Alice e il sindaco

recensione del film:
ALICE E IL SINDACO

Titolo originale:
Alice et le maire

Regia:
Nicolas Pariser

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Anaïs Demoustier, Nora Hamzawi, Léonie Simaga, Antoine Reinartz, Maud Wyler, Alexandre Steiger, Pascal Reneric, Thomas Rortais, Thomas Chabrol – 103 min. – Francia 2019

Dopo tanta sociologia, la politica torna al cinema con questo bel film francese di Nicolas Pariser, che cerca di coniugare la migliore tradizione del pensiero politico della sinistra con il conte philosophique, caro alla cultura d’Oltralpe.
Il regista, già studente alla Sorbonne, tra i migliori discepoli di Eric Rohmer*, si sofferma, in questo suo secondo lungometraggio, sull’eterno problema del rapporto fra le teorizzazioni ideali – non necessariamente utopiche, che orientano le scelte politiche – e la prassi ovvero l’agire politico di chi per cambiare il mondo deve non solo conoscerlo, ma individuare gli obiettivi intermedi realizzabili col massimo consenso possibile in uno stato democratico, evitando il doppio rischio che il pensiero si lasci sedurre dall’eccesso di astrattezza e che la prassi si riduca al piccolo cabotaggio dei provvedimenti hic et nunc, senza alcuna considerazione per la storia del passato e senza prospettive per il futuro.
Il sindaco di Lione Paul Théraneau (magnifico Fabrice Luchini) in crisi di idee sembra rappresentare la generale difficoltà di quei politici che “ci hanno provato”, per dirla con il Gorbaciov di Herzog, con onestà e con buon successo, promuovendo e realizzando importanti progetti di grande valore sociale, ma che ora si sentono spiazzati dalla tecnologia.
Egli, infatti, pur mantenendosi fedele agli ideali democratici e socialisti che ne avevano guidato le realizzazioni, avverte l’esigenza di risposte nuove, per le quali gli mancano le idee, forse l’immaginazione, forse, come dirà Alice, (incarnata benissimo da Anaïs Demoustier) la modestia.
Alice insegna letteratura e di filosofia, dopo essersi laureata brillantemente a Oxford. Al suo prestigioso curriculum di ricercatrice sono andate le preferenze dello staff del povero Théraneau svuotato e in affanno, che confessa la propria inadeguatezza a far fronte alla  frenesia delle giornate sempre più affollate di impegni, di spostamenti, di discorsi. Potrebbe essere lei la persona giusta per aiutarlo: è giovane a sufficienza per orientarsi fra le trasformazioni post-moderne e ha cultura da vendere per valutarne i rischi e le  contraddizioni.
Lo seguirà, pertanto, ovunque nel corso della giornata, soprattutto ora che, in mancanza di meglio, il sindaco si è lasciato trascinare nell’impresa folle di coordinare un evento molto impegnativo e solenne: Lione 2520, la celebrazione, cioè, dei 2500 anni dalla fondazione della città, voluta fortemente dalle banche che, finanziandone il progetto, intendono trasformarlo in un affare utile ai soci, sia pure qualificandolo culturalmente e socialmente, in previsione di nuove assunzioni e della creazione di molti nuovi posti di lavoro.

 

Il film, come si vede, sviluppa temi di strettissima attualità, raccontando benissimo l’incepparsi della politica tradizionale, il crescere delle ambizioni personali e di rivalità invidiose all’interno del gruppo di collaboratori che vedrebbe bene la corsa di Théraneau  all’Eliseo per succedere a lui, snaturando completamente le ragioni ideali delle sue scelte.

Nello stesso tempo, diventano ai nostri occhi sempre più chiare le ragioni dello smarrimento di un uomo che alla politica si era dedicato completamente e che non ritrova nella realtà post- moderna la spinta a proseguire. Alla lettura delle Rêveries rousseauiane, forse, il sindaco dovrebbe sostituire quella melvilliana del negarsi all’impegno di Barthélby, lo scrivano**, come infine gli suggerirà amabilmente e con un po’ di ironia Alice, durante il loro ultimo incontro.

Particolarmente apprezzabile che il regista abbia evitato sia il racconto psicologico, sia il mélo sentimentale, sia il sarcasmo feroce a cui i riti della politica si sarebbero prestati, sia il qualunquismo dei populisti fai-da-te, mantenendo alla sua opera il carattere rigoroso del racconto filosofico, amaro e talvolta doloroso, che ci induce a riflettere sul disincanto dell’oggi, profondissimo per chi ha militato con onestà e passione, come il sindaco, ma difficile da affrontare anche per chi, come Alice, si affaccia sul presente col privilegio di saperlo analizzare e comprendere, ma non trova risposte per viverlo da protagonista.

*il film, e la scelta dell’interprete Fabrice Luchini sono un chiarissimo riferimento-omaggio a L’Arbre, le Maire et la Médiathèque che Rohmer girò nel 1993. 

** Melville è anche il nome del cardinale che, durante il conclave  che lo aveva eletto papa, fugge per sottrarsi a un compito per il quale non si sente adeguato.
Il riferimento è a Nanni Moretti e ad Habemus papam, ed è il regista stesso ad ammetterlo nel corso di un intervista concessa a Nicolas Azalbert e Stéphane Delorme il 5 settembre 2019 (Cahiers du Cinéma n° 759 dell’ottobre 2019).

Herzog incontra Gorbaciov

recensione del film:
HERZOG INCONTRA GORBACIOV

Titolo originale:
Meeting Gorbachev

Regia:
Werner Herzog, Andre Singer

documentario – Gran Bretagna, USA, Germania 2018.

