IL FILO NASCOSTO

 

 

 

 

la mia recensione del film
IL FILO NASCOSTO

per la regia di
Paul Thomas Anderson

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/138782/il-filo-nascosto/recensioni/917903

CAST:
Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Camilla Rutherford, Gina McKee – 130 min. – USA 2017.

Titolo originale:
Phantom Thread

C’EST LA VIE-PRENDILA COME VIENE

 

 

 

 

la mia recensione del film
C’EST LA VIE-PRENDILA COME VIENE

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/138586/c-est-la-vie-prendila-come-viene/recensioni/916717/#rfr:film-138586

 

 

 

 

 

 

CAST:
Jean-Pierre Bacri, Jean-Paul Rouve, Gilles Lellouche, Vincent Macaigne, Eye Haidara, Suzanne Clément, Alban Ivanov, Kévin Azaïs, Judith Chemla, Yves Heck, Hélène Vincent, Jackee Toto – 117 min. – Francia 2017

Titolo originale:
Le sens de la fête

 

IL POST

 

 

 

 

la mia recensione del film
IL POST

per la regia di
Steven Spielberg

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/143026/the-post/recensioni/915995/#rfr:film-143026

 

 

 

 

Principali interpreti:
Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys – 118 min. – USA 2017

Titolo originale:
The Post

Anche questo film è candidato all’Oscar, e ha alte probabilità di portarselo a casa, non tanto per le sue qualità (che pure ci sono), quanto per il tema che affronta, molto caro all’opinione pubblica liberal e politically correct degli USA e dell’Academy. In questa ultima fatica di Steven Spielberg si parla, infatti, dei rischi che aveva corso la libera stampa negli Usa nel 1971 (Presidenza Nixon), dopo gli arroganti tentativi di imbavagliarla, quando erano state pubblicate dal New York Times alcune pagine blindate dei Servizi Segreti (Pentagon Papers) che permettevano di vedere chiaramente attraverso quale rete di menzogne e  manipolazioni per circa trent’anni (dal 1943!) si fosse celato all’opinione pubblica il coinvolgimento militare degli USA nelle operazioni di guerra in Indocina (la guerra del Vietnam).
Quattro presidenti americani di ogni fede politica, repubblicani (Eisenhower) e democratici (Truman, Kennedy, Johnson), non solo non avevano mai detto la verità al Paese, ma avevano fatto credere che la vittoria contro i vietcong, ovvero contro gli abominevoli comunisti, fosse imminente, cercando in tal modo di giustificare l’incremento sempre maggiore di risorse economiche e umane (“escalation”) destinate dai loro governi all’infernale tritacarne di quella guerra, nonostante le disfatte militari e la morte dei soldati, non solo volontari ormai, fossero triste realtà quotidiana.

Dopo una rapida ricostruzione degli antefatti del racconto, Steven Spielberg, con la consumata esperienza che tutti gli riconosciamo, entra nel vivo dell’argomento del film inserendo nel quadro generale di quegli anni la crisi di una testata giornalistica a diffusione locale, a quel tempo: il Washington Post. Il quotidiano era di proprietà della famiglia Mayer, la cui ultima erede, Katherine (Meryl Streep), aveva deciso, fra mille esitazioni, di salvarlo dal fallimento più che probabile, quotandolo in borsa. Si rendeva necessario, ora, un ottimo avvio, tale da rilanciarne le vendite, per le quali sarebbero tornate utili, forse, le migliaia di pagine secretate del Pentagono che un ex addetto ai servizi era riuscito a far arrivare al direttore del “Post”, Ben Bradlee (Tom Hanks), sorvolando sul velocissimo stop decretato dal tribunale federale al giornale concorrente, il N.Y.Times, che prontamente era ricorso alla Suprema Corte.
Non era facile decidere il da farsi, in primo luogo per la difficoltà dei tempi stretti per riordinare quelle pagine giunte alla rinfusa (per rendere meno facili i controlli) e successivamente affidarle ai tipografi per la composizione, quindi alle rotative e ai distributori, in vista dell’uscita del giornale; in secondo luogo perché si aggiungeva il rischio, molto concreto, che le banche, che avevano appoggiato la quotazione in borsa del Post, ora ritirassero i capitali lasciando Katherine, ovvero la proprietà, nei guai.

Spielberg affronta con grande cura questi due critici aspetti della questione, soffermandosi (è tra le cose migliori del film) sulla mobilitazione collettiva, contro il tempo, dei giornalisti e dei dipendenti del Post, ognuno dei quali, nella casa di Ben, offriva la propria collaborazione al lavoro di squadra, permettendo l’uscita dell’articolo in tempo utile, mentre la moglie di Ben e la sua bimba si davano da fare per assicurare a quegli ingombranti ospiti il necessario per dissetarli e per nutrirli: pagine assai belle in cui si coglie davvero la straordinaria capacità del regista di riportare le imprese, per quanto eroiche e disperate, alla semplicità della vita quotidiana, quella delle persone comuni, senza la cui partecipazione affettuosa nessuna impresa “eroica” avrebbe significato.

