La belle époque

recensione del film:
LA BELLE EPOQUE

Regia:
Nicolas Bedos

Principali interpreti:
Daniel Auteuil, Guillaume Canet, Doria Tillier, Fanny Ardant, Pierre Arditi, Denis Podalydès, Michaël Cohen, Jeanne Arènes, Bertrand Poncet, Bruno Raffaelli (II), Lizzie Brocheré, Thomas Scimeca, Christiane Millet – 110 min. – Francia 2019.

È di questi giorni l’uscita di La belle époque, film pregevolissimo del francese Nicolas Bedos, regista al suo secondo lungometraggio: il precedente, Un amore sopra le righe era stato in sala nella primavera dello scorso 2018, ma se n’erano accorti in pochi. Per fortuna il suo DVD è reperibile sul mercato nazionale e, a quanto ne so, Sky lo distribuisce in streaming. Peccato averlo perso su grande schermo.

Si erano conosciuti in un bar di Lione (LA BELLE EPOQUE era il nome esibito sull’ insegna) Marianne (Fanny Ardant), a quei tempi bellissima e seducente nella sua bizzarria e Victor (Daniel Auteuil), amante della bellezza, dell’arte e abile ritrattista. Era stato, per entrambi, attrazione immediata e amore a prima vista.
Aspirante disegnatore, lui, aspirante psicologa lei, si erano trasferiti a Parigi, dove lei si era laureata e dove ciascuno di loro si sarebbe realizzato nel lavoro agognato.
Si erano sposati ed era stato un bel matrimonio da cui era nato un figlio, ora affermato professionista.

L’arrivo della grafica computerizzata, seguita dall’affermarsi della riproduzione seriale di disegni anonimi e tutti uguali, nella ricerca di facile sensazionalismo, avevano messo in crisi il povero Victor, artista-artigiano, a cui era passata persino la voglia di disegnare: né aveva provato a reagire sfruttando le opportunità offerte dalle novità tecnologiche.
Marianne, forse per aiutarlo a superare le difficoltà, o forse perché stanca della sua apatia rinunciataria, aveva preso a strapazzarlo, a tradirlo, a umiliarlo, fino a cacciarlo di casa. Sarebbe stato quel loro unico figlio ad aiutarlo, presentandolo all’amico Antoine (l’intelligente e fascinoso Guillaume Canet), che – come dirò limitando all’indispensabile lo spoiler – è, nel corso del film l’originale e involontario deus ex machina che permette a  Victor di ritrovare l’autostima necessaria per continuare a vivere e a sperare.

Il personaggio di Antoine nella struttura narrativa del film

La storia di un grande amore che si logora non è un argomento nuovo nel cinema (neppure nella vita): difficile perciò renderlo appassionante catturando l’interesse di chi guarda.
Nicolas Bedos, che ha sceneggiato oltre che diretto il film, è riuscito nel miracolo e ha raccontato una vicenda, che è quasi un luogo comune, in modo appassionante, creando il personaggio inconsueto di Antoine, uomo nevrastenico, innamorato molto geloso di Margot (Doria Tillier), ma anche imprenditore col fiuto per gli affari: aveva inventato, con successo, il mestiere un po’ strano, dell’intrattenitore che ripristina, con cura quasi filologica, “eventi” storici, destinati ai ricconi che vorrebbero togliersi lo sfizio di vivere per un giorno, o per qualche ora, nel periodo storico che hanno sempre sognato. Finzione, dunque, imitazione un po’ kitsch del passato: negli Studios di Antoine, transitavano, infatti, attori vestiti da antichi legionari, cavalieri medioevali, colonialisti e schiavi, persino nazisti che avrebbero procurato brividi insoliti ai signori e alle dame sfaccendati che non sapevano come passare il tempo. Storia antica, ma, per un amico, Antoine avrebbe fatto l’eccezione di ricostruire, a prezzi stracciati, la Lione di quarantacinque anni fa (maggio ’68) e di riprodurre sulla scena, il bar (La belle époque) dell’incontro fra Marianne (interpretata da Margot)  e Victor.

Tra finzione e realtà, fra illusioni rinnovate e delusioni in agguato, questa esperienza sarebbe servita a ritrovare, catarticamente, la voglia di vivere e a rimettere insieme la coppia di un tempo?
Se vi ho incuriositi, come spero, lo scoprirete vedendo questo francesissimo, delizioso film, scritto molto bene, montato con audace ed ellittica eleganza e recitato da dio. Non è un capolavoro? Non lo so, ma certo è un bel film, presentato, fuori concorso, a Cannes quest’anno.

 

 

The Irishman

recensione del film.
THE IRISHMAN

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel, Ray Romano, Bobby Cannavale, Anna Paquin, Stephen Graham, Stephanie Kurtzuba, Jack Huston
– 209 min. – USA 2019.

The Irishman è Frank Sheeran, l’irlandese sicario della mafia che abitava a Filadelfia (magnifico Robert de Niro). All’inizio del film, in una casa di riposo per anziani, racconta la propria vita a un prete cattolico, che raccoglie le confessioni dei ricoverati soprattutto di quelli rimasti soli, senza l’amore di nessuno.
Era stata una vita movimentata quella di Frank: dapprima soldato (fanteria) dell’esercito americano durante la seconda guerra mondiale; sbarcato ad Anzio, egli aveva percorso la nostra penisola dal sud al Nord e aveva anche imparato ad apprezzare la nostra cucina e la nostra lingua: buon viatico per Russ Bufalino (eccezionale interpretazione di Joe Pesci), boss della mafia italo-americana, che aveva casualmente incrociato sulla strada.
Era andata così: il suo camion, che trasportava carne fresca per le macellerie e i ristoranti, si era bloccato all’improvviso. Russ, mai visto prima, si era avvicinato, aveva individuato e riparato il guasto, senza nulla volere in cambio. Ci sarebbero stati molti altri incontri, ma fin dal secondo Russ aveva capito che ne sarebbe nato un indistruttibile sodalizio poiché entrambi erano davvero Goodfellas, bravi ragazzi prestati al crimine, ma buoni e leali reciprocamente. Così come lo era, d’altra parte, Jimmy Hoffa (bravissimo l’ottantenne Al Pacino, al suo primo film con Scorsese), il potentissimo boss del sindacato degli autisti, ottimo oratore e trascinatore di folle: aveva sostenuto l’elezione di Kennedy, ma era successivamente passato a sostenere i repubblicani, dopo il fallimento dell’impresa che avrebbe dovuto “restituire” ai biscazzieri cubani l’isola finita nelle mani di quel comunista di Fidel Castro…