Un gran bel documentario questo che purtroppo ha poca visibilità in Italia. Questo mio breve commento vuole essere un invito a vederlo, prima che sparisca dalle nostre sale. È l’intervista, condotta in tre tempi, dal grande regista tedesco Werner Herzog e dal famoso documentarista britannico Andre Singer a Mikhail Gorbaciov, l’uomo che aveva introdotto nel sistema dell’economia sovietica le riforme della Perestroika e nella politica del suo paese il principio della Glasnost, ovvero qualche elemento di libero mercato nell’economia ingessata dalla burocrazia, nonché qualche elemento di trasparenza e di controllo nei confronti di un potere politico imbalsamato nell’immobilismo più asfittico e chiuso ostinatamente a ogni forma di confronto.

Alla morte di Breznev, (1982) dopo il susseguirsi grottesco di leader vecchi e malati, finalmente il giovane Gorbaciov era diventato il nuovo segretario del Comitato centrale del Partito comunista sovietico (1985) nonché capo del governo, assumendo insieme alla straordinaria responsabilità nei confronti del proprio paese, l’immagine carismatica di un leader che, venendo incontro alle attese del mondo, diventava simbolo delle speranze dell’umanità, in vista di una pace duratura e senza confini, fino al 1991, quando un colpo di stato della vecchia guardia aveva messo fine al sogno, aprendo in Europa e nel mondo la strada a molti dei processi disgregativi ancor oggi in atto.

È un film costruito grazie al montaggio sapientissimo che alterna le interviste, i ricordi storici e le malinconiche rimembranze personali di un uomo malato e vecchio, ma ancora giovane nel cuore e lucidissimo nell’analisi politica, in cui – tra vecchie fotografie, giornalistiche presenze e immagini di repertorio che avevano fatto il giro del mondo – rivediamo, con i grandi di quegli anni*, anche i tempi delle nostre illusioni, che sarebbe un bene per tutti se non andranno smarrite e  diventassero oggetto di conoscenza delle giovani generazioni.
Oggi, quando si va perdendo troppa memoria storica, questo film può aiutare davvero l’umanità disorientata e distratta a riflettere su quel passato e anche sugli errori di chi… ci aveva provato, generosamente. Come lui, che lo dirà alla fine della bellissima lunga chiacchierata, ma anche come noi che altrettanto generosamente avevamo creduto a quella politica e che ostinatamente continuiamo a credere e a sperare.

——————

*fra gli altri: Ronald Reagan, durante la sua presidenza degli USA, il sindacalista polacco Lech Walesa, ex leader di Solidarność e presidente della Polonia, ed Helmut Kohl, artefice dell’unificazione tedesca dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 e Margaret Thatcher.

Che sia un film da vedere, dunque, ça va sans dire.

Richard Jewell

 

recensione del film:
RICHARD JEWELL

Regia:
Clint Eastwood.

Principali interpreti:
Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm, Olivia Wilde, Paul Walter Hauser Dexter Tillis, Wayne Duvall – 129 min. – USA  2019.

Ultima fatica dell’infaticabile Clint, quasi novantenne, che ormai dirige a occhi chiusi, mettendo la sua invidiabile esperienza di cineasta, il suo gusto infallibilmente sobrio, al servizio del suo credo civile: l’amore per gli Stati Uniti, e per i valori della Costituzione americana, che da sempre garantisce la libertà di tutti i cittadini, nonostante le deviazioni interessate di governanti, magistrati, uomini della polizia e dell’esercito, che come tutti gli altri possono errare e peccare, ma che, infine, sono tenuti ad esserle fedeli e a rispettarla.

Rassomiglia all’altro suo eroe, Sully *  Richard Jewell (Paul Walter Hauser) il generoso protagonista del film che era nel servizio d’ordine ad Atlanta, durante le Olimpiadi estive (1996), quando, di sorveglianza al Centennial Park il 27 luglio, aveva sventato un gravissimo attentato terroristico, che senza la sua vigilanza e la sua iniziativa coraggiosa avrebbe prodotto una strage.
Il vero terrorista, tale Eric Rudolph, aveva continuato a muoversi negli Stati Uniti del tutto indisturbato, mettendo ancora a segno tre attentati prima di essere individuato e arrestato, ma gli uomini della polizia locale e dell’FBI, nell’intento di assicurarsi encomi e promozioni, avevano cercato addossare la responsabilità del reato, al più presto – con l’aiuto della TV e della stampa locale e nazionale – proprio a Richard, il reo buon uomo, che nel giro di due giorni era stato trasformato da eroe a traditore un po’ squilibrato, che aveva agito allo scopo di mettersi in mostra.

Meno ottuso di quanto la polizia avesse creduto, il povero Richard, da sempre bullizzato, per la sua obesità (veniva chiamato Omino Michelin), legatissimo alla madre, e anche collezionista di armi, aveva intuito un po’ tardivamente la trappola della polizia e aveva nominato il proprio avvocato nella persona di Watson Bryant (magnifico Sam Rockwell), un po’ pigro e un po’ dandy, ma fermamente convinto dell’innocenza del suo assistito che, infatti, sarebbe stato scagionato dopo qualche mese per mancanza di prove.
In ogni caso, determinante per la sua piena riabilitazione, agli occhi dell’opinione pubblica, sarebbe stato l’appello accorato di sua madre (Kathy Bates) in Tv, diretto a Bill Clinton, allora presidente, che con tutta la forza dell’amore per quell’unico, straordinario figlio (oh, my boy aveva esclamato fra sé quando le era arrivata la notizia dell’impresa eroica di Richard) onesto e buono come ogni vero americano, aveva reclamato piena giustizia, per tornare a vivere nella dignitosa semplicità di sempre, 

Ancora una volta Clint, utilizzando la vasta gamma di registri narrativi che padroneggia come pochi altri, alterna il racconto asciutto e cronachistico del dramma di Richard, con il racconto amaro delle oscure trame dei potenti per fini inconfessabili, impedendo lo scadere nel mélo grazie alla vigile ironia tanto più tagliente quanto più chiara appare la sproporzione fra l’enormità dell’accusa e le povere cose sequestrate nella modesta casa materna di Richard, dove persino i Tupperware di plastica, di uso casalingo, vengono portati via solennemente, come elementi probatori. Indimenticabili ed esilaranti scene, così come quelle della loro restituzione!

