Nomad – In cammino con Bruce Chatwin

recensione del documentario:
NOMAD – IN CAMMINO CON BRUCE CHATWIN

Titolo originale:
Nomad – In the Footsteps of Bruce Chatwin

Regia e sceneggiatura:
Werner Herzog


durata del documentario:
85 minuti – Gran Bretagna 2019

Psichiatri, politici, tiranni continuano ad assicurarci che la vita nomade è un comportamento anormale […], malattia che per il bene dell’umanità deve essere debellata. […] Gli orientali, però, mantengono vivo un concetto un tempo universale: che la vita errabonda ristabilisce l’armonia originaria che esisteva una volta fra l’uomo e l’universo.
(Bruce Chatwin, La via dei canti, Adelphi, 1987, pag. 239)

Questo film racconta l’amicizia fra il regista Werner Herzog e lo scrittore Bruce Chatwin, nata dalla scoperta, prima ancora di incontrarsi, della comune “eccentricità”.
Il loro avvicinarsi, infatti, era la stata la conseguenza quasi inevitabile del reciproco ammirarsi da lontano, attraverso le opere nate dalla singolare affinità del loro sentire.

Li aveva accomunati l’insaziabile  e quasi ossessiva passione per la conoscenza dell’anima profonda dei luoghi che ancora conservano le tracce delle antichissime civiltà dei nomadi, che percorrevano i sentieri segreti, le vie dei canti, tracciate nella vegetazione, testimonianza di antiche culture quasi del tutto perdute, possibili da evocare facendo rivivere le creature che alla terra avevano, alla fine del loro ciclo vitale, restituito quella vita che dalla terra stessa avevano ricevuto.

La passione dello scrittore era nata con lui: durante l’infanzia ne aveva animato i giochi, i sogni, le letture un brandello peloso – si diceva di brontosauro – trovato nella dimora australiana degli zii, ciò che lo aveva reso desideroso e impaziente di muoversi e di spostarsi ripercorrendo a piedi le “vie dei canti” in Patagonia come in Australia, in Africa o, semplicemente, lungo i sentieri nascosti fra le siepi delle colline del Galles, custodi di antichi massi, orientati come un misterioso calendario astronomico.

Herzog – che aveva girato Il cobra verde (1987), ispirandosi al suo romanzo Il viceré di Houidah (1980) – lo aveva incontrato quando lo scrittore era già segnato dall’AIDS, che lo avrebbe portato a morire a soli 49 anni. Bruce non poteva ormai camminare, ma fu l’amico Werner a regalargli l’ultimo viaggio, in portantina, ventilato con i flabelli degli accompagnatori africani e trattato come un re. Momento di vera felicità per il malato, che prima della morte volle cedergli il testimone: il glorioso zaino di cuoio, inseparabile compagno di tanti viaggi.

Film molto bello: con insolita e commossa gentilezza, il grande visionario Herzog riesce a unificare, grazie a un montaggio prodigioso, le scienze della storia millenaria dell’uomo con il mondo mitico, con i richiami biblici (il diluvio universale), e anche con gli episodi della vita della vita di Chatwin, raccontati attraverso le parole di Elizabeth – la vedova – e del direttore della fondazione da lei voluta, che ne raccoglie diari, fotografie, mappe, appunti, schizzi: grande omaggio all’uomo, al marito, alle sue inquiete peregrinazioni.

Da vedere in sala, mai come in questo caso insostituibile amica di chi ama il cinema.

Film-evento concesso per soli tre giorni alle sale italiane. La sua permanenza sul grande schermo è stata assicurata per qualche giorno ancora, prima che la piattaforma che se n’è assicurata i diritti lo renda visibile agli abbonati.

Roubaix Una luce

ROUBAIX, UNA LUCE

Titolo originale:
Roubaix- Une lumiere

Regia:
Arnaud Desplechin

Principali interpreti:
Roschdy Zem, Léa Seydoux, Sara Forestier, Antoine Reinartz, Chloé Simoneau
119 min. – Francia 2019

Strano e insolito questo film di un regista molto apprezzato soprattutto dai cinefii francesi, ma poco noto da noi, che spesso fatichiamo a comprendere il senso del suo malinconico raccontare. Per questo, forse, non gode della fama di altri registi d’oltralpe, maggiormente orientati alla rappresentazione sociologica della realtà degradata di alcune città francesi, una delle quali è Roubaix, prossima al confine col Belgio, un tempo fiorente centro industriale tessile.
Dell’antico splendore non è rimasta traccia se non quella delle vecchie abitazioni dei lavoratori del settore, ora rifugi malandati e sporchi, nascondigli di sbandati, furbastri e profittatori.
Di tal fatta sono i personaggi del film, ma il suo regista spesso e volentieri ci spiazza: crea attese – a cominciare dal titolo e dalla prima scena – a cui non seguono gli sviluppi che prevediamo; crea le situazioni – in cui cala i suoi personaggi – senza chiarirne le origini sociali; crea, soprattutto, ritratti di uomini e di donne senza dar conto del loro passato, convinto com’è che in loro si debba cercare la motivazione dell’agire, nei valori (o disvalori) morali che il loro comportamento quotidiano mette in evidenza.

Lumière e lumières Luce e luci

Siamo a Natale: l’incandescente bagliore che improvvisamente ci appare nel buio della notte, mentre ancora scorrono i titoli di testa, non è quello decorativo degli ornamenti festosi, ma quello di un’auto che ha preso fuoco. Rapido accorrere di ambulanze (c’è un ustionato) e della polizia che condurrà le indagini e presto chiarirà il caso.
C’è un commissariato di polizia, infatti, a Roubaix e, soprattutto, c’è Daoud (Roschdy Zem), il grande commissario di origine algerina che è rimasto, unico della sua famiglia, a Roubaix, dove è cresciuto, ha studiato e ha imparato a conoscere gli uomini, non solo per quello che dicono e fanno, ma anche per ciò che tacciono ed evitano di fare.
Un intuito particolare lo anima, favorito forse anche il suo continuo meditare, annotare e scrivere, in piena solitudine, fino a tarda notte, nel solito bar del quale pare quasi un complemento d’arredo.
Daoud ha un giovane superiore, il tenente Louis (Antoine Reinartz) che è appena arrivato ed è ben deciso ad affiancarlo lealmente: di lui e del suo passato conosciamo solo quello che ci dicono i libri sugli scaffali del suo studio, dai quali trae le proprie riflessioni sulla natura degli uomini: Bernanos e Levinas tra gli altri.

