I figli del Fiume Giallo

 

recensione del film:
I FIGLI DEL FIUME GIALLO

Titolo originale:
Jianghu ernü.

Regia:
Jia Zhangke

Principali interpreti:
Zhao Tao, Liao Fan, Zheng Xu, Casper Liang, Feng Xiaogang,Yinan Diao, Yibai Zhang – 141 min. – Cina, Francia, Giappone 2018.

Un precedente: Still Life

Torna con questo film Jia Zhangke, l’importante regista che ci ha fatto conoscere le tragedie e le sofferenze seguite alla modernizzazione che aveva reso la Cina, in pochi anni, un paese sfigurato e irriconoscibile.

Preceduto da alcune opere meno note in occidente, nel 2006 Jia Zhangke era entrato nel mondo universale del cinema d’autore col suo bellissimo Still Life (Leone d’oro a Venezia), opera che mi sembra costituire la premessa dei suoi film successivi.
Vi si raccontava la sorte del bellissimo sito delle Tre Gole, sul fiume Yangtze, emblematica della sconvolgente trasformazione in atto: evacuata l’intera popolazione dell’antica Fengije per rendere possibile la costruzione della diga colossale, il paesaggio naturale, un tempo meta dei viaggiatori interni e di qualche turista, era stato sommerso: un immenso lago aveva inghiottito anche l’antico villaggio, con effetti ambientali catastrofici e con  gravissime ripercussioni sulla società e sui singoli individui, le cui sofferenze l’acqua non avrebbe facilmente cancellato.
Lo sgomento e l’incertezza per i processi che erano stati avviati e che ancora si dovevano concludere erano ben sintetizzati dall’ultima metaforica scena: un acrobata, in bilico su un cavo, tentava di raggiungere ciò che rimaneva degli antichi sobborghi in via di demolizione:

I figli del fiume giallo

Questo (girato dal 2017 e presentato a Cannes nel 2018) è il racconto crudele e struggente del definitivo disinganno: l’equilibrio fragilissimo tra il vecchio e il nuovo si era irreversibilmente frantumato; la “modernità” si era imposta con spaventosi costi umani e sociali.
Il film nasce con l’intento di ripercorrere la storia della Cina dal 2001 allorché stava per essere smantellato il sistema dell’economia comunista che aveva garantito a tutti sicurezza, lavoro e istruzione, generalizzando la povertà. La scelta del governo di introdurre massicce dosi di liberismo secondo i dettami del’accumulazione capitalistica, richiedeva di abbandonare gli investimenti nei settori meno produttivi ( i “rami secchi”), per dirottarli altrove. Stavano chiudendo, per questa ragione, le   miniere carbonifere della regione nordoccidentale dello Shanxi: sarebbe seguita la fine del sindacato, nonostante la volontà di resistere dei lavoratori. Agli abitanti più giovani della città di Datong si apriva la prospettiva di emigrare verso sud in cerca di lavoro; agli operai più vecchi, animati ancora da una decisa volontà di lottare e di resistere, non rimaneva che avviarsi verso una vecchiaia povera e quasi certamente minata dalla malattia polmonare dei minatori di carbone: il cancro, come era accaduto al padre di Qiao (grandissima  Zhao Tao) la protagonista del film, a lui molto legata.

La giovane amava Bin (Liao Fan), piccolo malavitoso, boss locale di un’organizzazione para-mafiosa che, nella latitanza degli organi istituzionalmente preposti alla difesa dei cittadini e alla mediazione fra i conflitti, tentava di imporre una forma primitiva di giustizia, secondo criteri che obbedivano a un codice d’onore interno.
Il potere di Bin era insidiato, però, da nuove e più aggressive manifestazioni di violenza senza regole e senza scrupoli: un sanguinoso assalto a colpi di spranga, da cui era uscito vivo solo grazie all’intervento di Qiao che lo aveva difeso sparando in aria, lo aveva dapprima mandato in galera per un anno e in seguito spinto a ricercare la propria strada nella nuova Cina del lusso e del potere, quella sorta nel lussuoso e prestigioso centro degli uffici finanziari di Fengije, ricostruito sulla grande diga, a ottomila chilometri da Datong… Qiao, invece, in galera era stata per cinque anni, senza più ricevere da lui né visite, né notizie.

La seconda parte del film: Qiao

Se la prima parte del film sembra muoversi tra la ricostruzione degli ambienti fumosi del gioco clandestino a Datong, controllato da Bin (con numerose citazioni da Scorsese) e l’accorata denuncia sociale alla Ken Loach, la seconda parte del film trova il suo centro nei viaggi di Qiao alla ricerca di Bin, che a sentire  le voci ricorrenti, cercava di evitarla, avendo intrecciato una storia con un’altra donna.
Qiao non si arrendeva con facilità: la sua promessa d’amore a Bin era impegnativa per il futuro e consolidata dall’atto di eroismo che aveva duramente pagato, come si conveniva a una donna innamorata.
Il suo spostarsi dal nord, per ottomila chilometri verso la diga delle Tre Gole è anche, come nei road movies, un racconto di peripezie e di avventure,

nonché un viaggio di formazione che la porterà a una più compiuta conoscenza di sé: si fa più dolorosa la delusione per la pusillanimità meschina di lui, che la sfugge, ma ritorna l’antica autostima e si fa strada con chiarezza l’esigenza di mantenere lucidamente la propria dignità e la fedeltà al sogno d’amore nel quale aveva creduto. Bin non la merita, questo lo sa bene, ma Qiao non può tradire se stessa in primo luogo, facendosi sedurre dal miraggio della ricchezza e dell’egoismo individualista: quando avrà ancora bisogno di lei, la ritroverà.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un film (da vedere sicuramente) che attraversa i generi, ripercorrendo più di quindici anni di storia cinese e offrendo alla nostra visione un’opera molto ricca di sfaccettature e fitta di corrispondenze interne: è un lungo percorso storico che si riflette nel dilatarsi degli spazi ampi del viaggio, è un mélo nel quale la tragedia personale di Qiao è un pallido riflesso della diaspora dolorosa di grandi masse di uomini e donne alla ricerca di lavoro e di maggiore sicurezza.