Non ha dubbi, dunque, il vecchio Clint di vivere nel migliore dei mondi possibili: basta attendere con paziente serenità che la verità si faccia strada. Purtroppo, com’è naturale, il mondo perfetto disegnato dalla più perfetta delle Costituzioni si scontra con la meschinità incorreggibile dell’animo umano! Non è colpa di Clint se gli uomini sono così.

Un film da vedere.

*il valoroso pilota che aveva portato in salvo 155 persone con una rischiosa manovra nelle acque gelate dell’Hudson, animato esclusivamente dal senso del dovere

Lo sceicco bianco

recensione del film:
LO SCEICCO BIANCO

Regia:
Federico Fellini

Principali interpreti:
Leopoldo Trieste, Alberto Sordi, Giulietta Masina, Brunella Bovo, Gina Mascetti,
Lilia Landi, Ernesto Almirante, Fanny Marchiò, Enzo Maggio, Ettore Maria Margadonna, Antonio Acqua, Ugo Attanasio, Jole Silvani, Mimo Billi – 86′. – Italia 1952

Federico Fellini, forse il regista più grande del nostro cinema, era nato a Rimini il 20 gennaio 1920, un secolo fa.
Su questo blog, nel mio piccolo, intendo ricordarlo per quanto possibile degnamente, con qualche recensione che si aggiunge a quelle, già presenti, di La dolce vita (1960) e Amarcord (1973), nella speranza di invitare alla conoscenza delle sue opere. Oggi è possibile vederne cinque in edizione restaurata dalla Cineteca di Bologna nelle sale che si stanno organizzando in proposito. Molte altre saranno disponibili anche sui canali televisivi pubblici o privati, sulle piattaforme delo streaming o attraverso i supporti (DVD o BluRay), fermo restando che vederle al cinema, nelle sale per le quali Fellini le aveva volute, è la migliore di tutte le opzioni possibili.

 

 

LO SCEICCO BIANCO

Uscì nel 1952: era il primo film girato interamente dal giovane Federico che nel 1951 era stato co-regista di Luci del varietà, insieme ad Alberto Lattuada, dopo qualche esperienza da sceneggiatore per Rossellini e per Germi.

Il soggetto di Lo sceicco bianco, per la verità, era stato ideato da Michelangelo Antonioni che, successivamente, lo aveva abbandonato nelle mani del produttore, (il che di frequente avveniva), in attesa di uno sceneggiatore e di un regista. Fellini aveva letto lo script, l’aveva ritenuto interessante e aveva accettato di occuparsene, purché gli si garantisse il pieno controllo di tutte le fasi della lavorazione, anticipando di una decina d’anni le richieste dei più grandi registi internazionali che, dalla seconda metà degli anni ’60, rivendicarono a sé il diritto all’intera responsabilità realizzativa dei loro film.

I personaggi  e il racconto

La storia è quella di due sposini, arrivati in treno a Roma dalla Calabria nel 1950, l’Anno Santo, in occasione del quale il Papa aveva previsto udienze straordinarie per le coppie dei giovani sposi in viaggio di nozze.
Fu così che Ivan e Wanda Cavalli (rispettivamente Leopoldo Trieste e Brunella Bovo) iniziarono nella città eterna la loro luna di miele e insieme la loro … separazione, forse la prima, o forse l’unica…Non è dato saperlo.

Wanda, inopinatamente, aveva abbandonato Ivan con uno stratagemma, per un’avventura che nelle intenzioni avrebbe dovuto durare poco più di un’ora, ma che si era protratta fino al giorno dopo. Aveva, infatti, voluto vedere e conoscere da vicino l’uomo che aveva acceso la sua ingenua immaginazione: lo sceicco bianco, al secolo Fernando Rivoli (interpretato dal giovane Alberto Sordi), eroe di un popolare fotoromanzo, all’epoca molto letto dalle ragazze alfabetizzate della piccola borghesia che alla lettura dei fumetti si affidavano per evadere dalla realtà paesana alquanto monotona e priva di attrattive, allettate da un mondo altro, perfetto ma inesistente, che offriva elementi di facile identificazione sentimentale.
Con ingenua trepidazione, eludendo la sorveglianza possessiva del marito, era uscita di corsa dall’albergo e si era avventurata per le strade di Roma che stava per celebrare una festa civile, portando con sé il regalo che aveva preparato per il suo sceicco (gli aveva già indirizzato tre lettere, sempre ricevendone risposta): un ritratto che lei stessa avea disegnato e firmato con lo pseudonimo Bambola Appassionata.

 Ivan non si era accorto di nulla: stanco del lungo viaggio in treno, si era addormentato, né si sarebbe svegliato senza il concitato bussare della cameriera: l’acqua calda del bagno, di cui Wanda aveva fatto richiesta, era traboccata (nella fretta di fuggire la sciagurata non aveva chiuso il rubinetto…).

Si precisano a poco a poco, nel corso del racconto, i tratti caratteristici del giovane sposo, che, all’inizio del film, appare anche troppo presuntuoso e vanaglorioso, emblematicamente rappresentativo dell’uomo del Sud di media cultura classica, convinto di avere, perciò stesso, diritto a un posto prestigioso nella pubblica amministrazione e anche alla carriera in vista di un futuro come politico democristiano: la sua famiglia, nella sua propaggine romana, e uno zio, impiegato in Vaticano, erano la garanzia di queste aspirazioni ambiziose; Ivan era anche convinto del diritto alla proprietà di Wanda, a cui avrebbe voluto insegnare a vivere secondo la stereotipata divisione dei ruoli della famiglia tradizionale.
In realtà Ivan era fragile e disorientato almeno quanto lei: due giovani inesperti entrambi, sperduti nel mondo caotico e volgare della capitale nell’immediato dopoguerra, popolata di uomini e donne apparentemente accoglienti, ma in realtà avidi, capaci di alternare cinismo e falsa condiscendenza, pur di accaparrarsi qualche mancia, o qualche favore.

