Tre manifesti a Ebbing, Missouri


recensione del film:
TRE MANIFESTI A EBBING, MISSOURI

Titolo originale:
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, Lucas Hedges, Zeljko Ivanek, Caleb Landry Jones, Clarke Peters, Samara Weaving, John Hawkes, Peter Dinklage, Kathryn Newton, Kerry Condon – 115 min. – USA – Gran Bretagna 2017

Pronto per gli Oscar, dopo i molti e quasi unanimi apprezzamenti della critica e del pubblico.

Di che cosa parla

Erano passati sette mesi dalla notte in cui Angela Hayes, uscita di casa sbattendo la porta, furiosa con Mildred, era stata aggredita, violentata con ferocia inaudita e lasciata morire tra le fiamme e le sofferenze più atroci. Il crimine era avvenuto lungo la strada poco frequentata che conduceva a Ebbing, oscura cittadina del Missouri. Sette mesi tremendi per Mildred, sua madre, che quella sera le aveva negato l’uso della propria auto, nella speranza che quella figlia riottosa se ne stesse finalmente a casa, almeno per una volta, lontana dalle pessime amicizie che la stavano rovinando. Angela, purtroppo, aveva accettato la sfida materna ed era uscita a piedi, incontrando per strada i propri sadici aguzzini. Al dolore della madre, ovviamente terribile, si aggiungeva, per colmo di strazio, il più profondo senso di colpa che, forse, sarebbe stato meno acuto se le indagini non si fossero bloccate troppo presto senza alcun risultato. Mildred (Frances McDormand) ne attribuiva la responsabilità al modo superficiale con cui l’ufficio di polizia le aveva condotte, e in particolare allo sceriffo Bill Willoughby (Woody Harrelson), che insieme al suo vice razzista e picchiatore di neri, Jason Dixon (Sam Rockwell), dirigeva quell’ufficio.

Tre Manifesti

Per forzare la ripresa delle indagini, Mildred aveva deciso di affiggere tre manifesti che, piazzati lungo la strada verso Ebbing, riportassero alla memoria di tutti  il fatto atroce, informando clamorosamente l’opinione pubblica che nulla era scaturito dall’inchiesta finora condotta, chiedendone conto allo sceriffo Bill. La decisione di Mildred era stata a lungo meditata e preparata con cura affinché fosse legalmente inattaccabile ed economicamente sostenibile anche da lei, che, abbandonata dal marito (affaccendato amante di una fanciulla giovanissima), doveva provvedere, con le magre entrate della sua botteguccia di souvenir e cianfrusaglie, oltre che a sopravvivere, anche a far vivere e studiare il figlio più piccolo, silenzioso testimone dell’ultima violenta scenata fra la madre e la sorella.
Aveva avuto ragione, infine: del caso si parlava di nuovo, grazie alla sua denuncia; l’arrivo della televisione lo stava testimoniando. Mildred non aveva previsto, però, che l’effetto mediatico l’avrebbe presto travolta con straordinaria violenza.
La popolazione di Ebbing non era spregiudicata come quella delle grandi metropoli del nord degli States: era legata alle proprie istituzioni, laiche o religiose, che ne rassicuravano perbenismo e ipocrisia; era quella dell’America profonda, dei bianchi che ancora non avevano accettato la conclusione della Guerra Civile e che continuavano a rimpiangere i vecchi tempi della schiavitù oltre che dell’apartheid, sospettosi di ogni novità e forse speranzosi di riportare indietro l’estensione ai neri dei diritti civili.
Attaccata dai suoi concittadini e dalla polizia, Mildred non si era persa d’animo, però, e aveva deciso di continuare la propria lotta rispondendo, colpo su colpo, a qualsiasi tentativo di intorbidare le acque per occultare, ancora una volta, la verità…
Siamo agli inizi del film e qui si ferma la mia narrazione, nella convinzione che i suoi sviluppi, ricchi di sorprese e di colpi di scena, vadano visti e gustati senza conoscerne prima le svolte narrative.

Il  film
Il film, nonostante le tragiche premesse, rivela da subito la sua connotazione prevalentemente  umoristica, come se il contenuto doloroso fosse filtrato dallo sguardo razionale e curioso di un narratore “pulp”, capace di cogliere gli aspetti grotteschi dei comportamenti diffusi fra i cittadini di Ebbing, luogo inventato, ma quanto mai “vero”, in diversa misura, in ciascun luogo del pianeta, microcosmo emblematico delle paure immaginarie e profonde di tutti noi, ma anche delle aspirazioni comuni  ai valori della solidarietà e dell’umana comprensione. Nessuno è completamente buono, o completamente perfido, in questo film: le angosce spesso impediscono ai numerosi personaggi di vedere e di accettare l’altro (e persino se stessi) nella sua peculiare diversità, che sia nero, omosessuale o nano. Non per nulla la parola “amore”, nel suo significato universale, è contenuta più volte anche ironicamente nelle raccomandazioni estreme dello sceriffo Bill, che solo in punto di morte, ne aveva riconosciuto la fondamentale importanza, nella vita e nel lavoro. La stessa figura di Mildred, personaggio positivo, verso cui, grazie anche alla sublime interpretazione di Frances McDormand, va tutta la nostra più profonda partecipazione emotiva, non è priva di aspetti violenti e vendicativi: nessuno, come  si sa, è perfetto, ma tutti dovrebbero perfezionare la propria sensibilità, per comprendere il dolore degli altri e finalmente condividerlo.

Il film è opera dalla sceneggiatura impeccabile, molto precisa nel disegno dei personaggi e delle loro interrelazioni, velocemente delineate con pochi asciutti tratti sufficienti a rendere vivo e credibile il complesso quadro umano e ambientale della vicenda. Film, dunque, da vedere sicuramente del quale vorrei ricordare, oltre alla ricchezza delle situazioni umane che offre alla nostra interpretazione, la grandezza degli attori, che affiancano l’eccezionale Mildred di Francis Mc Dormand, senza sfigurare, dal primo all’ultimo.

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Martin McDonagh, (nato a Londra nel 1970 da genitori irlandesi), il regista che ha sceneggiato e diretto questo film, è molto noto anche come regista e autore teatrale nell’intero Regno Unito, dove la sua vasta produzione è stata apprezzata ovunque e ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti. Il suo esordio nel mondo del cinema è relativamente recente: nel 2006 aveva diretto il suo primo lungometraggio, che non era passato inosservato e che molti di noi avevano visto e apprezzato: In Bruges- La coscienza dell’assassino; mentre del 2012 è 7 Psicopatici, il suo secondo “giallo”, poco conosciuto da queste parti.

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L’insulto


recensione del film:
L’INSULTO

Titolo originale:
L’insulte

Regia:
Ziad Doueiri

Principali interpreti:
Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Talal Jurdi, Julia Kassar, Rifaat Torbey, Carlos Chahine – 113 min. – Libano 2017.