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I fratelli Sister

recensione del film:
I FRATELLI SISTER

Titolo originale
The Sisters Brothers

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Jóhannes Haukur Jóhannesson – 122 min. – Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA 2018. –

…vanno combattuti tutti coloro che campano alle spalle del proletariato senza svolgere alcuna attività”. Si rende necessaria la solidarietà fra le classi produttive “…dei collaboratori e dei soci, dal più semplice manovale al più ricco industriale, all’ingegnere più illuminato(Henry de Saint Simon).

Oregon 1851
Due fratelli, Eli e Charlie Sister (rispettivamente John C. Reilly e Joaquin Phoenix), cacciatori di taglie, lavorano al soldo di un potentissimo ma misterioso signore locale, il “Commodoro”, per catturare e uccidere Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), geniale chimico di provenienza medio-orientale e anche seguace delle teorizzazioni saintsimoniane, costretto a fuggire dalla California e, al momento del film, desideroso di raggiungere  il Texas, dove, a Dallas, ha in mente di costruire il migliore dei mondi possibili, secondo la prospettiva indicata dal suo ideale ispiratore.
Egli, grazie ai propri studi, aveva scoperto il modo per trovare l’oro nei fiumi senza fatica e senza guerre, utilizzando  una sostanza chimica dalla formula segreta, capace di rendere luminoso, e perciò facilmente separabile dall’acqua, il prezioso metallo.
Sulle tracce di Warm era stato inviato, coll’incarico di carpirne i segreti, e successivamente di ucciderlo, anche il detective e avvocato John Morris (Jake Gyllenhaal), uomo di studi umanistici, che avrebbe instaurato con lui un ambiguo rapporto, affascinato dal suo progetto sociale e dalle sue conoscenze scientifiche: Warm, insomma, pur non essendo un criminale, era l’uomo più ricercato del momento perché la sua formula magica per trovare l’oro faceva gola a tutti i potenti del West.

Leone d’argento per la miglior regia, quest’ultima fatica di Jacques Audiard, magnificamente interpretata dai quattro protagonisti in stato di grazia, è ora nelle nostre sale ed è da vedere, poiché costituisce la testimonianza della versatilità di questo prestigioso regista, che ha tradotto per il cinema, su proposta dell’autore Patrick Dewitt, il romanzo Arrivano i Sisters. Il regista francese ha girato per la prima volta in inglese, sceneggiando con lo scrittore l’opera ispiratrice, avvalendosi inoltre del concorso dei capitali non piccoli di una produzione multinazionale, composta da Francia, Spagna, Romania, Belgio, U.S.A.
Come nei più famosi western di Sergio Leone, i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda si trovano, per lo più, in territorio spagnolo (Aragona, Navarra), nonché, in questo caso, in Romania.
Audiard si è mosso rispettando la tradizione del genere, sia prediligendo i paesaggi aperti e selvaggi, gli spostamenti a cavallo, la febbre dell’oro, i momenti di dura e sgradevole violenza, sia includendo elementi di malinconica tristezza che evocano gli ultimi film di quella tradizione gloriosa, quelli che maggiormente hanno spiazzato e continuano a spiazzare le attese degli spettatori più fedeli, soprattutto per i temi “esistenziali” introdotti per i principali personaggi: Charlie, apparentemente il più motivato, è in realtà il più cupo e ombroso; Eli, apparentemente il più violento è in realtà sempre più riluttante a uccidere e come il fratello soffre per la nostalgia della casa e per la lontananza materna; Morris, tenuto all’obbedienza della legge, è sedotto, invece dall’utopia di Kermit Warm…
È presente in tutto il film una sorta di ironia indulgente nei confronti di quel mondo lontano che, nel veloce e irreversibile mutare del contesto storico, trasforma gli eroi individualisti di un tempo in picari avventurosi, un po’ donchisciotteschi, e che evidenzia come la fascinosa sicurezza scientistica e la fiducia nel progresso inarrestabile nascano da una pericolosa ignoranza circa gli effetti perversi della manipolazione della natura.

La caduta dell’Impero americano

recensione del film:
LA CADUTA DELL’IMPERO AMERICANO

Titolo originale:
La Chute de l’Empire Américain

Regia:
Denys Arcand

Principali interpreti:
Alexandre Landry, Maripier Morin, Remy Girard, Louis Morissette, Maxim Roy, Pierre Curzi, Vincent Leclerc, Yan England, Anoulith Sintharaphone, Florence Longpré – 127 min. – Canada 2018.

Ritorna sugli schermi Denys Arcand, il grande regista del Canada francofono che ha lasciato nella mia memoria cinefila almeno due film molto amati: Il declino dell’impero americano (1986) e Le invasioni barbariche (2003), connotati entrambi dalla più acuta e corrosiva analisi, fra il serio e il faceto, delle finte trasgressioni degli intellettuali snob e anti-americani che meditano sul disincanto del dopo ’68.

L’Impero americano, il grande nemico di sempre, il cui egemone edonismo era stato oggetto di sarcastica irrisione in quegli indimenticabili film, ritorna, fin dal titolo, in quest’opera, nella quale sembra in via di rapida estinzione.
I nostri giorni, infatti, non sono più i tempi dell’edonismo: troppi i delusi rimasti soli a pagare le antiche follie, troppi anche i poveri, i disoccupati, gli emarginati; troppi i dolori e le sofferenze nel Quebec (e non solo) di oggi, in cui vive, frustrato e rassegnato Pierre-Paul Daoust (Alexandre Landry), il protagonista del film, giovane di intelligenza e cultura superiore alla media, brillantemente laureato in filosofia e in possesso di un altrettanto brillante dottorato post-laurea.