Il film segue in parallelo le avventure di entrambi, prigionieri, anche se in modo diverso, di un’identità fittizia, e invischiati, senza volere in un tourbillon di eventi che li travolgono, privandoli di ogni capacità reattiva.

Fellini disegna perfettamente i due provinciali sperduti, attraverso scene che, tra lo scherzoso e il pietoso, ne definiscono il comportamento.
Di lui vorrei ricordare lo smarrimento durante la sfilata dei bersaglieri; la sosta al ristorante, costretto a recitare contro voglia una sua vecchia poesia d’amore e ad ascoltare i due menestrelli che per lui cantano un’insensata canzone; la presenza all’opera (il Don Giovanni, che Fellini riprende – con allusione maliziosa alle vicissitudini di Wanda – nel momento della seduzione di Zerlina: Vorrei e non vorrei…); l’inevitabile e dolorosamente comica denuncia alla polizia e, infine, l’incontro con le due prostitute romane (indimenticabile la Cabiria di Giulietta Masina), alla debole luce della luna.

Di lei vorrei ricordare l’incantamento per l’incontro con Marilena Alba Vellardi, la segretaria dello sceicco, attraverso la quale passava la corrispondenza per lui, che non la leggeva; lo stupore per la sfilata delle odalische e delle comparse; lo smarrimento per la direzione del fumetto da parte di un regista che urla e sbraita, maltrattando gli attori; la meraviglia per l’arrivo in altalena dello sceicco (scena davvero magistrale per la sintesi, tutta felliniana, dell’epifania favolosa con la reale volgarità dell’uomo (superbo Alberto Sordi, all’inizio di carriera); il compiacimento di essere con lui mentre le ammiratrici sono in cerca di un autografo; la solitudine disperata.

Il film si avvale della bellissima colonna sonora di Nino Rota: chi l’ascolta noterà le analogie con la musica delle opere felliniane che seguiranno.

Cercate di non perderlo.

La ragazza d’autunno

recensione del film:
LA RAGAZZA D’AUTUNNO

Titolo originale:
Dylda

Regia:
Kantemir Balagov

Principali interpreti:
Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev, Kseniya Kutepova, Olga Dragunova, Timofey Glazkov, Alyona Kuchkova, Veniamin Kac, Denis Kozinets, Alisa Oleynik, Dmitri Belkin, Lyudmila Motornaya, Anastasiya Khmelinina – 134 min. – Russia 2019.

È arrivato in sala l’attesissimo secondo film di Kantemir Balagov, regista del bellissimo Tesnota, ora reperibile in DVD.
Nato nel 1991 e cresciuto alla scuola di A. Sokurov, l’enfant prodige ha imparato perfettamente a maneggiare gli strumenti del suo lavoro e questa volta ci ha raccontato, con impassibile distacco, alcune storie terribili dell’immediato dopoguerra (1945) a Leningrado, quando i nazisti se n’erano finalmente andati ed era consentito sperare che con la pace sarebbero tornate le condizioni della normalità quotidiana, per riprendere a vivere. Ai sopravvissuti si richiedevano però cure urgenti: a quelli, che erano rimasti e avevano patito la fame e il freddo resistendo per eroismo o per disperazione; a quelli che erano tornati dal fronte e che portavano nel corpo e nella mente i segni incancellabili dell’orrore più feroce e che ora, in ospedale, ricevevano le attenzioni e, quando possibile, le cure del medico e delle infermiere pietose e premurose, che tuttavia dovevano misurarsi con la scarsità dei farmaci, dei disinfettanti, dei bendaggi e persino dell’acqua, poiché il ritorno alla normalità non era questione di ore, ma di giorni e talvolta di mesi: tutto scarseggiava, persino i cani, che gli abitanti avevano sacrificato per sopravvivere.

Questo film, ispirato al romanzo La guerra non ha un volto di donna, della scrittrice Premio Nobel Svetlana Alexievich, tuttavia, non è un film sui reduci, o sui disperati che hanno perso in guerra i loro affetti, ma è una storia di donne, un racconto molto complesso e molto personale del regista che scava nel dolore femminile, spiegandone le ragioni:
Mi interessa il destino delle donne e, in particolare, di quelle che hanno combattuto nella seconda guerra mondiale […], la guerra che ha visto in assoluto la più massiccia partecipazione da parte delle donne. Come autore, mi interessa trovare una risposta alla domanda: cosa succede a una persona che la natura ha previsto per creare la vita, dopo essere sopravvissuta alle prove della guerra?

Era tornata dal fronte Masha (Vasilisa Perelygina), che a Leningrado aveva incontrato l’amica Iya (Viktoria Miroshnichenko), arruolata come lei nell’esercito, con compiti di “supporto”, eufemismo per nascondere la prostituzione organizzata dallo stato sovietico a sostegno delle truppe. Iya, detta la Spilungona (Dylda) o Giraffa per l’altezza spropositata, era presto tornata alla vita civile, ovvero a condividere con gli assediati la fame e il freddo, avendo manifestato la propria inidoneità all'”attività di supporto” nella forma di una transitoria epilessia che ne bloccava, all’improvviso, i movimenti. A lei, Masha aveva affidato Paska, il piccolo che aveva quasi miracolosamente partorito, fra un aborto e l’altro, perennemente a rischio in quella zona di guerra.

