Sergio & Sergei – Il Professore e il Cosmonauta

recensione del film:
SERGIO & SERGEI – Il Professore e il Cosmonauta

Titolo originale:
Sergio & Sergei

Regia:
Ernesto Daranas

Principali interpreti:
Tomás Cao, Héctor Noas, Ron Perlman, Yuliet Cruz, Mario Guerra, Ana Gloria Buduén – 93 min. – Spagna, Cuba 2017.

Un po’ di storia
Nel 1991, quando  da due anni era crollato il muro di Berlino e si stava definendo il nuovo assetto geo-politico dell’Europa, nell’URSS Gorbaciov aveva gradualmente avviato alcune importanti riforme economiche (perestroika) all’insegna della trasparenza politica e amministrativa (glasnost). Non sarebbe riuscito nell’intento, però, poiché alla metà di agosto un tentativo di colpo di stato, respinto a  furor di popolo, aveva favorito l’ascesa di Eltsin, energico sostenitore dell’urgenza immediata di riforme liberali, dello scioglimento del PCUS e della fine dell’Unione Sovietica, che da allora si sarebbe chiamata Russia. Dal maggio del 1991, era stato lanciato nello spazio un astronauta, Sergej Konstantinovič Krikalëv, considerato da molti «l’ultimo cittadino dell’Unione Sovietica», dato che era rientrato in patria agitando la bandiera rossa con tanto di falce e martello, dopo che tra il 1991 e il 1992 aveva trascorso 311 giorni, 20 ore e 1 minuto a bordo della stazione spaziale Mir, mentre sulla Terra l’Unione Sovietica non esisteva più.(Fonti: Wikipedia).

Il film

Questi dati di realtà offrono al regista cubano Ernesto Daranas l’ispirazione per questo film che, rievocando quegli eventi, ripercorre la difficile situazione nella quale Cuba si era trovata, poiché l’isola caraibica, sottoposta a una serie di sanzioni internazionali, era riuscita a sopravvivere solo grazie agli aiuti dell’Unione Sovietica, che, com’era intuibile, probabilmente le sarebbero mancati o si sarebbero presto di molto ridotti.
Il film nasce da un progetto assai ambizioso del regista: quello di intrecciare alle vicende storiche dell’epoca, elementi autobiografici, legati ai suoi ricordi personali (all’Avana, nonostante il lavoro prestigioso, Daranas, come il protagonista del film, Sergio, era costretto a vivere distillando clandestinamente il rhum) ed elementi fantasiosi suggeriti dalla vicenda dell’astronauta Sergej Konstantinovič Krikalëv (che qui diventa il protagonista di un’avventura drammatica, la cui conclusione rimane incerta fino alla fine del film).
Sergio (Tomás Cao) era uno squattrinato professore di filosofia marxista all’Avana, radioamatore per hobby; Sergei (Héctor Noas) era invece il cosmonauta sovietico delle cui disavventure Sergio per caso era venuto a conoscenza attraverso le onde radio: la Russia di Eltzin lo aveva “dimenticato” nello spazio, perché l’operazione per il suo atterraggio sarebbe stata troppo costosa per il nuovo stato, che dopo i drammatici fatti dell’agosto ’91, era impegnato a risparmiare sulla spesa pubblica. La rete dei radioamatori, allertata da Sergio, avrebbe portato a conoscenza della NASA la storia del povero Sergei, quasi rassegnato al proprio terribile destino… In questo racconto non mancano gli aspetti dolorosi (la povertà dignitosa della madre di Sergio, che aveva venduto i ricordi di famiglia per procurare il latte alla nipotina), né quelli grotteschi (la sospettosa compagine del controspionaggio cubano che non vedeva di buon occhio l’attività di radioamatore di Sergio e che si era messa a spiarlo con zelo ottuso). Prevale però in tutto il film la leggerezza di una narrazione senza cattiveria, di un’ironia bonariamente umoristica, talvolta persino malinconica, né mancano le citazioni kubrickiane, per l’Odissea nello spazio di Sergei, accompagnata persino dalle note del valzer di Johan Strauss, che tolgono ogni dubbio sull’ispirazione cinefila del regista. Un piccolo film, quasi un gioiellino di intelligenza e di equilibrio narrativo.

Welcome to the Rileys

recensione del film:
WELCOME TO THE RILEYS

Regia:
Jake Scott

Principali interpreti:
Kristen Stewart, James Gandolfini, Melissa Leo, Lance E. Nichols, David Jensen, Kathy Lamkin, Michael Wozniak, Sharon Landry  – 110 min. – Gran Bretagna 2010.