Un terzetto di bravi ragazzi alleati per la vita: Jmmy, inoltre, molto apprezzava la semplicità sincera della piccola Peggy, una delle figlie di Frank, poiché nell’ingenua intelligenza della bimba, riconosceva la genuinità  e il candore, che in fondo avevano animato la sua vita di sindacalista idealista, che avrebbe voluto cambiare il mondo.
La storia dei tre uomini, che è storia di mafia e di sangue, era organizzata con una leale divisione dei compiti: gli omicidi erano sempre affidati a Frank (la guerra gli aveva insegnato a uccidere “su commissione“, avrebbe detto al suo confessore), il cui macabro soprannome, l’imbianchino alludeva alle tracce lasciate sui muri dalle vittime che aveva ucciso a bruciapelo, con tecnica infallibile.
È anche storia di processi, di avvocati, di galera che per loro è luogo di incontri, di gare di cucina, di solidarietà, ma anche di minacce e aggressioni, di ferocia e di altri delitti, che si svolge parallelamente alla torbida storia dei misteri americani degli ultimi cinquant’anni, delle loro istituzioni garantiste ma politicamente profondamente colluse, troppo, per scoperchiare il pericolosissimo vaso di Pandora della verità.

Jimmy, ufficialmente, sarebbe misteriosamente scomparso senza lasciare tracce di sé, Russ sarebbe morto di morte naturale e Frank avrebbe portato da solo, alla fine della vita, il fardello terrribile dei suoi crimini, mantenendo per sempre la promessa di silenzio, ma mettendone a parte il ministro di Dio, accompagnato da una speranza di perdono che richiede, anche la presa di coscienza dei lutti provocati, del dolore, del male.
Peggy, che aveva capito tutto, non avrebbe più voluto vederlo; ai giovani, che non sapevano nulla, nulla interessava…
Una storia terribile e bellissima, crudele ma tenera e struggente, con grandissimi pregi cinematografici: delle stupefacenti interpretazioni dei tre mitici attori ho detto.
Mi dilungherò ancora un poco per parlare di due fondamentali aspetti tecnici del film: quella del ringiovanimento degli attori, ottenuto con una nuovissima tecnica digitale in post produzione, con effetti pienamente convincenti (almeno così mi sono apparsi durante la mia seconda visione del film); quella dell’alternarsi tra passato e presente, seguendo la tecnica della dissolvenza incrociata, come era da attendersi dalla collaborazione di Thelma Schoonmaker, storica addetta al montaggio dei più famosi film di Scorsese, fedelissima interprete del grande maestro, una delle più grandi montatrici della storia del cinema.

Cercate di vedere questo grande capolavoro, senza spaventarvi per la sua durata. Vi ripagherà largamente del piccolo sacrificio.
Lo troverete ancora in molti cinema e, dal 27 di questo mese, su Netflix, doppiato nella nostra lingua. Consiglio come sempre la versione originale.

Parasite

recensione del film:
PARASITE

Regia:
Bong Joon-ho

Principali interpreti:
Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam, Hyae Jin Chang – 132′ . Corea del sud, 2019.

Bong Joon-ho è tornato a girare nel Sud della Corea e ha presentato questo amarissimo film a Cannes, dove ha vinto la Palma d’oro nel maggio di quest’anno.
Quest’ultimo suo lavoro ha fatto molto discutere e ha diviso critica e pubblico, come sempre accade quando l’invenzione cinematografica propone situazioni e immagini che ci disturbano e ci angosciano, come in questo caso in cui anche a noi occidentali il regista indirizza l’invito a rispondere con urgenza alle angosce degli altri abitanti del pianeta per i quali costumi e tradizioni da secoli consolidati sono stati spazzati via nel giro di pochissimi anni dal rapidissimo affermarsi del libero mercato e della tecnologia.
I comportamenti umani sembrano ovunque dominati dalla perversa convinzione reazionaria, diventata purtroppo anche comune sentire, che il mondo dell’ingiustizia e del degrado in cui viviamo non sia che la conseguenza inevitabile della condizione “naturale” dell’umanità e che, perciò questo mondo ingiusto sia anche l’unico possibile.
Questo si pensa anche all’interno delle due famiglie protagoniste del film: quella dei Kim che vivono a Seul nella più nera miseria e quella dei Park, i più ricchi della città, che emblematicamente rappresentano la tragi-commedia universale dei nostri giorni: null’altro li accomuna se non la fede condivisa nel denaro e nel capitalismo che, permettendone l’accumulo, rende più facile la vita e più semplice la risoluzione di ogni problema.