Al suo ritorno, Paska non c’era più e Iya si era assunta la responsabilità di quella scomparsa, accettando di risarcire l’amica con una maternità “per procura”, che avrebbe restituito a entrambe una ragione per vivere, allontanando i sensi di colpa e le umiliazioni accumulate nel passato e anche nel presente, quando tutti i nodi erano venuti al pettine e la disperazione era sembrata impadronirsi inesorabilmente delle loro giovani vite.

È un film sull’amicizia femminile, perciò, sugli sguardi e sui gesti della com-passione e della pietà, che si esprime senza parole, con i tempi lunghi necessari a lasciare intendere  l’indicibile; a confessare l’inconfessabile, a esprimere con timido pudore un’ambivalenza erotica che non può o non vuole palesarsi.
Sono anche altri i temi nascosti sotto il “velame de li versi strani” e sono tutti molto moderni: l’estrema pietà dell’eutanasia di fronte al dolore inutile e senza rimedio; le ingiustizie di classe e i privilegi di chi non ha dovuto sacrificare il proprio cane per nutrirsi; le lunghe code per un lavoro; l’ottusità dei burocrati; il permanere di un’arcaica cultura maschile che confina le donne e anche i “diversi” a un ruolo di perenne subalternità.
Dal film, che sembrerebbe molto triste, emerge invece la voglia di vivere dei personaggi, che sentono di nuovo in sé l’impulso a superare il momento più critico. Tutto questo diventa credibile grazie alla sinergia che si stabilisce fra le bravissime protagoniste, la volontà del regista di evitare un film “storico” per parlare con il linguaggio universale del sentire, espresso con asciutta e scarna sobrietà, lontana dal mélo e anche con i colori raffinati e caldi della splendida fotografia e dei bellissimi costumi.

Sorry, We Missed You

recensione del film:
SORRY, WE MISSED YOU

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor, Ross Brewster, Charlie Richmond – 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio 2019.

Sorry, We Missed You è un’espressione di cortesia che probabilmente conosciamo, almeno nella sua versione italiana: spiacenti, non vi abbiamo trovati! È esperienza diffusa che il nostro pacco sia arrivato fino a casa nostra e che ora a noi tocchi cercarlo perché il corriere non ci ha trovati. Il nostro stato d’animo indispettito ci suggerisce di non fare più acquisti on line, proposito che presto si vanifica di fronte alla mutata realtà: stanno scomparendo, uno dopo l’altro, i negozi sotto casa; si moltiplicano invece i furgoni degli addetti alla consegna, così come i motorini o i monopattini che sfrecciano veloci e quasi ci sfiorano, per recapitare pacchi, pacchetti e pacchettini con le merci di cui abbiamo fatto richiesta: effetti della globalizzazione e dell’accelerazione (?) impressa da Internet agli scambi commerciali. Questa è la quotidianità con cui facciamo i conti, della quale il vecchio Ken Loach si occupa in questo film, e lo fa come al solito mettendosi nei panni di chi lavora nei centri di smistamento delle merci che, trasportate dagli aeroporti, arrivano ai magazzini per essere separate e assegnate agli addetti che le  portano a destinazione, ovvero a noi.

Il lavoro

Si chiama Ricky Turner (Kris Hitchen) il lavoratore da troppo tempo disoccupato e ormai quarantenne, di cui seguiremo le peripezie. Aveva deciso di “automunirsi”, acquistando a rate  il furgone bianco per la consegna delle merci che gli avrebbe facilitato il nuovo impiego. Questo infatti richiedeva l’inserzionista, il padrone che non si chiama più così, ma che da padrone gli parla quando gli spiega che cosa dovrà fare. Il furbacchione, infatti, si limita a organizzare i trasporti di quelli come lui e anche di quanti, non disponendo di mezzo proprio, si mettono alle sue dirette dipendenze come lavoratori subordinati. Nonostante l’apparente differenza delle condizioni, però, quel lavoro è infernale per tutti, sfruttamento allo stato puro, senza garanzie e senza limiti d’orario, sempre spiati  dall’implacabile “telecomando” elettronico che registra tempi e spostamenti, e che impedisce soste, riposo e solidarietà di classe.

La famiglia

Un inferno per tutti sta diventando anche la vita delle famiglie. La cinepresa di Ken Loach segue ancora una volta Kriss, nella vita privata: ha una moglie, la dolce e paziente Abbie (Debbie Honeywood), che lavora occupandosi con rispettosa dedizione di anziani e malati, sacrificando il proprio tempo soprattutto sui mezzi pubblici: le rate del furgone rendono impossibile alla famiglia sostenere le spese per una seconda auto. I figli, adolescenti smarriti, soffrono, nel corpo e nell’anima, il disagio crescente di chi ha perso i riferimenti affettuosi ed è costretto a vivere senza l’amorosa fermezza dei genitori che aiuta a orientarsi nella vita.

 

 

Come si vede, il film non ci dice cose molto diverse da quelle che nei loro articoli ci comunicano i sociologi, che sono diventate, nella vulgata giornalistica, noiose ovvietà. Eppure, questo film non contiene ovvietà: si piange con i suoi infelici protagonisti, perché nelle riprese del grande Ken Loach essi sono uomini, donne e ragazzi veri nel loro dolore e nelle loro sofferenze, credibili nelle loro aspirazioni, sanguinanti nelle loro ferite, tumefatti per i continui colpi che ricevono. Il film diventa, perciò, ancora una volta, non solo una potentissima denuncia, ma una rappresentazione del nostro vivere e soffrire in un mondo sempre più ingiusto e sempre più indifferente. Ken Loach, l’ottantaduenne lucidissimo  nella sua disperazione,  ancora ci commuove ed è certamente, come spesso gli si rimprovera, uomo di parte nonché cineasta schierato. Aggiungerei che è un grande vecchio ancora appassionato per le sorti dell’umsanità, per nostra fortuna!

