La storia dell’amore


recensione del film:
LA STORIA DELL’AMORE

Titolo originale:
The History of Love

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Derek Jacobi, Sophie Nélisse, Gemma Arterton, Elliott Gould, Mark Rendall, Torri Higginson, William Ainscough, Alex Ozerov, Jamie Bloch, Lynn Marocola, Nancy Cejari, Marko Caka – 134 min. – Francia, Canada, Romania, USA 2016

Il cinema di Mihaileanu è sempre molto interessante, soprattutto quando rappresenta l’umanità varia e composita degli Ebrei dell’Europa orientale, come era avvenuto nel bellissimo Train de Vie o  nel successivo Il concerto.
La storia dell’amore prende le mosse da un paesetto della Polonia, che nella memoria di Leo Gursky (Derek Jacobi), ormai vecchio, si collocava in una dimensione favolosa, quasi mitica: lì era nato, in un tempo remoto, il suo amore per Alma Mereminski (Gemma Arterton), che lo ricambiava appassionatamente, preferendolo ad altri corteggiatori innamorati, come Bruno e Zvi, poiché Leo, che era un grande scrittore, sapeva incantarla e farla sognare, leggendole le pagine del bellissimo romanzo che la loro storia gli aveva ispirato.
Come spesso accade nella vita, l’amore non era bastato a tenerli uniti: Alma aveva dovuto abbandonare il paesetto polacco, alla volta di New York, così come molte altre donne ebree che cercavano di mettersi in salvo con i bambini e i vecchi, durante l’occupazione nazista della Polonia, mentre lui, insieme agli altri ragazzi della sua età, si era fermato per condurre la lotta contro gli occupanti. Tante le promesse: si sarebbero scritti ogni giorno per non disperdere quell’amore prezioso; lui le avrebbe inviato anche il seguito del romanzo; si sarebbero rivisti a New Yok, dove si sarebbero sposati. Non era andata così avendo la guerra reso presto impossibili le comunicazioni: del bellissimo manoscritto “La storia dell’amore” erano rimaste poche tracce; del loro antico legame erano rimasti i ricordi di lui, poiché Alma era diventata nel frattempo una brava moglie e una madre di famiglia.
Ritroviamo Leo a New York nel 2006: ormai molto vecchio, egli viveva in una casa degradata a Chinatown, dove condivideva con l’amico e antico rivale Bruno una vita fatta di liti tormentose, gelosie retrospettive, baruffe sanguinose, ma soprattutto di solitudine profonda e di grande amarezza, poiché l’affannosa ricerca del romanzo che qualcuno, impadronitosi del vecchio manoscritto, avrebbe prima o poi dovuto pubblicare, rendeva più dolorosa la piaga mai sanata di quell’amore che non si era concluso secondo le antiche promesse.
Il film procede in modo un po’ complicato, perché alla storia infelice di Alma e di Leo si intrecciano altre vicende tutt’altro che secondarie, che ruotano tutte intorno al prezioso manoscritto del romanzo, a sua volta legato alla vita e alla morte di Isac, il figlio dei due vecchi innamorati, famoso romanziere che, riconosciuto e legittimato dall’uomo che aveva sposato lei, era vissuto ignorando l’esistenza del vero padre. Collegata a quell’introvabile manoscritto è l’educazione sentimentale e letteraria di un’altra Alma, giovanissima e bella fanciulla (Sophie Nélisse), sorella di un piccolo ebreo mistico e fondamentalista, personaggio fra i più teneri e divertenti del film.

Nell’intrecciarsi un po’ caotico di queste diverse storie (e di molte altre) lo spettatore distratto potrebbe confondersi facilmente: è questo che con ogni probabilità ha determinato il severo giudizio di qualche critico nei confronti del film che è invece, a mio avviso, un’opera di grande vitalità, che presenta momenti molto belli ed emozionanti, assai amabile nell’insieme. Mihaileanu alterna con sicurezza ai registri narrativi patetici e sentimentali, quelli buffi e comici della commedia umana a cui i bravissimi attori, interpreti dei personaggi del piccolo gruppo di ebrei newyorchesi, danno vita e verità.

Il film è l’adattamento cinematografico di un romanzo di successo della scrittrice americana Nicole Krauss (tradotto con lo stesso titolo in Italia e pubblicato dall’editore Guanda nel 2005)

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Cane mangia cane


recensione del film:
CANE MANGIA CANE

Titolo originale:
Dog Eat Dog

Regia:
Paul Schrader

Principali interpreti:
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona, Rey Gallegos, Chelcie Melton, Bruce Reizen, Jeff Hilliard – 93 min. – USA 2016.

Nella vita è importante nascere “dalla parte giusta”: quando capita, ogni possibilità si apre, ogni strada si spiana ed è quasi sempre  in discesa; quando non capita, invece, non solo ogni strada è in salita, ma più facilmente si è preda  dell’alcol, della droga, talvolta anche del delitto e del carcere, estremo inghiottitoio dei “rifiuti” della società dal quale non si esce migliori, ma al quale, anzi, probabilmente si è destinati a tornare. Questo, all’incirca, è ciò che pensa Troy (Nicolas Cage), convinto che “in un altro universo”, uno come quel ciccione mostruoso di Diesel (Christopher Matthew Cook) sarebbe diventato avvocato a Stanfortd, mentre ora è, come lui, quasi certamente in procinto di rientrare nella maledetta galera in cui avevano suggellato la loro amicizia insieme a quel pazzo psicopatico di Mad Dog (Willem Dafoe), anche lui ora fuori, ma di sicuro per poco tempo, legato com’è alla droga pesante, di cui è smodato consumatore e alla prostituzione più squallida. Il regista ci racconta, dunque, la storia di quel che resta della libertà dei tre scombinati criminali, dei quali Troy appare il più presentabile: ha una qualche ricercatezza nel vestire, anche per aver scoperto (qualcuno gliel’aveva detto!) una sua qualche rassomiglianza con Humphrey Bogart, di cui si sforza di imitare pettinatura e abiti (mai senza cravatta, perciò). La storia dei tre è tratta dal best seller, con lo  stesso titolo, di Edward Bunker, romanziere americano che, grazie alla scrittura, nonché al successo letterario e cinematografico, si era allontanato dalla vita violenta durante la quale aveva conosciuto lunghi periodi di detenzione, fra il riformatorio e la galera. Il regista Paul Schrader, che di Bunker era stato amico ed estimatore, ci lascia intuire il passato non proprio glorioso dei tre, per mostrarceli ora, in un presente dissennato, affamati di denaro, ossessionati dal mito della virilità e al servizio di un grande criminale, El Greco (lo stesso Schrader), mafioso e organizzatore, nell’ombra, di delitti particolarmente odiosi della cui esecuzione si incaricano. Eroi con molte macchie e con molta paura, intenzionati a smetterla con il crimine, i tre si incartano nella loro stessa goffaggine, mentre il regista, tra il sarcastico e il pietoso, narra la loro parabola discendente, cercando, come sempre nel suo cinema, la ragione e soprattutto il senso (metafisico) delle loro esistenze. Il film, che si snoda nell’incertezza voluta dei registri narrativi, si lascia seguire con partecipazione dagli spettatori, nonostante gli eccessi di violenza, che pare quasi tarantiniana, se non si avvertisse l’eco dell’inquietudine per le tre vite ancor giovani, bruciate senza alcun riscatto possibile. Nella sua durezza, è certamente un buon film, che chi ama il cinema potrebbe molto apprezzare, come è successo a me.