Povera, et nuda vai, Filosofia,
Dice la turba al vil guadagno intesa

Il nostro filosofo aveva misurato sulla propria esperienza quotidiana la verità eterna dei versi petrarcheschi: era stato costretto a sbarcare il lunario consegnando pacchi; era diventato l’onesto fattorino di una ditta di trasporti e si era convinto che il successo arridesse ormai solo agli imbecilli privi di cultura. Quel poco che gli restava del suo magro guadagno gli serviva per soccorrere i più poveri di lui, gli anziani soli e in miseria, gli homeless che lo stimavano, e che, diversamente da lui, apprezzavano i soldi.
Il suo sogno, un po’ bizzarro, di dedicarsi completamente alla causa nobile della lotta alla povertà aveva acquistato, improvvisamente e per puro caso, inaspettata concretezza.
Era accaduto infatti che, mentre si accingeva a consegnare un plico al supermercato, Pierrre-Paul fortunosamente si fosse trovato al centro di una guerra fra banditi rivali che si contendevano, a colpi d’arma da fuoco, l’enorme quantità di banconote, stipate in due borsoni lasciati cadere a terra nel parcheggio, dopo essersi colpiti a morte. Un segno del fato, per Pierre-Paul che non si era posto il problema della liceità morale di rubare ai ladri e aveva caricato i borsoni sul furgone della ditta trasportandoli a casa propria, intenzionato ad attuare il proprio piano di giustizia sociale.
Per lui, che poco conosceva i meccanismi dell’economia, occorrevano consulenti affidabili ed esperti: li avrebbe trovati nelle persone di Me Wilbrod Taschereau (Pierre Curzì), presidente di una banca etica, realisticamente disponibile…per fini morali, s’intende, alla ripulitura del denaro sporco, e di Sylvain Bigras  (Rémy Girard), malfattore espertissimo ed ex galeotto che in carcere si era laureato in Economia, disciplina utilissima (ben più della Filosofia) anche per gli affari ispirati ai più puri intendimenti.

L’accoppiata delle due vecchie volpi è preceduta dall’irrompere di un personaggio che racchiude il senso del film: Camille (Maripier Morin), meravigliosa escort che per sedurre Pierre-Paul e altri intellettuali frustrati, si fa chiamare Aspasia e cita Racine. Il loro ruolo decisivo solleva più di un dubbio sulla reale caduta dell’impero, che si ricostruisce, infatti, ancora una volta, sull’inganno, mantenendo il potere di un tempo, con una maggiore forza seduttiva, allontanando i propositi di palingenesi degli idealisti alla Pierre-Paul: non cambieranno il mondo, ma si sentiranno in pace con se stessi e la loro coscienza!

 

 

Quasi un teorema graffiante e impietoso: il vecchio Arcand ha colpito ancora facendoci anche amaramente divertire, con questo film consigliabile, interpretato dai magnifici Remy Girard e Pierre Curzì, i suoi invecchiati attori-feticcio.

 

L’uomo fedele

recensione del film:
L’UOMO FEDELE

Titolo originale:
L’Homme Fidèle

Regia:
Louis Garrel

Principali interpreti:
Laetitia Casta, Lily-Rose Depp, Joseph Engel, Louis Garrel – 75 min. – Francia 2018.

Chi non ha visto questo film potrebbe immaginare che in casa Garrel si stia trasmettendo di padre in figlio la passione per l’indagine della fenomenologia amorosa, secondo il gusto del racconto morale cinematografico, nel solco della tradizione culturale, tutta francese, del conte philosophique. Il film, probabilmente, lo farà ricredere. 

I personaggi e i primi sei minuti del film

Una Parigi quasi da cartolina, con tanto di Tour Eiffel sorvolata rapidamente; l’avvicinarsi delle case dell’arrondissement abitato dalla media borghesia dei giovani in carriera: siamo alla scena introduttiva del film che ci offre la location del racconto, e, indirettamente, l’ambiente sociale in cui si svolgerà, quello dei protagonisti, che compaiono in medias res, alle prese con le operazioni quotidiane del dopo-risveglio.
Lui (Louis Garrel) è Abel, giovane giornalista che vive nella casa di Marianne, la donna che ama (Laetitia Casta). Si è appena alzato e ora sta preparandosi la colazione; lei, ancor mezzosvestita, lo raggiunge in cucina: è visibilmente imbarazzata e ha urgenza di parlargli per dirgli:

-di aspettare un figlio (sorriso radioso di Abel);
-che il figlio non è suo (il sorriso si spegne);
-che il figlio è di Paul (sguardo che si rabbuia: è il suo migliore amico)
-che con Paul ha fissato, nel rispetto della bigotta famiglia di lui, la data molto ravvicinata delle nozze;
-che dovrà pertanto andarsene al più presto perché quella casa diventerà il domicilio coniugale di lei e di Paul.

Di questo matrimonio senza storia, non sapremo altro, così come ignoreremo tutto di Paul, riferimento senza volto e senza identità, che per nove anni, ovvero fino alla sua morte improvvisa, era stato il marito di lei e il padre di Joseph (un piccolo ma bravissimo Joseph Engel).
Sono passati soltanto sei minuti: la situazione iniziale si è più volte ribaltata, costringendoci all’attesa guardinga di ciò che avverrà.
———
Si riposizionano i personaggi:
Abel, l’uomo fedele, è ora un giornalista affermato;
Marianne è ora la segretaria indispensabile di un giovane politico ambizioso e belloccio;
il figlio di Paul, Joseph, è un ragazzino sveglio e fantasioso, appassionato di film gialli e di storie poliziesche, che vorrebbe la mamma solo per sé.
Si sono visti tutti ai funerali di Paul; Abel e Marianna potrebbero ricominciare daccapo la loro storia di coppia, ma la gelosia di Joseph, terzo incomodo fra i due, di nuovo innamorati, lascia spazio a nuovi e imprevedibili sviluppi, mentre un nuovo personaggio ne insidia l’armonia ritrovata: è la giovanissima Eve (Lily-Rose Depp), sorella del defunto Paul, che, appena uscita dall’adolescenza, contende a Marianne l’amore di Abel, ancora una volta arrendevole e pronto ad andarsene, traslocando bagagli e ricordi da una casa all’altra, da una storia a un’altra, fedele soprattutto alla propria inerzia, per incapacità di scegliere e di amare davvero. Non racconterò altro, ma molto altro accadrà…il film è da vedere.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista e da Jean-Claude Carrière, proprio quello stesso degli ultimi film di Luis Buñuel, dà vita a questo grottesco e straniante film, corrosivo dei luoghi comuni, che, con una forte presa sull’attualità, ci presenta un ritratto impietoso dei giovani borghesi di oggi, inconcludenti, sotto l’apparente mitezza, come Abel, o crudeli, sotto l’apparente liberalità sentimentale, come Marianne; capricciosi, come Eve, ma in fondo tutti quanti incapaci di uscire da sé, di comprendere gli altri, privi di slanci ideali, stanchi e vecchi anche da giovani.
Pochi, ma molto bravi gli attori fra i quali spicca una Laetitia Casta davvero superba nei panni del personaggio ambiguo di Marianne e Louis Garrel, credibile Abel, ignavo bamboccione senza qualità.