Allo stesso modo, il regista permette di ricordare che Katherine non era solo la donna perfetta nell’organizzare feste e ricevimenti dalle parti della Casa Bianca: aveva compreso (sia pure con quell’ansia e quei patemi d’animo che la responsabilità, come proprietaria del quotidiano, le  faceva avvertire con profonda sofferenza), che era troppo importante in quel gravissimo momento non tirarsi indietro, nell’interesse di tutto il paese, nonostante la rabbia di Nixon e nonostante i suoi ultimi colpi di coda , prima di essere travolto dallo scandalo del Watergate (1972), di cui nel finale del film si colgono le prime avvisaglie. Il ricorso alla Suprema Corte, avrebbe suggellato, con una esemplare sentenza nel pieno rispetto della lettera costituzionale, l’intangibilità della libera stampa e l’illegalità di ogni divieto di pubblicare i Pentagon Papers.

Il film, scritto in tutta fretta, subito dopo l’elezione di Trump, che ne è l’obiettivo polemico, pur con i suoi meriti democratici e con la pulizia di una narrazione molto classica, degna del regista, non raggiunge, a mio modestissimo avviso, l’eccellenza dell’antico Tutti gli uomini del Presidente, il bellissimo film di  Alan J. Pakula, che nel 1976 aveva raccontato, guadagnandosi l’Oscar, il Watergate,  e che aveva appena accennato alla vicenda del Post, che si colloca, infatti, nel tempo appena precedente lo scandalo.

Dire che Meryl Streep è brava,  così come il suo collega Tom Hanks, sembrerebbe superfluo, così come sembra ovvio consigliare la visione del film, che ha da insegnare molto anche oggi, a chi ha a cuore la democrazia, fermo restando che l’utilità di questo lavoro non lo colloca automaticamente fra le cose migliori di questo grande regista.

CHIAMAMI COL TUO NOME

 

 

 

 

la mia recensione del film
CHIAMAMI COL TUO NOME

per la regia di
Luca Guadagnino

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/115496/chiamami-col-tuo-nome/recensioni/915427/#rfr:film-115496

CAST
Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel – 132 min. – Italia, Francia, USA, Brasile 2017

Titolo originale:
Call me by your name

 

TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

 

 

 

 

la mia recensione del film
TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

per la regia di
Martin McDonagh

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/136546/tre-manifesti-a-ebbing-missouri/recensioni/914323/#rfr:film-136546

 

 

 

CAST:
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, John Hawkes, Peter Dinklage, Kathryn Newton, Kerry Condon – 115 min. – USA – Gran Bretagna 2017

Titolo originale:
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

 

L’INSULTO

 

 

 

 

la mia recensione del film
L’INSULTO

Regia:
Ziad Doueiri

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/140930/l-insulto/recensioni/911889/#rfr:film-140930

 

 

 

 

CAST:
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine – 113 min. – Libano 2017.

Titolo originale:
L’insulte

 

LOVELESS

 

 

 

 

la mia recensione del film
LOVELESS

per la regia di
Andrey Zvyagintsev

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/135789/loveless/recensioni/911409/#rfr:film-135789

CAST:
Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keiss, Aleksey Fateev, Varvara Shmykova, Daria Pisareva, Yanina Hope, Maxim Stoianov – 128 min. – Russia 2017

 

 

Mr. OVE

 

 

 

 

la mia recensione del film
Mr. OVE

per la regia di
Hannes Holm

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/82742/mr-ove/recensioni/909207/#rfr:film-82742

CAST:
Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Chatarina Larsson, Börje Lundberg, Tobias Almborg, Zozan Akgün, Viktor Baagøe – 116 min. – Svezia 2015.

Titolo originale:
A Man Called Ove

 

THE SQUARE

 

 

la mia recensione del film:
THE SQUARE

per la regia di
Ruben Östlund

 

si trova QUI:

https://www.filmtv.it/film/138470/the-square/recensioni/908730/#rfr:film-138470

CAST:
Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Elijandro Edouard,Christopher Læssø Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling – 142 min. – Svezia, Danimarca, USA, Francia 2017.