Accolto con molto successo a Venezia, quest’anno, dove è valso la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile all’attore Kamel El Basha, questo film è stato accolto molto meno entusiasticamente in Libano, dove, nel tentativo di bloccarne l’uscita, si è pensato bene di arrestare il regista, con l’accusa di tradimento, per aver girato alcune scene del suo precedente film (The Attack) in Israele! Storie di ordinaria intolleranza e censura che non si vorrebbero mai leggere, segnale inquietante di una situazione oscura, ancora lontana dall’essere pacificata.
Oggetto del film è il racconto di un episodio incredibile in cui si era trovato coinvolto, qualche anno fa, il regista Ziad Doueiri e che trova la sua spiegazione nella situazione del Libano, luogo di conflitti fra gli autoctoni cristiani maroniti e i rifugiati musulmani palestinesi.
La vicenda
Si tratta di una vicenda complicata, anche se nasce da un fatto moilto banale: un insulto rivolto da Yasser (Kamel El Basha), operaio palestinese, a Toni (Adel Karam), cristiano maronita, durante una discussione a proposito del tubo dell’acqua che, sporgendo dal balcone di Toni, aveva costretto Yasser a una doccia fuori programma. Erano volate parole grosse: Toni aveva non solo insultato Yasser (che si era offerto di sistemare gratuitamente quel tubo), ma lo aveva gravemente provocato con il suo razzismo sprezzante, cosicché Yasser lo aveva colpito e steso a terra. Ne era nata una vicenda giudiziaria: nonostante il tentativo di conciliazione, portato avanti dalle compagne dei due uomini in lite, il processo in tribunale era diventato inevitabile.
Toni pretendeva almeno le scuse; Yasser non intendeva porgerle. Al di là dell’apparente banalità, si delineava una questione molto seria, perché avveniva in un contesto, quello libanese, in cui  intolleranza e odio etnico nei confronti degli immigrati della Palestina dilagavano: accusati  di ogni colpa, i Palestinesi erano odiati perchè, secondo il partito della destra cristiana, la facevano da padroni in una terra che non era la loro. Bashir Gemayel, il presidente libanese assassinato in un attentato (1982), continuava a infiammare gli animi con i suoi discorsi, che, registrati, venivano trasmessi dalle televisioni in appoggio alle posizioni di quel partito.
Il caso giudiziario
Il racconto, dopo un esordio che ci offre vivaci scorci della vita nei quartieri di Beirut in via di ricostruzione, diventa presto la cronaca di un processo nelle aule del tribunale portato avanti (per conto di Toni), da un un principe del foro, che non aveva mai perso una causa, a cui si opponeva (per conto di Yasser) una giovane e graziosa collega, che scopriremo essere sua figlia. Assistiamo, perciò, a un processo che affronta molti problemi, oltre che quello strettamente giudiziario, poichè presto sarebbe diventato anche un caso politico, uno scontro fra padre e figlia per ragioni ideali, una inusitata forma di scontro generazionale, nonché, infine, una riflessione sulla storia del Libano, sulle colpe e sul perdono fondato sulla conoscenza della storia.
Il film
In poco più di due ore, dunque, il film ci presenta una vicenda non semplice, riuscendo a creare un’atmosfera di curiosità e di attesa negli spettatori, indicativa della buona sceneggiatura che unifica, quasi sempre, un racconto a rischio di eccessiva frammentazione. Nella seconda parte del film, tuttavia, l’introduzione di un tema molto importante, come quello della storia del Libano e della necessità di conoscerla, prima di giudicare, diventa non solo un’occasione per far luce su ciò che era stato, (che richiederebbe un altro film, però!), ma anche un modo per uscire dal processo, da vero vincitore morale, per quell’avvocato, al quale sarebbe stato possibile anche pareggiare i conti con sua figlia, sorprendendo e commuovendo anche lei.
Il film, nel suo complesso, è indiscutibilmente condotto con grande abilità ed è anche molto utile per comprendere uno dei più aggrovigliati nodi politici che, a due passi dal nostro paese, contribuisce a rendere quanto mai precaria la situazione mediorientale già travagliata di per sé. Tutto il racconto nella prima parte del film, inoltre, chiarisce in modo quasi didattico quanto le parole d’odio siano pericolose poiché feriscono profondamente, penetrando nei cuori, suscitando emozioni spropositate e innescando reazioni sproporzionate, oltre che desiderio di vendetta.
Questi pregi del film, tuttavia, costituiscono, a mio avviso, anche i suoi difetti, poiché troppe storie si infilano, come le matrioske, l’una nell’altra e, per quanto ben sviluppate dall’attentissimo regista, non sempre trovano la sintesi narrativa necessaria.
In ogni caso, un film da vedere, candidato all’Oscar come migliore film straniero, insieme a Loveless, The Square e Happy end… Non paragonabile, secondo me, a queste stelle di prima grandezza, ma certo, per la sua correttezza politica, favorito.

 

 

Loveless


recensione del film:
LOVELESS

Regia:
Andrey Zvyagintsev

Principali interpreti:
Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keiss, Aleksey Fateev, Varvara Shmykova, Daria Pisareva, Yanina Hope, Maxim Stoianov – 128 min. – Russia 2017

 

Ancora una volta l’interesse di Andrey Zvyagintsev, il regista di questo film, è per la sua terra, la Russia non più comunista che dopo aver accettato i principi liberistici è cambiata rapidamente inserendosi nel processo di globalizzazione del mercato. I vecchi valori della solidarietà sembrano completamente soppiantati dalla ricerca tutta individuale del successo; le vecchie e brutte case popolari, che prevedevano spazi collettivi, sono state abbandonate e si presentano ora come fangosi ammassi di rovine, dalle suggestioni tarkowskiane, che i bambini, all’uscita dalle scuole, utilizzano per i loro giochi segreti.
La Mosca di oggi, infatti, è una moderna capitale, circondata dall’inverno perenne di un ambiente naturale, a sua volta, un po’ tarkovskijano (e anche un po’… bruegeliano, benché  le riflessioni sull’esistenza del film di Andrey Zvyagintsev siano diverse, nei toni, da quelle sarcastiche del film di Roy Andersson*) . Nello skyline, modificato dalle costruzioni di vetro della elegante e lineare architettura contemporanea, il regista avverte un mutamento che non è solo quello delle case, ma è quello dell’anima di chi ci abita, dopo che l’interesse per i soldi, per il lusso e per l’affermazione di sé ha soppiantato le relazioni di amicizia, e persino i legami d’amore che parrebbero più naturali e profondi: quelli fra i figli e i loro genitori. Si è dissolta, infatti, insieme alla coesione sociale, anche quel minimo di coesione familiare che era rassicurante per i bambini, che si sentivano amati, ascoltati e protetti.

La vicenda del film è una storia di divorzio: Zhenya e Boris, rispettivi madre e padre del piccolo Alyosha, decidono di mettere in vendita l’alloggio, non ancora completamente pagato, e di lasciarsi. Ognuno se ne andrà per la propria strada: lei col ricchissimo amante, in un alloggio grande e arredato con sobria raffinatezza; lui dalla donna che ama e che ora è incinta. La storia del loro dividersi, però, non è la normale e civile vicenda di chi prende atto della fine di un legame matrimoniale e decide di chiuderlo; é invece una storia di odio e di rancore, in cui nulla può essere detto senza che un’aggressività rabbiosa si impadronisca di lei, incapace ormai di discutere con pacatezza. Nessuno parla della sorte del loro figlioletto, apparentemente ignaro di tutto, in realtà trascurato da entrambi, troppo presi dal loro futuro immediato, orizzonte da cui escludono qualsiasi ricordo della loro passata esistenza. Accade, perciò, che Alyosha, che ha sentito le liti furiose e ha compreso di essere parte di quel passato che entrambi vorrebbero ignorare, decida di andarsene facendo perdere le proprie tracce. Boris e Zhenya ne saranno informati, dopo un giorno e mezzo, dalla scuola che per prassi si prende cura di avvisare le famiglie dell’assenza degli scolari alle lezioni. Le ricerche, condotte da una neghittosa polizia e da alcuni volontari organizzati quasi militarmente, non approderanno ad alcun risultato, ma saranno ancora una volta l’occasione di scontri e rinfacci sanguinosi  fra quella madre e quel padre.