Visages Villages

 

 

recensione del film:
VISAGES, VILLAGES

Regia:
JR, Agnès Varda

Documentario
– 90 min. – Francia 2017

Con questa recensione, concludo il ricordo di Agnès Varda, regista e protagonista, insieme al giovane artista JR, di questo eccezionale film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes del 2017 (e successivamente candidato all’Oscar del 2018).

Agnès non conosceva JR di persona, ma ne aveva ammirato l’attività di artista, noto nel mondo per le composizioni e le installazioni fondate sulle proprie gigantografie; allo stesso modo JR aveva  ammirato le creazioni di Agnès, senza conoscerla, eppure entrambi si erano più volte sfiorati negli ambienti degli artisti o nella vita quotidiana parigina. L’abboccamento era avvenuto nell’accogliente e storica dimora di Agnès in Rue Daguerre, base operativa del suo vecchio documentario Daguerréotypes (1976),dove “Agnès-la-Daguerréotypesse” viveva e lavorava da sempre.
Era stata sua figlia, Rosaria Varda, produttrice cinematografica, a organizzare il loro primo colloquio, dal quale era scaturito il progetto di Visages Villages, secondo le intenzioni iniziali un cortometraggio di soli dieci minuti.
In corso d’opera, tuttavia, dopo 18 mesi di lavorazione (una settimana ogni mese dedicata alle riprese e il resto del tempo all’elaborazione del materiale raccolto) il cortometraggio era diventato questo magnifico film di un’ora e mezza, ciò che aveva richiesto l’intervento di alcuni produttori, a integrazione della piccola ma importantissima somma iniziale, raccolta col crowldfunding, che ne aveva reso possibile il decollo.

Col suo caschetto di capelli bicolori, dunque, Agnès, classe 1928, si accingeva a mettersi in viaggio al  fianco di JR (il giovanotto inseparabile dai suoi occhiali scuri), classe 1983, sedendo accanto a lui, sul singolare e magico automezzo attrezzato per fotografare e per trasformare in pochi istanti qualsiasi fotografia in una stupefacente gigantografia, pronta per essere incollata sulla superficie destinata allo scopo, talvolta nell’intento di rianimare un luogo spento e insignificante; altre volte, invece, per far rivivere, nella bellezza dell’immagine, l’emozione che l’aveva originata.
Il film, dunque, è un on the road ricco di incontri, alla scoperta della Francia dei villaggi: quelli in cui molti vivono accettando le novità e i vantaggi della moderna rivoluzione informatica; quelli a rischio di estinzione, dove ancora sopravvivono gli ultimi custodi della memoria locale ignorata dalla globalizzazione, dove l’arrivo dei due artisti che ascoltano con interesse le antiche storie e i personali ricordi diventa l’emozionante occasione per far rivivere, col cinema e con le composizioni di JR, un po’ di quel passato che non si vuole cancellare.
Emerge inaspettatamente l’umanità dolente degli sconfitti che non cedono; si scoprono personaggi bizzarri e poetici, come il vecchio Pony, misantropo, orgoglioso e felice, che, senza aver letto Latouche, ha rifiutato il “progresso” in nome della bellezza dell’universo e di quella del riciclo.
Al richiamo della bellezza e dell’arte di JR tutti accorrono: la barista, ora immortalata sull’alto muro di una casa all’ingresso della città; le donne di Le Havre; i lavoratori di una fabbrica che produce, a ciclo continuo, acido cloridrico e che della loro presenza solidale lasciano sui muri un’indimenticabile testimonianza.
Qualche prezioso ricordo di Agnès trova spazio nel film: la visita alla tomba abbandonata e solitaria di Cartier-Bresson, la corsa (in carrozzella) al Louvre, nel ricordo di Godard; la gigantografia di Guy Bourdin sul bunker tedesco conficcato come una scultura contemporanea su una spiaggia sabbiosa della Manica, soggetta al vento e all’alta marea, immagine emblematica dell’intero film, che della precariètà di ogni  bellezza e di ogni ricordo fa uno dei temi centrali della narrazione.

Colpisce di quest’ opera la semplicità asciutta del racconto, emozionante sicuramente, mai lacrimoso, però, grazie all’attentissimo montaggio di Agnès, vera mente del film, convinta da sempre che un documentario non consista nella semplice addizione di sequenze interessanti, ma che debba essere costruito per guidare, con mano leggera, gli spettatori a riconoscere le emozioni vere, ripulite dalle sbavature patetiche sempre in agguato quando è in gioco la memoria di ciò che è stato, troppo spesso amara e dolorosa. A questo scopo si rivela utile anche la bella e pertinente colonna sonora originale di Matthieu Chedid.

Film memorabile di immagini, di storie, di parole e di musica: uno dei più belli di questi ultimi anni.

 

 

 

 

Cléo dalle 5 alle 7

recensione del film:
CLEO DALLE 5 ALLE 7

Titolo originale:
Cléo de 5 à 7

Regia:
Agnès Varda

Principali interpreti

Corinne Marchand, Antoine Bourseiller, Dominique Davray, Dorotée Blanck, Michel Legrand, José Louis de Villalonga. – 85 min. – Francia 1962.

Ad Agnès Varda, la splendida novantenne signora del cinema francese, grande regista e grande fotografa, scomparsa qualche giorno fa, dedico la recensione di questo suo bellissimo film, il primo uscito in Italia, cui farò seguire quella dell’ultimo, uscito nelle nostre sale un anno fa: Visages-VIllages.
È un tributo modestissimo, ma molto affettuoso, alle sue opere, che sempre mi hanno comunicato emozionanti riflessioni sul tempo che inesorabile passa, sullo sgomento per l’ineluttabilità della fine, insieme alla gioia di vivere, “fino all’ultimo respiro”, il grande e misterioso dono che è la nostra vita.