Daoud e un po’ anche Louis, forse animato da sorta di etica religiosa, illuminano, dunque, pur nella diversità della cultura e delle origini, la notte perenne di Roubaix, fronteggiando in un gioco delle parti ben distribuite* gli sciagurati che spesso delinquono al di là delle intenzioni, per stupidità o per eccessiva fiducia nelle proprie capacità di crearsi alibi solidissimi o di fermarsi al momento giusto.

Desplechin si ispira a un documentario del 2002 e trasmesso dalla TV francese nel 2008: Roubaix, commissariat central, affaires courantes di Mosco Levi Boucault, incentrato su un fatto di cronaca, sceneggiato successivamente per i quattro principali interpreti del film, ovvero, oltre a Daoud e ad Antoine, Claude (Léa Seydoux) e la sua amante Marie (Sara Forestier), incapace di opporsi alla volontà dominante dell’amata.
Complici nell’assassinio di una vecchia donna, malandata e povera, convinte che l’omicidio assurdamente crudele avrebbe risolto qualche loro problema economico, le due giovani donne erano state subito sospettate dal grande Daoud e dal tormentato Antoine, che senza fretta sarebbero riusciti a incastrarle, dopo numerosi interrogatori con ogni evidenza “teatrali”, durante i quali erano emerse sia la stolta sicumera di Claude, sia la remissiva debolezza di Marie.

Attorno al racconto, che come ho detto, è tratto dal documentario, altri episodi di minore rilievo, ( e di pura invenzione), come truffe, stupri, fughe da casa di ragazze minorenni impegnano l’attività del commissariato, che nulla trascura e tutto risolve.

La pellicola è certamente interessante, anche se non sempre riesce a convincere del tutto, essendo ai limiti della credibilità l’affollarsi dei delitti natalizi, ai quali offrono la loro dedizione e la loro professionalità gli uomini del commissariato, veri angeli o veri eroi, secondo le parole dell’autore che precedono il  film, che assume l’aspetto di una meditazione quasi metafisica sulla ineliminabilità del male dal cuore dell’uomo.

 

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*Le spiegazioni di Desplechin a questo proposito vengono sottolineate dai Cahiers du Cinéma nel numero del settembre 2019 : “adapté…comme une pièce de théâtre, reprenant ses principaux faits, personnages et dialogues pour les mettres dans des corps d’acteurs” (Cyril Béghin, pag 40).

I miserabili

recensione del film:
I MISERABILI

Titolo originale:
Les Miserables

Regia:
Ladj Ly

Principali interpreti:– 100 min. – Francia 2019.

Dal regista francese Ladj Ly, originario del Mali, è arrivato nelle nostre sale – ma si trova anche su alcune piattaforme in streaming – Les Misérables.
Perderlo sarebbe un gran peccato, perché, come attestano anche  i prestigiosi riconoscimenti della critica internazionale e i premi ottenuti
* (per non parlare delle innumerevoli nomination di cui ricordo solo quella agli Oscar e ai Golden Globe), il film è  la rivelazione di un regista quasi sconosciuto, ma talentuoso, che parlandoci, con passione lucidissima, della banlieu parigina di Montfermeil, delle sue difficoltà e dei suoi problemi, ci mostra una realtà esplosiva, che potrebbe diventare la realtà inattesa con la quale tutti, prima o poi, dovremo misurarci.

L’avvio del film è sorprendente: un mare di bandiere francesi avvolgono festosamente i corpi dei parigini di ogni età e di ogni provenienza, in tripudio dopo la vittoria calcistica del campionato del mondo. Siamo dunque nel 2018, l’anno in cui la Nazionale d’oltralpe superò la Croazia aggiudicandosi il titolo. Sfilano davanti ai nostri occhi molti dei ragazzini che saranno i protagonisti del film, immigrati di seconda o terza generazione, francesi per lo più di origine africana, della banlieu di Montfermeil, a pochi minuti di Métro dalla capitale. Nelle prime scene conosciamo anche i tre funzionari di polizia che il commissariato locale ha destinato alla sorveglianza di quel territorio.
Ecco, perciò, Chris (Alexis Manenti, cosceneggiatore del film insieme al regista), il duro del terzetto, con il phisique du rôle del nazistello odioso e prepotente; Stephane (Damien Bonnard), appena arrivato da Cherbourg, che vorrebbe difendere con umana comprensione la legalità; Gwada (Djibril Zonga), l’unico africano dei tre, buon conoscitore di quel territorio – abita lì – di solito buon mediatore.

Un territorio ingovernabile o forse mal governato

il regista, facendo riferimento alla propria storia personale, ci presenta, con notevoli deviazioni cronologiche, un mosaico di crimini e misfatti  che avevano segnato nel corso del tempo la difficile esistenza degli immigrati di Montfermeil, sobborgo maledetto, zona franca in cui le rivalità etniche e religiose diventavano continue occasioni di risse e di provocazioni, poco controllate dall’unica autorità riconosciuta, un “sindaco” eletto, ma senza poteri, che cercava di mantenere la tranquillità del territorio corrompendo e promettendo, pur di tenere lontana la squadra di polizia, riconosciuto e odiatissimo potere istituzionale, la faccia feroce e spietata dello stato.

La rivolta delle periferie parigine è il fatto storico al quale si ispira l’episodio terribile – meticolosamente preparato nella prima parte del film – sfociato nell’impressionante sequenza finale durante la quale, in un crescendo di tensione, i ragazzini, da troppo tempo umiliati e offesi, attirano nella loro trappola micidiale i tre poliziotti, con esiti tutti da immaginare.