 

Una questione privata

recensione del film:
UNA QUESTIONE PRIVATA

Regia:
Paolo Taviani, Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. «continua Antonella Attili, Giulio Beranek, Mario Bois- 84 min. – Italia, Francia 2017

La grande letteratura  può diventare ottimo cinema: lo sanno bene i fratelli Taviani, che si erano già cimentati con Pirandello (Kaos) e con Giovanni Boccaccio. Né si presentava più facile quest’ultima fatica, poiché il confronto con Beppe Fenoglio, uno dei massimi scrittori del ‘900 italiano, avveniva su un romanzo lasciato incompiuto (Fenoglio era morto giovane senza riuscire a rivederlo), sul quale erano già stati costruiti film e sceneggiati televisivi non memorabili. A questa grande difficoltà si era aggiunta l’incertezza della “location” poiché le Langhe di Fenoglio, quelle nelle quali egli era stato un partigiano “azzurro”, non esistono più: i vigneti a perdita d’occhio hanno modificato l’ avara terra dei suoi romanzi e dei suoi racconti, ciò che spiazza immediatamente chi vede questo film avendo in mente quelle pagine indimenticabili. Paolo Taviani (Vittorio era impegnato nella sceneggiatura), era stato costretto a girare in alcuni luoghi della Valmagra, che rendessero, malgrado ciò, possibile la massima fedeltà allo spirito del romanzo.

Come il romanzo, il film si svolge nelle nebbie dense delle vallate, teatro della lotta di Resistenza, che avvolgevano uomini e cose, con una tenacia vischiosa e infida durante l’ultimo inverno di guerra (1944), in attesa che il “vento d’aprile” dell’anno successivo, schiudendo coi suoi tepori i germogli inariditi dei prati e degli alberi, riaprisse i cuori dei sopravvissuti alla speranza, facendo finalmente giustizia dei torti e delle ragioni e restituendo onore e dignità a chi aveva resistito alle torture tacendo nomi, luoghi, riferimenti.  La vicenda è quella del giovane Milton (Luca Marinelli), partigiano delle formazioni azzurre che aveva fatto la sua scelta irreversibile dopo l’8 settembre 1943, allorché, seguendo lo sbandarsi dell’esercito italiano, aveva raggiunto quel teatro di guerra e si era innamorato della bella Fulvia, la giovinetta torinese di ricca famiglia, che i genitori avevano richiamato in città ora che la guerra si stava spostando dalla città alle campagne, che pullulavano di gerarchi fascisti, intenti a saccheggiare e incendiare le povere cascine dei contadini locali, sospettati di aiutare i partigiani. Fulvia, dunque se n’era andata, mentre sempre più ossessivamente Milton temeva che la bella fanciulla (Valentina Bellé) fosse stata conquistata da Giorgio, il badogliano (Lorenzo Richelmy), l’amico partigiano che gliel’aveva presentata. L’amore per lei era il potente motore che lo spingeva a combattere, in vista di un dopo che si sarebbe rivelato interessante da vivere, quando le cose, finalmente, sarebbero apparse nella loro abbagliante verità. Il film, dunque, ripercorre le pagine più importanti del romanzo facendo spostare Milton, nelle nebbie dense, al freddo e al gelo di quell’inverno, animato dal desiderio spasmodico di conoscere la verità su Fulvia, alla ricerca di Giorgio, che certamente, per lealtà e amicizia, non gli avrebbe taciuto nulla. Come sappiamo, l’incontro con Giorgio, prigioniero dei fascisti e torturato a morte, non ci sarebbe stato, né avrebbe potuto avvenire per effetto di uno scambio di prigionieri reso impossibile dagli eventi. Il finale è aperto e ambiguo, ma assai più che nel romanzo, sembra autorizzare un certo ottimismo, assai poco presente nell’intera opera di  Fenoglio. La bella e capricciosa Fulvia è immagine metaforica della  duplicità eterna del sentimento d’amore, legato indissolubilmente alla morte e alla distruzione, ma capace di trasmetterci una qualche forma di vitale energia, anche se la nostra esistenza è in ogni caso soggetta ai voleri del caso, difficilmente padroneggiabili, in guerra come in pace, dalla nostra volontà. I Taviani, dunque, hanno dato vita a un discreto film, da vedere, asciutto e contenuto nella narrazione di quei giorni atroci, illuminati da pochi momenti positivi e silenziosi: l’incontro casuale di Milton con i genitori che dà senso alla pena e alla sofferenza del vivere, per quel poco di tempo che è concesso, come sa anche la bimba che, dopo essersi dissetata, torna a giacere accanto ai morti della sua famiglia, senza chiedersi perché e senza illudersi.

La parlata romanesca degli attori mi ha fatto inorridire, ciò di cui mi vergogno un po’ (non amo il regionalismo gretto e reazionario), ma ci ho sentito davvero poco il mio Milton-Fenoglio. Mi interesserebbe capire dagli spettatori di altre regioni d’Italia se hanno provato il mio stesso fastidio.