Il mistero Henri Pick

recensione sel film:
IL MISTERO HENRI PICK

Titolo originale:
Le mystère Henri Pick

Regia:
Rémi Bezançon

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Camille Cottin, Alice Isaaz, Bastien Bouillon, Josiane Stoléru,
Astrid Whettnall, Marc Fraize, Hanna Schygulla, Marie-Christine Orry, Vincent Winterhalter
-100 min. – Francia, Belgio 2019.

Jean Michel Rouche (che ha il volto di Fabrice Luhini) era, prima di essere licenziato dalla TV, il critico letterario più popolare di Francia, almeno quanto Fred Koskas (Bastien Bouillon) era l’aspirante scrittore più sfortunato.

Jean Michel conduceva una seguitissima trasmissione della TV francese per promuovere i libri degli scrittori-fai-da-te  (quelli che vorrebbero essere pubblicati); Fred Koskas era uno dei molti scrittori rifiutati (quelli che gli editori non pubblicano, anche perché non li leggono).
La vicenda*, intricata e intrigante, si svolge tra Parigi, sede del canale televisivo dedicato agli aspiranti scrittori e la Bretagna della regione di Finistère, dove una sala della biblioteca pubblica di Crozon ospita nelle apposite cartelline i dattiloscritti dei libri mai pubblicati. Lì era finito il romanzo di Henry Pick, Les Dernières Heures d’une histoire d’amour, racconto della fine di una storia d’amore, che procede parallelamente a quello delle ultime ore dello scrittore AlexanderPushkin.

Henry Pick, morto da due anni, l’aveva scritto di nascosto, all’insaputa dei familiari più stretti e dei suoi vicini, che lo ritenevano un bravissimo e sopraffino intenditore di farine e di pizze, ignorando che avesse una doppia vita fatta di studi e di cultura russa. Il suo manoscritto segreto, conservato a Crozon, era stato scoperto e pubblicato per merito di Daphné Despero (Alice Isaaz), talent scout di un editore, ed era diventato un caso letterario di cui tutta la Francia dei lettori e dei critici discuteva animatamente.
Jean Michel Rouche si era giocato la carriera televisiva proprio per aver messo in dubbio pubblicamente, forte della sua credibilità, l’identità dell’autore, pizzaiolo davvero singolare! Il licenziamento e la ritrovata libertà di giudizio, lo avevano spronato all’indagine su quello strano romanzo e alla minuziosa ricostruzione delle circostanze che ne avevano permesso la fortuna letteraria…

Il film, dunque, segue la detection di Jean Michel e diventa un thriller condotto con la tensione sufficiente a coinvolgere la nostra curiosità, imparando qualcosa anche sulle strategie che inducono l’industria culturale a promuovere o a rifiutare la pubblicazione di un’opera letteraria.

È un discreto film, non un capolavoro, ma merita una visione, per la bella performance di Fabrice Luchini, insuperabile nel ruolo dell’intellettuale disincantato e un po’ cinico e anche per la presenza inattesa della sempre bella Hanna Schygulla, che dignitosamente e amabilmente sa mostrare l’avanzare dell’età.

 

 

* ispirata al romanzo di David Foenkinos che ha lo stesso titolo del film.

The Farewell-Una bugia buona

recensione del film:
THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA

Titolo originale:
The Farewell

Regia:
Lulu Wang

Principali interpreti:
Zhao Shuzhen, Awkwafina, X Mayo, Lu Hong (I), Kong Lin, Tzi Ma, Diana Lin, Gil Perez-Abraham, Ines Laimins, Jim Liu, Aoi Mizuhara- 98 min. – USA, Cina 2019.

Mentire non sempre è cosa riprovevole: alcune menzogne possono persino allungare la vita! È uno dei messaggi che ci lascia questo bel film, secondo lungometraggio di Lulu Wang, regista cinese, ora cittadina americana, che ha forti legami con la terra delle sue origini e con quella parte della famiglia che è là e intende rimanerci.

In quest’opera, presentata con successo al Sundance Film Festival, la regista racconta un’esperienza vissuta, distaccandosene in parte: quel tanto che occorre per non rendere facilmente riconoscibili le persone reali che profondamente ama; si ringiovanisce di molto, perciò, e diventa la trentenne Billi che un po’ le rassomiglia e che è interpretata dalla rapper Awkwafina.

Newyorkese di origine cinese, come i suoi genitori, Billi, non diversamente dai suoi coetanei, ha trovato un lavoro precario per una paga così bassa che non riesce neppure a garantirsi l’indipendenza dalla famiglia, con la quale non vive più: non ha un buon rapporto con la madre che, pienamente americanizzata, le attribuisce ogni responsabilità per l’incerta condizione in cui si trova: non ha grinta; non è intraprendente..

Billi vuole molto bene alla nonna paterna, l’ultra ottuagenaria Nai Nai (Zhao Shuzhen), che, dopo averla allevata, era tornata nella sua Cina lasciandole l’indelebile ricordo della speciale tenerezza solidale che da sempre lega i nonni ai nipotini che hanno viziato e fatto crescere, accettandone capricci e difetti senza riserve.
Per la saggia Nai Nai, che vive serenamente la propria vecchiaia, e che sente spesso anche Billi (per lei si era convertita allo Smartphone), si sta sta avvicinando ora il triste momento del commiato dal mondo. Sembra, infatti, che non le resti molto da vivere: un brutto tumore ai polmoni, inarrestabile nella sua progressione, sta indebolendo le sue forze mentre l’inevitabile calvario delle terapie che le si prospettano mobilita tutti i parenti, compresi gli “americani”, che lasciano le loro abituali occupazioni per “proteggerla” dalla verità della malattia: la paura sicuramente la aggraverebbe.