All’origine della loro rivolta è il furto di Jonny, cucciolo di leone, allevato dai nomadi del circo Zeffirelli (!). Era stato il piccolo Issa (Issa Perica), a impadronirsene, né l’avrebbe mai restituito, se la reazione dei nomadi, sgangherata e truce, non avesse provocato la mobilitazione della polizia e poi quella guardinga degli adulti per ritrovarlo… 

Buzz (Al-Hassan Ly, figlio del regista che interpreta molto bene il padre, che fin da giovane aveva coltivato la passione per le riprese col cellulare) aveva filmato, col suo minuscolo drone volteggiante su Montfermeil, anche la scena dello strano furto.

Su questi due bambini, perciò, si era diretta la ricerca e la violenza dei tre poliziotti, preoccupati delle possibili gravissime conseguenze dell’ira dei nomadi e convinti di poter impunemente minacciare e ricattare due bambini, coinvolgendone anche, fra mille diffidenze, i genitori. Ne erano infine venuti a capo, sia utilizzando ogni possibile mediazione fra gli uomini più autorevoli del sobborgo, dal “sindaco”, all’Imam, sia ricorrendo, con gravi conseguenze, al fuoco delle armi e preparando, perciò stesso, il terreno alla ribellione vendicativa…

Un gran lavoro di sceneggiatura e di montaggio permette al film sia di superare l’impasse che verso la metà sembrava averne un po’ disperso la forza coinvolgente sia di imboccare decisamente la strada del noir, che, con crescente tensione, riesce in qualche misura, sorprendentemente, a rovesciare il punto di vista del narratore, inizialmente dalla parte dei bambini, infine incerto nel giudizio, come è giusto che sia, visto che nessuno è davvero buono, e che tutti si rivelano vittime e carnefici in un sistema perverso, profondamente da cambiare.

Victor Hugo, sullo sfondo – ma ancora molto presente – nei luoghi di Gavroche e di Valjean tuonava  contro i cattivi coltivatori; oggi, per risolvere quegli enormi problemi vanno individuati i cattivi maestri, i seminatori dell’odio, con  razionale disposizione della mente e del cuore, senza illusioni, ma soprattutto senza pregiudizi.


* I premi:

Gran Premio della giuria al festival di Cannes 2019;

European Film Awards 2019;

4 premi César 2020 (miglior film, premio del pubblico, migliore attrice esordiente, miglior montaggio);

3 premi Lumière (miglior film, miglior attore esordiente, migliore sceneggiatura);

premio Goya (miglior film europeo)

Undine Un amore per sempre

recensione del film:
UNDINE – UN AMORE PER SEMPRE

Titolo originale:
Undine

Regia:
Christian Petzold

Principali interpreti:
Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zaree, Jacob Matschenz, Gloria Endres de Oliveira – 90 min. – Germania, Francia 2020.

 

Un’ondina a Berlino

Undine non è una donna, ma una creatura fantastica, uscita dalle acque, che erano da sempre il suo habitat.
Secondo la leggenda, ha, come le sirene del Mediterraneo, o come le altre ondine della tradizione nordica, il potere di attrarre irresistibilmente gli uomini per farli morire.
Fonte di ispirazione, dai tempi più antichi, di artisti e di scrittori, di narratori di favole e di musicisti, Undine ispira anche la creatività di Petzold, il regista del film che la fa rivivere a Berlino collegandola alla storia della città fin dalla sua fondazione.
Dalla sua voce ascoltiamo le vicende della capitale tedesca, raccontate ai turisti in sosta davanti ai plastici tridimensionali che ne ricostruiscono le modificazioni nel tempo, dalla laguna paludosa degli isolotti intorno al fiume Sprea, al momento in cui il lavoro degli uomini per controllare il corso delle acque, bonificando gli acquitrini, ne aveva reso il territorio coltivabile e abitabile.

A poche centinaia di persone dalle provenienze più diverse, era dovuta, dunque la fortuna di Berlino che si era successivamente ingrandita ed era prosperata grazie alla navigabilità dello Sprea che garantiva un facile e veloce trasporto delle merci.
Undine rappresenta perciò la memoria storica del Märkisches Museum della capitale: il suo lavoro, sulla terra ferma, è quello di guida-cicerone in un centro di cultura che sorge vicino all’acqua, la fonte di vita dalla quale era emersa per amore, e senza la quale non avrebbe potuto vivere a lungo.

 

Un amore, un tradimento, forse una minaccia…

Undine (eccezionale interpretazione di una bellissima e affascinante Paula Beer) ha avuto una storia appassionata con Josef (Jacob Matschenz), che sta per lasciarla poiché ama un’altra donna. Seduti davanti al loro solito bar, si fa evidente il gelo fra loro, a cui si aggiunge il silenzio sprezzante di lui: inutili ulteriori spiegazioni, né Undine le richiede, poiché ha fretta, deve andare a lavorare e conta di incontrarlo dopo,
annunciandogli però, con apatica indifferenza, di essere costretta a ucciderlo.

Sembra una minaccia, ma le sue parole sono prive di rabbia; del resto, una nuova passione sta per nascere: Christof (Franz Rogowski), un “palombaro industriale”, addetto alle riparazioni sott’acqua, affascinato dalla sua lezione al museo, la segue all’uscita per incontrarla al bar dove, con un movimento maldestro, urta il vetro di un acquario, provocando un disastro: il locale si allaga, entrambi vengono feriti dalle schegge e quando tornano in sé, dopo lo spavento, si trovano abbracciati e non potranno più lasciarsi.  Hanno con sé un piccolo amuleto, la statuina di un sommozzatore che Christof ha “salvato” dal disastro dell’acquario e che avrebbe regalato a lei, simbolico oggetto che, ricordando a lei la propria vicinanza, sempre e ovunque, agisce come “senhal”*, magicamente profetizzando le incomprensioni, le bugie distruttive, le svolte sinistre della loro passione, decisive del futuro di entrambi.

Ho cercato di rmettere in luce gli elementi del film che ne rendono, secondo me, più agevole l’interpretazione, ma altro non vorrei aggiungere, per evitare ogni eccesso di spoiler.