 

È un bel film triste, seppure non privo, nell’aperto finale, di qualche barlume di speranza, Welcome to the Rileys, che racconta ancora una volta la difficoltà di elaborare il lutto gravissimo della perdita di un figlio. L’argomento è stato più volte trattato dal cinema, anche recentemente, con Tre manifesti a Ebbing, pellicola che torna alla mente vedendo questa, che la precede di parecchi anni, il cui avvio però è talmente simile da far pensare a coincidenze non del tutto casuali.
Era morta tra le fiamme, a soli quindici anni, una ragazzina che se n’era andata di casa una sera,  quasi fuggendo, dopo una accesa discussione con sua madre: mentre scorrono i titoli di testa, sullo schermo appare lo spaventoso rogo che aveva avvolto l’auto su cui viaggiava la giovinetta, infilatasi sotto un camion, nel tentativo di sottrarsi all’inseguimento dell’auto di sua madre, che intendeva riportarsela a casa.
Nulla sarebbe rimasto come prima, dopo quella tragedia: erano passati otto anni ma per Lois Riley (Melissa Leo), annichilita e schiacciata dal rimorso, la sua attività di pittrice, ogni  relazione sociale e la stessa vita di coppia avevano perso ogni senso: in attesa di morire continuava a tormentarsi, chiudendosi in casa e trascurando il marito, Doug Riley (James Gandolfini), uomo d’affari, con una vita sociale ricca, che ora non intendeva più seguirla nella sua disperazione senza fine. Uomo di profonda umanità, a New Orleans dove si trovava per un meeting di lavoro, aveva incontrato una giovanissima prostituta, Mallory (Kristen Stewart), sbandata, drogata e segnata da un passato di povertà culturale e materiale senza rimedio, e aveva considerato l’opportunità di aiutarla a ritrovare la propria dignità smarrita. Sarebbe stata per lui e, forse, anche per per Lois l’occasione per aprirsi nuovamente alla vita e all’amore che dopo la morte della figlia entrambi avevano drammaticamente ignorato. Una scommessa difficilississima, probabilmente senza prospettive, ma, intanto, il cinismo e l’indifferenza che Mallory riteneva indispensabili per difendersi dal dolore e dalle umiliazioni che non mancavano mai a una come lei, sembravano essersi attenuati, almeno un po’, quasi che la giovane, pur rivendicando la libertà delle proprie scelte, sapesse di poter contare sul loro saldo e disinteressato affetto…

Il film racconta, dunque, con linguaggio minimalista e asciutto, il dolore più atroce, ma allarga il proprio sguardo ai settori più marginali della società americana, alla solitudine profonda di chi ha dovuto  cavarsela, fin da piccolo, senza aiuto alcuno, per sopravvivere alla fame e alla miseria, circondato dall’indifferenza generale e dal disprezzo, come era accaduto a Mallory, orfana di madre a quattro anni e cresciuta senza affetti e senza solidarietà. I racconti della giovane prostituta sono tra le cose migliori di questa pellicola, e nella loro durezza difficilmente si dimenticano

Il film, che è appena arrivato in Italia dove è presente solo a Torino in un’ unica sala, è del 2010. Con tutto comodo e con tempi lunghissimi, finalmente qualcuno, fra gli appassionati di cinema, è riuscito a vederlo; è in preparazione, però, per tutti gli interessati il DVD, così come, a quanto ho capito, sarà disponibile a breve in streaming sulla piattaforma Netflix. Dal 2010, anno di uscita del film nel resto del mondo, sono accadute molte cose: nel 2013 il principale grande protagonista, James Gandolfini, ci ha lasciati, mentre Kristen Stewart, anche lei magnifica interprete, ha ulteriormente perfezionato le qualità di attrice, già eccellenti; con otto anni in più, inoltre, noi cinefili duri e puri ci stiamo quasi rassegnando alla chiusura delle sale e alla visione televisiva dei film, nonché alla conseguente perdita di quella magia silenziosa della visione che ci aveva fatto amare il cinema. Il disappunto cresce considerando che Welcome to the Rileys è non solo un buon film, ma ha collezionato alcuni riconoscimenti internazionali: al Sundance del 2010, nonché ai festival di Berlino e di Los Angeles (in concorso) in quello stesso anno.
Meglio se lo vedrete in sala, ma, in ogni caso, è un film da vedere!

Oltre la notte

recensione del film:
OLTRE LA NOTTE

Titolo originale:
Aus dem Nichts

Regia:
Fatih Akin

Principali interpreti:
Diane Kruger, Denis Moschitto, Johannes Krisch, Samia Muriel Chancrin, Numan Acar – 100 min. – Germania, Francia 2017.

La famiglia, la giustizia, il mare
Con questi sottotitoli Fatih Akin suddivide in capitoli (come fa spesso) questo suo film, dal quale, personalmente, mi aspettavo qualcosa di meglio dopo le deludenti ultime sue opere.
La crudeltà di un attentato terroristico di matrice neonazista aveva cancellato in un solo momento la famiglia di Katja (Diane Kruger), provocando l’orribile morte delle due persone che la donna aveva amato sopra ogni altra: suo marito Nuri (Numan Acar) e il piccolo Rocco (Rafael Santana), il figlioletto.
Si erano sposati in carcere, dove lui, turco e curdo, scontava una pena per spaccio di droga. Per rispetto di sé, per lei e in vista del loro futuro, Nuri, una volta libero, aveva cambiato vita: ad Amburgo, dove abitavano, aveva aperto un’agenzia di servizi (pratiche immobiliari e finanziarie) e finalmente svolgeva un lavoro pulito, alla luce del sole.
Lì, in quell’ufficio, un maledetto pomeriggio, Katja gli aveva affidato il piccolo Rocco; lì, una ragazza, che lei aveva visto benissimo, aveva parcheggiato la bici su cui era sistemata la valigetta metallica, ovvero la bomba piena di chiodi che avrebbe provocato l’esplosione disastrosa in cui padre e figlio sarebbero stati spazzati via. Katja, che l’aveva incrociata e le aveva anche parlato, era stata in grado di riconoscerla subito fra le foto segnaletiche dei neonazisti che la polizia le aveva mostrato. Nonostante questa sua testimonianza e nonostante le schiaccianti prove raccolte dalla polizia nel garage della residenza del suo compagno, neonazista come lei, i due criminali erano stati assolti con pretestuose e ridicole motivazioni garantiste, lasciando Katja disperata e determinata a farsi giustizia da sé. Nella terza parte del film, i luoghi luminosi della Grecia e la riva di quel suo limpido mare diventano lo sfondo della vendetta atroce di Katja, che aveva raggiunto i due assassini mettendosi sulle tracce del loro complice di Alba Dorata, nobilitando il proprio gesto col cosciente sacrificio di sé.