I Kim e i Park

I primi vivono nella zona più degradata della della capitale sud-coreana, in fondo a una strada in discesa, sbarrata dalla loro casa, che abitano in quattro. Il poco denaro che riescono a guadagnare, piegando il cartone per il trasporto delle pizze, non basta a saldare completamente i loro debiti, ma serve a mala pena per non morire di fame. Di lì, nessuno di loro esce volentieri: gli altri non devono conoscere la loro povertà vergognosa, socialmente interdetta. Dall’isolamento li salva lo smartphone, uno a testa per tenersi aggiornati sulle cose del mondo. È ben vero che non sempre è facile connettersi, soprattutto  se le bollette telefoniche non si sono pagate… in questo caso non resta che affollarsi attorno al W.C., dove il segnale arriva.
La casa riceve un po’ di luce da una finestrella in alto, che dà sulla strada; troppo spesso, però, nelle vicinanze, qualcuno in cerca di privacy se ne arriva per far pipì, ciò che rende oltremodo sgradevole quell’abitare, simile al vivere oscuro degli insetti parassiti che sbucano da ogni lato e manifestano, con la loro presenza, il degrado dell’intera famiglia dei Kim, che si affannano, con qualche successo a cancellarne le tracce.
Della loro condizione, però, tutti loro si portano addosso un segno che non si può nascondere: l’odore, schifoso e insopportabile, almeno a sentire le parole dei ricchissimi Park, nella cui dimora lussuosa, per effetto di una quasi miracolosa raccomandazione, era stato dapprima accolto, come ripetitore di lingua inglese, il figlio, seguito quasi subito dalla sorella, che, sotto le mentite spoglie di una conoscenza lontana, si sarebbe dedicata ai disegni del piccolo di casa; qualche tempo dopo entrambi i genitori, senza tradire alcuna parentela, li avrebbero seguiti.
Il profondo mutare della loro vita, le ricchezze che cominciavano ad affluire nelle loro tasche, la convinzione di trovarsi ormai fuori dalla deriva sociale, a cui sembravano destinati, non erano stati però sufficienti a cancellare quell’odore di miseria che li rendeva diversi dai loro padroni riconoscibili alla finezza dell’olfatto di Mister Park che l’aveva definito schifoso, ma sensualissimo ed eccitante…I Park ora non avrebbero potuto fare a meno di loro, ognuno dei quali, in modo diverso, era diventato indispensabile all’organizzazione perfetta della casa e della famiglia: la madre era l’insostituibile addetta alla gestione della casa, mentre il padre era l’autista di fiducia, sempre disponibile. Il loro ingresso nella bellissima casa di vetro dei padroni era stato sottilmente intelligente e non violento: senza rivendicazioni, senza sindacati, senza rabbia e, soprattutto – importantissimo per gli ultra liberisti coniugi Park – senza stato, burocrazia, carta bollata e scuola: per questo la coppia si era affidata volentieri ai nuovi arrivati, alla superficiali conoscenze dei due ragazzi, all’iniziativa della madre, alla finta devozione del padre: lui e lei ben lieti che nessuno chiedesse di essere assunto secondo le procedure regolari che gli stati, di solito, prevedono a garanzia di tutti.
Sarebbe arrivata per tutti, però, ricchi e poveri, il momento della verità, la dolorosa resa dei conti e della riflessione inevitabile sui parassiti e sui parassitati…
Qui mi fermo senza altro rivelare per non togliere a chi lo vedrà (spero che saranno molti) il piacere della sorpresa, poiché le svolte del film, costruite con intelligenza tagliente e surreale, quasi bunueliana, accompagnano la visione, con l’esattezza di un teorema, fino allo spiazzante e tragi-comico finale.

Mi è parso che il regista, con questo film, di fronte alla rapidità con cui il modello egemonico del capitalismo occidentale si è diffuso nell’intero pianeta stravolgendo antichi valori umani e azzerando le culture solidaristiche, senza che qualche voce si levasse per mitigarne almeno la disumanità, inviti noi tutti a ripensare al futuro impegnando le nostre energie e la comune razionalità alla ricerca di vie d’uscita, abbandonando le illusioni ottimistiche circa una presunta naturale bontà dell’uomo, che qualcuno avrebbe stoltamente deviato, ma anche senza rimpiangere i vecchi tempi ormai improponibili.
Bong Joon-ho ci ha detto, dunque, con questa sua ultima fatica, che è ora di reagire, prima che la tragedia, non solo ambientale, ci travolga definitivamente, senza scampo per nessuno.

 

 

L’età giovane

recensione del film:
L’ETA’GIOVANE

Titolo originale:
Le Jeune Ahmed

Regia:
Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

Principali interpreti:
Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson,Othmane Moumen, Amine Hamidou, Madeleine Baudot, Marc Zinga – 84 min. – Belgio 2019

Diventare uomo è probabilmente difficile per il tredicenne Ahmed (Idir Ben Addi), cresciuto senza padre e senza  modelli maschili di riferimento, in una famiglia di immigrazione marocchina ormai alla trerza generazione, ben integrata nella realtà sociale della città belga in cui risiede. Per lui né la dedizione senza riserve dell’affettuosissima madre (Claire Bodson), nè le attenzioni della ventenne sorella che lavora e ha un innamorato, e neppure la solidarietà del fratellino, che sogna di diventare calciatore, riescono a soddisfare l’ossessiva ricerca di risposte rassicuranti sulla propria identità e sul senso della vita che lo attende. Il suo riferimento più forte è il cugino, eroe-martire, ovvero il terrorista che ha sfidato la morte auto-immolandosi per la causa jhadista. L’Imam Youssof (Othmane Moumen) il maestro della scuola islamica che frequenta, coccolandolo e ascoltandolo, ne rintuzza le insicurezze e suggella, servendosi del fascino poetico della rivelazione coranica, precetti e norme di comportamento, fondandoli sull ‘inappellabile principio di autorità della fonte di ispirazione divina. Sul fragile Ahmed le conseguenze non si faranno attendere: non solo le donne di famiglia, ma anche la psicologa, le insegnanti, e persino la ragazzina che lo corteggia con insistenza sarebbero diventate, ai suoi occhi, temibili emanazioni delle tentazioni di Satana; evidente manifestazione del male, da respingere, ridurre all’obbedienza e da umiliare; in qualche caso da uccidere…

Vi son de’ momenti in cui l’animo, particolarmente de’ giovani, è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno.*
Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con timido rispetto, son quelli appunto che l’astuzia interessata spia attentamente, e coglie di volo, per legare una volontà che non si guarda.*

 

Sempre attenti al racconto della realtà, incarnandola nei personaggi che vivono contraddittoriamente e spesso in solitudine i drammi dei nostri giorni, i Fratelli Dardenne, questa volta si affidano alla narrazione di una fatto di strettissima attualità, descrivendo con asciutta evidenza la deriva molto pericolosa, che potrebbe diventare una tragedia, di un adolescente indottrinato e fanatizzato da un fondamentalista religioso.
I due registi, tuttavia, evitano gli accenti mélo di un finale che potrebbe aprirsi alla speranza e al perdono, lasciando agli spettatori immaginare i possibili sviluppi della vicenda.
Gli attori, per lo più non professionisti, rendono, con accenti di verità, del tutto plausibile una storia che diventa a poco a poco un teso noir, soprattutto nell’ultima parte.

Premiato a Cannes, quest’anno, con la Palma per la miglior regia, il film è da vedere.