Florence, in arte Cléo (Corinne Marchand), è una giovane e bella donna, cantante radiofonica di successo, che si è recentemente sottoposta ad alcuni esami clinici di cui sta attendendo i risultati, in un crescendo di ansia e timore.
I tarocchi della cartomante, così come  le superstiziose precauzioni della sua segretaria-governante, le sembrano sinistri presagi dell’approssimarsi della morte e ingigantiscono nel suo cuore l’angosciosa attesa della diagnosi.
Il tempo del film accompagna, quasi esattamente, il tempo reale delle due ore pomeridiane (dalle 5 alle 7) che separano Cléo dall’incontro temuto col medico che si occupa di lei. Siamo a Parigi, in un giorno speciale: il primo giorno dell’estate.
Cléo, per la prima volta, ha voluto uscire da sola nella grande città, libera finalmente di vagare senza meta, guardandosi attorno, lontana da quella dimora un po’ rifugio e anche un po’ gabbia dorata, luogo delle carezze  e delle coccole che condivide con gli amici musicisti, la segretaria impicciona, l’amante che la trascura, i gatti che ne occupano ogni spazio morbido e caldo.
Con occhi nuovi, senza alcuna mediazione, Cléo vede nei luoghi abituali persone del tutto sconosciute: ascolta le loro storie, conosce il loro dolore, cerca e ritrova, infine, l’amica di sempre, che si guadagna da vivere posando in un laboratorio di scultura. Scopre che il giovane che vive con lei è un aspirante regista, che le mostra un breve film (una bella sorpresa: J. Luc Godard e Anna Karina fanno gli attori!).
Continuando nella sua passeggiata, Cléo arriva al Parco di Montsouris, dove incontra Antoine (Antoine Bourseiller), un ragazzo, militare in partenza per l’Algeria, non meno preoccupato di lei per il destino che lo attende… È l’incontro decisivo, che l’aiuterà finalmente ad affrontare la verità delle proprie condizioni di salute. Che cosa sarà di loro, non è dato sapere: si scriveranno, forse si rivedranno: si sono scambiati un bacio e l’indirizzo, ma nessuno può davvero prevedere il loro futuro.
La primavera se n’era andata con tutti i suoi fiori, per lasciare ai frutti succosi dell’estate la testimonianza della meravigliosa bellezza della vita nella sua maturità: forse era arrivato anche per Cléo il momento di abbandonare la sua vita di ragazzina viziata e protetta e di affrontare il futuro: la metamorfosi era arrivata proprio quando, al colmo dell’angoscia, aveva sentito l’urgenza di uscire dal bozzolo confortevole e di guardare finalmente fuori di sé, aprendosi al mondo e agli altri, senza illusioni, come tutti, ma decisa ad accettare le gioie e i dolori che la vita le avrebbe riservato.

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino…

Eugenio Montale – Ossi di seppia
(Mediterraneo – VI movimento Versi 1-6)

Peterloo

recensione del film:
PETERLOO

Regia:
Mike Leigh.

Principali interpreti:
Rory Kinnear, Maxine Peake, Pearce Quigley, David Moorst, Rachel Finnegan, Tom Meredith, David Bamber, Tim McInnerny, Teresa Mahoney, Nico Mirallegro, Karl Johnson, Leo Bill, Mark Ryan, Philip Jackson – 154 min. – Gran Bretagna 2018.

Quest’opera del grande regista britannico Mike Leigh, presentata a Venezia nel settembre scorso, ricostruisce, con estrema accuratezza, un fatto storico fra i più dolorosi della storia del Regno Unito: la spietata repressione del raduno pacifico della popolazione di Manchester, convenuta dalla città e dalle campagne il 16 agosto 1819 nella grande radura di Saint Peter’s Field a sostegno di uno sciopero operaio, forse il primo organizzato dopo che la rivoluzione industriale (nata proprio a Manchester) si era imposta, garantendo altissimi guadagni ai proprietari dei nuovi strumenti meccanici, ai cui ritmi erano tenuti ad adeguarsi i lavoratori inurbati, operai senza diritti, impegnati senza limiti di orario a far funzionare le macchine. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari, dopo le guerre napoleoniche, rendeva durissima la vita di ogni giorno, né era possibile in tempi di carestia dilagante ritornare alla terra, ormai esclusiva proprietà dei rentier che vivevano a Londra impegnandosi nelle feste, nelle chiacchiere di corte, nella discussione politica * La crisi economica colpiva duramente; lo scontento di grandi masse affamate e sfruttate era avvertito come una minaccia sovversiva dalla nobiltà, dal clero e dalla borghesia manifatturiera a cui diventava evidente che non sarebbe bastata la sconfitta militare dei Francesi per liberarsi dalla minaccia della rivoluzione. Una nuova coscienza solidaristica e libertaria si era diffusa, infatti, penetrando persino fra i politici più illuminati del Parlamento inglese, fra i professionisti e gli intellettuali. Fu uno di questi, il radicale Henry Hunt (Rory Kinnear), avvocato londinese, a prendere a cuore l’organizzazione dello sciopero, imponendo, non senza difficoltà, al movimento la propria visione non aggressiva e non violenta: una festa popolare senza provocazioni per evitare che la Guardia Nazionale, inviata dal governo di Londra, disperdesse la folla con i fucili, o a colpi di spada, o con le cariche di cavalleria. Non andò così, purtroppo: i canti e la festa si trasformarono in lutto e alla fine della giornata si contarono 15 morti e quasi mille feriti. Non era bastata a tenere lontana la violenza stragista neppure la presenza di cronisti e gazzettieri di molta parte dell’Europa e anche del continente americano che testimoniarono, nelle loro pagine, lo scandalo e la vergogna di quel massacro. Nacque allora il Manchester Guardian, oggi chiamato semplicemente The Guardian, che si sarebbe impegnato da allora a lottare per l’attuazione della riforma della rappresentanza parlamentare e per l’introduzione di una Carta dei dritti dei lavoratori. La strada era però ancora molto lunga… 