Il film

Questo film ha avuto un prestigioso riconoscimento internazionale ai Golden Globe 2018, dove è stato considerato il migliore film straniero del 2017; l’attrice Diane Kruger, da parte sua, aveva ricevuto qualche mese prima la Palma d’oro a Cannes per la migliore interpretazione femminile.
Per quanto poco possa contare esprimo il mio dissenso in entrambi i casi.
Non mi ha convinta né l’enfasi, a tratti insopportabile, dell’interpretazione di Diane Kruger, né la diffusa pornografia del dolore che vorrebbe giustificarla, né la faciloneria della seconda parte del film, relativa al processo, nella quale gli imputati, il loro avvocato, per non parlare del testimone di Alba Dorata sono tutti così brutti e cattivi da sembrare caricature, nazisti con “stigmate” da assassini talmente vistose da dover essere riconosciuti colpevoli prima ancora di aprir bocca. La sentenza, eccessivamente garantista, non poteva che provocare lo sdegno che in lei assumeva la forma di uno scellerato disegno di vendetta, quale unica soluzione per risarcire le vittime innocenti la cui memoria lo stato tedesco non aveva saputo difendere con la forza delle sue leggi.

Discutibile e disomogeneo racconto di una bruttissima storia di terrorismo e di una vendetta privata in puro stile kamikaze.

La forma dell’acqua


recensione del film:
LA FORMA DELL’ACQUA

Titolo originale:
The Shape of Water

Regia:
Guillermo Del Toro

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer – 119 min. – USA 2017

A me, colpevolmente all’oscuro dei trascorsi cinematografci di Guillermo Del Toro, questo film ha detto davvero poco, essendomi sembrato l’ennesima versione, sotto mentite spoglie, della favola antica della Bella e della Bestia.

Dopo il “muto” del 1920, con la regia di Umberto Fracchia, fu il film di Jean Cocteau del 1946, La Bella e la Bestia, a iniziare la lunga serie delle belle e delle bestie, che, con altri titoli e con variazioni e contaminazioni da altre fiabe, è arrivata fino ai nostri giorni, per il grande schermo e anche per gli schermi televisivi. Dall’antica fiaba originaria (Amore e Psiche dall’Asino d’oro di Apuleio) molta strada è stata percorsa, ma la malìa di quel racconto e delle sue implicazioni simboliche sembra aver attraversato i tempi incantando ancora. Nella premessa che Jean Cocteau aveva anteposto al proprio film si trova forse il segreto di questo fascino permanente: a molti piace ritornare, nel buio della sala, all’infantile e ingenua disposizione d’animo grazie alla quale, senza sforzo, si crede all’incredibile, ci si abbandona ai sogni e, immaginando che il Bene, incarnato in alcuni personaggi, sconfigga il Male, incarnato in altri, si accoglie la narrazione con grande candore, la razionalità essendo riservata, semmai, al dopo, all’analisi degli strumenti utilizzati per dar vita a un racconto ricco di effetti (talvolta anche di effettacci) sbalorditivi per il loro realismo, o all’abilità narrativa, al montaggio… La favola bella, insomma, deve illudere!