_____________

*(A. Manzoni, I promessi sposi, X -incipit-, 1840)

Miserere

recensione del film:
MISERERE

Titolo originale:
Pity

Regia:
Babis Makridis

Principali interpreti:
Yannis Drakopoulos, Evi Saoulidou, Nota Tserniafski, Makis Papadimitriou, Georgina Chryskioti – 97 min. – Grecia, Polonia 2018.

Babis Macridis è il regista greco di questo lungometraggio, il secondo per lui. Più giovane e perciò meno noto di Avranas o Lanthimos, i suoi conterranei e pestiferi colleghi, condivide con loro la predilezione per il racconto nerissimo e grottesco delle insensate contraddizioni in cui l’umanità si dibatte senza scampo: non per caso per entrambi i suoi film si è avvalso della sceneggiatura di Efthimis Filippou, storico sceneggiatore di Lanthimos, da Kynodontas a Il Sacrificio del cervo sacro.
Al centro del suo racconto è la pietà, come dice il titolo originale, Pity, complesso sentimento strettamente legato alla compassione, che presuppone una partecipazione emotiva al dolore altrui, ovvero una disponibilità a soffrire insieme a chi soffre. Il guaio è che pietà e compassione si sono dileguate dalle società occidentali che hanno cancellato il dolore e la morte (roba da perdenti) e di conseguenza è svanito il rispetto per la sofferenza altrui ridotta, neppur sempre, all’ipocrisia convenzionale del bon ton.

Accade dunque al nostro protagonista senza nome (interpretato da Yannis Drakoupolos) affermato avvocato, di vivere nell’attesa della morte di sua moglie (Evi Saoulidou), da tempo  in coma irreversibile, vittima di un imprevedibile incidente, che l’aveva distrutta ancor giovane, lasciando nella tristezza anche un vivace figlioletto e una cagnetta affettuosa. L’apparente mobilitazione solidale della vicina di casa, di un vecchio amico e dei premurosi commercianti crea una rete protettiva fittizia ma confortevole intorno a lui e al bambino, inevitabilmente destinata a lacerarsi quando, inatteso, arriva il miracolo: la povera donna torna alla vita. Un vero peccato, per lui, che ormai viveva così bene, nella sua maschera di uomo dolente e triste, da non volersene separare, a costo di creare artificialmente le condizioni per continuare a suscitare la compunta pietà del suo prossimo che lo faceva star bene e che dava senso alla propria vita. Con cura agghiacciante e meticolosa egli, dunque, avrebbe eliminato a uno a uno gli affetti della vita che gli impedivano di sentirsi al centro dell’attenzione degli altri. il finale riserva una ironica sorpresa!

 

Le dichiarazioni del regista, sottolineando l’ammirazione per l’umorismo graffiante di Jacques Tati, nonché per l’impassibilità misteriosa di Buster Keaton, costituiscono un importante viatico, per l’interpretazione di questo film che è tra i più disturbanti. Attraverso l’abile costruzione del progressivo slittare del protagonista verso i tortuosi percorsi di un inquietante e distruttivo nihilismo, Makridis comunica la sua critica corrosiva dei rapporti sociali e della loro disumanità. Egli utilizza, a questo scopo, un attore bravissimo nella sua allucinata e immobile fissità, che diventa il grottesco emblema dell’uomo senza passioni e senza desideri, che, pur in presenza del limpido paesaggio ellenico, non  sa trarne pace e armonia, ma anzi volontariamente ne cancella i colori e ogni bellezza:

Noi per le balze e le profonde valli
Natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
Fuga de’greggi sbigottiti, o d’alto
Fiume alla dubbia sponda
Il suono e la vittrice ira dell’onda
.
(Leopardi, Ultimo canto di Saffo, 14-18)

La vita invisibile di Euridice Guzmao

 

recensione del film:
LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO

Titolo originale:
A Vida Invisível

Regia:
Karim Aïnouz


Principali interpreti:
Carol Duarte, Júlia Stockler, Gregório Duvivier, Barbara Santos, Fernanda Montenegro, Flavia Gusmao.
– 139′ – Brasile 2019

La vicenda di questo originale e potentissimo mélo, è novecentesca (tra gli anni ’50 e ’60) e arriva, nell’ultima parte, ai nostri giorni. Ha lo sfondo suggestivo dello skyline di Rio de Janeiro, dominata dalla statua del Cristo Redentore, testimone in ogni tempo dell’identità religiosa dei suoi abitanti. Fra le colline alle spalle della città, povera e degradata, in cui si aggirava un’umanità miserrima, che si arrabattava fra illegalità e vizio pur di guadagnarsi la giornata, sorgevano le case e le ville delle persone “per bene”, la piccola e media borghesia cittadina, quella che aspirava a salire ai massimi livelli della gerarchia sociale e che disdegnava di mescolarsi con la “bassa gente” della metropoli. Lì si era fatta una casa anche la famiglia di Manoel (Antonio Fonseca), fornaio di recente immigrazione dal Portogallo, conservatore e autoritario. Viveva con la moglie anche troppo arrendevole e con le due figlie, diversissime nel carattere e nelle aspirazioni, spesso in lite, legate però dalla complicità molto speciale di tutte le sorelle.
La più grande, Guida (Julia Stockler), si sentiva soffocare in quella famiglia chiusa, era innamorata di un marinaio che incontrava di nascosto; la più giovane, Euridice (Carol Duarte), adorava la musica classica ed era appassionata pianista, col sogno di realizzarsi come concertista a Vienna. La famiglia la assecondava volentieri: una brava pianista e qualche bel pezzo suonato nella propria abitazione era un bel modo per avvicinare la società più influente; l’occasione per invitare persone anche solo di poco più ricche e più conosciute, adatte magari per sistemare Guida, ora in età da marito. Si sperava che un buon matrimonio l’avrebbe aiutata a mettere la testa a posto e a lasciare da parte insofferenze e ribellioni da adolescente.