Non voglio dimenticare, però, che le immersoni di Christof sono tutte pericolose: deve riparare antichi guasti, prodotti da tempo sulle fondamenta storiche della città, più volte distrutta e ricostruita in superficie, mentre nelle sue melmose profondità si aggira un imprendibile e feroce mostro, presenza simbolica di un passato recente, oscuro e sempre pronto ad attaccare e a cancellare l’identità primigenia dell’antica comunità che era nata per includere chi veniva da fuori a portare il proprio contributo alla prosperità di tutti…

È il nuovo film di Christian Petzold, forse il più intrigante e complesso dei suoi, poiché nasconde, dietro alla favola triste e alle sue metafore, una visione politica che lo spettatore dovrebbe cogliere per apprezzarne tutte le implicazioni . 

È arrivato ora nelle sale italiane, dopo che, presentato alla Berlinale di quest’anno e premiato (Orso  d’argento alla Beer), la pandemia ne ha impedito la distribuzione già programmata.

Chi ama il cinema dovrebbe vederlo.

*il senhal era una figura retorica originariamente utilizzata dai trovatori delle corti provenzali, che indicavano, con un’ immagine ricorrente, o un nome fittizio, o un oggetto, la donna amata, al fine di mantenerne segreta l’identità. Fra i poeti della scuola toscana è usato da Dante, per esempio, nelle Rime Petrose (e non solo) nelle quali la parola Petra è il senhal della presenza di una donna dal carattere crudele e durissimo.

 

Little Joe

 

recensione del film:
LITTLE JOE

Regia:
Jessica Hausner

Principali interpreti:
Emily Beecham, Ben Whishaw, Kerry Fox, Kit Connor, Phénix Brossard – 100 min. – Austria, Gran Bretagna, Germania 2019.

Uno strano film della regista austriaca Jessica Hauser la stessa di Lourdes, che dieci anni fa avevo recensito QUI

Sembra una fiaba l’inizio di questo film, che ci immerge, dalle prime scene, nella realtà livida e raggelante di una serra tutta vetri e strutture metalliche, che, tra gli stridenti suoni fuori campo e i rumori sibilanti della (non) musica di Teiji Ito, si tinge all’improvviso delle nebbiose emissioni color magenta sprigionate dai fiori aperti di alcune piantine che stanno crescendo insieme ad altre varietà di bellissimi fiori in grave sofferenza.
Un team di ricercatori, attentissimi agli umori volubili dei compratori, e alle norme internazionali in tema di OGM, aveva creato quei germogli e ora ne segue lo sviluppo per destinarli, infine, ai floricultori delle fiere- mercato.
Alice (Emily Beecham), giovane e intraprendente studiosa, lavorando di notte per aggirare segretamente ogni norma, era riuscita a creare la piantina che dal suo fiore aperto, quasi rispondendo alle sue cure, spargeva tutt’intorno quella nebbia colorata insieme al più soave dei profumi, inebriante a tal punto da determinare in chi lo respirava una condizione di euforica beatitudine, forse la felicità.
Era nato però il dubbio che quei suoi vapori misteriosi danneggiassero le piante contigue che stavano rapidamente disseccando, mentre altri inquietanti fenomeni colpivano gli uomini e gli animali che le si avvicinavano.

Alice
Alice era una donna graziosa e giovane; viveva per il suo lavoro e per il figlio Joe, quasi adolescente, molto legato a lei, che vedeva poco, perché gli orari di lavoro la tenevano lontana da casa per troppo tempo. Era separata dal marito, che aveva scelto di vivere in campagna, dove nei weekend arrivava Joe, che non lo amava. Avendo ridotto al minimo i rapporti familiari, Alice si sentiva in colpa e perciò si faceva seguire da una psicanalista che la consigliava e le dava preziose informazioni, rafforzandone le convinzioni circa il rapporto con Joe, qualitativamente ben più importante di ogni relazione genitoriale a pieno tempo.
Alice non era affatto convinta, inoltre, che il dolcissimo profumo della sua piantina fosse all’origine di tutti i mali che affliggevano il laboratorio, cosicché, senza timore alcuno, ne aveva donato un esemplare a Joe, in onore del quale l’aveva battezzato Little Joe, assicurando al bambino che quel profumo di felicità  l’avrebbe ben ripagato delle sue cure e delle sue attenzioni.

Diventando un giovanotto, Joe cambia, diventa più combattivo, rivendica una maggiore autonomia e comincia ad apprezzare quel padre che non gli chiede nulla, invita la ragazzina che gli piace, e lo coinvolge in alcune attività gratificanti, molto diverse dai soliti noiosi esercizi di apprendimento attraverso i libri di scuola. Alice non lo riconosce più e comincia anche lei a nutrire dubbi sulle emissioni (velenose?) della piantina che Joe non smette di curare e di cui la ragazzina sembra indovinare il segreto: la sensualità.

La regista, a questo punto, ci spiazza davvero: se nella prima parte aveva creato la giusta tensione narrativa con elegante compostezza, e noi avevamo seguito con molta preoccupazione Alice travolta dalle incomprensioni dei suoi colleghi, ora ci chiediamo se quelle incomprensioni non fossero state provocate da una paranoica volontà perfezionistica proprio da lei, tirannica e autoritaria perfino col figlio, la cui autonomia non le piace affatto.
Come in Lourdes, Jessica Hausner non prende posizione, come se fossero sullo stesso piano gli interrogativi morali ed esistenziali di fronte alla malattia e alla morte e i capricci ambiziosi di una madre egoista che nega la propria presenza, confidando sulle presunte doti sostitutive di una piantina profumata.
Sconcertante banalità, che lascia davvero perplessi.

Le sorelle Macaluso

recensione del film:
LE SORELLE MACALUSO

Regia:
Emma Dante

Principali interpreti:
Alissa Maria Orlando, Laura Giordani, Rosalba Bologna, Susanna Piraino, Serena Barone, Maria Rosaria Alati, Anita Pomario, Donatella Finocchiaro, Ileana Rigano, Eleonora De Luca, Simona Malato, Viola Pusateri – 94 min. – Italia 2020.