Guglielmo del Toro, a quanto ho appreso, colloca le fiabe dei suoi film in uno scenario storico preciso: così era avvenuto nelle opere precedenti, così  avviene ora  per questo ultimo lavoro.
Ambientato nel Maryland degli anni sessanta in piena guerra fredda, quando dopo il lancio del primo uomo nello spazio da parte dell’URSS, gli scienziati americani progettavano una risposta spettacolare che offuscasse la memoria di quel successo, il film narra che allo scopo si pensava di utilizzare un uomo-pesce, creatura marina “mostruosa” ma intelligente, che era stato catturato in Amazzonia e, successivamente, imprigionato a Baltimora.
L’infelice creatura, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, in un laboratorio acquatico sotterraneo, subiva sul proprio corpo squamoso e bellissimo (?) i test più crudeli che permettessero di capire se in futuro avrebbe potuto essere inviato nello spazio, colmando il gap con l’Unione Sovietica. Lo seguiva un medico, spia russa in incognito, a contatto continuo con altri spioni. Della sua esistenza nessun altro cittadino americano era informato, con l’eccezione delle due donne addette alla pulizia dei locali: Elisa e Zelda, amica, confidente e… interprete di Elisa, donna muta che si esprimeva a segni. Le accomunava una solidarietà profonda: Zelda (Octavia Spencer), nera di pelle, mal sopportava il razzismo dell’America pre-kennediana, oltre che il vetero-maschilismo di un marito ottuso; Elisa (Sally Hawkins) reagiva alla solitudine (alla quale il mutismo l’avrebbe condannata) col lavoro, con la fiducia nel futuro e con l’amicizia di Zelda e di un vicino di casa omosessuale, Giles, emarginato e, a sua volta, solo e povero, nonostante le ottime qualità di disegnatore pubblicitario.
Presa da meraviglia pietosa per lo strano uomo prigioniero che tutti i giorni emergeva in catene dalla vasca del laboratorio, Elisa se ne era innamorata perdutamente e, con l’aiuto di Zelda, era riuscita a trascinarlo segretamente fuori dal sotterraneo carcere e a vivere con lui per qualche tempo, trasformando anche la propria abitazione in una vasca tracimante enormi quantità d’acqua sui locali del cinema sottostante. Mi limito a far notare la metafora un po’ ovvia (l’acqua profumata dalla storia d’amore, di cui Elisa è muta protagonista, che piove sul cinema) senza raccontare altro, per non togliere a chi mi legge il gusto della visione, che può risultare gradevole per la sua accuratezza: bei colori, bella musica, buona sceneggiatura e anche per la misura con cui il regista è riuscito a contenere il manicheismo della lotta fra i buoni (Elisa, il suo vicino di casa Giles, ovvero Richard Jenkins, e Zelda) e i cattivi (i guerrafondai di entrambi i fronti), introducendo un cattivo, ma non troppo, nella figura tormentata del medico-spia (Michael Stuhlbarg). Travestito da mostro buono è l’attore Doug Jones, ricoperto da una corazza in plastica finemente cesellata e impreziosita: molto kitsch. Non mi ha convinta fino in fondo, ma il film è da vedere, almeno per curiosità. Se qualcuno ricorda il film di Cocteau, lo dimentichi, per evitare un paragone troppo impietoso e forse ingiusto!

 

Leone d’oro della Mostra del cinema veneziana dello scorso settembre e candidato con ben tredici Nomination all’Oscar (un po’ sopravvalutato?), è ora nelle nostre sale.

 

Dopo l’amore

schermata-2017-01-20-alle-18-04-57recensione del film:
DOPO L’AMORE

Titolo originale:
L’économie du couple

Regia:
Joachim Lafosse

Principali interpreti:
Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens – 100 min. – Francia, Belgio 2016

La fine di un matrimonio, forse (come lascerebbe intendere il titolo italiano come al solito alquanto arbitrario) dopo una storia d’amore. Il fatto è che, quand’anche ci fosse stata, nel film non se ne vede che una pallidissima traccia, subito cancellata dal ritorno del sentimento predominante nella moglie, Marie (la bella e brava Bérénice Bejo), ovvero l’odio. Marie, infatti, non solo non ama più Boris (Cédric Kahn), ciò che sarebbe comprensibile e che capita spesso anche nelle migliori famiglie, ma lo detesta, non sopporta la sua presenza e gli vomita addosso contumelie di ogni tipo, con l’obiettivo di fargli perdere ogni dignità, e di umiliarlo davanti agli amici, ai parenti e persino alle due figliolette, le deliziose gemelline che assistono sempre più sgomente alle scenate fra i genitori, che amano entrambi, con una leggera predilezione per il padre, certamente più paziente con loro, più disponibile a condividerne i giochi, a raccontare qualche favola prima che si addormentino, ad assecondarne gusti e predilezioni. Le ragioni del livore di lei sono probabilmente profonde e non vengono dette, anche se Marie non fa che parlare di soldi: dalle loro parole si comprende che Boris ha una storia di immigrazione dalla Polonia alle spalle e che ha avuto e continua ad avere difficoltà a trovare lavoro. È costretto perciò, il poveretto, a convivere con lei in una bella casa, acquistata da lei (che a quanto si capisce è di famiglia ricca) e ristrutturata con gusto e competenza da lui, che ne rivendica, perciò,  la proprietà in misura paritaria.

Il film che è un Kammerspiel condotto con piglio asciutto, senza alcuna indulgenza sentimentale, per un’ora e mezza procede accumulando dispetti e cattiverie, mortificazioni e ripicche né lascia intravedere soluzioni possibili se non quella che in genere viene adottata in ogni paese civile: il ricorso a un giudice che decreti la separazione legale di una coppia irrimediabilmente scoppiata. Ci voleva tanto?
Si esce dalla sala con la sgradevole sensazione di aver assistito senza volere e quasi dal buco della serratura a una interminabile serie di velenosissime accuse e controaccuse fra coniugi, alle quali non si capisce perché si debba in qualche misura partecipare.
Si può anche non vedere.