Paul Schrader è un grande uomo di cinema, di cui quasi certamente tutti ricordano le sceneggiature dei capolavori di Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo…), ma anche di Peter Weir (Mosquito Coast) e di Brian de Palma (Obsession); egli è però anche il grande regista di film indimenticabili e spesso inquietanti: American Gigolò; Il bacio della pantera; Autofocus, The Canyons, nonché First Reformed (2017) in concorso a Venezia, dove è stato presentato qualche giorno fa.

Nostalgia della luce


 

recensione del film:
NOSTALGIA DELLA LUCE

Titolo originale:
Nostalgia de la luz

Regia:
Patricio Guzmán.

Documentario

– 90 min. – Francia, Germania, Cile, Spagna, USA 2010.

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Il deserto di Atacama, a cinquemila metri di altitudine nel Cile andino, si presenta come un luogo privilegiato per gli astronomi: l’eccezionale secchezza dell’atmosfera e l’ampiezza dell’orizzonte non sono sfuggite agli scienziati di tutto il mondo che lì, infatti, hanno fatto sorgere il più grande osservatorio astrofisico della Terra, un telescopio a 5065 metri sul livello del mare.
Il documentario si apre sullo scenario affascinante dell’universo come appare agli studiosi e anche ai visitatori che cercano non solo emozioni, ma anche risposte alla loro (e alla nostra) ricerca del “senso” di quell’avventura straordinaria che è l’esistenza umana dentro l’immensità spazio-temporale che gli studi astronomici evidenziano.
Poco lontano dall’osservatorio era stato costruito nel secolo XIX un villaggio (fu fatto distruggere da Pinochet dopo la sconfitta elettorale del 1988) per i lavoratori delle miniere di salnitro, che lì vivevano con le loro famiglie in condizioni di semischiavitù: formalmente liberi, ma impossibilitati a fuggire, per l’illimitata vastità del deserto. Ora, relativamente prossimi al villaggio, fervono studi archeologici molto importanti, poiché riportano alla luce le tracce di antiche civiltà estinte, della loro vita quotidiana, della loro arte, dei manufatti e dei graffiti rupestri dei pastori, che ovunque affiorano e che a loro volta pongono al visitatore le stesse domande di senso.
La nostra mente di spettatori affascinati corre ai grandi poeti, al loro interrogarsi sulla inesorabile fine dell’uomo, alle “morte stagioni”, alle eterne domande alla luna poste dall’umile pastore errante, come dall’aristocratico Bruto, sul senso dell’affanno e del dolore che tutti conosciamo.
Nell’immenso deserto di Atacama, altre e più recenti tracce di vita e di storia vengono affannosamete ricercate dai parenti delle vittime di Pinochet, il sanguinario dittatore che perseguitò e fece sparire migliaia di oppositori dal 1973 al 1988, cercando di distruggere prove e identità. In quegli anni bui della storia cilena, scienza e ricerche archeologiche erano state abbandonate, ma quel villaggio dei minatori venne cintato, per impedire ogni fuga, con filo elettrico spinato, e fu utilizzato come campo di concentramento dei prigionieri politici, molti dei quali vennero uccisi senza processo e senza alcuna pietà. Non lontano da quel meraviglioso spazio di studio e di ricerca, sono ancora, dunque, identificabili i poveri resti di alcuni degli assassinati da quel regime feroce di militari senza onore, per la riconoscibilità dei quali, talvolta è sufficiente rinvenire un piccolo oggetto, una scarpa, un calzino, i frammenti di un abito…: lì, in quella incessante ricerca è racchiuso il senso della vita dei parenti disperati che non si rassegnano e che tentano di sottrarre al tempo almeno la loro memoria. Questo bellissimo documentario è l’opera impegnata e impegnativa di un grande regista cileno, Patricio Guzmán, esule in Francia, ora cittadino francese, che aveva reso nel 2010 questo struggente omaggio al proprio paese. Il film è passato come una meteora nella sala torinese del cinema Massimo (Museo del cinema), ma è presente, dal gennaio di quest’anno, come DVD. Da vedere sicuramente!

“principio delle cose che sono è l’illimitato … da cui le cose che sono hanno la generazione e anche il dissolvimento secondo la necessità. Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo” (Anassimandro)
 

Neve nera


recensione del film:
NEVE NERA

Titolo originale:
Nieve Negra

Regia:Martin Hodara

Principali interpreti:
Laia Costa, Ricardo Darín, Leonardo Sbaraglia, Dolores Fonzi, Andrés Herrera, Mikel Iglesias, Javier Kussrow, Iván Luengo, Federico Luppi, Biel Montoro, Liah O’Prey – 90 min. – Argentina, Spagna 2017

Tornato in Patagonia, alla casa di famiglia, con le ceneri del padre, Marcos (Leonardo Sbaraglia), accompagnato dalla giovane moglie incinta, Laura (Laia Costa), era deciso ad affrontare col fratello Salvador (Riccardo Darin) le questioni dell’eredità paterna, proprio ora che un’importante impresa mineraria canadese aveva offerto una cifra strabiliante per entrare in possesso – prendere o lasciare – dell’intera proprietà. Si comprende da subito quanto la questione fosse complessa: Salvador era anziano e non intendeva lasciare quel territorio che gli dava da vivere in modo per lui soddisfacente e a cui lo legava un passato doloroso, che non intendeva dimenticare. Era morto lì, infatti, Juan (Ivan Luengo), il fratello piccolo, caduto durante una battuta di caccia, colpito involontariamente dal suo fucile, fatto atroce all’origine della pazzia di Sabrina  (Dolores Fonzi), la giovane sorella ora relegata in un ospedale psichiatrico. Come si vede, sulla famiglia di Marcos sembrava essersi accanito un destino tragico che aveva reso, per forza di cose,  intrattabile e aggressivo Salvador, e che (nonostante l’apparente serenità del suo presente con Laura) si ripresentava negli incubi di Marcos, nelle sue paure, nelle angosce tormentose di ogni giorno, soprattutto dopo il suo ritorno in Patagonia. A poco a poco nel corso del film apprenderemo le cose che non erano state dette della morte di Juan, i segreti inconfessabili sepolti nel suo cuore, nonché la natura sordida dei rapporti tra i fratelli, in un crescendo di orrore disgustoso, che rende discutibile la conclusione del film, girato certamente con molta maestria, e con una velleitaria attenzione ai problemi della colpa e del “peccato”, rapidamente risolti, però, dal sorprendente cinismo che, in vista della cospicua eredità, trasforma completamente il sistema dei valori su cui sembrava fondarsi la coppia, tutto amore e tenerezza, in attesa del bebè.