Il regista di Leviathan firma questa volta un film il cui contenuto sembra focalizzarsi soprattutto sull’assenza di etica nei rapporti familiari nella Russia post-sovietica, ma in realtà ci offre molto di più: è il quadro desolante di un presente privo di qualsiasi valore morale: in famiglia, nei posti di lavoro e nella vita sociale i vecchi riferimenti etici non contano più, né l’alternativa identitaria, offerta dagli insegnamenti di una Chiesa ortodossa sempre più conservatrice e oppressiva, sembra essere accettabile e praticabile nel mondo di oggi se non al prezzo, tutto politico, della convenienza individuale più opportunistica e ipocrita.
Film da vedere sicuramente, poiché pone domande che riguardano anche tutti noi, che viviamo in questo occidente in cui i grandi valori della democrazia e della solidarietà sociale si stanno oscurando e ognuno, sempre più solo, pare accontentarsi dell’illusoria felicità di un presente  senza prospettive ideali.

…Noi aprivamo
di Marx
ogni volume,
come in casa
propria
apriamo le persiane,
ma anche senza lettura
noi sapevamo
da che parte andare,
contro chi lottare…
da “A tutta voce”  di Vladimir Majakovskij
(Traduzione di Paolo Statuti)

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*Un piccione, seduto su un ramo, riflette sull’esistenza

Mr. Ove


recensione del film:
Mr. OVE

Titolo originale:
A Man Called Ove

Regia:
Hannes Holm

Principali interpreti:
Rolf Lassgård, Bahar Pars, Ida Engvoll, Filip Berg, Chatarina Larsson, Börje Lundberg, Tobias Almborg, Zozan Akgün, Viktor Baagøe – 116 min. – Svezia 2015.

Anche questo è svedese, come The Square, ma i due film non sono neppure lontanamente paragonabili.

Mr Ove è un signore quasi sessantenne, licenziato, dopo quarantatre anni di onorato servizio, dalle ferrovie svedesi, che avendone apprezzato le qualità, ora lo ricompensano regalandogli una bella pala da giardino. Il fatto era sembrato a Ove (Rolf Lassgård) l’ultima delle troppe batoste che nel corso della vita, fin dalla più tenera età, aveva dovuto subire: un segno del proprio destino personale, che contribuiva  a fargli sentire sempre più insopportabile il peso dell’esistenza. Alle persecuzioni del “fato” egli aveva reagito chiudendosi vieppiù in sé, lasciando che una corazza di severità intransigente si impadronisse del proprio cuore, rendendolo impenetrabile agli altri. La dolcissima Sonja (Ida Engvoll), però, era riuscita a penetrare in quella difesa inespugnabile ed era diventata la moglie perfetta per lui. Erano stati davvero gli anni più felici della sua vita, quelli in cui era migliorata la sua cultura (era diventato ingegnere) e anche la sua posizione sociale (era diventato presidente di un’associazione di condomini) senza tuttavia mitigare, fuori di casa, il proprio carattere da orso, neppure con i più fidati fra i suoi amici. Alla morte di Sonja, anzi, Ove aveva accentuato i propri difetti: un continuo acido inveire contro le storture della modernità lo aveva reso ancora più insopportabile a tutti. Per fortuna, egli continuava a intrattenere un rapporto con Sonja, con cui parlava quando, ogni giorno, portando sulla sua tomba un mazzo di rose fresche, si sfogava amaramente contro la decadenza della società e dei costumi che, soprattutto ora che era rimasto senza lavoro, aveva in animo di abbandonare molto presto. Eppure, manco a farlo apposta, i tentativi numerosi di suicidio sarebbero falliti uno dopo l’altro, mentre i suoi vicini, nuovi arrivati, avrebbero a loro volta provato a demolire la diffidenza e l’ostilità del suo cuore…

Il passato di Ove è ricostruito attraverso numerosi flashback che si inseriscono con naturalezza nel racconto del suo presente, grazie a un montaggio attento, che rende il film a tratti interessante; il tema del burbero benefico, dalla notte dei tempi presente nel teatro, tuttavia, qui sembra riproporsi in una commedia i cui sviluppi sono quasi sempre largamente prevedibili, perché il protagonista, per quanto magnificamente interpretato, assume troppo spesso un carattere fastidiosamente macchiettistico, cosicché molto raramente malinconia (che spesso è volutamente strappalacrime) e commedia trovano un accettabile equilibrio narrativo.

Mr. Ove è ora visibile anche in Italia, dopo essere stato presente, lo scorso anno, nelle sale del resto del mondo, e dopo essere stato addirittura candidato all’Oscar 2017 come migliore film straniero. Il ritardo italiano, però, potrebbe averlo avvantaggiato, poiché l’uscita quasi contemporanea dell’altro svedese, The Square, ha quasi sicuramente portato nelle nostre sale un po’ di spettatori incuriositi da quel cinema rivelatosi capace di riservare più di una sorpresa positiva.
Una parte del pubblico, tuttavia, è costituita dai lettori che hanno amato il romanzo-bestseller (2014) da cui il film è tratto: L’uomo che metteva in ordine il mondo di Fredrik Backman, nato sul blog di uno scrittore svedese molto conosciuto nel mondo del Web, edito in Italia da Mondadori nel 2015.
A mio giudizio, il film si può anche vedere, ma i film belli e interessanti sono molto diversi!

The Square


recensione del film:
THE SQUARE

Regia:
Ruben Östlund

Principali interpreti:
Claes Bang, Elisabeth Moss, Dominic West, Terry Notary, Elijandro Edouard,Christopher Læssø Linda Anborg, Emelie Beckius, Denise Wessman, Jan Lindwall, John Nordling – 142 min. – Svezia, Danimarca, USA, Francia 2017.

Palma d’oro al Festival di Cannes 2017, quest’opera sorprendente premia un regista fra i più interessanti del cinema svedese, poco noto da noi, se non per Forza Maggiore, girato nel 2014, che, comparso dopo un anno nelle nostre sale, avevo apprezzato molto.
La mia recensione, poco allineata alle altre di allora, mi pare, anche alla luce di questa seconda opera, ancora abbastanza convincente (pronta a ricredermi, naturalmente, di fronte ad argomenti più persuasivi).

Questa volta, lontano dalle Alpi e dai ghiacciai, siamo a Stoccolma, la bella e moderna capitale della Svezia, dove vive il protagonista di questo film, Christian (Claes Bang).
Uomo sulla quarantina, di aspetto tranquillo e gradevole, egli è il prestigioso direttore di una galleria d’arte contemporanea, in una sala della quale, all’inizio del film, fa bella mostra di sé la grande installazione di un artista che aveva esposto un certo numero di coni di pietrisco, mentre da uno schermo, sullo sfondo, l’attore Terry Notary si rivolgeva ai visitatori con una performance provocatoria.

Ora, c’era molto fermento nell’ufficio di Christian, molta attesa per la prossima installazione, che si sarebbe chiamata The Square, ovvero Il quadrato. Era un grande quadrato di cubetti di porfido, infatti, l’opera che un’artista concettuale argentina, Lola Arias, aveva ideato,  per trasmettere il messaggio universale d’amore contenuto in quella piazza quadrata, lo spazio che, secondo l’enunciato più volte ribadito, altro non era che il luogo sacro della fiducia e dell’amore universale nel quale a tutti gli uomini toccano uguali diritti e doveri; il luogo privilegiato della cessazione di ogni conflitto, il regno della pace fra gli uomini. Un’allegoria della democrazia, dunque, così come era stata intesa fin dai tempi più antichi.
Come ogni quadrato che si rispetti, anche the Square aveva il suo perimetro, che, messo in rilievo dalla luminosità dei quattro lati, attira da subito i nostri sguardi, ponendo nello stesso momento il più grande problema politico e sociale dei nostri giorni,  ovvero se, e in che modo, chi vive all’interno di quel Quadrato possa mettersi in relazione con chi vive ai confini e oltre. Christian, come gli altri democratici di una borghesia svedese aperta e progressista, non aveva alcun dubbio che occorresse un progetto di inclusione degli “esterni” che doveva necessariamente passare attraverso il riconoscimento della loro umanità e l’assimilazione democratica, ovvero l’estensione anche a loro, che non li avevano mai conosciuti, dei benefici della democrazia.