Emma Dante torna al cinema adattando allo schermo una sua pièce teatrale, molto apprezzata, che porta lo stesso titolo, ovvero Le sorelle Macaluso: lo fa – affiancata nella sceneggiatura da Elena Stancanelli e Giorgio Vasta – non solo modificandone il copione, e riducendo il numero delle sorelle protagoniste (che da sette diventano cinque) ma, soprattutto, visivamente, mettendo al centro del suo film una palazzina periferica di Palermo e il mare di Mondello, la spiaggia palermitana che, con uno squarcio ottenuto a colpi di bastone nel muro dello scantinato, diventa visibile fin dall’inizio del film.

Il varco è qui?

Il film comincia proprio con questa sequenza, straordinaria sul piano simbolico e cinematografico: il varco, faticosamente aperto, permette alla luce di penetrare quel tanto che serve alla visione di quel mare, lontano nello spazio, e lontano nel tempo, poiché il raggio dorato di sole, che offre allo sguardo qualcosa di simile a un’antica e ingiallita immagine fotografica, ci immette, quasi senza che ne prendiamo coscienza, in pieno film. Emma Dante procederà  gradualmente nel racconto, iniziando proprio con l’evocazione di  questa voglia di mare e di spiaggia, struggente momento di riflessione sul passato che non può tornare se non attraverso l’affiorare dei ricordi quando, molti anni dopo, la memoria si fa più debole e le sorelle che ancora ne conservano le tracce stanno per abbandonare per sempre questo mondo.

Nella palazzina palermitana delle giovani Macaluso (Maria, Pinuccia, Lia, Katia e Antonella), il piano alto ospita la colombaia, dimora dei colombi che vengono affittati su richiesta (non mancavano, nella Sicilia di allora gli eventi per i quali erano utilizzati: processioni, matrimoni, feste patronali…) e che sono addestrati per volare dopo il colpo di starter e tornare alla casa.
Allevarli è il lavoro delle sorelle che di quello campano, anche se ciascuna di loro coltiva in segreto un grande sogno, come tante altre ragazze giovani: Maria si allena per diventare ballerina; Pinuccia vorrebbe sposare l’uomo che ama, Lia si esercita per scrivere come una grande scrittrice, mentre Katia sembra la più adatta a occuparsi della casa. Antonella, che è la piccolina della famiglia, per ora guarda e ammira la più bella, Pinuccia, quando si  trucca e (talvolta) le passa un po’ dl rossetto sulle labbra.

Ὅν οἱ θεοὶ φιλοῦσιν, ἀποθνήσκει νέος
Muor giovane colui ch’al cielo è caro.
(Leopardi da Menandro)

Un drammatico fatto, tuttavia, interrompe l’atmosfera festosa della casa e i sogni a lungo vagheggiati delle fanciulle: diventare adulte, per quattro di loro, significa fare i conti con una realtà pesantissima, del tutto imprevedibile: in un giorno pieno di sole, Antonella è inghiottita da quel mare affollato di bagnanti verso il quale, con le sorelle, si era avviata con la gioia nel cuore e nel corpo (solo alla fine del film conosceremo i particolari di quella morte che nulla avrebbe lasciato presagire). Fu un’entrata traumatica nell’età adulta per le quattro sorelle, tanto inevitabilmente, quanto ingiustamente devastate dai sensi di colpa, dai rimorsi che i rinfacci reciproci, seguiti da liti furibonde, aggravavano inutilmente, cosicché l’armoniosa e vivace convivenza di un tempo era diventata un rancore acido e rabbioso che aveva travolto le esistenze di Maria, ora ammalata gravemente, di Lia e di Pinuccia, la ex bella, che nel corpo e nella mente portava i segni di una follia così devastante da renderla irriconoscibile.  I tentativi di Katia (che non abitava con loro) di ricomporre i dissidi più gravi, non avevano sortito alcun effetto. A lei sarebbe rimasto l’ingrato compito di riordinare quel che rimaneva della casa, progressivamebte svuotata degli oggetti di valore, e dei piccioni, che col loro volo avrebbero accompagnato l’ultima delle bare calata dalla finestra.

Il racconto è infarcito di citazioni letterarie, cinematografiche, e musicali, così numerose da aver provocato le accigliate proteste di molta parte della critica, che ha parlato anche troppo di eccessi barocchi ingiustificati, tenendo poco conto che la stessa cultura letteraria siciliana da Cielo D’Alcamo a Verga ha offerto alla regista più di uno spunto creativo.

A me, che non sono un critico, ma semplicemente una persona che ama il cinema, il film è sembrato nel suo complesso, una meditazione sul desiderio, espresso incontenibilmente dai corpi delle protagoniste da giovani, e sempre presente, anche nelle età successive, ciò che è all’origine del profondo disincanto nei confronti delle illusioni, e della impossibilità anche fisica di farle in qualche modo rivivere.

Aggoiungo che molto di questo film mi ha ricordato alcune opere di Bergman, soprattutto Sussurri e grida, in cui il tema delle sorelle  e dell’odio rabbioso che le separa di fronte al dolore e alla malattia, si accompagna alla meditazione sulla casualità che governa imperscrutabilmente i nostri destini (è comune ai due film il tema metaforico della nostra vita nelle mani del burattinaio-puparo invisibile che muove i nostri passi, nel silenzio di dio).

Una intima convinzione

recensione del film:
UNA INTIMA CONVINZIONE

Titolo originale:
Une Intime Conviction

Regia:
Antoine Raimbault

Principali interpreti:
Marina Foïs, Olivier Gourmet, Laurent Lucas, Philippe Uchan, Jean Benguigui – 110 min. – Francia 2019.

Una intima convinzione – che racconta un fatto di cronaca relativamente recente il cui clamore mediatico aveva diviso l’opinione pubblica francese –  pur presentando alcune caratteristiche del Legal Drama, manifesta una certa coinvolgente originalità, perché, rispetto alle convenzioni di genere, si svolge per lo più fuori dalle aule del tribunale,  per seguire soprattutto la storia personale di Nora (Marina Foïs), donna semplice, cuoca in un ristorante popolare, madre di famiglia, convinta da sempre dell’assoluta innocenza di un uomo, rispetto alle gravi accuse che gli venivano rivolte.