Era invece accaduto che l’amore per il bel marinaio, infedele e bugiardo (come si conviene ai luoghi comuni), l’avesse aiutata a fare il passo decisivo della sua vita: era uscita da quella casa opprimente ed era stata costretta a trovare la propria strada, che non sempre a quei tempi (e per una donna) era piena di fiori: più facilmente era insidiosa e pericolosa.
Con la copertura riluttante di Euridice, dunque, Guida si era allontanata una sera dalla dimora paterna per un appuntamento furtivo, senza far ritorno all’ora convenuta con lei, che invano l’aveva attesa tutta la notte e che infine aveva compreso e ora la cercava, senza trovarla, un po’ consolandosi al pensiero che avesse appagato felicemente la sua ansia d’amore.
Guida, invece, era tornata a Rio e, con un bel pancione da donna incinta, si era presentata alla famiglia, ansiosa di essere accolta! Era sola e aveva ammesso l’errore e l’abbandono dell’uomo in cui aveva creduto. Cacciata e trattata da puttana, aveva dovuto arrangiarsi per sopravvivere con la  creaturina appena partorita e si era messa, infine, alla ricerca della sorella, che – le sembrava di avvertire – non l’aveva dimenticata.

Euridice se ne era andata, ma l’aveva fatto come si conviene a una ragazza per bene: aveva sposato un uomo appena un po’ più ricco di suo padre, un commerciante di farine prepotente e volgare, che non amava affatto, ma che, almeno a parole, aveva rispettato il suo amore per la musica. Anche lei, ora, cercava inutilmente notizie della sorella: Guida era stata cancellata dai genitori che infine l’avevano data per morta. Nessuna delle due, purtroppo, conosceva la verità di dolore che il destino aveva riservato all’altra. Non erano lontane e continuamente si sfioravano, ma senza riconoscersi: Guida immaginava Euridice ricca e felice concertista a Vienna, dove aveva in animo di recarsi per incontrarla. Le scriveva ogni giorno una lettera, che però, intercettata da quel padre spietato, non partiva e perciò rimaneva senza risposta.

Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia i vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

(Montale, Occasioni, Mottetti I,  9-13)

Vienna era lontana: il matrimonio e la prima gravidanza avevano intrappolato Euridice in un inferno senza uscita: la musica era ancora il suo sogno, ma una seconda gravidanza, del tutto indesiderata, l’aveva inchiodata definitivamente a quel ruolo di moglie e di madre, dal quale le non le sarebbe più stato possibile tirarsi fuori, cosicché, grazie alla solerte partecipazione di un medico, amico di quel marito, la povera Euridice, frastornata e vecchia, irriconoscibile (ora è Fernanda Montenegro l’attrice che splendidamente interpreta la sua triste vecchiaia) viveva nel Brasile di oggi sotto la speciale sorveglianza di un’attentissima equipe che la imbottiva di tranquillanti, in una lussuosa clinica privata, adeguata alla sua elevata condizione sociale…Ancora però, piangeva la sorella perduta e affannosamente cercava qualche sua traccia

…………………………  di nuovo il Fato crudele
mi chiama indietro, ed il sonno sommerge i miei occhi.
Addio; ormai m’ingoia una profonda notte
e tendo a te le mie mani invano, ahimè…

(Virgilio, Georgiche, IV, 489-492, trad. C. Saggio)

 

Non dirò altro su questo film bello e molto toccante, di considerevole complessità, capace, nonostante la lunghezza, di catilizzare l’attenzione degli spettatori che dai primi di settembre continuano ad affluire numerosi nelle sale che lo proiettano: si avvale, d’altra parte di un cast ottimo, in cui le attrici sono di inarrivabile e versatile bravura. È un film melodrammatico, ma è anche un originale film politico che ci parla dell’immobilità del Brasile dei nostri giorni, tornato all’inferno delle fiamme oscurantiste che un regime ottuso alimenta e purtroppo non solo metaforicamente.

Il film, secondo me, ripropone, con questi nuovi significati, il mito senza tempo del legame speciale di Euridice con la musica, a cui si riferiscono i versi di Virgilio che ho citato, autorizzata anche dall’origine greca di quel marito, Antenor, che porta il nome di un mitologico traditore. Opera altamente suggestiva,  premio Un Certain Regard 2019 a Cannes, accolto con favore (e qualche malumore, inevitabilmente) anche dalla critica .

Da vedere.

 

Grazie a Dio

recensione del film:
GRAZIE A DIO

Titolo originale:
Grâce à dieu

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud, Éric Caravaca, Francois Marthouret,
Bernard Verley, Martine Erhel, Josiane Balasko, François Chattot – 137 min.

Francia 2019.

Il grande scandalo della pedofilia nelle organizzazioni della chiesa cattolica e fra i suoi ministri non è nuovo nel cinema, né è estraneo al mio blog: Il caso Spotlight (che ricostruiva l’inchiesta difficile condotta sull’argomento fra mille ostacoli da un gruppo di giornalisti coraggiosi del Boston Globe) nel 2014 riceveva l’Oscar come miglior film; in quello stesso anno, era uscito Il Club, magnifico film di Pablo Larrain, che con diverso approccio raccontava la stessa realtà, nell’ambito geografico del Cile.

Il film di Ozon affronta ora in altro modo il triste argomento: il contesto è quello della Francia cattolica della diocesi di Lione agli inizi degli anni ’90; la storia è quella reale di uomini che, oggi, ormai adulti, vorrebbero impedire a padre Bernard Preynat, il parroco vizioso che con le sue laide insidie aveva turbato profondamente non solo la loro infanzia, ma la loro stessa vita, di continuare a fare violenza ai piccoli che gli erano stati nuovamente affidati, come se nulla fosse successo. La Chiesa, dopo averlo allontanato e destinato ad altri compiti, aveva creduto al suo ravvedimento e gli aveva concesso il perdono, mentre il cardinale di Lione Philippe Barbarin che molto si era adoperato per evitare lo scandalo pubblico, auspicava un’ipocrita “assoluzione” buonistica, che insabbiasse il dolore ed evitasse qualsiasi ricorso alla giustizia civile, del resto inutile, visto l’approssimarsi della scadenza dei termini legali per presentare denuncia.
L’aspetto più interessante del film è nella volontà tormentosa di ricostruzione del proprio vissuto, impossibile da rimuovere, da parte dei protagonisti della storia. Essi sono principalmente Alexandre (splendido Melvil Poupaud nei panni di un cattolico, padre di famiglia, che vorrebbe una chiesa più coraggiosa e trasparente); François (grande Dénis Menochet, nella parte di chi ha perso la fede e ora si batte con Alexander, con l’intento, diverso, di nuocere all’istituzione, non riformabile, nonostante le speranze e i progetti di molti cattolici generosi sognatori e inguaribili utopisti) e infine il fragile Emmanuel (sensibilissimo Swann Arlaud, efficace interprete dell’incerto e tormentato personaggio che aveva subito le ferite, non solo fisiche, più devastanti e dolorose, ansioso di dimenticare).