I pregi dell’ottima fotografia, che nel cupo paesaggio invernale era sembrata annullare con un continuo flashback ogni distanza temporale, nonché la pregevole prova di tutti gli attori si infrangono sulla banalità superficiale e sull’impudicizia (in tutti i sensi) esibita dell’ultima parte del film. Peccato!

 

Che Dio ci perdoni


recensione del film:
CHE DIO CI PERDONI

Titolo originale:
Que Dios Nos Perdone

Regia:
Rodrigo Sorogoyen

Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Roberto Álamo, Javier Pereira, Luis Zahera, Raúl Prieto, María de Nati, María Ballesteros, José Luis García Pérez, Mónica López, Rocío Muñoz-Cobo – 127 min – Spagna 2016.

Si tratta un noir di tutto rispetto, fedele a molti degli stilemi di genere, compresa la durezza senza sconti nella rappresentazione della violenza, ciò che sembra quasi apparentarlo a molto cinema americano, così come sembrano riconducibili a quel cinema l’indagine affidata a due poliziotti, diversi nei modi e nel carattere, ma quasi complementari nell’azione, o la presenza di rivalità e dissensi nella squadra omicidi della polizia, o anche l’esistenza di un serial killer apparentemente ossessionato da un irrisolto complesso di Edipo. Nonostante ciò, si tratta di un un ottimo film molto spagnolo, come il suo regista e come gli attori straordinari che lo interpretano.

Nell’estate del 2011 a Madrid stava arrivando papa Ratzinger (Benedetto XVI, non ancora dimissionario), per incontrare migliaia di giovani, convenuti da tutto il mondo. La città non era nel suo momento migliore: la crisi economica, particolarmente acuta, aveva creato rabbia e malessere in tutti i settori della popolazione, nonché sfiducia nelle tradizionali organizzazioni della rappresentanza politica, mentre le manifestazioni del generale scontento si raccoglievano intorno a “los indignados”. In questo quadro di frustrazione e di disagio sociale, si colloca la storia di questo film: un imprendibile assassino, infatti, si era segnalato per l’efferatezza rituale dei propri crimini, rivolti esclusivamente contro anziane signore madrilene. Le prime indagini erano state affidate a una coppia di poliziotti: Luis Velarde (Antonio de la Torre) e Javier Alfaro (Roberto Álamo), molto diversi nel loro procedere. Luis Velarde era meticoloso e chiuso, afflitto da una insistente balbuzie, indizio delle incertezze e contraddizioni che lo rendevano goffo e impacciato nei rapporti umani, soprattutto con le donne; Javier Alfaro, al contrario, era rude e aggressivo, quasi incapace di controllare i propri impulsi violenti che lo avrebbero portato a risolvere assai sbrigativamente (e quasi sempre illegalmente) i problemi più difficili e delicati. A Javier Alfaro pesava moltola disciplina e, in modo particolare, il fatto di doversi attenere al silenzio stampa e alla discrezione che era stata richiesta dal responsabile della squadra omicidi, per evitare che paure e allarmi turbassero il sereno svolgersi della visita papale. Erano stati  commessi, dunque, ben cinque omicidi, simili per l’età delle vittime (come ho detto, tutte donne anziane) e per il modo ripetitivo della loro esecuzione, del tutto ignorati dagli organi di informazione, mentre l’individuazione del colpevole incontrava crescenti difficoltà, dovendosi svolgere in condizioni di quasi completa clandestinità.

Il crescente clima di tensione, perfettamente adeguato al carattere nerissimo di questo film, non impedisce al regista di avventurarsi talvolta (e, secondo me, con ottimi risultati) sul terreno dell’ umorismo intelligente, riportando il racconto nell’ambiente spagnolo da cui aveva preso le mosse: la Spagna è davvero onnipresente in questo film, non solo per la riconoscibilità di molti dei luoghi di Madrid in cui si svolge, ma per l’irruenza triste del carattere di Javier, per la presenza profonda, nel bene e nel male, della mentalità cattolica diffusa in tutti gli ambienti da cui sembra derivare l’ambiguità quasi controriformistica di tutti i principali personaggi, costretti ad agire in una condizione di permanente doppiezza. Film davvero notevole per la complessità della narrazione, per l’eccellenza degli straordinari attori, purtroppo, per ora, visibile solo nella mia città. Non fatevelo sfuggire, se vi capita!

Le Ardenne-Oltre i confini dell’amore


recensione del film:
LE ARDENNE-OLTRE I CONFINI DELL’AMORE

Titolo originale:
D’Ardennen

Regia:
Robin Pront

Principali interpreti:
Kevin Janssens, Jeroen Perceval, Veerle Baetens, Jan Bijvoet, Viviane de Muynck, Sam Louwyck, Peter Van den Begin, Eric Godon, Nico Sturm, Brit Van Hoof, Uwamungu Cornelis – 96 min. – Belgio 2015

Opera prima del regista belga Robin Pront, presentata con lusinghieri giudizi al Noir in Festival di Courmayeur due anni fa, è arrivata ora, senza fretta, nelle nostre sale, aggiungendosi alla serie di noir di  buona qualità che caratterizza questa offerta estiva avarissima di buoni film.