Sole alto

Schermata 2016-04-28 alle 20.08.34recensione del film:
SOLE ALTO

Titolo originale:
Zvizdan

Regia:
Dalibor Matanic

Principali interpreti:
Tihana Lazovic, Goran Markovic, Nives Ivankovic, Mira Banjac, Slavko Sobin, Dado Cosic, Trpimir Jurkic, Lukrecija Tudor, Stipe Radoja, Tara Rosandic, Ksenija Marinkovic -durata 123 min. – Croazia, Serbia, Slovenia 2015

Tre storie d’amore in terra di Croazia, negli anni tormentati della guerra inter-etnica crudele e barbarica che dal 1991 al 1995 aveva opposto la popolazione di origine croata ai serbi che lì abitavano, essendo vissuti per secoli sul territorio dove avevano costruito case e futuro per le loro famiglie, formate spesso senza troppo badare alla purezza delle origini etniche. Tale questione sembrava essere diventata di capitale importanza solo ora, dopo che, morto Tito, si stava disgregando lo stato della Jugoslavia sotto la spinta irrazionale dei nazionalismi più estremi.
I vicini di casa o di villaggio (in questo caso i serbi) erano diventati “quelli là”, gli intrusi, gli invasori non invitati, che avrebbero dovuto tornare a casa loro (?): Il sonno della ragione* stava generando i nuovi mostri del pregiudizio, della diffidenza, della paura e dell’odio. Questa era l’aria che si respirava nel 1991, alla vigilia della guerra civile, nel tempo in cui si amavano la serba Jelena (Tihana Lazovic) e il croato Ivan (Goran Markovic), con la profondità e la forza sensuale dei loro vent’anni: raramente si era vista al cinema una rappresentazione così francamente carnale e insieme così pura e innocente dell’amore, fatto di attrazione tenera, di improvvisi capricci, di repulsioni inattese, di slanci appena turbati dall’orizzonte sempre più oscuro, mentre le frontiere si chiudevano soffocando i sogni in un presente senza speranza.

Con un bellissimo passaggio musicale si arriva al secondo episodio del film: una storia ambientata nel 2001, ovvero a dieci anni dalla prima, quando la guerra si era finalmente conclusa.
I personaggi ora si chiamano Natascia (croata) e Ante (serbo), ma (vero colpo di genio del regista) gli interpreti sono gli stessi, così come sembra essere lo stesso il paesaggio in cui si muovono, ciò che indica la continuità della vicenda che, in fondo, è unica in tutto il film. 
I disastri della guerra
* si avvertono nel villaggio di case sventrate dai bombardamenti, così come nel loro cuore di sopravvissuti, in cui il dolore per i lutti si unisce al rancore per ciò che è avvenuto.
Natascia e Ante sono giovani: lui è un bravo carpentiere, che sta riparando i danni e le devastazioni belliche nella casa distrutta e violata in cui lei è tornata a vivere con sua madre. Da Natascia, che è fortemente attratta da lui, arrivano inviti e segnali sempre più espliciti, che infine Ante raccoglie:

Lo slancio sensuale, chiarissimo anche in questo episodio, è però come offuscato dal sentire rancoroso di lei, splendidamente simbolizzato, alla fine del racconto, dallo specchio annerito che ci rimanda il loro amplesso in modo confuso e deformato: tracce di sporcizia ne hanno opacizzato la superficie, cosicché sembra riflettere immagini remotissime, prive di gioia, in una scena di grande eleganza e ricchissima di implicazioni metaforiche, che ci racconta l’impossibilità di vivere pienamente l’amore quando il passato che non si riesce a dimenticare è ancora troppo vicino e il risentimento per le offese subite non è ancora razionalmente dominabile.

Ancora uno splendido stacco musicale ci introduce all’ultimo episodio, ambientato nei pressi di Spalato in tempi più recenti: siamo nel 2011.
Marja e Luka (sempre gli stessi attori) si sono amati; ne è nato un figlio, ma ognuno si è chiuso in sé; Luka è tornato a studiare in città e preferisce non tornare in famiglia dove una madre gli ricorda il passato da soldato-eroe, per il quale egli si sente in colpa e per il quale Marija, che ha perso un fratello, ora gli vieta persino di vedere il piccolo:

Dopo un drammatico incontro fra i due che ancora si amano, una porta lasciata aperta, al mattino, dopo una notte da dimenticare, potrebbe forse preludere al perdono e alla riconciliazione, non facile ma necessario nell’interesse del bambino. Il processo di riavvicinamento, per quanto lento, forse è possibile.
L’intento politico del regista diventa più evidente in quest’ultimo episodio, ma è presente in tutto il film bellissimo che non a caso è stato realizzato dai capitali congiunti di produttori serbi, croati e sloveni. La pellicola è purtroppo poco distribuita nelle nostre sale, ma è sicuramente da vedere e molto da meditare.