Nel 2014, coll’intento di raccogliere il maggior numero possibile di testimonianze degli abusati, Alexandre aveva fondato un’associazione virtuale: La parola liberata, che garantiva l’anonimato e la liberazione dalle angosce individuali attraverso il racconto e la scrittura, ma solo nel 2016, con la denuncia aperta alla libera stampa e alle reti televisive nazionali fu possibile dar voce ampia alla denuncia: l’affaire Barbarin aveva ora la risonanza nazionale e internazionale dovuta, cosicché, finalmente, si vedeva il papa impegnato ad affrontare lo scandalo con la giusta energia.

Il film, gran premio della giuria (Orso d’argento) al Festival di Berlino quest’anno, è delicato e pudico nel racconto di un dolore difficilmente risarcibile, ed è tuttavia fermissimo nella denuncia veritiera, che nel dipingere l’orrore di quei fatti, ha ben presente la necessità di evitare ulteriori ferite ai deboli, che come sempre in questi casi, difficilmente riescono a vincere i profondi sensi di colpa che li sconvolgono. Lo sanno bene le donne, che, da sempre oggetto di abusi e violenze,  molto spesso rinunciano persino a parlarne. Ce lo ricordano, in una scena indimenticabile, le lacrime di  Marie, la moglie di Alexandre, che solo con il fragilissimo Emmannuel, il più debole di tutti, trova il coraggio della sincerità: era solo una bambina, quando un vicino di casa l’aveva stuprata. E non era un prete…

È, come si sarà capito, un film da vedere.

La lunga estate calda

recensione del film:
LA LUNGA ESTATE CALDA

Titolo originale:
The Long Hot Summer

Regia:
Martin Ritt

Principali interpreti:
Paul Newman, Antony anne Woodward, Angela Lansbury,
Richard Anderson, Lee Remick.
– 115′ – USA 1958.

Burning, il film che ho recensito da poco, mi ha lasciato una profonda impressione e molte curiosità: questo nuovo post nasce per seguirne le principali suggestioni letterarie, oltre a quella esplicitamente dichiararata come fonte di ispirazione dal regista, ovvero il racconto di Murakami I granai bruciati.. Un altro importantissimo riferimento è all’opera di  William Faulkner, il romanziere prediletto da uno dei protagonisti della storia di quel film. Di granai bruciati si parla spesso, infatti, anche nelle opere dello scrittore americano: in molti racconti e nel bellissimo e importante romanzo Il borgo, ancora reperibile, per i tipi di Adelphi, che presenta la raffinata e imperdibile traduzione italiana di Cesare Pavese.

I grandi interpreti e la vicenda del film

Parlerò più avanti della faticosa realizzazione di questa bella pellicola, che naturalmente raccomando a chi non la conosce ancora.
Vi si raccontano le vicende di Ben Quick (un sensualissimo Paul Newman trentaduenne attore semi-sconosciuto con un passato teatrale e un solo film importante alle  spalle*) affiancato da  Antony Franciosa nella parte di Jody Varner  e da Orson Welles nella parte di  Bill Varner. Le attrici del film sono Joanne Woodward, Lee Remick e Angela Lansbury nei panni rispettivi di Clara Varner; Eula Varner; Minnie Littlejohn.
L’arrivo di Ben nel villaggio sul Mississipi dominato dal ricchissimo e potente Bill Varner era stato casuale: il giovanotto cercava un lavoro dopo essere stato espulso dal suo paese in seguito al processo per l’incendio che aveva distrutto un’azienda agricola, nel quale, senza prove, lo si riteneva implicato. Non avevano potuto condannarlo, ma l’intimazione ad andarsene era stata perentoria.
In cerca di una sistemazione, egli aveva accettato un passaggio sull’auto scoperta guidata da Clara, in viaggio con la cognata Eula, la moglie di Jody.
Eula è una graziosa donna, con molta voglia di vivere; su quel matrimonio, Bill aveva contato, sperando che al più presto una frotta di nipotini avrebbe garantito una sorta di eternità a lui e al suo patrimonio. Non era andata così: il neghittoso Jody si occupava poco degli affari di famiglia e ancor meno di quella bella moglie che ora si dedicava alle occupazioni più frivole, quasi per compensare l’anaffettività di quel marito.
Bill era testardo, però, e sperava, senza molto successo, che almeno Clara assumesse, sposandosi, la responsabilità di perpetuare la famiglia. La giovane, con i suoi ventitre anni ( troppi allora per una ragazza da marito nel profondo Sud americano) aveva un’alta stima di sé e non credeva che una donna come lei si realizzasse nel matrimonio, anche se pensava che Alan, il suo vicino di ottima e cristianissima famiglia, sarebbe diventato prima o poi suo marito, disdegnando le smancerie amorose, sconvenienti per lei e per lui, come, a suo avviso, per ogni altra coppia di persone colte ed educate. I progetti e i desideri di Bill, dunque, erano continuamente frustrati.

L’arrivo di Ben aveva alimentato in Bill il sogno di un possibile cambiamento di sua figlia: l’aperto richiamo sessuale di quel corpo bellissimo impudicamente esibito e il magnetismo dello sguardo fascinoso dello straniero, forse avrebbero prodotto il miracolo. Era stata una sorta di rischiosa scommessa l’accordo suggellato segretamentre fra loro: una ricchissima eredità in cambio di un matrimonio tutto da costruire, con un’accorta strategia; un’impresa non facile, fra imprevisti, drammi e rivelazioni che il finale del film, fra tragedia e commedia, racconta con qualche esagerazione.