Il comportamento di Christian

Prima di occuparsi della curiosa installazione di Lola Arias, il regista osserva  abbastanza a lungo i comportamenti di Christian, cogliendoli in alcuni interessanti momenti della sua vita: lo vediamo all’opera come padre (separato) di due bambine, con le quali accetta di condividere le ore libere della giornata, anche se non toccherebbe a lui, mantenendo l’aria svagata e distratta di chi avrebbe altre cose da fare, ma non intende discutere il proprio dovere nei loro confronti. La sua vita sentimentale sembra ispirarsi a simili principi: pochi i suoi investimenti affettivi o passionali nel rapporto con Anna (Elisabeth Moss), la giornalista americana che lo aveva appena intervistato per comprendere meglio il senso delle installazioni nel suo museo. Lo svagato interesse per lei implica, in ogni caso, una premurosa attenzione a evitarle indesiderate gravidanze, grazie all’uso tutto maschile del preservativo, di cui egli sarebbe diventato il grottesco custode, riservando esclusivamente a sé la proprietà dell’oggetto e del suo contenuto, in una scena tanto esilarante, quanto politicamente molto corretta.
Di maggiore interesse, però, ai fini della comprensione complessiva del film, la vicenda, ampiamente seguita, del furto che Christian subisce probabilmente per  opera della stessa donna che egli aveva aiutato a difendersi dal marito manesco. Ancora orgoglioso per il soccorso prestato, egli s’accorge di essere stato alleggerito del portafogli, del cellulare e persino dei gemelli d’oro che aveva indossato. Per la prima volta ora era costretto a misurare distanza fra le proprie convinzioni ideali e la realtà durissima di chi viveva ai bordi di quel quadrato, emarginato dalla ricca borghesia progressista del centro, sempre disposta alle offerte, alle elemosine e alla carità, ma del tutto indisponibile a integrare davvero nel proprio tessuto sociale l’umanità “marginale” e sofferente a cui continuava a destinare qualche briciola del proprio benessere. La restituzione degli oggetti che gli erano stati sottratti era avvenuta in forma privata, poiché egli aveva voluto eludere ogni legge, e aveva utilizzato anche lo strumento del ricatto più ingiusto. Contro di lui si era levata la sola voce ribelle e dignitosa di un piccolo egiziano (impersonato dal giovanissimo e bravissimo attore Elijandro Edouard), fermissimo e tenace nell’intento di ristabilire la verità pretendendo le scuse. È un susseguirsi di scene di impressionante verità, che postulano la necessità di porre in modo completamente diverso il rapporto fra i privilegiati e gli esclusi, prima che le ragioni di questi ultimi diventino davvero insidiose per i valori su cui si fonda la democrazia.

The Square

Alcuni eventi avrebbero accompagnato l’inaugurazione di una così importante installazione nel museo di Christian, scuotendo le coscienze degli uomini: in primo luogo un “video” provocatorio, che, pur rappresentando un falso accadimento all’interno del magico Quadrato, avrebbe fatto parlare di sé, diventando “virale” nella Rete; in secondo luogo l’inserirsi, fra i ricchi e democratici invitati del pranzo di gala, di una nuova e inquietante performance provocatoria dell’attore Therry Notary, che avrebbe riproposto, in modo certamente insolito e a tratti molto fastidioso, il tema dell’accoglienza e della tolleranza. Quest’ultima stupefacente parte del film rivela il fragilissimo equilibrio sul quale è costruita la società democratica, messo continuamente in forse dalla paura, a cui ci induce la distorta e irrazionale percezione della realtà nella quale ci muoviamo. Come nel precedente Forza Maggiore, dunque, anche qui è descritto il meccanismo di costruzione della paura,lo stesso che aveva innescato l’effetto della disastrosa e sconvolgente valanga emotiva nel mondo dei ricchi borghesi incapaci di cogliere davvero i continui pericoli a cui le nostre vite sono esposte. Ancora una volta, dunque, sembra quanto mai pertinente la citazione dell’Angelo sterminatore di Luis Buñuel, film in cui, con graffiante cattiveria, il grande regista aveva smascherato i comportamenti ipocriti di una società incapace di uscire dall’immobilismo paralizzante in cui si era rifugiata a protezione di se stessa e dei propri privilegi e in cui era pronta a ritornare, dopo un breve assaggio di libertà. Come in quel film antico (Buñuel lo aveva girato nel 1962), anche qui la presenza di animali selvaggi che liberamente si aggirano fra gli uomini viene, per quanto possibile, ignorata e rimossa,

Il film, nonostante qualche squilibrio narrativo, è  molto gradevole, per l’intelligenza sarcastica che scava a fondo nei problemi di oggi, presentati agli spettatori in tutta la loro evidenza, buñueliano, come ho detto, ma anche con le inquietudini e preoccupazioni lucidissime che riportano alla memoria i primi film di Haneke, fra i quali il bellissimo Caché. Da vedere sicuramente.

Una questione privata


recensione del film:
UNA QUESTIONE PRIVATA

Regia:
Paolo Taviani, Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Jacopo Olmo Antinori. «continua Antonella Attili, Giulio Beranek, Mario Bois- 84 min. – Italia, Francia 2017

La grande letteratura  può diventare ottimo cinema: lo sanno bene i fratelli Taviani, che si erano già cimentati con Pirandello (Kaos) e con Giovanni Boccaccio. Né si presentava più facile quest’ultima fatica, poiché il confronto con Beppe Fenoglio, uno dei massimi scrittori del ‘900 italiano, avveniva su un romanzo lasciato incompiuto (Fenoglio era morto giovane senza riuscire a rivederlo), sul quale erano già stati costruiti film e sceneggiati televisivi non memorabili. A questa grande difficoltà si era aggiunta l’incertezza della “location” poiché le Langhe di Fenoglio, quelle nelle quali egli era stato un partigiano “azzurro”, non esistono più: i vigneti a perdita d’occhio hanno modificato l’ avara terra dei suoi romanzi e dei suoi racconti, ciò che spiazza immediatamente chi vede questo film avendo in mente quelle pagine indimenticabili. Paolo Taviani (Vittorio era impegnato nella sceneggiatura), era stato costretto a girare in alcuni luoghi della Valmagra, che rendessero, malgrado ciò, possibile la massima fedeltà allo spirito del romanzo.