Billi è combattuta fra l’esigenza di rinnovare, con la sua presenza, l’amore di un tempo, e quella, tutta americana, di essere sincera con lei, ma la sua ostinata voglia di verità rimane isolata: un po’ per volta comprenderà che la sua visione del mondo nasce dall’antropocentrismo della cultura occidentale, dalla convinzione che ogni uomo sia dominatore della natura e padrone della propria vita, e che a ognuno perciò tocchi decidere di sé e del proprio futuro, ingaggiando, come Antonius, il cavaliere bergmaniano, una sfida perdente con la morte.
Ogni cinese, invece, sa da sempre che la morte non è che il naturale ritorno a quel grembo materno che è la terra, che dà la vita e che se la riprende per riproporla in altra forma, ad altri esseri viventi, nell’incessante e ciclico alternarsi della vita e della morte.
Le immagini del film accompagnano il trascorrere del tempo con dolcezza, mentre le inimicizie e le incomprensioni si compongono nel ricordo di chi è stato e che tutti sentono ancora vicino.
Una bella lezione di serenità che può aiutarci a vivere meglio.

Uno dei film più profondamente “natalizi” che mi sia capitato di vedere.

Ritratto della giovane in fiamme

recensione del film:
RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

Titolo originale:
Portait de la jeune fille en feu

Regia:
Céline Sciamma


Principali interpreti:
Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel – 119 min. – Francia 2019.

 

La premessa

La vicenda è raccontata da Marianne (Noemi Merlant), che insegna, in una scuola di pittura, l’arte del ritratto. È lei, sollecitata da una studentessa, a evocare, mentalmente, come in un grande flashback, la vicenda che qualche decennio prima (1770) le aveva ispirato un dipinto dal titolo La jeune fille en feu.
Mi soffermo sull’innegabile suggestione di questo titolo, quasi proustiano, perché mi pare contenere in sé una chiave di lettura del film, come se la regista, che lo ha diretto e sceneggiato, ci avvisasse con un po’ di malizia dell’operazione “artificiosa” che sta per mettere in scena: il ricupero memoriale  di una storia indicibile, se non sul piano dell’arte, irrealizzabile nella realtà, riferita a un brevissimo arco temporale, collocata, però, in un tempo storico che precede di più di un secolo Å l’ombre des jeunes filles en fleur (1918).
Si tratta, anche in questo caso, di una recherche, ovvero della ricostruzione, sul filo della memoria di Marianne, di un episodio amoroso (breve), fondamentale snodo nella sua vita, ma importante anche nella vita di due altre donne: Heloïse (Adèle Haenel) e Sophie (Luàna Bajrami). Tutte e tre le donne, improvvisamente libere oltre ogni speranza, avvertono coscientemente con quanta semplicità e facilità il gentil sesso potrebbe vivere in perfetto equilibrio fra anima e corpo, ovvero allo stato di natura, che pare coincidere con lo stato di grazia indispensabile per la felicità.
A questo punto il riferimento (per quanto non esplicito, anzi maliziosamente mascherato sotto le mentite spoglie di Ovidio e del mito di Orfeo ed Euridice) è inevitabilmente Rousseau, richiamato oltre che dalla visione positiva della natura, anche dai nomi di Heloïse (Julie ou la Nouvelle Heloïse è il suo romanzo protoromantico del 1780) e di Sophie (Emile – 1762 – è il suo romanzo pedagogico, sull’educazione ideale, secondo natura e secondo la loro naturale diversità, di un bambino, Emile e di una bambina, Sophie, futuri capostipiti ideali di una nuova discendenza, educata secondo natura e secondo ragione).
Si delinea in questo modo il carattere di teorema del film, i cui presupposti sono in parte letterari (Proust) e in parte filosofici grazie alla onnipresenza rousseauiana nei nomi dei personaggi e sullo sfondo dell’intero racconto di Marianne.

La ricostruzione di Marianne, sul filo della memoria

Nel 1770, Marianne approdava sulla costa bretone, dopo che il suo bagaglio da pittrice  era caduto nelle acque minacciose dell’Atlantico in tempesta, costringendola a un tuffo fuori programma per ricuperarlo, mentre il barcaiolo e il corriere che la accompagnavano a destinazione, continuavano a remare iperterriti e indifferenti. Affaticata e infreddolita, pertanto, Marianna raggiungeva, risalendo la falaise, il grande castello del quale sarebbe stata ospite per svolgere l’incarico segreto per il quale una ricca vedova  (Valeria Golino) l’aveva assunta: ritrarre la giovane figlia Heloïse, appena uscita dal convento. Era diventata lei la figlia da marito, dopo che l’altra figlia era morta, forse per suicidio. C’era un buon partito per lei, a Milano, che attendeva il suo ritratto per decidere se quel suo aspetto fosse di proprio gradimento. Nessuno prendeva neppure in considerazione che lei non lo volesse, men che meno che lei non volesse sposarsi.
Marianne, costretta a nascondere le ragioni della propria presenza, avrebbe a lungo studiato e osservato Heloise, accompagnandola nelle lunghe passeggiate sulla riva dell’oceano. nel tentativo di coglierne, attraverso le espressioni del volto e degli occhi l’anima che le sfuggiva.  Un’assenza improvvisa della madre, partita per pochi giorni alla volta di Milano, permetteva finalmente lo svelamento dell’indicibile: l’emergere del desiderio d’amore che infuocava la giovane Heloïse e la scoperta di sé di Marianne, mentre il personaggio di Sophie, la serva fedele e saggia, dall’animo gentile, riceveva da Marianne e da Sophie l’aiuto per interrompere senza rischi una gravidanza indesiderata…

Il tema dell’amore fra donne non disgiunto dal quello della solidarietà sororale ha trovato in questo film una rappresentazione raffinata e rigorosa, talvolta un po’ fredda, come si conviene a un teorema, ricco anche di molte citazioni cinefile: Lezioni di piano di Jane Campion in primo luogo, cui sembra ricollegarsi per la presenza del tema dell’arte e dell’artista e per  il gusto romantico della corrispondenza tumultuosa fra il paesaggio e gli stati d’animo, presente anche nel bellissimo La donna del tenente francese di Karel Reisz. Mi sarei aspettata, dopo aver letto molte recensioni sul web, soprattutto maschili, una certa dose di erotismo, che invece mi è sembrato del tutto assente, forse travolto da una ricerca della bellezza un po’ fine a se stessa.