Kennet (Kevin Janssens) e Dave (Jeroen Perceval) fratelli, legati da profonda solidarietà familiare erano stati complici di scelleratezze, fino a che, dopo una rapina finita male, Kennet era stato catturato.
Avrebbe pagato, lui solo, con sette anni di carcere, senza tirare in ballo suo fratello e Sylvie (Veerle Baetens), la sua fidanzata, che li attendeva in auto e che era riuscita a mettersi in salvo, insieme a Dave.
Dopo quattro anni, però, quando era era arrivata, come un fulmine a ciel sereno, la notizia della sua scarcerazione anticipata, molte cose erano cambiate: Dave e Sylvie si erano innamorati e avevano cercato di tirarsi fuori dal crimine abbandonando, con enormi sacrifici, alcool e droga, fiduciosi che sarebbe stato per entrambi possibile costruire una vita diversa, forse banale, ma pulita.
Kennet non ne era stato informato: in galera aveva ricevuto costantemente le visite del fratello mentre da due anni lei non si era fatta vedere; ora egli era intenzionato a ritrovarla e a riprendere quel rapporto inspiegabilmente interrotto, né sembrava facile per Dave e Sylvie metterlo al corrente della nuova situazione, poiché ne temevano la violenza incontrollabile.

La prima parte del film, ambientata nei sobborghi di Anversa ci presenta, sullo sfondo del piovoso e tristissimo paesaggio delle Fiandre, gli attori del dramma che sta per compiersi, con una ineluttabilità quasi archetipica*, nelle Ardenne, ovvero tra le colline alle quali erano legati i sereni ricordi infantili dei due fratelli. La fatalità catastrofica del finale è, tuttavia, assai sorprendente, perché è preparata con cura attenta, in un crescendo di orrore che rivela una malvagità senza fondo, in un panorama di miseria materiale e culturale, ben sottolineato dalla cupa fotografia in cui prevalgono tutti i toni del grigio e del verde, mai come in questo caso ossessivo colore mortuario delle cose, del paesaggio e delle persone che vi si aggirano.

Il film che è tratto da una pièce teatrale scritta da Jeroen Perceval, ovvero dallo stesso attore che interpreta Dave, è raccontato con estrema durezza, senza alcuna concessione mélo che pure sarebbe possibile (c’è una vigilia di Natale, c’è una madre, c’è un amore vero e c’è un bambino in arrivo) e non è separabile dalla martellante techno-music estremamente funzionale a tutto il racconto. Originale noir, molto accurato nella realizzazione, di un regista giovane e colto, in cui l’interesse sociologico è unito all’eterno interrogarsi circa le origini del male nel cuore dell’uomo.

Da vedere se si è capaci del necessario distacco per reggere, fino alla fine, il crescendo di efferatezze: è un noir nerissimo!

 

*”Volevo esplorare grazie al triangolo le zone intermedie tra bene e male e chiedermi perché le persone sono come sono e fanno quello che fanno”.

Maryland


recensione del film:
MARYLAND

Regia:
Alice Winocour

Principali interpreti:
Matthias Schoenaerts, Diane Kruger, Jean-Louis Coulloc’h, Paul Hamy, Victor Pontecorvo, Philippe Haddad, Franck Torrecillas, Michael Dauber, Percy Kemp, Zaïd Errougui-Demonsant, Chems Eddine – 100 min all’incirca – Francia, Belgio 2015

Vincent (Matthias Schoenaerts*) aveva combattuto in Afghanistan e, ora che era tornato in Francia, non era più la stessa persona. Il suo paese, che lo aveva mandato a fare la guerra, adesso ne certificava l’inidoneità poiché alla visita era risultato affetto da disturbi di varia natura tutti riconducibili alla sindrome da “stress post traumatico”, diffusa fra chi ogni giorno aveva messo a rischio, come lui, la propria pelle. Per questa ragione, prima sarebbero venute le cure e gli esercizi per rimettersi in forma, poi se ne sarebbe riparlato.  Fra il prima e il poi, però, la prospettiva di un lungo periodo di inattività, senza soldi e senza riferimenti, lo aveva indotto ad accettare l’offerta di alcuni amici: l’impiego provvisorio, ma ben retribuito, nel team addetto alla security  di Maryland, ovvero della lussuosissima villa di un nababbo libanese, uomo implicato in uno sporco traffico internazionale di armi. In occasione di uno sfarzoso party, solo, con i suoi incubi, dunque, Vincent aveva affrontato un nuovo e singolare battesimo del fuoco, cercando inutilmente di impedire l’ingresso a Maryland all’auto di un tizio violento, non compreso nella lista degli invitati.
Di lì a poco, l’improvviso e inatteso allontanamento del libanese alla volta della Svizzera avrebbe reso ancora indispensabile il suo lavoro: questa volta gli si affidava la sicurezza di Jessica (Diane Kruger) e del piccolo Alì (Zaïd Errougui-Demonsant), rispettivamente la bellissima moglie e il figlioletto del padrone di casa.

La regista, Alice Winocour, al suo secondo lungometraggio, costruisce con abilità un film complesso, che oscilla fra il thriller, che in un crescendo di tensione descrive ciò che accadeva intorno a quella madre e a quel bimbo affidati alla sorveglianza di Vincent, e il racconto delle ansie di quest’ultimo, uomo dalla sensibilità esasperata, turbato dalle proprie angosce e dalle ferite dell’anima, non facilmente cicatrizzabili, tragico lascito della guerra.
Mi è sembrato che la regista abbia privilegiato soprattutto il ritratto di Vincent, vera figura centrale del film, raccontandone sia l’ingombrante  fisicità sia i tormenti: le ossessioni insonni, la difficoltà a rientrare nella “normalità” della vita e a relazionarsi con gli amici e con Jessica, che pure molto gli assomiglia, nella profonda solitudine, e che molto lo attrae. Ne è risultato un personaggio cupo, disturbato ai limiti della paranoia, ma anche fragilissimo, che silenziosamente soffre sia per non essere troppo creduto (quasi che i rischi per la famiglia che gli era stata affidata fossero fantasmi partoriti dalla sua psicosi), sia per l’emarginazione umiliante di cui gli sembra di essere  vittima nella villa lussuosa da cui si sente respinto.

Un buon film, presentato a Cannes nel 2015 nella speciale Sezione Un certain regard e ora, finalmente, dopo un inspiegabile ritardo, visibile in qualche sala anche da noi.

 

*già protagonista di Un sapore di ruggine e ossa

Sieranevada


recensione del film:
SIERANEVADA

Regia:
Cristi Puiu

Principali interpreti:
Mimi Branescu, Judith State, Bogdan Dumitrache, Dana Dogaru, Sorin Medeleni, Ana Ciontea, Mirela Apostu, Eugenia Bosânceanu, Ilona Brezoianu, Ioana Craciunescu, Valer Dellakeza, Aristita Diamandi, Simona Ghita, Marin Grigore – 173 min. – Francia, Romania, Bosnia-Herzegovina 2016.