Come il romanzo, il film si svolge nelle nebbie dense delle vallate, teatro della lotta di Resistenza, che avvolgevano uomini e cose, con una tenacia vischiosa e infida durante l’ultimo inverno di guerra (1944), in attesa che il “vento d’aprile” dell’anno successivo, schiudendo coi suoi tepori i germogli inariditi dei prati e degli alberi, riaprisse i cuori dei sopravvissuti alla speranza, facendo finalmente giustizia dei torti e delle ragioni e restituendo onore e dignità a chi aveva resistito alle torture tacendo nomi, luoghi, riferimenti.  La vicenda è quella del giovane Milton (Luca Marinelli), partigiano delle formazioni azzurre che aveva fatto la sua scelta irreversibile dopo l’8 settembre 1943, allorché, seguendo lo sbandarsi dell’esercito italiano, aveva raggiunto quel teatro di guerra e si era innamorato della bella Fulvia, la giovinetta torinese di ricca famiglia, che i genitori avevano richiamato in città ora che la guerra si stava spostando dalla città alle campagne, che pullulavano di gerarchi fascisti, intenti a saccheggiare e incendiare le povere cascine dei contadini locali, sospettati di aiutare i partigiani. Fulvia, dunque se n’era andata, mentre sempre più ossessivamente Milton temeva che la bella fanciulla (Valentina Bellé) fosse stata conquistata da Giorgio, il badogliano (Lorenzo Richelmy), l’amico partigiano che gliel’aveva presentata. L’amore per lei era il potente motore che lo spingeva a combattere, in vista di un dopo che si sarebbe rivelato interessante da vivere, quando le cose, finalmente, sarebbero apparse nella loro abbagliante verità. Il film, dunque, ripercorre le pagine più importanti del romanzo facendo spostare Milton, nelle nebbie dense, al freddo e al gelo di quell’inverno, animato dal desiderio spasmodico di conoscere la verità su Fulvia, alla ricerca di Giorgio, che certamente, per lealtà e amicizia, non gli avrebbe taciuto nulla. Come sappiamo, l’incontro con Giorgio, prigioniero dei fascisti e torturato a morte, non ci sarebbe stato, né avrebbe potuto avvenire per effetto di uno scambio di prigionieri reso impossibile dagli eventi. Il finale è aperto e ambiguo, ma assai più che nel romanzo, sembra autorizzare un certo ottimismo, assai poco presente nell’intera opera di  Fenoglio. La bella e capricciosa Fulvia è immagine metaforica della  duplicità eterna del sentimento d’amore, legato indissolubilmente alla morte e alla distruzione, ma capace di trasmetterci una qualche forma di vitale energia, anche se la nostra esistenza è in ogni caso soggetta ai voleri del caso, difficilmente padroneggiabili, in guerra come in pace, dalla nostra volontà. I Taviani, dunque, hanno dato vita a un discreto film, da vedere, asciutto e contenuto nella narrazione di quei giorni atroci, illuminati da pochi momenti positivi e silenziosi: l’incontro casuale di Milton con i genitori che dà senso alla pena e alla sofferenza del vivere, per quel poco di tempo che è concesso, come sa anche la bimba che, dopo essersi dissetata, torna a giacere accanto ai morti della sua famiglia, senza chiedersi perché e senza illudersi.

La parlata romanesca degli attori mi ha fatto inorridire, ciò di cui mi vergogno un po’ (non amo il regionalismo gretto e reazionario), ma ci ho sentito davvero poco il mio Milton-Fenoglio. Mi interesserebbe capire dagli spettatori di altre regioni d’Italia se hanno provato il mio stesso fastidio.

Good Time


recensione del film:
GOOD TIME

Regia:
Ben Safdie, Joshua Safdie

Principali interpreti:
Robert Pattinson, Ben Safdie, Jennifer Jason Leigh, Barkhad Abdi, Buddy Duress, Taliah Webster, Peter Verby, Gladys Mathon, Marcos A. Gonzalez, Cliff Moylan, Rose Gregorio, Shaun Rey, Souleymane Sy Savane – 99 min. – USA 2017

Presentato in concorso a Cannes, questo film è firmato dai fratelli Safdie: Ben (che del film è anche sceneggiatore e protagonista) e Joshua, cineasti indipendenti newyorchesi, poco conosciuti in Europa e quasi sconosciuti in Italia. Nonostante la scarsa notorietà dei due registi e nonostante questo loro lavoro (a basso budget) si confrontasse con opere di autori  ben più noti e blasonati, il film non è passato inosservato, ottenendo anche la gratificazione di una Palma per la funzionale colonna sonora (di Oneohtrix Point Never). Significativo il sostegno convinto dei Cahiers du Cinema che a quest’opera dedica un’ampia recensione di Joachim Lepastier nonché due interviste (dalla pagina 20 alla pagina 29 del numero di settembre).

Il film potrebbe  sembrare un noir costruito intorno al progetto di una rapina in banca, finita malamente, dopo essere stata ideata e studiata in modo grossolano e ingenuo da Connie (Robert Pattinson), giovane balordo, senz’arte né parte, che viveva di espedienti e di spaccio nella sterminata periferia del Queens a est di Manhattan. Egli era convinto che quella rapina sarebbe stata il colpo grosso della sua vita, quello che gli avrebbe permesso di costruire il futuro senza problemi (Good Time) che aveva sempre sognato per sé e per il fratello Nick (Ben Safdie), ritardato mentale, cui era necessario il suo affetto protettivo. Le prime scene del film ci avevano presentato proprio Nick, che, con ostinato mutismo e con dolorosa inquietudine seguiva il test a cui un anziano psicologo lo stava sottoponendo. Si era messo a piangere, il povero Nick, silenziosamente. Era difficile capire che cosa lo avesse turbato (forse qualche associazione mentale dolorosa) durante quel colloquio in apparenza amichevole. Con una irruzione improvvisa, allora, Connie era entrato nell’ufficio dello psicologo e, sbraitando e minacciando, aveva portato via quel fratello disgraziato: mai avrebbe permesso di lasciarlo nelle mani di un uomo che lo stava torturando tanto da farlo piangere.
In realtà Connie era riuscito a fare di Nick il proprio inconsapevole complice nella rapina fallimentare che ho detto. La polizia, che ora li stava inseguendo, sarebbe riuscita ad acciuffare solo lui, il più fragile, il più lento a correre, il meno capace di difendersi: era infatti stato portato all’ufficio di polizia, pestato a sangue per farlo parlare e presto ricoverato all’ospedale dove era attentamente sorvegliato. Molteplici e imprevisti erano diventati però i guai per Connie; senza soldi, attivamente ricercato e intenzionato a procurarsi l’ingente somma necessaria per dare modo al fratello di tornare libero su cauzione, prima che l’interrogatorio davanti al giudice compromettesse del tutto la possibilità di fuggire, e di riprendere il sogno americano inopinatamente interrotto.. È la parte centrale del film, che, seguendo le rocambolesche avventure di Connie in fuga, fa scorrere davanti ai nostri occhi le immagini sicuramente non turistiche del mondo sotterraneo newyorkese, oscuro “doppio” dei luminosi e scintillanti grattacieli, metafora potente dell’amore fraterno che connota, nel segno della doppiezza, l’intero film, e che, nel finale a sorpresa, Nick, a modo suo, renderà chiaro.

In quella New York notturna, verità e menzogna perdono i loro contorni; il sogno si fa incubo; la dignità umana cede all’abiezione dei disperati che non hanno nulla da perdere, mentre le sorprese si susseguono, dando vita a un racconto avventuroso e teso, talvolta persino comico, per la concatenazione degli equivoci grotteschi che riportano alla memoria alcuni “notturni” scorsesiani, le disavventure di Paul Hackett, l’impiegato di After Hours , o gli incerti buoni propositi di Tommy de Vito,  il “bravo ragazzo” di Goodfellas, legato al volto giovane di Robert De Niro.

I due registi, in meno di cento minuti, hanno dato vita a un film sorprendente e avvincente, dimostrando sicurezza nella direzione degli attori, tutti molto bravi e credibili, compresi quelli trovati sulla loro strada: infermieri, guardie carcerarie e uomini della Security che hanno interpretato, talvolta con riluttanza, se stessi. Da vedere!