Impressioni di una qualche forzatura ideologica e programmatica, in un film per altro molto contenuto negli sviluppi mélo, mi indurrebbero a rivederlo in lingua originale.

 

Il film, accolto in genere molto bene da critica e pubblico, si pone, per l’eccezionale numero di premi e nomination che fino a questo momento ha ottenuto (e che riporto qui di seguito),tra i più forti candidati agli Oscar del prossimo anno.
Sopravvalutato? Io credo di sì, ma è un film da vedere tenendo presente, mai come in questo caso, la soggettività del mio giudizio!

_________________________________

Premi (fonte: mymovies.it):

– Migliore sceneggiatura Festival di Cannes 2019

– Migliore sceneggiatore europeo a Céline Sciamma European Film Awards 2019

Nomination

Golden Globes 2020:
– Migliore film straniero

European Film Awards 2019
– Miglior regista europeo Céline Sciamma
– Miglior attrice europea Noémie Merlant;Adèle Haenel
– Miglior sceneggiatore europeo Céline Sciamma

Critics Choice Award 2020
– Migliore Film straniero

Independent Spirit Awards 2020
– Migliore film straniero

Storia di un matrimonio

recensione del film:
STORIA DI UN MATRIMONIO

Titolo originale:
Marriage Story

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Scarlett Johansson, Adam Driver, Laura Dern, Merritt Wever, Azhy Robertson,
Ray Liotta, Julie Hagerty, Mark O’Brien

– 136 min. – USA 2019.

Una breve premessa: anche questo film, come potete vedere dalla locandina e dal trailer è distribuito da Netflix sulla propria piattaforma. Come era accaduto per The Irish Man, qualche sala cinematografica lo sta proiettando, in lingua originale, con sottotitoli italiani. A questa visione in sala si riferisce il mio commento.

Non è facile dare un giudizio su questo film, che è la crudelissima analisi di un difficile rapporto di coppia. Lei, Nicole (Scarlett Johansson) – nata e vissuta a Los Angeles – è un’attrice che vorrebbe affermarsi; lui – “più newyorkese di qualsiasi altro newyorkese” – è Charlie (Adam Driver), regista e scrittore teatrale in cerca di pubblico e, a sua volta, di affermazione.
Li vediamo mentre stanno descrivendo, separatamente, le qualità più amabili e i difetti più odiosi dei rispettivi partner: l’esercizio fa parte della terapia di coppia che i due, sul punto di separarsi, hanno tentato per non precipitare la decisione dolorosa che dovranno prendere. Dalle rispettive parole, accompagnate dalle immagini dei numerosi flashback, comprendiamo che il loro era stato un bel matrimonio d’amore e che entrambi preferirebbero farlo durare, non solo perché hanno un bambino che inevitabilmente ne soffrirà, ma soprattutto perché l’antica fiamma era dura da estinguere. Era ancora più difficile, tuttavia, conciliare l’esigenza di vivere a Los Angeles – la sola città in cui Nicole, nel suo ambiente e con le giuste conoscenze, avrebbe potuto affermarsi –  con quella, irrinunciabile per lui, di vivere a New York, la città più europea degli Stati Uniti, in cui le sue pièces teatrali avrebbero avuto un po’ di futuro e sperabilmente parecchi spettatori appassionati.

L’accordo, date queste premesse, non era stato possibile, per la gioia degli avvocati matrimonialisti (una dura e precisa Laura Dern per Nicole; un abile e flessibile Ray Liotta per Charlie), che con spietato e lucido realismo avevano prospettato le conseguenze dei comportamenti più ragionevoli e umani di fronte alle giurie dei tribunali civili americani che sempre applicano freddamente le leggi, incuranti dell’umanità, del sentire e del soffrire delle coppie in crisi, ma attente esclusivamente al presunto interesse dei minori, certificato, in questo caso, con precisione burocratica da un’osservatrice esterna, che aveva passato una giornata con padre e figlio, senza parlare e senza dar segni di comprendere.

Questo film mi ha ricordato Lo stravagante mondo di Greenberg , dello stesso regista per l’amabile velleitarismo del personaggio di Charlie, e, soprattutto, per la rappresentazione delle nevrosi di chi fatica a integrarsi nel mondo di oggi, che come vediamo è interessato esclusivamente a produrre e a fare i soldi, cosicché riacquista attualità la profezia inquieta di Bertrand Russell (Matrimonio e morale – traduzione di Gianna Tornabuoni – Milano, Longanesi & C. , 1966):
“Sarebbe pazzesco, sebbene in certi casi possa essere tragicamente eroico, sacrificare la carriera all’amore, ma è ugualmente pazzesco, e niente affatto eroico, sacrificare l’amore alla carriera. Nondimeno ciò avviene, e avviene inevitabilmente in una società organizzata sulla base della lotta universale per il denaro.”

Il film si fa seguire con interesse, coinvolgendo lo spettatore grazie all’abilità con la quale il regista traduce il proprio script, molto letterario e fitto di dialoghi, in sequenze visive spesso brevi, ma ben collegate da un montaggio spezzato e nervoso, che pienamente asseconda l’inquietudine e la solitudine di lui, nonchè con i sensi di colpa di lei, la quale, giustamente, ma col nodo alla gola, rivendica il diritto a essere se stessa.

Consigliabile la visione (possibilmente in sala e in lingua originale)