Questo film, infatti, ricostruisce la brutta storia che in Francia aveva gettato ombre e sospetti su Jacques Viguier (Laurent Lucas), tranquillo marito tradito di una donna scomparsa misteriosamente dalla propria abitazione, che aveva dovuto difendersi nelle aule del tribunale dall’accusa di uxoricidio e di occultamento di cadavere.

Ne era uscito assolto, in mancanza di prove e anche di cadavere, ma, in seguito a un feroce battage mediatico orchestrato da Olivier Durandier  (Philippe Uchan), amante della donna, un giudice aveva deciso, dopo dieci anni, di riaprire il processo  per chiederne la condanna. I suoi figli, schierati con lui, avevano cercato di salvare, insieme al padre, quel poco che rimaneva della famiglia e si erano rivolti invano agli avvocati più noti perché ne assumessero la difesa: nessuno, purtroppo, voleva pregiudicare la propria carriera per una causa ritenuta, universalmente, persa in partenza.

Nora che aveva seguito, come giudice popolare, le udienze del primo processo, aveva maturato la convinzione dell’innocenza di Viguier e aveva indotto l’avvocato riluttante Dupond-Moretti, (Olivier Gourmet), certamente il miglior difensore sulla piazza, ad assumerne la difesa. 
Furono infatti le insistenze quasi ossessive di lei a convincerlo: la donna, anteponendo alla propria tranquillità l’esigenza della solidarietà contro un’iniziativa giudiziaria persecutoria, aveva sacrificatoi il proprio tempo libero, gli impegni familiari e qualche amicizia per aiutare, contro ogni ragionevole speranza, Viguier e i suoi figli, Fu ripagata dall’assoluzione, questa volta definitiva, dell’imputato, contro il quale nessuna prova era stata trovata.

Antoine Raimbault, giovane regista di questo lungometraggio (il suo primo), catturato come molti altri francesi, dal fascino di una storia piena di mistero, aveva seguito dapprima in tribunale, poi attraverso la documentazione, gli sviluppi del processo e aveva deciso di farne un film, mettendo in luce sia gli aspetti umani della vicenda che avrebbe potuto annullare per sempre la vita di un innocente, sia le contraddizioni della “giustizia”, nella quale si riflettono le convinzioni e i comportamenti – non sempre limpidamente decifrabili – di chi ha il difficile e delicato compito di amministrarla nell’interesse generale.

Il dubbio, in casi così complessi, deve costituire perciò la guida morale di ogni giudice,  indipendentemente dalle proprie convinzioni private, per evitare le pericolose e suggestive derive populistiche a cui sembrano indirizzati, invece, senza alcun pudore, i mezzi dell’informazione (o manipolazione?) di massa, facilmente trasformabili in strumenti di facile consenso politico giustizialista.

Ottimo il cast degli attori fra i quali primeggia Olivier Gourmet, vero mattatore del film degnamente affiancato da Marina Foïs.

Le Amiche

recensione del film
LE AMICHE

Regia:
Michelangelo Antonioni

Principali interpreti:
Gabriele Ferzetti, Yvonne Furneaux, Ettore Manni, Valentina Cortese, Eleonora Rossi Drago, Franco Fabrizi, Alessandro Fersen, Franco Giacobini, Madeleine Fischer, Anna Maria Pancani, Luciano Volpato, Maria Gambarelli, Marcella Ferri – 106 min. – Italia 1955.

Questa recensione vuole ricordare Pavese a 70 anni dal suicidio  attraverso un film che è anche l’omaggio di un grande regista allo scrittore molto amato.

Dal bel romanzo breve di Cesare Pavese Tra donne sole, che raggruppato con gli altri due brevi* sotto il titolo La bella estate, ottenne nel 1950 il Premio Strega, Antonioni trasse il soggetto di questo bellissimo film, che sceneggiò con Suso Cecchi d’Amico e Alba De Cespedes, per presentarlo, infine, alla  Mostra Internazionale  d’Arte Cinematografica di Venezia nel settembre 1955, dove fu premiato col Leone d’argento.

Torino, in cui sono ancora visibili le distruzioni della guerra, è lo scenario del film; le riprese en plein air – secondo la tecnica che veniva al regista ferrarese dall’esperienza di documentarista, oltre che da quella del suo primo film – si alternano ai piani sequenza molto numerosi degli interni: degli alberghi, dei ristoranti, delle gallerie d’arte e delle case private, nonché dei nobili palazzi del centro, ricuperati come sedi di rappresentanza dell’alta moda romana.

In questo ambito, con scopi e funzioni diverse, si muovono le “donne sole” del film e del romanzo: Clelia (Eleonora Rossi Drago), Momina (Yvonne Furneaux), Nene (Valentina Cortese) e Rosetta (Madeleine Fischer).

Clelia era appena arrivata a Torino in rappresentanza di una sartoria della capitale con l’incarico di controllare che procedessero speditamente i lavori per l’apertura della filiale staccata della maison.
La drammatica e casuale circostanza del tentato suicidio di Rosetta, nella stanza d’albergo adiacente alla sua, le aveva fatto incontrare il gruppo delle amiche nel quale presto si era inserita anche lei, per cortesia, dapprima, quindi per compassione nei confronti di  Rosetta, infine perché quelle donne erano nel giro delle amicizie di Cesare (Franco Fabrizi), l’architetto   che, insieme al suo tecnico Carlo (Ettore Manni), stava dirigendo il lavoro per la nuova sede della sartoria

Nel mondo non ancora globalizzato di allora, Torino era simile a un piccolo club, nel quale la borghesia si incontrava, condividendo interessi culturali, aspirazioni, divertimenti e anche amori, non sempre tenuti a bada dai legami matrimoniali. Le donne sole erano molto diverse fra loro: Momina ostentava il proprio cinico disincanto: separata dal marito, che continuava a mantenerla nel lusso, non nascondeva che le piacesse Cesare;  Nene, gallerista della Bussola, in Via Po, era un’apprezzata ceramista, che tendeva a minimizzare la propria creatività nel timore di oscurare le mediocri opere di Lorenzo (Gabriele Ferzetti),  il pittore che l’aveva sposata, che la invidiava e che con superficiale leggerezza aveva corteggiato Rosetta, ben sapendo che di Nene non avrebbe potuto fare a meno.