Il regista si preoccupa, nella prima parte del film, di contestualizzare lo svolgimento dei fatti, ricostruendo, con verità e senza fretta, gli ambienti in cui vivevano i lavoratori, le abitudini di alcune famiglie, le loro difficoltà. Allo stesso modo ci presenta le paure dei nuovi borghesi delle manifatture, presto alleati dei notabili locali più conservatori e dei preti, così come estende la sua indagine agli ambienti del governo, ai ministri parrucconi e decrepiti, e alla squallida corte del principe ereditario depravato e incapace.
Nella seconda parte, invece, assistiamo ai preparativi di quella giornata, agli accordi fra Hunt e i lavoratori più ascoltati e carismatici, oltre che alla manifestazione e alla tragedia sanguinosa che non risparmiò neppure i bambini.
Una bellissima fotografia accompagna il lungo racconto corale, che si sofferma soprattutto sul personaggio emblematico di Joseph (David Moorst), tornato a casa distrutto dopo la battaglia di Waterloo, quindi seguito dal suo lento reinserirsi in famiglia, fino alla sua fine drammatica, fra le vittime innocenti di quell’orribile giorno.
Tutto il film testimonia la volontà ferma del regista di rendere giustizia ai morti di allora, risvegliando la nostra pietà e rinfrescando la nostra memoria, soprattutto ora che la crisi sembra riproporre antiche paure e sbrigative quanto inutili soluzioni.
Ottime intenzioni, non sempre sufficienti, purtroppo, a vincere la noia di una rappresentazione molto prolissa, anche se di indubbio valore educativo: numerose sono state, ahimè, le uscite di sala prima del concludersi di questo film, pur molto atteso e sicuramente assai bello. Che peccato!

* Sulle condizioni storiche, sfondo del massacro, rievocate nel film, si possono avere notizie dettagliate QUI

Il colpevole (The Guilty)

recensione del film:
IL COLPEVOLE – The Guilty

Titolo originale:
The Guilty

Regia:
Gustav Möller

Principali interpreti:
Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi, Johan Olsen, Jacob Lohmann, Katinka Evers-Jahnsen, Jeanette Lindbæk – 85 min. – Danimarca 2018

Asger Holm (Jakob Cedergren), un tempo poliziotto addetto alla sicurezza in strada, è ora in attesa di processo per ragioni che non ci vengono dette e per le quali è  stato provvisoriamente trasferito all’ufficio del centralino telefonico col compito di smistare le chiamate che richiedono il pronto intervento degli agenti. Svolge ora, dunque, un lavoro delicato, che richiede intelligenza e serenità d’animo, oltre che profonda umanità, perché anche nelle città della civilissima Danimarca, dove si svolge la vicenda del film, i conflitti fra i cittadini sono numerosi, spesso imprevedibili e devono essere risolti prima che diventino gravi casi di cronaca nera. Il nostro Asger Holm prende a cuore i casi più difficili anche oltre l’orario e persino al di là dei propri compiti perché sa ascoltare, consolare, consigliare, convinto che talvolta l’empatia possa far miracoli, ben più della burocrazia di mansionari e regolamenti. Asger Holm è solo, circondato dall’ostilità dei colleghi per i quali sarebbe meglio sdrammatizzare le tensioni che si celano dietro le chiamate: a dar retta a lui, non basterebbero le pattuglie sulle strade, soprattutto ora, che si è fatto coinvolgere nella brutta storia di una poveretta che viaggia su un furgone bianco, in balia di un marito pazzo che l’ha sequestrata per toglierle i figli e la vuole sicuramente uccidere…
Ci lasciamo pienamente coinvolgere anche noi: Asger Holm è persuasivo, col suo volto da bravo ragazzo che vorrebbe davvero modificare la realtà immobile dei regolamenti e delle procedure; la sua lotta è la nostra, almeno, così crediamo. Non tutto, però, è così chiaro: forse le regole deontologiche non sono proprio da buttare; forse sono una garanzia per tutti. Che avesse ragione Tayllerand (o chi per lui): surtout, pas de zèle?
La linea di demarcazione fra la saggezza e il disincanto non è mai stata così sottile…

Girato in Danimarca, opera prima del regista svedese Gustav Möller, questo film è, come si intuisce,  un thriller assai impegnativo, che si sviluppa nello spazio chiuso di un ufficio contiguo a due soli ambienti, uno dei quali è il corridoio,  l’altro è il piccolo e buio sgabuzzino, dove da ultimo il nostro protagonista avrebbe continuato il colloquio telefonico, sottraendosi all’ormai aperta ostilità dei colleghi. Il film, dunque, non presenta azione scenica se non quella creata nella nostra immaginazione dalle lunghe telefonate fra Asger e la donna di cui, al di là del telefono, percepiamo l’angoscia e la paura solo ascoltandone le parole spezzate, i sì, i no, l’affanno del respiro, i lamenti. Anche se, per la ristrettezza dello spazio in cui si svolge, il film potrebbe ricordare Locke (e non pochi lo hanno notato), per altri aspetti se ne differenzia soprattutto perché in Locke lo spazio ridotto si allargava  nella nostra immaginazione, grazie all’irrompere (sia pure solo telefonico) di molti altri personaggi importanti nella ricca vita di relazione del protagonista. In questo film, invece, gli spazi esterni all’ ufficio del centralino telefonico si riducono progressivamente, anche nella nostra immaginazione, parallelamente all’inesorabile prevalere  dell’aspetto ossessivo del colloquio, cui non servono più neppure le immagini indeterminate della mappa dei dintorni di Copenaghen.

Film insolito di un regista molto promettente, capace, con pochi mezzi, ma grazie a una solida sceneggiatura, di creare emozione e suspence. Da vedere.

La Casa di Jack

recensione del film:
LA CASA DI JACK

Titolo originale:
The House That Jack Built

Regia:
Lars von Trier

Principali interpreti:
Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon Hogan, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Ed Speleers, David Bailie, Ji-tae Yu, Osy Ikhile – 155 min. – Danimarca, Francia, Germania, Svezia 2018.

Il titolo italiano è ancora una volta improprio; quello originale è l’inizio di una filastrocca cumulativa, ovvero di una popolare ninna-nanna che sembra raccontare una fiaba ma che è invece costruita accumulando, per richiamo logico ma senza sviluppo narrativo, azioni correlate a quelle dei versi precedenti. Qui  ne troverete un notissimo esempio.