Il curioso titolo di questo film non allude in alcun modo al suo contenuto, che non è, infatti, né il remake di un western famoso, né un documentario sui monti  spagnoli, per parlare dei quali non si è forse badato troppo all’ortografia. È, invece, un significante senza significato, perché così ha voluto il regista, il rumeno Cristi Puiu, per impedirne, in tal modo, una qualsiasi arbitraria traduzione.
Se invece ci addentriamo nell’analisi di questo straordinario film, ci rendiamo conto che il “nonsense” del titolo potrebbe diventare la chiave di lettura dell’intero svolgersi, dalla prima all’ultima scena, del racconto, che per questa ragione ha richiamato alla mia memoria almeno due grandi film di Luis Buñuel: L’angelo sterminatore e Il fascino discreto della borghesia, fra i quali (nonostante l’innegabile diversità) credo vada cercato il suo precedente illustre, ben più che in Parenti serpenti di Monicelli che pure gli è stato accostato.

Ci troviamo nella Romania del 2014: lo apprendiamo dal notiziario trasmesso, nel corso del film, da un televisore acceso, che parla della strage al Charlie Hebdo, di tre giorni prima. In un alloggio di Bucarest sta per essere celebrata la solenne cerimonia di commemorazione funebre del capofamiglia, morto da quaranta giorni, ma, secondo la tradizione, anima in pena in attesa di trovare la propria pace grazie al rito di commiato, che sarà celebrato dal pope. Tutto è predisposto: la tavola imbandita per il pranzo di famiglia; la stanza con l’abito buono del morto che dovrà essere benedetto e successivamente indossato da uno degli eredi; la cucina in cui alcune donne si avvicendano per la preparazione di qualche tramezzino, visto che il pope è in viaggio ed è in ritardo. Un po’ alla volta, intanto, arrivano gli invitati, dai figli, ai nipoti, ai fratelli, ai cognati in un mescolarsi confuso che all’inizio ci spiazza, perché, in tanto caotico succedersi degli arrivi è difficile comprendere quali siano i rapporti di parentela. Si comprende invece, quasi subito, che questi non sono così importanti: al regista interessa invece delineare i tipi umani protagonisti ora patetici, ora comici, ora grotteschi di ciò che accade in quell’alloggio, gremito di mobili, cibi e suppellettili, oltre che di persone, claustrofobico ambiente nel quale si passa il tempo in attesa che la cerimonia si compia e ci si metta a tavola. Il film è dunque girato quasi esclusivamente in quell’ interno, con la tecnica del piano-sequenza che segue parole e accadimenti da una stanza all’altra. Gli ospiti si spostano;  i battenti delle porte si aprono e si chiudono; le donne più anziane stanno intorno alla vedova, che è malata, fa la calza prende le medicine e dispensa consigli; le più giovani sono in cucina; una vecchia zia, che con Ceausescu aveva conosciuto tempi migliori, con un bianco colbacco si aggira fra i gruppi degli ospiti rimpiangendo i tempi del socialismo reale, quando tutti (e lei sicuramente) stavano meglio, la società era più giusta e ai giovani si trasmetteva cultura, ideali e buona creanza… Gli uomini, invece, si lasciano coinvolgere da un barbuto giovanotto che si muove su Internet, dai cui siti gli arrivano le terrificanti notizie del complotto internazionale che dall’11 settembre a Charlie Hebdo sta avvolgendo il pianeta in una spirale di terrore. Lary, il figlio maggiore del defunto, ex medico che ora vende farmaci per guadagnare di più, se la ride del socialismo reale e dei complotti e aspetta che torni dalla spesa al Carrefour la moglie, delusa dal matrimonio e dal comportamento del marito. Arrivano poi due ospiti poco graditi: una giovane figlia, trasgressiva e impresentabile, che accompagna in quella casa un’amica ubriaca (o drogata?), che dorme e vomita a intermittenza, nonché un uomo di mezza età, marito di una delle donne, grossolano nei modi e nel linguaggio. All’arrivo del pope, nei paramenti del lutto, la famiglia sembra ricomporsi, per sbandare subito dopo, nell’ attesa del pranzo, continuamente scandita da incidenti di varia natura: l’abito del morto è fuori misura; una sarta che se ne vorrebbe andare, è costretta a ripararlo in fretta e furia, per non parlare di quella camicia che fra spilli e piegoline, infine viene indossata; si sveglia la neonata, che beatamente aveva ignorato il trambusto e il pope, ma che ora reclamava il suo biberon  che andava scaldato, mentre diventano acute le tensioni fra i suoi giovani genitori; arriva la moglie di Lary, ma le occorre aiuto, perché non riesce a difendersi dai minacciosi energumeni che bloccano i movimenti della sua auto. Usciamo, allora, insieme a Lary,  finalmente fuori dalla babele di quell’alloggio e respiriamo, per la seconda volta (la prima era stata all’inizio del film), l’aria gelida di una Bucarest invernale, in cui i rissosi inquilini di un caseggiato ricoprono di insulti e contumelie i due coniugi che a stento riescono a liberarsi di loro e a trovare un parcheggio. Finalmente sono soli; finalmente, nel silenzio del loro improvviso isolamento, trovano il coraggio per confessarsi tradimenti e incomprensioni, per dirsi cioè le cose che in fondo entrambi conoscevano ma sulle quali preferivano fingere di nulla. Non era rimasto, però, molto tempo per riflettere e recriminare. Si era fatto tardi e occorreva salire in quell’alloggio dove tutti li aspettavano per mangiare. Qualcuno avrà avuto ancora fame?

Il film si svolge dunque fra due momenti “esterni”, all’inizio e al termine di quella tremenda giornata, che offrono il desolato e significativo ritratto di una città caotica, rumorosa e senza regole, di cui gli abitanti con i loro comportamenti strampalati, spesso incivili e arroganti non sono che un rassomigliante prodotto: sempre in affanno, con i nervi a fior di pelle, condannati a vivere insensatamente alla perenne ricerca di denaro, in base al quale soltanto in Romania come dappertutto si misura il successo e il prestigio. Sembra essersi emblematicamente compiuta, nell’Est del comunismo dei satrapi, la transizione insidiosa verso i “valori” di un occidente europeo tanto ammirato, quanto, a sua volta in profondissima crisi di ideali e di valori. Le tre ore del film volano, tanto è vicino anche a noi il racconto del nonsenso di quelle vite, e l’inquietudine per quella crisi. Da vedere!