La difficile nascita del film

Le notizie che riporto brevemente sono dedotte, principalmente, dalla sezione speciale del DVD in mio possesso in cui la scrittrice e studiosa Valentina Pattavina, dà conto delle proprie accurate ricerche in merito a questo film.

I diritti per la trasposizione cinematografica del romanzo di Faulkner, che ne divenne soggettista, vennero acquistati dal produttore Jerry Wald per la 20th Century Fox, mentre la sceneggiatura fu affidata alla coppia Irving Ravetch – Harriet Frank, Jr, marito e moglie, che abilmente misero insieme lo script attingendo al romanzo, soprattutto al suo terzo capitolo, The Long Summer, nonché in minor misura ad alcune parti di tre racconti brevi dello stesso autore.
Il compito del regista Martin Ritt**, già perseguitato politico, si rivelò subito molto difficile nonostante egli credesse nel progetto. Pesavano le incertezze per la scelta dell’attore protagonista nel ruolo di Ben Quick: Marlon Brando o Robert Mitchum o, infine, Paul Newman, giovane di ottima preparazione teatrale (proveniva dall’Actor’s Studio di New York), la cui ammiccante  sensualità gli era sembrata particolarmente adatta a conferire al film un decisivo imprinting erotico. Il personaggio di Jody, affidato ad Antony Franciosa, anch’egli attore dell’Actor’s Studio, rischiò di crollare per il nervosismo manesco dell’attore***, sempre pronto a pronto a minacciare tutti, regista compreso. Fu però Orson Welles, il grande Bill che, per volontà di Ritt, venne preferito a Edward G. Robinson, l’interprete che diede i più gravi problemi, durante le riprese e persino in fase di montaggio. Le sue ire erano soprattutto dirette contro i modi recitativi da Actor’s Studio di Newman, Franciosa e anche di Joanne Woodward: lo irritava la tecnica di immedesimazione che egli respingeva, invece, per dar luogo lucidamente a un personaggio che è insieme ironico e malinconico, recitato col forte accento strascicato e le espressioni gergali del profondo Sud, che, in fase di montaggio furono ritenute così poco comprensibili, da pensare a una qualche forma di doppiaggio. Per fortuna, per evitare i costi troppo alti, si mantenne il film com’era, cosicché oggi ci possiamo godere, in versione originale, un insolito e quanto mai amabile Orson Welles.

Il film fu girato dal settembre al dicembre del 1957, lungo il Mississipi, in un’estate umidissima e torrida, a sua volta fonte di ulteriore nervosismo. Solo nel marzo del 1958 fu possibile presentarlo agli spettatori in una sala di Baton Rouge, accolto immediatamente con grande favore dal pubblico che molto apprezzò l’accento locale di Bill e la storia dell’amore difficile fra Ben e Clara, accompagnata dalla bella canzone di Alex North, autore dell’intera colonna sonora.

Alla conclusione del film, Paul Newman sposò Joanne Woodward, poiché sul set – e sul serio – i due si erano innamorati. Il loro matrimonio durò cinquant’anni, fino alla morte di lui.

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* Lassù qualcuno mi ama (aveva sostituito James Dean).

** da poco cancellato da una lista di proscrizione (siamo in clima di guerra fredda), per aver aderito a una sottoscrzione a favore della Cina comunista.

*** appena uscito di galera  per aver picchiato un fotografo in difesa della moglie, Shelley Winters

Manta Ray

recensione del film :
MANTA RAY

Titolo originale:
Kraben Rahu

Regia:
Phuttiphong Aroonpheng

Principali interpreti:
Wanlop Rungkumjad, Abhisit Hama, Rasmee Wayrana
– 105 min. – Tailandia, Francia, Cina 2018.

Sui nostri schermi, in poche sale, incontriamo questo titolo tailandese, premiato col suo regista a Venezia lo scorso anno (Sezione Orizzonti). Si tratta di un film interessante, trattandosi del primo lungometraggio firmato da un autore sconosciuto, che non è, esattamente parlando, un cineasta, ma un artista che all’università ha studiato arti visive.

Una foresta
Quest’opera, pertanto, pur essendo sicuramente accessibile a un vasto numero di spettatori, richiede la nostra disponibilità ad accogliere un linguaggio nuovo, talvolta un po’ criptico, un piccolo sforzo interpretativo favorito da qualche indizio che il regista dissemina a cominciare dall’incipit: la dedica al popolo Rohingya, ovvero agli uomini, alle donne, ai bambini in fuga dal Myammar (Birmania) per sfuggire alla “pulizia etnica” di cui sono vittime designate, diversi per appartenenza religiosa dagli intolleranti che li vogliono distruggere. Spesso I Rohingya* attraversano a nuoto un breve tratto del Pacifico, fra mille insidie e migliaia di perdite, per raggiungere le baie più nascoste della costa tailandese, in cerca di rifugio, nascondendosi fra le liane della foresta paludosa che si affaccia sulla costa. La foresta è al centro della narrazione del film, non solo perché è il passaggio obbligato per arrivare ai centri abitati, ma anche perché lì trovano sepoltura le vittime dell’ esodo straziante, che hanno visto interrompersi sogni e speranze di riscatto, ma che ora riappaiono sotto l’aspetto di danzanti punti luminosi e colorati, probabile significante della vitalità spezzata ancora in grado di  manifestarsi nell’oscurità boscosa, fra stagni e mangrovie.

Un giovane sui vent’anni (Abhisit Hama) gravemente ferito e muto è ritrovato da un biondo pescatore senza nome (Wanlop Rungkumjad) che se ne prende cura e infine lo guarisce e lo protegge, accogliendolo nella propria povera baracca di legno e dandogli il nome di un popolare cantante locale: Thongchai.

Thongchai segue ora, come un’ ombra, il proprio soccorritore: da lui apprende a vivere, a muoversi, a lavorare, ad apprezzare il cibo. Ha, inoltre, un presente e un nome; potrebbe forse avere un futuro…

L’improvvisa scomparsa del suo biondo compagno, che lo aveva messo al corrente dell’abbandono dell’amata propria moglie Saijai, coincide misteriosamente con l’inatteso ritorno della donna che se n’era andata; sarebbe stata lei ora a prendersi cura di Thongchai, ad assisterlo, a procurargli il cibo, a farlo diventare bello e biondo!
Le sorprese non finiscono qui, non ne parlerò, altrimenti non sorprenderebbero più.