120 battiti al minuto


recensione del film:
120 BATTITI AL MINUTO

Titolo originale:
120 battements par minute

Regia:
Robin Campillo

Principali interpreti:
Nahuel Pérez Biscayart, Arnaud Valois, Adèle Haenel, Antoine Reinartz, Félix Maritaud, Ariel Borenstein, Aloïse Sauvage, Yves Heck, Emmanuel Ménard, François Rabette – 135 min. – Francia 2017

Quando leggo sullo schermo che sto vedendo “una storia vera, vorrei uscire dalla sala. L’offerta di “storie vere” non è mai stata così ricca: in Tv, su Internet, sui giornali e sui rotocalchi non si parla che di “storie vere”. Chi ama il cinema, però, si aspetta una verità diversa da quella dell’informazione e delle cronache e ricorda, con Magritte, che l’immagine di una pipa n’est pas une pipe!
Anche questa, dunque, è “una storia vera”, ma l’espressione abusata non basta a spiegare  il caloroso consenso seguito alla proiezione di Cannes, la commozione di Almodovar e il prestigioso Gran Premio della Giuria, ottenuto dal regista, il franco-marocchino Robin Campillo alla sua terza opera. Si tratta di un film che evoca una realtà filtrata dalla memoria: quella degli anni ’90 a Parigi, quando Mitterand, socialista ma non troppo, era al governo e si muoveva fra le mille ipocrisie di chi vorrebbe non scontentare nessuno, mentre cresceva la delusione e il dissenso di ampie fasce della popolazione. L’AIDS, che aveva cominciato a diffondersi in Europa negli anni ’80, era ancora una malattia sconosciuta e “maledetta”, e minacciava anche a Parigi la vita di migliaia di giovani, mentre le case farmaceutiche francesi speculavano sulla loro pelle, tenendosi lontane dalla ricerca e dalla sperimentazione, ma continuando a produrre inutili farmaci  sintomatici o palliativi.
In questo contesto avevano vissuto la loro tragica storia d’amore Sean e Nathan, due giovani gay interpretati, rispettivamente, da Nahuel Pérez Biscayart e da Arnaud Valois.
Sean aveva solo ventotto anni, era sieropositivo e si distingueva per il coraggio lucido attraverso il quale manifestava la propria volontà di vivere. Era fra i più ascoltati e anche discussi esponenti dell’Act Up-Paris*, l’associazione di sieropositivi attraverso la quale egli riusciva a promuovere alcune clamorose e provocatorie iniziative per informare, con la  massima visibilità. l’opinione pubblica della possibilità di prevenire l’AIDS: la distribuzione di preservativi nelle scuole, la sistemazione di un gigantesco profilattico sull’Obelisco di Place Concorde, la colorazione della Senna con finto sangue…
Nathan, da poco a Parigi, era entrato nell’Act-Up per trovare amici e gli si era avvicinato, attratto dalla sua vitalità appassionata e dalle sue posizioni di radicale intransigenza. Così era iniziata la loro storia, senza prospettive, poiché si facevano sempre più precarie le condizioni di salute di Sean. Nonostante ciò il loro rapporto era stato  gioiosamente passionale e profondamente tenero: Sean era attento a proteggerlo dal contagio e Nathan si sarebbe prodigato per rendergli meno dure le sofferenze nei momenti difficili della malattia e dello sconforto, fino all’estremo aiuto, per permettergli di morire con dignità e dolcezza, risparmiandogli ogni altro inutile strazio.

Il mélò, che parrebbe dietro l’angolo, è evitato grazie alla prodigiosa capacità evocativa del regista, a cui riesce quasi miracolosamente di prendere le giuste distanze dalle emozioni che avevano un tempo coinvolto anche lui, colorando di ironia dolce e indulgente, e persino di gioia,  quella storia lontana su cui si è ormai posata la polvere del tempo, evocata a sua volta dalla bellissima e durissima metafora delle ceneri di Sean che avvolgono in una nuvola bianca i dirigenti delle case farmaceutiche e il loro sontuoso banchetto offerto ai ragazzi del Act Up-Paris in segno di conciliazione. Da vedere, tenendo presente che il film è durissimo ed è stato vietato, in Italia, ai minori di 14 anni.

* L’associazione era simile a quelle sorte in numerose città negli Stati Uniti: si proponeva di diventare il più importante punto di riferimento dei malati siero-positivi e delle loro famiglie,
L’Act Up-Paris era nato come strumento di lotta contro l’ inaccettabile disinformazione, tollerata dalle autorità politiche e assecondata dalle industrie dei farmaci, a parole solidali con le richieste dei malati.

Madre!


recensione del film:
MADRE!

Titolo originale:
Mother!

Regia:
Darren Aronofsky

Principali interpreti:
Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris, Domhnall Gleeson, Jovan Adepo – 120 min. – USA 2017

Una grossa e bellissima gemma preziosa, esposta nel cuore di una stanza alla quale nessuno può accedere al di fuori di Lei (Jennifer Lawrence) e di Lui (Javier Bardem) è la pietra pura e misteriosa a cui è legata l’ispirazione di Lui, un artista, uno scrittore già molto amato e celebre, ora in crisi creativa. Lei, che è bellissima e molto giovane, è la donna che ora Lui ama e che si occupa della ricostruzione della Casa, andata misteriosamente a fuoco dopo la creazione di un suo romanzo, forse destinato a essere l’ultimo. L’amore che li lega è alquanto insolito: di totale abnegazione, fino all’annullamento di sé, è quello di Lei; di dolcezza paziente quello di Lui, che sembra si lasci beatamente servire da Lei, apparentemente contenta di farlo. La Casa, fondamentale elemento del drammatico film che stiamo vedendo, è una grande villa nella campagna erbosa e aperta, a sua volta resa poco accessibile dai fitti boschi che la circondano, oltre al corso d’acqua: il locus amoenus, si direbbe, il paradiso perduto di cui Lui ha assoluto bisogno per ritrovare la pace smarrita dopo il romanzo e il rogo della casa precedente.

A turbare l’idillio dei due sposi molto innamorati era stato l’arrivo improvviso di un Uomo (Ed Harris), cui era seguito, il giorno dopo, quello della moglie (Michelle Pfeiffer) e, ancora successivamente, quello dei due figli, adulti e nemici: queste inopinate presenze erano state sufficienti a rendere del tutto vane le regole ferree che la coppia si era data, più o meno tacitamente. La realtà esterna, da cui vanamente Lei aveva voluto proteggere Lui e la Casa, si era introdotta nel loro mondo, portandovi la vita con tutte le sue contraddizioni: la malattia, il dolore, e infine l’estremo e indicibile scandalo della morte. I bellissimi tappeti della casa si erano macchiati di sangue, nei muri apparentemente solidi si erano aperte crepe sanguinanti, segnali sinistri, insieme a molti altri, della presenza ineliminabile del male, che resistevano tanto più, quanto più Lei si affannava a cancellarli e a eliminarli.
Quasi miracolosamente, però, l’amore passionale era rinato fra loro e, insieme all’amore, Lui aveva ritrovato anche l’ispirazione e ripreso a scrivere il suo nuovo capolavoro, più bello dell’antico e presto pubblicato. Lei, che adesso aspettava il loro bambino, si accingeva, intanto, a ricostruire la Casa, cancellando, un po’ alla volta e con crescente fatica, i segni dell’oltraggio del sangue e della distruzione: nessun ospite esterno l’avrebbe di nuovo violata perché, ora, oltre al marito, Lei si sarebbe apprestata a difendere, in ogni modo possibile, la stanza del bebè prossimo a nascere.

Nessuno, infatti, avrebbe bussato alla loro porta per conoscere più da vicino la vita del grande scrittore, poiché, travolto dall’industria culturale e dalle necessità del mercato, nella Casa, perfettamente ricostruita e pulita, senza permesso sarebbero entrati, con modi violenti e invasivi, operatori televisivi, giornalisti, ammiratori, fanatici e persino santoni. A nessuno interessava conoscerlo per ascoltarlo: tutti volevano un “selfie” con Lui, tutti desideravano impadronirsi di qualcosa che gli appartenesse: oggetti, pezzi della Casa,  Lei e il bambino, nonché la gemma misteriosa ridotta in frantumi, reliquie del nuovo idolo, da sacrificare sull’altare dei Like e dell’effimero…fino al prossimo romanzo!

