impresa edilizia condotta un tempo dal nonno Georges Laurent (Jean Louis Trintignant), alla quale era stata affidata la realizzazione di grandiose opere pubbliche: allora, quando molti cantieri si erano aperti e molte offerte di lavoro avevano aumentato il giro di denaro nella zona, il vecchio patriarca aveva saputo salvaguardare gli interessi della sua famiglia aumentandone prestigio e ricchezze e permettendo ai figli di studiare secondo le proprie inclinazioni. Era accaduto perciò che Thomas avesse voluto diventare medico e si fosse spostato a Lille, dove aveva messo su famiglia: degli affari dell’azienda ora si occupava Anna, l’altra figlia, donna tenace e spregiudicata (Isabelle Huppert, come sempre bravissima), qualità non sufficienti, però, a salvaguardare l’impresa dall’imminente rovina, accelerata da un increscioso incidente. Si era aperta, infatti, una voragine franosa sotto un grande cantiere che, oltre ad aver provocato la morte di un lavoratore, aveva mosso le indagini della magistratura, ciò che gettava ombre e sospetti sulla credibilità complessiva dell’impresa. Anna ora cercava di arginare il crollo, trattando con alcune banche inglesi qualche forma di finanziamento, mentre sperava di ottenere l’appoggio alle proprie decisioni da parte del del fratello Thomas e del figlio, giovane disturbato e ribelle, legato a lei da un’oscura e inconfessabile attrazione. Il vecchio Georges, insieme alla piccola Eve, la depressa figlia tredicenne di Thomas (ritratto magnifico di un’adolescente che vive in una solitudine terribile i suoi problemi, nonché i sospetti forse ingiusti dai quali è circondata), benché esclusi da qualsiasi decisione, sono le persone più lucidamente consapevoli dei vizi privati dei componenti di quella famiglia, ora nuovamente riunita per volontà di Anna, animata dalla ferma volontà di offrirne un’immagine unitaria, anche se le tensioni e gli impulsi, ipocritamente imbrigliati dalla sua diplomazia, non sembrano promettere molto di buono…
Non intendo dire altro, perché il finale del film, aperto alla nostra interpretazione, non può in alcun modo essere anticipato. Aggiungo invece che il mio avarissimo racconto si riferisce alla sola seconda parte del film, a cui Haneke arriva dopo aver presentato in modo volutamente frammentario (che più tardi diventerà pienamente comprensibile) alcuni fatti molto importanti, apparentemente slegati fra loro. Si tratta di narrazioni che, con differente ampiezza, compaiono dall’inizio del film nell’inedito e singolare “formato” dello schermo di uno smartphone, sul quale si alternano alle pagine di Facebook quelle di di altri social network, nonché una chat, di cui non si conoscono gli interlocutori, ma che molto di inquietante ci racconta di alcune vicende che costituiscono l’antefatto drammatico di ciò che vedremo.

Il meraviglioso Jean-Louis Trintignant, è Georges, il grande vecchio reso invalido da un incidente che ne ha limitato la mobilità, ma non volontà di morire, poiché egli non si rassegna all’orrore del proprio degrado e della propria sofferenza. Il suo personaggio volutamente riecheggia il protagonista di Amour, non solo perché porta il suo stesso nome, ma per la citazione esplicita dell’atto che per pietà e per amore in quel film aveva compiuto, dando la morte alla donna che più amava al mondo. Il richiamo, così emotivamente sconvolgente, non lascia alcun dubbio sul persistere del profondo pessimismo di Haneke, sul significato sarcastico del titolo-ossimoro di questo suo ultimo lavoro, sulla buia prospettiva che ci attende alla fine del nostro percorso, oltre il quale il nulla indistinto e insensato ci inghiottirà. Un film crudele e bellissimo.

Detroit

recensione del film:
DETROIT

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Will Poulter, Hannah Murray, Jack Reynor, John Boyega, Anthony Mackie, Ben O’Toole, John Krasinski, Kaitlyn Dever, Jason Mitchell, Jacob Latimore, Jeremy Strong, Tyler James Williams – 143 min. – USA 2017

 

Il film è preceduto da alcuni gradevoli disegni animati che brevemente ci informano dei precedenti storici della rivolta nera avvenuta a Detroit nel 1967, illustrando il massiccio spostarsi dei neri del Sud verso quella grande città, alla fine della prima guerra mondiale e il loro successivo insediarsi, alla fine della seconda, nelle abitazioni del centro, abbandonato dai vecchi proprietari che preferivano vivere nelle grandi residenze immerse nel verde extraurbano, lontane dall’inquinamento delle fabbriche metallurgiche e automobilistiche. Il film evidenzia, nel corso del racconto, i fenomeni che, come in tutti i luoghi di recente industrializzazione, sono abitualmente connessi allo sfruttamento spietato della mano d’opera: dagli infortuni invalidanti, senza alcuna protezione assicurativa, alla marginalizzazione di chiunque fosse (o fosse stato) costretto a star fuori dal processo produttivo, all’alcolismo, legato al gioco d’azzardo e alla prostituzione, al senso di estraneità e di odio per gli alloggi fatiscenti e luridi dei lavoratori: siamo in presenza dell’estremo degrado ambientale, umano e sociale, preludio, come sempre, della rivolta sociale.

La rivolta, infatti, arrivò e durò dal 23 al 27 luglio del 1967. Nel  film è raccontata nei suoi diversi momenti, attraverso una ricostruzione in parte fornita dalle testimonianze di alcuni protagonisti di allora, ancora vivi e in grado di ricordare, in parte romanzata dei fatti e del loro seguito giudiziario, come specificherà la stessa regista alla fine del film, non essendo più disponibile una gran parte dei documenti d’archivio distrutti dai numerosi incendi scoppiati nei giorni della rivolta, non sempre causati dalla rabbia distruttiva dei manifestanti, però, soprattutto dopo gli abusi e le violenze perpetrate da molti agenti di polizia che guidavano le feroci e illegali operazioni di repressione. In queste si era distinto soprattutto il giovane agente Krauss (Will Poulter) razzista e sadico, già conosciuto per queste sue caratteristiche. La tortura; l’assassinio di tre innocenti, che si trovavano con altri in una sala giochi, adiacente al motel Algier, senza aver partecipato alla rivolta; l’umiliazione di due donne bianche, che erano in compagnia di alcuni di loro, occupano una parte molto importante del film, che segue attentamente gli effetti fisici e psichici degli eccessi polizieschi sui seviziati, senza tuttavia allontanarsi dallo stile documentaristico e sobrio tipico di tutti i film firmati da Kathryn Bigelow*. Ne è risultato un lavoro teso, accurato, certamente interessante, ma anche discutibile, poiché se è vero che la nostra solidarietà è sollecitata verso i poveretti umiliati e offesi, è altrettanto vero che dalla lunghissima durata di quelle scene e dal distacco gelido del modo di raccontare sembra emergere un certo compiacimento descrittivo, nonché un progressivo allontanarsi dell’attenzione dalla questione razziale, per focalizzarsi su quella degli eccessi della polizia, nonostante proprio il tema dell’uguaglianza dei diritti dei neri fosse, nel  ’67, il più scottante e dibattuto negli Stati Uniti guidati da Lyndon Johnson. Le immagini, è ben vero, sono molto impressionanti, ma anche un po’ imbarazzanti: forse sarebbe stato preferibile da parte della regista un approccio maggiormente rispettoso del dolore. 
Questo, tuttavia, è un un film di buona qualità, sicuramente da vedere e da meditare.

 

*The Hurt Loacher –  *Zero Dark Thirty