Clelia in un momento di sincerità, aveva raccontato a Carlo, di cui si era innamorata, di essere nata e cresciuta a Torino in un quartiere povero e degradato, giocando e condividendo le sue giornate di bambina con i monelli delle case di ringhiera, fino alla sua partenza per Roma, dove aveva lavorato fin da giovane avendo sempre a mente l’obiettivo prioritario della propria indipendenza economica, anche a costo di amari sacrifici e dolorose rinunce. Era una donna soddisfatta, ancora capace di tenerezza e solidarietà, ma giammai avrebbe accettato un legame matrimoniale con lui, dopo aver conquistato una ragguardevole posizione sociale che appagava le proprie aspirazioni.

Antonioni osserva, prende nota, registra,  come in Cronaca di un amore, le attese, le sofferenze, le contraddizioni e infine le sconfitte di donne e uomini, privilegiati solo in apparenza, che vanamente cercano risposte di senso nella libertà ritrovata dopo gli anni bui del fascismo e della guerra, in questo film  bellissimo, lontano dal neorealismo della denuncia o della retorica pauperistica, ma non per questo meno emozionante e coinvolgente.

Stupenda la fotografia dalle mille sfumature del bianco e del nero di Gianni Di Venanzo; ottima per qualità e verità l’interpretazione di Gabriele Ferzetti, Madelaine Fischer , Ettore Manni e Valentina Cortese.

 

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* La bella estate -1940; Il diavolo sulle colline -1949.
Trascrivo qui, circa l’inizio di Tra donne sole ,le parole di Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, 23 marzo 1949):
Senza parere, cominciato nuovo romanzo: Tra donne sole“. Lavoro pacato, sicuro, che presuppone una solida organatura, un’ispirazione diventata abitudine. (Riprende la Spiaggia, la Tenda, molte poesie su donne). Dovrebbe scoprire novità”.

 

Un lungo viaggio nella notte

recensione del film:
UN LUNGO VIAGGIO NELLA NOTTE

Titolo originale:
Long Day’s Journey Into Night

Regia:
Gan Bi

Principali interpreti:
Wei Tang, Sylvia Chang, Meng Li, Jue Huang, Yongzhong – 110 min. – Cina 2018

 

Gan Bi aveva meno di trent’anni quando presentò a Locarno, nel 2015, il suo primo film, Kaili Blues, che colpì molto favorevolmente la critica*, e che non è stato distribuito in Italia.
Questo è ìl suo secondo film che, come il precedente, si differenzia da quelli dei registi cinesi “politici”, ovvero dei più noti Jia ZhangkeBai Ri Yan Huo, per le importanti novità nel contenuto e nella forma che gli conferiscono un’insolita e potente suggestione.  Le immagini, ricchissime di colore, di luci smorzate e di ombre, celano un accurato studio degli effetti tridimensionali, nonché una sofisticata tecnologia, largamente utilizzata nella seconda parte della pellicola, nella quale  piccoli droni accompagnano gli spostamenti verticali della macchina durante un interminabile piano – sequenza, uno dei più lunghi mai visti al cinema.
Non è davvero poco, per un film che non è fantascientifico e non punta sugli effetti speciali.

Il film, infatti, è una recherche, dal sapore non  proustiano: è un’indagine nel mondo della memoria strettamente correlato alla dimensione onirica della percezione, nella quale quale i ricordi si confondono e passato e presente non si distinguono.
ll protagonista, Luo Hongwu (Jue Huang), che vorrebbe vederci chiaro, soprattutto per capire chi è e ritrovare una donna molto amata, è costretto  a confrontarsi con la dimensione storica del proprio passato dal sogno che lo riporta a a Kaili, non solo luogo della sua nascita, ma città antichissima che ha conservato le tracce di una civiltà remota, che non ha ancora del tutto perduto memoria di sé. Il suo ritorno, illuminato debolmente dalla luce delle candele, non gli offre alcuna chance di raggiungere lo scopo, poiché ogni possibilità di uscita, razionalmente governabile, da quel luogo, che solo parzialmente egli riconosce, è frustrata dalla sua stessa natura labirintica, dagli orologi senza lancette che non indicano il tempo, dagli specchi che non sempre rimandano immagini note, prolungando, forse senza fine, il buio della conoscenza.

Il ricupero del passato, ritenuto decisivo da Luo Hongwu è dunque un “viaggio”senza conclusione possibile, un obbligato “eterno ritorno” senza vie d’uscita nella dimensione senza tempo nella quale si confondono amori, affetti familiari, violenze e rivalità, verità e menzogne, dimensione onirica che non offre conoscenze realisticamente utilizzabili.

 

 

Il film ha caratteristiche di innegabile suggestione e diventa un’esperienza immersiva anche se, nella versione  delle sale italiane, non è dato l’uso del 3D, ciò che, a quanto pare, è avvenuto in altra parte del mondo e che comunque è parzialmente avvertibile grazie alla potenza suggestiva delle cupe e claustrofobiche immagini che scorrono davanti ai nostri occhi nel lunghissimo piano-sequenza che (non) conclude il film.

 

 

Lettera a tre mogli

recensione del film:
LETTERA A TRE MOGLI

Titolo originale:
A Letter to Three Wives

Regia:
Joseph L. Mankiewicz

Principali interpreti:
Linda Darnell, Ann Sothern, Jeanne Crain, Jeffrey Lynn, Paul Douglas, Connie Gilchrist, Thelma Ritter, Kirk Douglas, Florence Bates – 103 min. – USA 1949. 