Nell’analizzare velocemente questo film, ne ho delineato un’interpretazione plausibile, almeno per me, trattandosi di un’opera molto stratificata e  complessa, che si presta perciò anche ad altre letture, alcune delle quali suggerite, per altro, dallo stesso regista (le sue affermazioni in proposito mi hanno convinta sempre di più che l’opera creativa abbia una vita propria, indipendente dalla volontà esplicitata dal suo creatore, cui non tocca interpretare la propria opera, come suggeriva saggiamente Roland Barthes nel suo sempre attuale The Death of the Author).

Il film mi ha ricordato la riflessione sui rapporti fra arte e realtà dell’argentino Il cittadino illustre, poiché possono sembrare assai simili, nei due film, l’egocentrismo e l’autoreferenzialtà dello scrittore e la sua sostanziale estraneità al mondo così com’è. Il tema del dolore, qui è soprattutto, però, angoscia e incubo visionario, e si manifesta attraverso il personaggio di lei che, con la propria sofferenza, sembra farsi mediatrice di un aspetto tragico della realtà che non riesce tuttavia a ispirarlo, non diventando mai, ai suoi occhi, altro da sé, essendo, anche in questo caso, l’estraneità dal proprio mondo emotivo la condizione fondamentale della scrittura.  Non per nulla, erano stati la Donna e l’Uomo sconosciuti, che l’avevano cercato per parlargli, al fine di  meglio comprenderlo, a offrirgli, nel momento del dolore più profondo e terribile, le emozioni necessarie all’ispirazione da troppo tempo inaridita. Peculiare del regista, poi,  è il modo enfatico del racconto, il gusto per le immagini ripugnanti e sanguinose, che rasentano il kitsch e che, perciò, possono diventare, con la loro ricorsività, manieristiche, così come gli appartiene l’indagine insistita per gli aspetti oscuri di noi, che spesso nascondiamo dietro le nostre “maschere” quotidiane. Questi aspetti rendono il film simile almeno un po’ al precedente Il cigno nero, che alla sua uscita, sei anni fa,  divise critica e spettatori, ciò che sta accadendo puntualmente anche oggi per quest’opera. Mentre è perfettamente comprensibile che non tutti gradiscano il modo con cui il regista racconta, è meno comprensibile l’astio feroce che si è creato a Venezia, durante la proiezione dedicata alla stampa, intorno a un’opera che, al di là dei gusti personali, non è né banale, né meritevole di una visione poco attenta, sia per l’innegabile potenza narrativa, che si manifesta dalla prima all’ultima scena, sia per l’importanza dei temi trattati, sia per l’impegno degli attori, fra i più grandi del cinema di oggi, da Bardem alla Pfeiffer alla bravissima Jennifer Lawrence, davvero sorprendente, sensibilissima e dolorosissima immagine dello strazio e dell’angoscia. Da vedere sicuramente. 

L’inganno


recensione del film:
L’INGANNO

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Sofia Coppola

Principali interpreti:
Colin Farrell, Nicole Kidman, Kirsten Dunst, Elle Fanning, Oona Laurence, Angourie Rice, Addison Riecke, Emma Howard, Wayne Pére – 91 min. – USA 2017

Credo che sia bene precisare che questo film ha diviso la critica, e a quanto ne so anche il pubblico, soprattutto perché è difficile darne una valutazione autonoma rispetto all’onnipresente e molto (giustamente) ingombrante La notte brava del soldato Jonathan, il capolavoro di Don Siegel, ispirato, come questo, al romanzo di Thomas Cullinan A painted Devil. 

Lo scenario è, anche in questo caso, la guerra civile americana nell’anno 1864, a tre anni dal suo inizio, così come viene vissuta in  Virginia all’interno di un collegio femminile che ospita poche studentesse, alcune delle quali molto piccole, e un’insegnante di francese, Edwina (Kirsten Dunst). La piccola comunità è diretta dall’austera e matura Miss Martha (Nicole Kidman), severa ma religiosamente caritatevole. La vita del collegio è scandita dall’organizzazione meticolosa del tempo: lo studio, il lavoro (il cucito, la preparazione dei cibi…) e la preghiera si alternano con soffocante ripetitività, cosicché il collegio è nella realtà il carcere soffocante delle giovani ospiti, l’emblema stesso di una clausura destinata a durare almeno fino alla conclusione della guerra. La dimensione esterna, storico- politica, che aveva avuto una parte considerevole nel film del 1971, avendo conferito ai diversi protagonisti spessore e profondità, qui è solo accennata: i soldati sudisti bussano alla porta, ma non si vedono: è molto lontana la voce di Miss Martha che parla con loro. La rimozione del mondo esterno è significativa poiché rende riconoscibile la regista che, come ha più volte dichiarato, e come sappiamo dai suoi film precedenti, è anche qui interessata all’esplorazione del mondo delle giovani donne che per educazione o per necessità sono costrette a misurarsi, nell’età delicata dell’adolescenza, con la realtà di adulti che hanno deciso per loro, condannandole in questo modo all’infelicità per il resto della vita. Il riferimento che sembra più immediato, perciò, non è al film di Siegel:  è piuttosto al bellissimo The Virgin Suicides, la terribile storia delle malinconiche sorelle Lisbon, che avevano studiato e organizzato meticolosamente il suicidio quale risposta all’assenza di ogni credibile prospettiva di felicità futura. Né mi sembra trascurabile l’accostamento a un’altra delle memorabili adolescenti di Sofia Coppola, Marie Antoinette, film in cui lo scenario storico è solo apparentemente ignorato, essendo la sua assenza  compensata dalla simpatetica condivisione delle umiliazioni dolorose che le regole soffocanti di Versailles imponevano anche a lei, la vivace giovinetta diventata regina di Francia (la memorabile scena del parto pubblico, davanti a un’impressionante massa di persone che si accalcavano per assistervi, non è solo storicamente verissima, è soprattutto umanamente struggente per la sensazione claustrofobica e insieme pietosa che suscita in noi).
L’inganno, perciò, può agevolmente collocarsi all’interno di questo aspetto dell’ispirazione creativa di Sofia Coppola, e ha il pregio notevole di una fotografia elegantemente attenta agli accostamenti cromatici, alle ombre e alle tenui luci delle candele suggestivamente kubrickiane. Lascia, invece, a desiderare l’analisi psicologica, che non spiega né il troppo veloce mutare del soldato John (un Colin Farrell da dimenticare, altro che Clint!), né quello di Martha, qui del tutto priva delle inconfessabili e inquietanti colpe che nel film del ’71 ne facevano il personaggio forse più complesso e interessante, per non parlare della studentessa Alicia (Elle Fanning), così deliziosamente seducente nel vecchio film e così priva di charme e incolore in questo. Tutte queste considerazioni mi portano a esprimere molte perplessità sulla riuscita di questo film: si può vedere, ma se lo si perde, non ci si rimette troppo. Da vedere sicuramente, invece, tutti i film che ho citato nel corso di questo articolo!