Non so, né forse è interessante sapere, se questo magnifica opera, premiata a Cannes (Un certain regard) nel 2015, sia la migliore tra quelle che si sono viste quest’anno, come alcuni sostengono. Mi pare in ogni caso giusto dire che la sua visione è irrinunciabile, perché difficilmente si incontra un film così insolito e così ben risolto: dalla fotografia molto suggestiva dello splendido paesaggio, alla musica molto pertinente; dai personaggi umanamente veri e plausibili, alla sensualità aperta e profonda. Il film, inoltre, è capace di veicolare, con la massima evidenza, un messaggio morale e politico alto in modo non predicatorio, affidandosi esclusivamente alla forza delle immagini e alla grande interpretazione dei due straordinari protagonisti. Un gran bel film, insomma, tra i migliori che hanno trattato l’argomento delle guerre jugoslave, fra i quali vorrei ricordarne due: Il sentiero; Perfect Day.

*I richiami alle incisioni di Goya sono persino troppo ovvi.

Truman – Un vero amico è per sempre

Schermata 2016-04-27 alle 14.00.23recensione del film:
TRUMAN – Un vero amico è per sempre

Titolo originale:
Truman

Regia:
Cesc Gay

Principali interpreti:
Ricardo Darín, Javier Cámara, Dolores Fonzi, Eduard Fernández, Alex Brendemühl,
Pedro Casablanc, José Luis Gómez, Javier Gutiérrez, Elvira Mínguez – 108 min. – Spagna, Argentina 2015.

Se si riesce a superare il fastidio per la solita appendice didattica del titolo italiano (Truman è il sobrio titolo originale spagnolo), si può vedere un film di notevole interesse, che affronta un tema delicato e duro con intelligenza e leggerezza così amabili da renderne la visione molto gradevole. Un vero amico è in realtà un uomo vero: true man, quello che non si lascia spaventare dalla morte prossima e inevitabile dell’amico antico e che accorre anche se la richiesta di soccorso arriva dall’altro capo del mondo, dopo anni di silenzio. Così era andata, infatti, quando Tomas, ormai canadese di adozione, (Javier Càmara) aveva raggiunto a Madrid il vecchio compagno di scuola e di avventure giovanili Julian (Ricardo Darin), che si era ammalato senza possibilità di guarire: un tumore all’ultimo stadio e giusto il tempo (quattro giorni) per un passaggio di consegne che diventava soprattutto un affidarsi alla memoria di chi sarebbe sopravvissuto accogliendo fra le proprie mani l’animale simbolo dell’amicizia eterna che tutto accetta senza giudicare né chiedere, il cane di nome Truman, vero uomo proprio come il suo padrone che se ne stava andando. L’aspetto più singolare del film è che di morte, di malattia e del cane stesso si parla pochissimo nel corso di tutta la narrazione: sono presenze-assenze nella mente e nei cuori degli spettatori, ma non incombono opprimendoli angosciosamente, perché tutto il racconto è fatto di squarci della vita quotidiana di Julian, dalla visita medica per la prognosi definitiva, al lavoro (Julian fa l’attore), alle visite dal veterinario, all’adozione in prova di Truman da parte di una famiglia di donne russe; da uno stravagante (in apparenza) viaggio all’improvviso Madrid-Amsterdam e ritorno, a qualche buona mangiata, a qualche generosa libagione… La vita dei due amici che continua, nonostante tutto, insomma, parlando il meno possibile di ciò che accadrà, che rimane sullo sfondo con discrezione, con dolcezza, perché, in fondo, morire è strettamente legato al vivere, alle cose e alle persone che si sono amate e che si devono lasciare, e che conserveranno in sé qualcosa di noi.

Credo che questo, infatti, sia anche e soprattutto un film sull’accettazione della morte, grande tabù dell’uomo occidentale che continuamente la esorcizza tenendola lontana dai suoi pensieri, dai suoi discorsi, dalla sua quotidianità.
In una intervista al Venerdì di Repubblica del 15 aprile 2016, il regista afferma:”Se dovessi raccontarlo in  parole direi che è un film sulla despedida, sull’addio… Non si vuol affrontare la morte – di un amico, di un familiare, di una persona cara – e si accampano tutte le scuse possibili… Io credo che sia importante despedirse per non avere il rimorso di quello che non si è detto, di quello che non si è fatto. Truman non è un film su chi muore, ma su chi rimane….su come tu ti relazioni alla persona che muore”.

Un altro film spagnolo ben scritto, ben diretto e ottimamente interpretato, che ci dice molto dello stato di grazia di quella cinematografia, oggi. Da vedere!

 

Irrational Man

Schermata 2015-12-27 alle 15.04.56recensione del film:
IRRATIONAL MAN

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Jamie Blackley, Joaquin Phoenix,Parker Posey, Emma Stone, Meredith Hagner, Ethan Phillips, Ben Rosenfield, Julie Ann Dawson, Allie Marshall, David Aaron Baker, Pamela Figueiredo Wilcox, J.P., Valenti, Susan Pourfar, David Pittu, Nancy Ellen Shore – 96 min. – USA 2015.