All’ombra delle donne


recensione del film:
ALL’OMBRA DELLE DONNE

Titolo originale:
L’ombre des femmes

Regia:
Philippe Garrel

Principali interpreti:
Clotilde Courau, Stanislas Merhar, Lena Paugam, Vimala Pons, Mounir Margoum, Antoinette Moya, Thérèse Quentin, Jean Pommier – 73 min. – Francia 2015

Pierre (Stanislas Merhar) e Manon (Clotilde Courau) vivono a Parigi, sono sposati  e si amano. Lui è un cineasta con molte ambizioni che non ha ancora avuto modo di farsi apprezzare; lei è una donna ricca di cultura e di talento, che ha rinunciato a realizzare se stessa per stare vicina a lui e incoraggiarne i progetti, aiutandolo nel montaggio dei film. Vivono poveramente in un vecchio appartamento, vessati da un padrone di casa che li minaccia di sfratto se non si prenderanno maggiore cura dell’ alloggio. In prospettiva, però, il progetto di un bel documentario sembra schiudere ai due un avvenire più sereno: raccoglieranno le memorie, mai ascoltate finora, di un vecchio partigiano francese,  per ricostruire i giorni della Resistenza a Parigi, lavoro particolarmente significativo oggi, quando il ricordo di quell’epoca si fa lontano e diventa sempre più sbiadito.
Il loro matrimonio perfetto, però, viene messo ben presto alla prova: da un incontro casuale con una bella stagista di nome Elisabeth (Lena Paugam), nasce inattesa, infatti, l’avventura erotica di Pierre, che da subito chiarisce crudelmente alla donna la natura necessariamente clandestina dei loro incontri: è sposato, ama sua moglie e non intende lasciarla per lei.
Lui, lei, l’altra. ovvero il triangolo amoroso vecchio quanto il mondo, dunque? Non proprio: grazie al prezioso suggerimento dell’amico e co-sceneggiatore  Jean-Claude Carrière (proprio lo stesso di molti indimenticabili film di Buñuel), il regista oppone all’asimmetria del tradimento di Pierre, il tradimento di Manon, mettendo in scena i riflessi che si accendono nell’animo di lui e interrogandosi sulle loro conseguenze nel rapporto d’amore e di complicità che lo legava a lei.
Come sempre nei film minimalisti di Garrel, bastano alcuni particolari della vita quotidiana dei suoi personaggi per evocare potentemente la “situazione” da cui nasce il racconto, che, anche in questo caso, come nel precedente Jalousie, è l’indagine su una coppia che sta per entrare in crisi, questa volta per l’irrazionale presunzione maschilista di Pierre e per l’intuito infallibile di Manon che le permette di cogliere dai più piccoli indizi il suo tradimento. Senza scenate e senza drammi, Manon cede pertanto alle lusinghe di un uomo innamorato di lei…

Una vicenda dolorosa ma abbastanza risaputa d’amore e di gelosia diventa ora l’occasione per confrontare due diverse visioni dell’amore e nello stesso tempo per comprendere quanto possa costare  sul piano delle emozioni, ma anche su quello delle rinunce, un rapporto di coppia, che non è mai perfetto, ma che richiede continui adattamenti e compromessi, proprio come (lo scopriremo alla fine) quel film sulla Resistenza a Parigi che si può buttare via (o no?) dopo che si è chiarita l’impostura del sedicente ex partigiano.
Anche questa volta, in soli 73 minuti, con un prezioso bianco e nero, Garrel sviluppa il suo “teorema” catturando la nostra attenzione partecipe, con grande poesia e semplicità, lasciando alla voce fuori campo del figlio Louis i commenti saggiamente ironici sull’avvicendarsi dei fatti.
Da vedere sicuramente: purtroppo, per il momento, è presente solo a Torino!

Una vita


recensione del film:
UNA VITA

Titolo originale :
Une vie

Regia:
Stéphane Brizé

Principali interpreti:
Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Yolande Moreau, Swann Arlaud, Nina Meurisse, Olivier Perrier, Clotilde Hesme, Alain Beigel, Finnegan Oldfield, Lucette Beudin, Jérôme Lanne – 119 min. – Francia, Belgio 2016

“Pour être fidèle, il faut trahir”… “L’adaptation est une bataille contre la littérature” (Stéphan Brizé)

Non era stato sicuramente facile* per il regista Stéphan Brizé ricavare dal lungo e articolato romanzo di Guy de Maupassant, che portava nel cuore fin dalla prima lettura di venti anni prima, questo bellissimo film, ovvero la storia di Jeanne Le Perthuis des Vauds, che, uscita dal collegio a soli 17 anni nel 1819, era rientrata nella dimora di famiglia in Normandia in attesa di prendere marito.
La vicenda, in breve
I genitori di Jeanne erano nobili e vivevano con semplicità delle rendite agricole delle loro proprietà. Essi, pur cercando di coinvolgerla nella gestione della casa, compredevano che un adeguato matrimonio con un giovane del suo rango avrebbe potuto vincere la sua noia per la vita in campagna, senza nulla togliere al prestigio della casata. Fu così che Jeanne sposò Julien de Lamare, giovane barone squattrinato, dal cui fascino era stata subito sedotta. Quell’apparente matrimonio d’amore presto si era rivelato però molto deludente: arrogante nei modi, pieno di pretese, avaro oltre misura, Julien era anche un impenitente sciupa-femmine che passava con disinvoltura dallo squallore “medioevale” degli amori ancillari, alla trasgressione con la signora “per bene” che col marito frequentava la loro casa, ciò che fu all’origine della sua tragica morte precoce. Da quell’amore così imperfetto, tuttavia, era nato Paul, dal quale, in seguito, purtroppo, sarebbero arrivate nuove e cocenti delusioni per Jeanne.
La realizzazione del film e il rapporto col romanzo
Tutta la vicenda, di cui ho dato sommariamente conto, parrebbe dunque ridursi alla successione delle sventure di Jeanne, ovvero di una donna che, come tante altre, aveva cercato la propria felicità nell’ amore e che invece aveva dovuto sopportare umiliazioni e tradimenti, invischiata in una rete di rapporti sociali nei quali della volontà femminile nessuno si preoccupava: quasi il soggetto ideale di un mélo non molto originale o di una storia in costume, evocativa di tempi tramontati. Il film però non è né un lacrimoso mélo, né una storia in costume, grazie alla profonda adesione allo spirito del romanzo da cui prende le mosse, nel quale il personaggio di  Jeanne  non subisce gli eventi non sempre felici della sua esistenza, ma li vive guidata costantemente dalla bussola dei propri ingenui ideali, che, nonostante le sconfitte, riesce a mantenere intatti fino all’ultimo giorno e che le permettono di prendere le distanze dall’ipocrisia e dalla menzogna del mondo che la circonda, e di accettare serenamente ciò che di buono e di meno buono lo scorrere del tempo riserva a lei come a tutti.
Il film però presenta, rispetto al romanzo, uno svolgimento originale e autonomo grazie al quale evita l’appiattimento della narrazione che sarebbe stato quasi inevitabile in una trasposizione troppo strettamente fedele della vicenda. Il regista (le cui dichiarazioni in proposito ho posto nell’incipit di questa recensione), per evitare di trasformare questa sua pellicola in una storia in costume, ha dovuto tradire il romanzo amatissimo di Maupassant, non solo sfrondandolo e privandolo (fra mille esitazioni), di alcuni personaggi importanti, per contenerne la durata, ma anche cambiandone il punto di vista e di conseguenza la struttura temporale. Il film infatti acquista movimento e ci coinvolge proprio evitando la diacronia della narrazione e utilizzando invece gli strumenti tipicamente cinematografici del flashback e del flashfoward, ignorando successione lineare dei fatti per ricondurli tutti e sempre alla soggettività di Jeanne, alle associazioni di volta in volta stabilite dalla sua mente, al suo modo di viverli e di interpretarli, alle sue aspettative e alle sue illusioni. A questo scopo egli si è servito anche del desueto formato 4:3 che gli ha permesso di girare, avvicinandosi direttamente con la camera a mano al volto della sua eroina, ricavandone i primi piani che ne enfatizzano oltre che gli stati d’animo gioiosi o dolorosi, i dubbi, le oscillazioni e infine la fiducia nella vita e negli altri. Ne è risultata una elaborata e raffinatissima pellicola, che si è avvalsa della grande e perfetta interpretazione di Judith Chemla, determinante per la riuscita di questo non facile personaggio, nonché di quella di tutti gli altri attori, molto bravi e ben diretti.