Il film procede col suo tono favolistico, nell’alternarsi delle scomparse e degli improvvisi ritorni, per presentarci, alla fine, il grande cetaceo da cui prende il titolo: Manta Ray, ovvero l’animale che ha imparato con pazienza ad attendere il momento in cui potrà danzare nelle acque, avendo evitato i pericoli e i predatori, mimetizzato e appiattito sulla sabbia dei fondali oceanici: potente e insieme leggiadra metafora del ciclo inarrestabile della vita di ogni creatura, legata misteriosamente al dolore e alla morte, contro la quale le difese non possono che essere provvisorie.

Se è vero che nell’insieme la visione di questa pellicola lascia l’impressione di una certa incompiutezza, come se il regista volesse affidare agli spettatori l’impresa di completare il film con le associazioni che suscita l’indubbio fascino delle immagini misteriose e piene di grazia, è altrettanto vero che usciamo da questa visione continuando a ripensarci e a collegare, ciò che non sempre avviene dopo altre visioni, forse più coerenti, ma prive del magico potere incantatore di questa.

Da vedere, con l’augurio che le prossime opere di Phuttiphong Aroonpheng mantengano e sviluppino le promesse di questa prima performance.

La vérité

recensione del film:
LE VERITA’

Titolo originale:
La Vérité

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Manon Clavel,
Alain Libolt, Christian Crahay, Roger Van Hool, Ludivine Sagnier, Laurent Capelluto, Jackie Berroyer
– 107 min. – Francia 2019

Questa volta, alla chetichella, i titolisti italiani hanno superato se stessi, senza clamore…understatement. Il titolo francese, La verité è diventato Le verità, spoiler non richiesto e fuorviante, giacché suggerisce una discutibile interpretazione.

Presentato fuori concorso, come film d’apertura a Venezia quest’anno, l’ultima fatica del giapponese Kore’eda Hirokazu è ancora un ritratto di famiglia. Questa volta si tratta di una famiglia franco-americana, poiché La vérité è anche il primo film occidentale del regista, che lo ha girato interamente a Parigi, di cui egli coglie angoli nascosti che, poco lontani dai consueti notissimi percorsi, hanno il fascino cromatico dei giardini giapponesi d’autunno, malinconicamente allusivi del concludersi di una memorabile e intensa  stagione della vita della protagonista, Fabienne (Catherine Deneuve).
Attrice ammiratissima e amata dal pubblico, Fabienne aveva dedicato al cinema tutta se stessa, lasciando molte vittime sulla propria strada, dalla rivale, Sara, fantasma senza volto, presenza ossessiva nella memoria di sua figlia Lumir (Juliette Binoche) che le rimproverava di averla trascurata, agli uomini che l’avevano adorata, alcuni dei quali continuavano a viverle vicino, nonostante la spietata crudeltà dei tradimenti e degli abbandoni.

Le memorie- la verità

Fabienne aveva scritto e pubblicato un romanzo autobiografico, ponendosi, alle soglie dei sessant’anni, di nuovo al centro dell’attenzione generale: dei giornalisti in cerca di scoop sensazionali; della figlia Lumir, che dagli Stati Uniti, dopo il matrimonio con Hank (Ethan Hawke) non si era più fatta vedere; degli ex amanti dei cui servigi lei tranquillamente si sentiva autorizzata a profittare.
Quelle sue memorie romanzate però, stavano generando conflitti per l’ego spropositato dell’autrice di un racconto che troppe cose (e persone) ometteva, troppi fatti taceva o distorceva senza contraddittorio possibile. Erano le “sue” memorie, d’altra parte…

La villetta di Fabienne, ora, per festeggiare l’uscita di quelle pagine, si animava con l’arrivo di molti ospit: Pierre (Roger Van Hool), ex marito, padre di Lumir, convinto di poter vantare qualche diritto per l’uso del proprio nome in quel libro; Lumir, certa di chiarire finalmente le ragioni della morte di Sara, per lei, bambina, figura consolatoria, sostitutiva della madre sempre assente; la nipotina Charlotte (Clémentine Grenier), per conoscere davvero quella nonna un po’ strega e imparare da lei l’arte magica di trasformare il mondo assecondando gli umani desideri.

Le relazioni familiari, però, si erano complicate: Fabienne era impegnata a recitare se stessa sul set di un film in cui andava in scena un quasi- romanzo della propria vita, ovvero la storia di un rapporto immaginario fra sé e la madre, morta giovane, che dall’aldilà continuava a seguirla, e, mantenendo intatta la propria bellezza, la vedeva invecchiare, la comprendeva e la confortava.
Straordinaria e spiazzante inversione di ruoli: Sara, al posto suo e lei al posto di Lumir, a recitarne l’antica ossessione, non la verità, che continuava a essere quella di una madre appassionata del proprio lavoro, con poco tempo da dedicare a lei, perché la vita di tutti i grandi attori è un amore esclusivo e totalizzante, che non ammette distrazioni. Di quell’amore si può morire giovani, perché non tutti sono forti a sufficienza per sopportare i sacrifici nonché il destino di solitudine che li attende.

È questa la parte più originale dell’intero film, quella che permette al regista di dar voce e immagine alle proprie riflessioni sull’arte e sul cinema,  attraverso l’apporto di due fra le più grandi e straordinarie attrici del cinema francese, in stato di grazia, ineguagliabili nel conferire verità ed equilibrio ai diversi e intricati piani narrativi di questo film.

Non sfugge allo spettatore attento l’interesse del regista cinefilo per i maestri del cinema occidentale su cui egli  aveva formato il suo gusto e la sua poetica, cosicché, il film è anche un omaggio a  Bergman (Sinfonia d’autunno, ma anche Persona); a Fleming (il suo Mago di Oz del 1939 è apertamente citato); a Rohmer ( i colori e la malinconia del meraviglioso Racconto d’autunno) ad Assayas (Sils Maria, e Personal Shopper, soprattutto).

Gran bel film, girato con intelligente e ironica grazia, da vedere possibilmente in lingua originale.