Anche quest’anno è arrivato il cinepanettone di Woody Allen, puntualissimo e abbastanza ovvio, come i suoi più recenti film da qualche tempo (solo il finale di cui non dirò nulla, ovviamente, mi è sembrato un po’ insolito). In una cittadina dell’East Coast è arrivato per insegnare filosofia nella locale università il professor Abe (Joaquin Phoenix). E’ un uomo non più giovanissimo, belloccio, che si porta addosso (oltre a qualche chilo di troppo) la fama del gran seduttore: in ogni caso le donne lo notano da subito, forse perché ha l’aspetto del bel tenebroso, che, a quanto pare, piace sempre. In realtà Abe è davvero un po’ ombroso e tormentato: non ha risolto i propri problemi esistenziali né riesce a trovare risposte nel suo Kant, nonostante proprio l’etica kantiana sia l’oggetto del suo corso universitario. Si direbbe anzi che che il grande filosofo tedesco col suo imperativo categorico non faccia altro che aggravare la crisi del prof. arrivando a condizionarne il comportamento persino tra le lenzuola: le donne non gli mancano, ma come amante sta diventando un disastro!

E se lasciasse perdere Kant? In effetti non da un filosofo, ma da Dostoevskij (ancora!) sembra arrivargli qualche risposta: forse sarà possibile anche a lui, come era stato per Raskolnikov, trovare nel delitto, questa volta senza castigo, il modo per riappropriarsi di sé, tornando a vivere pienamente senza tormentarsi oltre, proprio come come un vampiro che può sopravvivere solo attingendo dal sangue dei viventi la propria linfa vitale. Il film  diventa a questo punto un giallo, quasi un thriller: è la storia della preparazione e dell’esecuzione di un delitto assolutamente perfetto, da parte dell’insospettabile e stimato professore, commesso il quale egli diventerà quell’amante perfetto che le donne avevano desiderato. Non finirà così, com’è intuibile: sarà proprio una delle sue adoranti studentesse (non particolarmente brillante, quanto a conoscenze filosofiche) a smascherarlo.

Nutro qualche dubbio che un insegnante di tal fatta, che non si distingue davvero per l’acutezza e la profondità della mente, affascini sul serio le fanciulle benpensanti che frequentano le università periferiche dell’Impero, per quanto ingenue le si possa immaginare. Certo, questo prof. è Joaquin Phoenix…

Non dirò altro, se non che il film contiene, accentuandoli, molti difetti delle ultime opere di Allen: l’eccesso di parlato e l’insistenza (quasi caricaturale, ormai) sugli stessi problemi esistenziali morali e filosofici trattati, con ben altra acutezza dialettica, in molti ottimi suoi film precedenti. Inoltre, i riferimenti all’etica kantiana, ridotta a una vulgata fastidiosamente superficiale, sono da dimenticare, così come le confutazioni semplicistiche e banali della innamorata studentessa Jill (Emma Stone).

Mi rendo conto che ogni film di Allen assicuri incassi cospicui in ogni caso, ma esprimo ugualmente la mia tristezza di fronte a film che così pallidamente ci ricordano il suo cinema d’antan.

Non provarci più, Woody!

 

Io sono Ingrid

Schermata 2015-10-20 alle 23.31.17recensione del film:
IO SONO INGRID

Titolo originale:
Jag är Ingrid

Regia:
Stig Björkman

Documentario con la partecipazione di
Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini, Roberto Rossellini, Liv Ullmann, Alicia Vikander, Sigourney Weaver – 114 min. – Svezia 2015.

Presentato come Evento che sarebbe rimasto per soli due giorni nelle nostre sale, come del resto dice la locandina, questo bellissimo documentario su Ingrid Bergman non ha probabilmente avuto l’accoglienza che avrebbe meritato. Per quanto mi riguarda ho vissuto due fatti sorprendenti, correlati fra loro, credo: un alto costo del biglietto (era un Evento!) e una sala semivuota. Oggi vedo che l’ Evento è ancora presente nella mia città (ne sono lieta, sia chiaro!), a prezzo normale, per un solo spettacolo al giorno: inevitabile e non piacevole la sensazione di una bella turlupinatura! In ogni caso, spero che la permanenza oltre i limiti previsti faccia bene alla conoscenza di questa pellicola e dell’eccezionale attrice di cui è ricostruita la vita privata e professionale, divisa fra la passione per la recitazione, coltivata fin da adolescente, e l’amore grandissimo per i figli, poco seguiti, ma sempre in cima a ogni suo pensiero e continuamente oggetto di ansie e di sensi di colpa.
Il regista Stig Björkman ha avuto  l’opportunità davvero fortunata di disporre dell’imponente quantità di diari, appunti, lettere, fotografie e filmati (con cinepresa amatoriale), conservati dagli amici e dai figli, attraverso i quali Ingrid Bergman aveva documentato minutamente i fatti della propria vita, dalla perdita, non ancora adolescente, della madre, a quella del padre, quando ancora era strettissima la propria dipendenza da lui (la giovinetta aveva solo 12 anni), alla scuola, ai primi studi teatrali, ai grandi film che la fecero conoscere al mondo intero negli anni Trenta del secolo scorso, alle vicende d’amore per tre volte seguite dal matrimonio e per tre volte concluse col divorzio.