Il film era stato presentato al Festival veneziano dell’autunno scorso, dove aveva ottenuto un buon successo di critica e di pubblico.

Dello stesso regista il pubblico italiano potrebbe ricordare, forse, un altro film (meno bello, secondo me), che a Cannes nel 2015 era valso a Vincent Lindon la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile: La legge del mercato; anche in questo caso, la storia di un eroe solitario che aveva tenuto ferma la volontà di mantenere puri e incontaminati gli ideali della propria vita.

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*Sulle difficoltà della trasposizione, dal grandissimo e amatissimo romanzo al film, il regista non ha fatto mancare le interviste, quasi per giustificare il tradimento di un testo molto bello e molto conosciuto, almeno in terra di Francia. Molte di queste interviste meriterebbero qualche meditazione non solo  perché aiutano a capire la genesi di questo film ma perché offrono un contributo anche teorico a sostegno dell’autonomia dei film che ricavano il proprio soggetto dalle opere della letteratura. Capita spesso di leggere valutazioni fondate sul preconcetto che essendo il cinema un’arte minore rispetto alla letteratura, qualsiasi giudizio sulle opere tratte da racconti o da romanzi di grande importanza non può che derivare dalla loro fedeltà alla fonte che le ha ispirate. A questa infondata convinzione va ricondotta anche l’affermazione molto diffusa (ne è il corollario) che prima di vedere un film tratto da un romanzo sarebbe meglio conoscere il romanzo stesso, sottintendendo che solo in questo modo sia possibile dire se il film sia più o meno riuscito (ovvero se l’imitazione sia stata sufficientemente fedele). Un film è un film; un romanzo è un romanzo; una parafrasi resta una parafrasi ovvero un esercizio un po’ pedantesco, del tutto inutile al buon cinema: meglio farsene una ragione!

QUI potete trovare, se siete interessati, la sintesi tradotta in italiano di una lunga intervista rilasciata dal regista al sito francese AlloCiné

Ritratto di famiglia con tempesta


recensione del film:
RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

Titolo originale:
After the Storm

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Hiroshi Abe, Kirin Kiki, Yôko Maki, Rirî Furankî, Sôsuke Ikematsu, Satomi Kobayashi, Isao Hashizume, Taiyô Yoshizawa – 117 min. – Giappone 2016.

Il “cuore” di questo bellissimo film del regista giapponese Kore’eda Hirokazu è il modesto appartamento della periferia di Tokio in cui vive la sua vecchiaia Yushiku (Kirin Kiki), che, nonostante l’età e gli acciacchi, non intende rinunciare al ruolo che il destino sembrava averle riservato: essere l’affettuoso e caldo riferimento dei propri cari in difficoltà, come era avvenuto in passato, quando aveva accettato di ridurre al minimo le proprie esigenze, per continuare ad amare un marito sprecone e dissipatore del patrimonio familiare. Che il giovane Ryota (Hiroshi Abe), uno dei due figli di Yushiku, avesse ereditato numerosi difetti di quel padre pareva cosa evidente alla vecchia madre, che ben rivedeva in lui lo stesso candore incosciente, nonché la stessa attitudine alla menzogna e alla fuga dalle proprie responsabilità. Un vero peccato, però, perché Ryota stava dissipando in tal modo anche quelle doti non comuni che fin da piccolo aveva manifestato: il suo grande talento di narratore grazie al quale aveva ottenuto, al suo primo romanzo, fama e successo. Dopo, purtroppo, non aveva più scritto alcunché ed era vissuto nella vana attesa che qualche editore si occupasse di lui. Aveva preso moglie ed era diventato padre, ma, privo di ispirazione, sembrava aver abbandonato la scrittura: all’inizio del film lo vediamo, nelle vesti improbabilissime di investigatore privato, vivere con pochi quattrini in tasca, travolto da un giro di scommesse e incapace di provvedere all’assegno mensile dovuto alla moglie (che si era separata) per il mantenimento del figlio. Kyoko (Yôko Maki), la moglie molto bella e molto amata, infatti, aveva invano sperato che provvedesse ai bisogni del piccolo Shingo con un lavoro regolare: stanca di aspettare, ora voleva il divorzio e progettava un nuovo matrimonio, intendendo rendergli sempre più brevi e penosi gli incontri che una sola volta al mese egli aveva col suo bambino, ormai di dieci anni.

Un tornado di straordinaria violenza lo aveva colto nella piccola casa materna, mentre Kyoko ne voleva uscire per riportarsi a casa il piccino. Per entrambi quel caldo riparo era stato un provvidenziale rifugio dalla violenza degli elementi naturali, e grazie alla saggezza di Yushiku, era diventato l’occasione  per un lungo confronto durante il quale i rispettivi torti e le rispettive ragioni avevano avuto modo di ridefinirsi (anche se non credo di annullarsi), così come il flusso di  tenerezza e d’amore fra Ryota e il suo bambino aveva ritrovato il suo giusto percorso.