Nel nostro millennio Lettera a tre mogli (1949) ha ispirato una seguitissima serie televisiva dedicata alle casalinghe americane che vivono lontane dai centri urbani (Desperate Housewives, 2004), ciò che ne ha riproposto l’interesse, il restauro e la presentazione in alcune sale anche in Italia nel 2017. Ne è seguito il DVD, ancora reperibile che contiene la versione originale sottotitolata, che ha, fra gli altri meriti, anche quello di farci sapere che i nomi e i cognomi dei protagonisti erano stati curiosamente cambiati nella versione italiana. A questi ultimi, tuttavia, faccio riferimento nella recensione.

Il film, considerato un’opera minore di Manckiewicz, nel 1950 ottenne due Oscar (miglior regia e migliore sceneggiatura non originale), e, nel decennio successivo, l’ammirazione più volte ribadita di François Truffaut, e scusate se è poco!

La vicenda è raccontata da una voce fuori campo, la misteriosa narratrice che, molto conoscendo dei fatti di cui si parlerà, mette in moto il racconto.  Si chiama Eva Ross: non ne vedremo né il volto né le fattezze,  ma è lei l’amica delle tre mogli alle quali ha indirizzato una lettera crudele per avvisarle che non avrebbe partecipato né al gran ballo della sera (il primo sabato di maggio, unico evento mondano della cittadina), né alla gita fluviale degli orfanelli, per la quale era attesa in mattinata, poiché stava fuggendo lontano con l’uomo della sua vita: il marito di una di loro!

Nella prima fondamentale parte del film Eva Ross ci presenta la cittadina in cui lei come le tre amiche abitavano: piccolo centro uguale a molti altri negli Stati Uniti, collegato alla grande città da un’efficientissima ferrovia, e da una rete stradale in pieno sviluppo. Tutti si conoscono e tutti, o quasi, aspirano a migliorare la propria posizione sociale in un momento che pare favorevole all’American Dream: siamo nel 1949, poco dopo la fine della guerra, quando anche le più ottimistiche previsioni sembravano prossime ad avverarsi.

Eva Ross, alla fine del conflitto, avrebbe dovuto sposare Bill (Jeffrey Lynn), il suo vecchio fidanzato, senonché sotto le armi Bill si era innamorato della bella Barbara (Jeanne Crain), arruolata come ausiliaria, l’aveva sposata ed era rientrato con lei nella grande e prestigiosa magione appena fuori città. Eva conosceva bene anche George (Kirk Douglas), grande amico di Bill, insegnante non ricco, aspirante scrittore, marito di Rita (Ann Sothern) bella e intelligente giornalista che non avrebbe disdegnato di lavorare per la radio, arrotondando le magre entrate della famiglia, ora ingrandita per l’arrivo di due bambini.

Rita e Barbara erano diventate amiche fra loro e anche di Eva che della loro vita matrimoniale era perfettamente informata: sapeva che l’ex ottima soldatessa avvertiva tutto il peso della propria provenienza: era una ragazza di campagna che si riteneva una moglie inadeguata  e goffa e anche un po’ ridicola. Allo stesso modo Eva era al corrente dei dissapori fra Rita e George, delle loro difficoltà economiche e soprattutto sapeva che l’una e l’altra erano un po’ gelose di lei…

Nella piccola città viveva anche la terza destinataria della lettera: Dorothy (la bellissima Linda Darnell), la moglie di Berto (Paul Douglas). Si erano sposati  dopo un lungo corteggiamento durante il quale si erano attentamente studiati, cosicché il loro matrimonio sembrava nato dall’intrecciarsi singolare della razionalità e del desiderio. I due innegabilmente si piacevano, ma i soldi di lui (industriale produttore di frigoriferi) e l’accortezza guardinga di lei (che da lui cercava un lavoro) sembravano essere di ostacolo alla realizzazione dell’amore poiché alla fortissima attrazione reciproca entrambi parevano contrapporre mire non troppo disinteressate: un gioco a carte abbastanza scoperte, tuttavia, e perciò stesso leale, che si era concluso, nonostante la riluttanza di lui, con la consacrazione matrimoniale, grazie alla quale Dorothy era uscita dalla condizione di estrema povertà, senza  permettere a lui di usarla e infine di liberarsene come di un capriccioso e costoso passatempo.
Delle tre mogli Dorothy era la più orgogliosamente sicura di sé e ostentava la massima tranquillità per il ballo della sera: il momento della verità per tutte…

La bellissima commedia, che si conclude con una sorpresa che naturalmente non rivelerò, ci mostra la profondità dei mutamenti di un genere cinematografico che aveva riscosso tradizionalmente grandi successi, sia nella forma della Sophisticated Comedy, sia nelle sue evoluzioni, prima della conclusione della guerra.

Mankiewicz, costruisce, infatti, un’opera del tutto nuova, non soltanto evitando i vecchi stilemi della commedia hollywoodiana, ma soprattutto mettendo in luce gli elementi contraddittori e inquietanti della realtà americana post bellica, il più evidente dei quali è lo scontro fra denaro e cultura, da cui prende origine la riflessione critica sulla crescente invadenza della pubblicità. La presenza di due attori grandi come Kirk Douglas e Ann Sothern, attrice teatrale, conferisce accenti di moderna verità a questo aspetto del film.

Non è la sola novità del film: la questione della subalternità femminile nella famiglia e nella società che preferisce conservare i vecchi ruoli, è onnipresente e riguarda tutte e tre le mogli, per ognuna delle quali al peso per la differenza di genere si aggiungono le preoccupazioni economiche (Rita) oppure la discriminazione sociale (Barbara) o quella di classe (Dorothy), che mettono a rischio la stabilità dei rapporti di coppia.

Qualche parola, infine, per la coppia più interessante del film, resa con sublime e poetica verità da Linda Darnell e Paul Douglas, animati entrambi da una vera passione che nasce dal desiderio, ma costretti a misurarsi con la meschina realtà dell’ipocrisia pettegola, che preferisce ignorare la natura dell’amore, al quale antepone il denaro e il successo mondano.

Film minore? non direi

Se volete vederlo (purtroppo solo nella versione italiana) su YouTube, cliccate QUI: non vi costerà nulla e non ve ne pentirete.