Il regista, selezionando accuratamente  tutto il preziosissimo materiale, lo ha ricomposto cronologicamente, alternandolo con spezzoni dei film più celebri di lei, e con le interviste ai figli di primo e di secondo letto: Pia Lindström e Isotta, Isabella e Roberto Rossellini.
In tal modo egli ci ha offerto, prima di tutto, il ritratto molto vivo e plausibile di un’attrice dominata dalla passione esclusiva e perfezionista per il proprio lavoro nel teatro e nel cinema, del quale seguiva con grande interesse culturale l’evolversi verso forme nuove e diverse, che avrebbero potuto consentirle quella versatilità interpretativa  a cui tendeva, per evitare la fissità dei ruoli e dei personaggi. Con questo film egli, inoltre, ci racconta una madre soave e dolcissima con i figli (che la sentivano comunque molto vicino nonostante i lunghi periodi di lontananza), nonché una donna inquieta e appassionata nella vita sentimentale. Non si limita a questo, però: il documentario è anche la rappresentazione di un’epoca storica, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, e di un’umanità oscurantista e illiberale, dominata da un moralismo ipocrita, sia nell’Italia povera e retriva della fine degli anni ’40, sia altrove in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. I giudizi spietati e le condanne moralistiche avevano coinvolto la storia d’amore dell’attrice con Rossellini, tanto che, additata come adultera esecrabile, le fu addirittura impedito di presentarsi personalmente alla cerimonia per il suo primo Oscar (1956), che infatti fu ritirato in sua vece da Gary Grant: un referendum fra il pubblico che avrebbe seguito, direttamente o in TV, la premiazione, ne aveva decretato l’ostracismo!

Una visione più che consigliabile.

 

lo scrittore (Nella casa)

Schermata 04-2456401 alle 23.30.23recensione del film:

NELLA CASA

Titolo originale:

Dans la maison

Regia:

François Ozon

Principali interpreti:

Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emanuelle Seigner, Denis Menochet – 105 min.- Francia 2012.

Un professore di letteratura francese, Germain, tornando al lavoro dopo le vacanze estive, apprende dal preside che il suo liceo, il liceo Flaubert, è diventato una “scuola pilota”. In conseguenza di ciò, fra le altre novità, tutti gli studenti dovranno indossare una bella uniforme, per distinguersi dagli altri liceali, grazie alla loro appartenenza proprio a questa scuola. Al di là della divisa che li renderebbe tutti “uguali” (una bellissima sequenza animata ce li mostra così uguali che rassomigliano alle celeberrime zuppe Campbell dell’arte pop di Andy Warhol) si direbbe che quegli studenti appartengano soprattutto al poco glorioso mondo di chi impara poco e presume molto: non sanno scrivere correttamente, non sanno ragionare, non sanno far di conto, né se ne preoccupano; sembrano, anzi, sempre pronti a dar giudizi affrettati e superficiali sugli insegnanti e su quei rarissimi loro compagni che non si adeguano all’andazzo corrente. Uno di questi è Claude, il ritratto stesso della solitudine: abbandonato dalla madre, un padre invalido; nella classe è nell’ultimo banco (nessuno gli si siede accanto), gli piace apprendere e soprattutto sa scrivere molto bene, suscitando l’interesse di Germain, che, come molti colleghi, all’inizio del nuovo corso, aveva chiesto ai propri studenti, per conoscerli un po’ meglio, una breve descrizione del loro ultimo weekend. L’espediente retorico grazie al quale Claude riesce ad attirare l’attenzione del suo prof. è il modo curioso di chiudere la propria pagina: un interlocutorio Continua, fra parentesi, che fa pensare alla volontà di mantenere con l’insegnante un dialogo aperto, il che puntualmente avviene. Claude racconta della sua passione a osservare (e successivamente a descrivere), dalla panchina del parco di fronte, ciò che avviene nella casa del suo compagno Rapha, essendo attratto dall’apparenza piccolo borghese di quella sua famiglia, unita e tranquilla. Gli incontri fra Germain e Claude, che continua a raccontare per scritto ciò che vede e ciò che immagina nella casa di Rapha, diventano quasi un rito, dopo le normali lezioni, tra le pareti della scuola. Germain è uno scrittore fallito: ha scritto un libro che non ha avuto successo e ora è affascinato dal racconto che procede dalla penna di Claude, che riesce ad approfondire la conoscenza della famiglia di Rapha offrendosi di spiegargli la matematica, scusa con la quale può entrare nella sua abitazione, osservarla ben bene e insieme osservare i comportamenti dei genitori del suo compagno: Rapha padre (si chiama come lui il che non è senza significato) ed Esther, la graziosa madre casalinga dai troppi sogni irrealizzati.

Le correzioni di Germain si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica. Il film è molto bello, perché la riflessione sull’arte e sulla creazione artistica si trasformano in un racconto cinematografico, talvolta teso e inquietante, talvolta ironico e divertente e talvolta anche drammatico, pieno di una sua verità, che non è però la verità di tutti, ma quella esclusiva dell’artista che crea la sua realtà, componendo e scomponendo gli elementi che arrivano dall’osservazione. Il racconto è molto ben costruito, coinvolgente, ma non troppo, perché anche allo spettatore viene chiesto di distinguere fra realtà e finzione, in un gioco di specchi leggero e intelligente, interessantissimo sempre. Magnifiche le interpretazioni di Fabrice Luchini, il professore, e di Ernst Umhauer, lo studente solitario, che non rassomiglia a nessun altro.