La storia dell’amore


recensione del film:
LA STORIA DELL’AMORE

Titolo originale:
The History of Love

Regia:
Radu Mihaileanu

Principali interpreti:
Derek Jacobi, Sophie Nélisse, Gemma Arterton, Elliott Gould, Mark Rendall, Torri Higginson, William Ainscough, Alex Ozerov, Jamie Bloch, Lynn Marocola, Nancy Cejari, Marko Caka – 134 min. – Francia, Canada, Romania, USA 2016

Il cinema di Mihaileanu è sempre molto interessante, soprattutto quando rappresenta l’umanità varia e composita degli Ebrei dell’Europa orientale, come era avvenuto nel bellissimo Train de Vie o  nel successivo Il concerto.
La storia dell’amore prende le mosse da un paesetto della Polonia, che nella memoria di Leo Gursky (Derek Jacobi), ormai vecchio, si collocava in una dimensione favolosa, quasi mitica: lì era nato, in un tempo remoto, il suo amore per Alma Mereminski (Gemma Arterton), che lo ricambiava appassionatamente, preferendolo ad altri corteggiatori innamorati, come Bruno e Zvi, poiché Leo, che era un grande scrittore, sapeva incantarla e farla sognare, leggendole le pagine del bellissimo romanzo che la loro storia gli aveva ispirato.
Come spesso accade nella vita, l’amore non era bastato a tenerli uniti: Alma aveva dovuto abbandonare il paesetto polacco, alla volta di New York, così come molte altre donne ebree che cercavano di mettersi in salvo con i bambini e i vecchi, durante l’occupazione nazista della Polonia, mentre lui, insieme agli altri ragazzi della sua età, si era fermato per condurre la lotta contro gli occupanti. Tante le promesse: si sarebbero scritti ogni giorno per non disperdere quell’amore prezioso; lui le avrebbe inviato anche il seguito del romanzo; si sarebbero rivisti a New Yok, dove si sarebbero sposati. Non era andata così avendo la guerra reso presto impossibili le comunicazioni: del bellissimo manoscritto “La storia dell’amore” erano rimaste poche tracce; del loro antico legame erano rimasti i ricordi di lui, poiché Alma era diventata nel frattempo una brava moglie e una madre di famiglia.
Ritroviamo Leo a New York nel 2006: ormai molto vecchio, egli viveva in una casa degradata a Chinatown, dove condivideva con l’amico e antico rivale Bruno una vita fatta di liti tormentose, gelosie retrospettive, baruffe sanguinose, ma soprattutto di solitudine profonda e di grande amarezza, poiché l’affannosa ricerca del romanzo che qualcuno, impadronitosi del vecchio manoscritto, avrebbe prima o poi dovuto pubblicare, rendeva più dolorosa la piaga mai sanata di quell’amore che non si era concluso secondo le antiche promesse.
Il film procede in modo un po’ complicato, perché alla storia infelice di Alma e di Leo si intrecciano altre vicende tutt’altro che secondarie, che ruotano tutte intorno al prezioso manoscritto del romanzo, a sua volta legato alla vita e alla morte di Isac, il figlio dei due vecchi innamorati, famoso romanziere che, riconosciuto e legittimato dall’uomo che aveva sposato lei, era vissuto ignorando l’esistenza del vero padre. Collegata a quell’introvabile manoscritto è l’educazione sentimentale e letteraria di un’altra Alma, giovanissima e bella fanciulla (Sophie Nélisse), sorella di un piccolo ebreo mistico e fondamentalista, personaggio fra i più teneri e divertenti del film.

Nell’intrecciarsi un po’ caotico di queste diverse storie (e di molte altre) lo spettatore distratto potrebbe confondersi facilmente: è questo che con ogni probabilità ha determinato il severo giudizio di qualche critico nei confronti del film che è invece, a mio avviso, un’opera di grande vitalità, che presenta momenti molto belli ed emozionanti, assai amabile nell’insieme. Mihaileanu alterna con sicurezza ai registri narrativi patetici e sentimentali, quelli buffi e comici della commedia umana a cui i bravissimi attori, interpreti dei personaggi del piccolo gruppo di ebrei newyorchesi, danno vita e verità.

Il film è l’adattamento cinematografico di un romanzo di successo della scrittrice americana Nicole Krauss (tradotto con lo stesso titolo in Italia e pubblicato dall’editore Guanda nel 2005)

Cane mangia cane


recensione del film:
CANE MANGIA CANE

Titolo originale:
Dog Eat Dog

Regia:
Paul Schrader

Principali interpreti:
Nicolas Cage, Willem Dafoe, Christopher Matthew Cook, Omar J. Dorsey, Louisa Krause, Melissa Bolona, Rey Gallegos, Chelcie Melton, Bruce Reizen, Jeff Hilliard – 93 min. – USA 2016.

Nella vita è importante nascere “dalla parte giusta”: quando capita, ogni possibilità si apre, ogni strada si spiana ed è quasi sempre  in discesa; quando non capita, invece, non solo ogni strada è in salita, ma più facilmente si è preda  dell’alcol, della droga, talvolta anche del delitto e del carcere, estremo inghiottitoio dei “rifiuti” della società dal quale non si esce migliori, ma al quale, anzi, probabilmente si è destinati a tornare. Questo, all’incirca, è ciò che pensa Troy (Nicolas Cage), convinto che “in un altro universo”, uno come quel ciccione mostruoso di Diesel (Christopher Matthew Cook) sarebbe diventato avvocato a Stanfortd, mentre ora è, come lui, quasi certamente in procinto di rientrare nella maledetta galera in cui avevano suggellato la loro amicizia insieme a quel pazzo psicopatico di Mad Dog (Willem Dafoe), anche lui ora fuori, ma di sicuro per poco tempo, legato com’è alla droga pesante, di cui è smodato consumatore e alla prostituzione più squallida. Il regista ci racconta, dunque, la storia di quel che resta della libertà dei tre scombinati criminali, dei quali Troy appare il più presentabile: ha una qualche ricercatezza nel vestire, anche per aver scoperto (qualcuno gliel’aveva detto!) una sua qualche rassomiglianza con Humphrey Bogart, di cui si sforza di imitare pettinatura e abiti (mai senza cravatta, perciò). La storia dei tre è tratta dal best seller, con lo  stesso titolo, di Edward Bunker, romanziere americano che, grazie alla scrittura, nonché al successo letterario e cinematografico, si era allontanato dalla vita violenta durante la quale aveva conosciuto lunghi periodi di detenzione, fra il riformatorio e la galera. Il regista Paul Schrader, che di Bunker era stato amico ed estimatore, ci lascia intuire il passato non proprio glorioso dei tre, per mostrarceli ora, in un presente dissennato, affamati di denaro, ossessionati dal mito della virilità e al servizio di un grande criminale, El Greco (lo stesso Schrader), mafioso e organizzatore, nell’ombra, di delitti particolarmente odiosi della cui esecuzione si incaricano. Eroi con molte macchie e con molta paura, intenzionati a smetterla con il crimine, i tre si incartano nella loro stessa goffaggine, mentre il regista, tra il sarcastico e il pietoso, narra la loro parabola discendente, cercando, come sempre nel suo cinema, la ragione e soprattutto il senso (metafisico) delle loro esistenze. Il film, che si snoda nell’incertezza voluta dei registri narrativi, si lascia seguire con partecipazione dagli spettatori, nonostante gli eccessi di violenza, che pare quasi tarantiniana, se non si avvertisse l’eco dell’inquietudine per le tre vite ancor giovani, bruciate senza alcun riscatto possibile. Nella sua durezza, è certamente un buon film, che chi ama il cinema potrebbe molto apprezzare, come è successo a me.

Paul Schrader è un grande uomo di cinema, di cui quasi certamente tutti ricordano le sceneggiature dei capolavori di Scorsese (Taxi Driver, Toro scatenato, L’ultima tentazione di Cristo…), ma anche di Peter Weir (Mosquito Coast) e di Brian de Palma (Obsession); egli è però anche il grande regista di film indimenticabili e spesso inquietanti: American Gigolò; Il bacio della pantera; Autofocus, The Canyons, nonché First Reformed (2017) in concorso a Venezia, dove è stato presentato qualche giorno fa.