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Questa premessa evita che lo spettatore s’inganni circa la natura del film, che nelle intenzioni di Lars von Trier è un apologo (probabilmente ispirato alla figura ormai leggendaria di Jack lo Squartatore) con intenti pedagogico-moraleggianti, come tutte le sue opere a cui, apertamente si richiama anche nella suddivisione per capitoli (gli incidenti) che hanno alcune caratteristiche iterative della berceuse del titolo originale.
Il protagonista Jack (Matt Dillon) è un serial killer, un nordamericano che vive nello Stato di Washington dove svolge la propria attività criminale (impunemente) da dodici anni, incapace di frenare le proprie ossessioni compulsive omicidiarie, nate dalle sue personali frustrazioni, ma  favorite dal caso e dal singolare spirito collaborativo delle prime vittime che per qualche misteriosa ragione non ne avevano compreso le depravate intenzioni, sottovalutandone l’impostura, nonché le lusinghe seduttive. Egli è un ingegnere, architetto mancato, che, con delirante follia, aspira a costruire un edificio bellissimo e imperituro a testimonianza del proprio genio creativo, quello stesso del quale ha dato prova realizzando i suoi omicidi “da artista”, fissando nel gelo di una stanza-obitorio, per sempre, le espressioni dei volti, i corpi straziati, e mutilati e realizzando, come ogni vero artista, una sorta di equilibrio compositivo fra luci e tenebre, superando la precarietà degli umani riferimenti morali, insufficienti ad indicare la via della bellezza capace di sfidare la morte.
Senza il decisivo apporto delle oscurità tenebrose, gli interni delle cattedrali gotiche 
(suggestione ricorrente del film) perderebbero ogni  fascino , così come senza l’azione spietata dei falciatori che distruggono, con le loro affilatissime lame, il rigoglio biondo delle messi mature, la bellezza del paesaggio estivo sarebbe destinata a deteriorarsi e a svanire.
Le oscure leggi del dolore e della morte sono dunque le condizioni per ogni rinnovarsi della bellezza e quindi della stessa rappresentazione artistica, mentre Lars von Trier, parrebbe, come artista, riconoscersi totalmente nel suo Jack. Il film nel corso della sua durata ci pone, come si vede, problemi e interrogativi molto seri, che non possono trovare facili risposte per due fondamentali ragioni: la presenza costante del registro ironico e beffardo che, connota anche i momenti più duri e inquietanti (i cinque
incidenti) del film e l’irrompere improvviso e frequente di tableau vivants che si ispirano alla pittura romantica, nonché di “installazioni” e immagini macabre che richiamano la scultura e l’arte contemporanea e, che, suscitando orrore e meraviglia, non possono che generare in noi quel sentimento di ammirazione-repulsione che sempre i film di L.v.T suscitano. Anche questa volta, dunque, il regista mette in evidenza il gusto della provocazione colta, cifra di tutti i suoi film, e perciò anche di questo, che per il momento sembrerebbe il più estremo fra i suoi. È naturalmente possibile chiedersi, ma mi pare domanda oziosa, se questo suo cinema possa proseguire a lungo su una strada così esposta alla deriva del cinismo disgustoso, ma, in attesa del futuro imprevedibile, dobbiamo rimanere nell’ambito dei film già noti e su questi esprimere il nostro giudizio.

Jack incarna dunque metaforicamente l’artista pazzo, maledetto e detestato dai benpensanti che non vogliono ammettere il vero, ma non è l’unico importante protagonista del film: lo affianca un alter ego, puro flatus vocis inizialmente, ovvero voice over di Verge (Bruno Ganz), che paternamente cerca, con pacata razionalità di indirizzarlo, e chiarirgli dubbi e interrogativi, per inverarsi infine nel personaggio del nuovo Virgilio che lo accompagnerà nella discesa agl’inferi, quel centro della terra dal quale occorre passare con tormentosa difficoltà per vedere la luce che promana dall’architetto supremo dell’universo, costruito inevitabilmente sull’opposizione luce-tenebra. È l’ultima sorpresa del film. la più emozionante (l’ultima apparizione sullo schermo di Bruno Ganz, breve ma magnificamente significativa) e anche la più fantasmagorica, per il susseguirsi ininterrotto di immagini straordinarie.

A mio avviso questo è uno dei migliori film di Lars von Trier, il più difficile e forse perciò il più odiato fra gli autori del cinema contemporaneo. Chi mi legge sa che questo regista danese è fra quelli che prediligo: riflettere sui suoi film costituisce per me un impegno intellettuale e culturale irrinunciabile ogni volta. Recensirlo è una fatica largamente ripagata quando mi riesce di mettere in luce la densità dei contenuti, scavando fra sottotesti, allegorie, simboli, fra splendori e orrori delle immagini, per farne emergere la weltanschauung che, come ho cercato di dire presentando il suo precedente Nynphomaniac (QUI) a cui faccio riferimento, è una visione negativa dell’esistenza, per sopportare la quale è fondamentale “Forget about Love”  Non dalla depressione, dunque, che semmai ne è la conseguenza, ma dalla coscienza dell’inevitabilità della morte che porrà, prima o poi, fine alla nostra volontà di vivere e di godere, deriva il dolore che schiaccia l’umanità e che la pone di fronte alla scelta consapevole fra il piacere e l’amore, ovvero tra la bellezza eterna e l’ineluttabile dimensione temporale dell’esistenza.

 

Tintoretto Un ribelle a Venezia

TINTORETTO – Un ribelle a Venezia

Documentario
regia di Pepsy Romanov
(Giuseppedomingo Romano)

Il regista ha diretto questo documentario avvalendosi della collaborazione del collega britannico Peter Greenaway e della sceneggiatura di Melania Mazzucco, la scrittrice italiana che l’aveva ideato (e, io credo, a lungo vagheggiato) quasi a completamento delle due opere letterarie che al pittore aveva dedicato e delle quali, brevemente parlerò.