Ancora una volta, il regista giapponese affronta il tema dei padri e dei figli (come  nel suo bellissimo Father and Son – 2015), indagando con classica asciuttezza e senza compiacimenti sentimentali nelle contraddizioni di un uomo velleitario e incapace di diventare adulto, ma determinato almeno a ricuperare, attraverso il rapporto col suo bambino, la parte migliore di sé, ponendo un freno perciò alla deriva della propria vita. Perfetto nel ruolo di Ryota, il bellissimo Hiroshi Abe si rivela capace di alternare, nella sua interpretazione, all’impassibile indifferenza dell’uomo sconfitto dalla vita e dai propri errori, la dolcezza tenera del padre amoroso che ha ritrovato attraverso il rapporto col figlio, il senso profondo della propria esistenza.

Non aggiungo altro: il film è molto bello e da vedere sicuramente. Come al solito, lamento  il grottesco titolo italiano che ha trasformato After the Storm, in Ritratto di Famglia con tempesta! Ma perché?

Palindromes


recensione del film:
PALINDROMES

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Stephen Adly Guirgis, Richard Masur, Debra Monk Drammatico, durata 100 min. – USA 2004.

In un momento particolarmente avaro di buoni film, per fortuna alcune sale della mia città ripropongono qualche bella pellicola magari non proprio recentissima.

Questa di Todd Solondz del 2004, non era mai arrivata in Italia (se non direttamente su DVD in lingua originale con sottotitoli), ciò che ovviamente ne aveva limitato la diffusione. Ieri, però, il cinema Massimo – Museo del cinema di Torino, per la gioia dei cinefili, l’ha presentata come si conviene, ovvero su grande schermo, con i sottotitoli in italiano, quasi a completare la visione di altri bei film, proiettati negli ultimi mesi, che, visti nel loro complesso, aiutano a comprendere la mentalità americana. Sembra esistere, infatti, un modo di pensare che percorre tutta la storia degli Stati Uniti fin dalle loro più lontane origini, di cui sono individuabili le tracce e le componenti culturali, anche grazie al cinema, oltre che alla letteratura e alle altre arti.
In questo sostanziale permanere nel tempo di una immutabile Weltanschauung è anche la spiegazione del curioso titolo di questo film: Palindromes, allusivo della particolarità che hanno certi nomi (o frasi) di rimanere identici, indipendentemente dal modo della lettura, da sinistra o da destra. Se si considera questo aspetto, del resto più volte esplicitato nel corso del film, allora dobbiamo pensare che il film altro non sia che una gigantesca metafora della storia della mentalità americana, immutata dai primi decenni del 1600, quando a bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, approdando a Cape Cod, portavano con sé la fiducia di veder sorgere nel nuovo mondo quel perfetto ordine sociale e morale, ispirato da Dio, ormai impossibile da realizzare nella terra d’origine.
Era nato con questo indelebile imprinting, dunque, lo stato “perfetto”, guidato da uomini che, per seguire la parola di Dio, avevano individuato, di volta in volta, i nemici del Bene, da espungere senza pietà, come accade nel film, in cui la protagonista, Aviva (il palindromo!), porta con sé, nonostante i mutamenti dell’aspetto, evidenziati anche attraverso il cambiamento plurimo delle attrici che ne interpretano la storia in momenti diversi, la traccia indelebile di ossessioni che mai l’avrebbero abbandonata, in nome delle quali lei stessa sarebbe diventata spietata, sulla strada del Bene. Individuare il nemico (il Male) e perseguitarlo è infatti il compito che sente di dover realizzare Aviva, da quando abbandona la famiglia, a quando vi rientra dopo un viaggio che non ha mutato il suo modo di vedere il mondo, neppure quando è del tutto evidente che alle proprie aspirazioni non può corrispondere la realtà. Attraverso un percorso originale e molto disturbante il regista in questo suo lavoro del 2004 opera un vistoso capovolgimento dell’ottimismo presente in due capolavori del cinema americano del passato entrati nella leggenda (e recentemente riproposti dal Museo del cinema), ampiamente e sarcasticamente citati: La Morte corre sul fiume e Freaks. Accade perciò che alla favola bella dell’accoglienza disinteressata e ospitale di Rachel Cooper (La Morte corre sul fiume), che si prende cura dei bambini in fuga dall’orco, Solondz opponga l’ipocrita ospitalità di Miss Sunshine, nella cui casa trovano rifugio creature emarginate, reiette e deformi che vengono indottrinate secondo la manichea parola di un Dio di cui devono realizzare, con piena convinzione, gli ordini e i precetti, interpretati in esclusiva da lei e dal marito, in combutta con loschi individui. I poveri ospiti della casa sperduta di Miss Sunshine diventano in questo modo mostruosi esecutori di un progetto davvero diabolico finalizzato a eliminare i nemici (fino all’omicidio “giusto”) e a raccogliere denaro attraverso spettacoli televisivi da loro recitati, suonati, cantati e danzati (il richiamo a Freaks è evidentissimo), naturalmente per il “bene” di tutti.

Un breve cenno alla storia, senza troppo spoiler!
Aviva è un’adolescente che rivela, fin dalle prime scene, lo scopo a cui sente di dover dedicare la propria vita: diventare madre di tanti bei bambini, poiché di null’altro le importa. Sarebbe riuscita nell’intento, al suo primo tentativo, con un ragazzino nerd, figlio di amici di famiglia, se i suoi genitori, molto middle class-polticamente corretti, ma sostanzialmente violenti, non la costringessero ad abortire in una clinica di lusso in cui la poveretta sarebbe stata sottoposta a un’inopinata isterectomia. Sarà l’inizio per lei di una fuga, un lungo viaggio in cui, per realizzare il suo progetto, si imbatterà in una serie di personaggi poco raccomandabili, fino all’incontro con Miss Sunshine, fondamentalista cristiana-protestante, organizzatrice di spedizioni punitive contro i medici che praticano gli aborti, contro i pedofili e contro le prostitute, ovvero contro il Male finalmente individuato.

Magnifici gli attori di un film che non definirei cinico, come molti fanno, ma ironico in modo molto graffiante e cattivo, di un regista indipendente e poco noto, apprezzato in Europa, soprattutto nei Festival, ma male distribuito in Italia (che strano, eh!) che merita invece davvero di essere conosciuto. Questo suo lavoro si colloca fra altri suoi non dissimili fra i quali, il bellissimo Happiness (1998) e il magnifico Perdona e dimentica (2009), del quale QUI potete leggere una mia recensione di sette anni fa.

Il DVD di questo film (e anche quello degli altri due che ho citato) si trova in lingua originale e sottotitolato, anche sul mercato italiano.