Tintoretto e Melania Mazzucco
Melania Mazzucco ha raccontato Tintoretto (Venezia 1518-1594) in due opere letterarie, trasformando in narrazione le proprie conoscenze su di lui, nate dall’appassionata ricerca fra gli archivi, le biblioteche e le collezioni pubbliche e private di tutto il mondo.
La prima è un romanzo affascinante, uscito per l’editore Rizzoli nel 2008: La lunga attesa dell’Angelo. La scrittrice immagina che Tintoretto, durante i lunghissimi quattordici giorni di agonia, fra delirio e lucidità, abbia ricostruito, per presentarli al giudizio di Dio, i momenti cruciali della propria vita avventurosa di popolano veneziano orgoglioso, che non disdegnava mescolarsi con la plebe delle osterie e dei bordelli della sua città. Nel fluire dei ricordi, in questo straordinario racconto-confessione Tintoretto non tace l’amarezza per l’incomprensione invidiosa di  Tiziano, le difficoltà incontrate per la diversità della propria pittura irruenta e folle, lontana dalla perfezione classica dei pittori della scuola veneta.  Ma il romanzo è tutto dominato dalla memoria dell’amatissima Marietta (frutto del grande amore per una donna tedesca di cui poco si sa), la primogenita illegittima che costituì il riferimento costante e assillante di tutta la vita. Ammessa a frequentare il suo studio, vestita con abiti maschili per non destare lo scandalo dei benpensanti, Marietta era la figlia prediletta, l’unica delle cinque (quattro legittime) a non finire suora; l’unica a cui andò la dote indispensabile per avere un marito, ovvero per lasciare la casa paterna da donna indipendente, la cui presenza egli aveva imposto alla moglie legittima, Faustina, che se n’era presa cura. Era morta giovane, forse di parto; il pittore ora che sapeva di morire, sentiva che presto l’avrebbe rivista, poiché era certo che quell’Angelo gentile stesse aspettando lui, e che Dio avrebbe capito un amore così intenso da sfiorare l’incesto. A differenza della scrittrice, Tintoretto sicuramente non conosceva Freud…

La seconda opera (Rizzoli – 2009) della Mazzucco sul pittore è del tutto diversa: non un romanzo, ma un monumentale saggio biografico, dal titolo Jacomo* Tintoretto & i suoi figli, volume di 1121 pagine, ricostruzione minuziosa e ormai punto di riferimento di chi si occupa del pittore, resa possibile dai dieci anni di studi e di ricerca di cui la scrittrice dà conto nell’appendice di 282 pagine.
La vita di Tintoretto, la famiglia di origine, la moglie, gli otto figli legittimi, fra cui Dominico (a sua volta pittore, cui il padre aveva affidato la continuità della “casa”), oltre all’amatissima Marietta, molto presto entrata nella leggenda: tutto questo è ampiamente documentato e raccontato. La scrittrice, però, si preoccupa di collocare le informazioni sul pittore e sulla sua famiglia all’interno della storia della città, ricostruita con cura scrupolosa, in uno dei momenti più difficili. Ne sono protagonisti non solo gli artisti, il popolo e il patriziato, ma le divisioni interne che laceravano il fronte, un tempo compatto, che si era schierato in difesa dei liberi ordinamenti della città, cosicché la Repubblica Serenissima era riuscita a sottrarsi all’occhiuta vigilanza censoria dell’Inquisizione,  proteggendo i propri intellettuali e quelli che lì avevano trovato rifugio e accoglienza (e siamo quasialla fine del Cinquecento!). Questo è il contesto storico in cui Mazzucco colloca, con prosa fluida e tranquilla lontana dalla ricostruzione fantasiosa del romanzo,  la nascita delle opere straordinarie dell’artista  che aveva ornato Venezia con la sua arte grandiosa e originalissima, espressione di un estro creativo quasi incontenibile apprezzata in ogni tempo e in ogni luogo del mondo da tutti, compresi molti intellettuali che, insospettabilmente, ne avevano colto la modernità.

Il film 

Nato lo scorso anno come opera celebrativa dei cinquecento anni  del grande pittore, che era venuto al mondo, come ho scritto, nel 1518, è comparso solo ora nelle sale e per soli tre giorni, evento imperdibile per tutti gli amanti di Venezia, dalla quale l’arte di Tintoretto è inseparabile.
Il film (a cui Melania Mazzucco presta la propria immagine come esperta commentatrice, e Stefano Accorsi la voce fuori campo del racconto) attinge a piene mani dalle due opere che ho cercato di presentare sinteticamente, offrendoci in più la visione e l’interpretazione possibile delle opere meravigliose, delle tele straordinarie e insolite per le dimensioni che esaltano la verticalità della pittura di Tintoretto, come le pale che  adornano la chiesa e la scuola di San Rocco, o il Giudizio Universale di Santa Maria dell’Orto o la scandalosa Ultima cena, di San Giorgio Maggiore o le cinquanta tele cucite fra loro, che formano l’esteso telero (telaio) sostitutivo dell’affresco, meno facile da conservare per le condizioni di umidità salmastra del palazzo sul mare:  Il Paradiso,  che ricopre l’enorme sfondo della sala Ducale del Palazzo omonimo, che lascia ogni volta attonito e commosso il visitatore.
È davvero difficile trovare un analogo insieme di meraviglie analizzate con tanta cura e intelligenza, in un linguaggio così limpido da arrivare al pubblico vasto degli spettatori, invitati a riflettere sulla bellezza anche valutando le novità tecniche di una pittura scura, come lo sfondo preparatorio delle tele, nella quale le pennellate sicure di pochi e materici tocchi luminosi servivano a conferire alla luce un’eccezionale potenza suggestiva. Nel bel documentario, anche molte sorprese: l’apprezzamento di Jean Paul Sartre, che aveva paragonato al cinemascope la forza rivoluzionaria di quella pittura e definito primo regista del cinema il suo autore; quello di David Bowie, nonché la presenza di intellettuali di ogni paese, testimoni, di un’ammirazione senza confini nello spazio: Kate Bryan, Matteo Casini, Astrid Zenkert, Agnese Chiari Moretto Wiel, Michael Hochmann, Tom Nichols e Frederick Ilchman. Da ricuperare , se non sarà più nelle sale, almeno in DVD.

*questo era il vero nome e così viene chiamato dall’autrice che, restituendogli affettuosamente l’identità profonda, ci ricorda le origini “popolane” di cui il grande pittore andava orgoglioso.