La vendetta di un uomo tranquillo


recensione del film:

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

Titolo originale:
Tarde para la ira

Regia:
Raúl Arévalo
.

Principali interpreti:
Antonio de la Torre, Luis Callejo, Ruth Díaz, Alicia Rubio, Manolo Solo, Raúl Jiménez – 92 min. – Spagna 2016.

José (Antonio de la Torre) era un giovane della ricca borghesia madrilena (padre gioielliere) in procinto di sposare la donna che amava teneramente e con la quale, di lì a pochi giorni, avrebbe messo su famiglia. La serenità della propria esistenza, però, era sparita di colpo, insieme ai suoi sogni e ai suoi propositi, il mattino in cui tre banditi mascherati avevano fatto irruzione nella gioielleria paterna e, con l’accanimento ottuso e insensato degli stolti, gli avevano ridotto il padre, che pure non aveva opposto resistenza, in coma e gli avevano ucciso con crudeltà la fidanzata che si trovava lì per caso. Era stato un colpo durissimo per lui, vissuto fino a quel momento pacificamente, lontanissimo dall’immaginare che i suoi progetti sarebbero naufragati in quello spaventoso mare di sangue.
La sua vita ora, a parecchi anni dal fatto, si svolgeva tra l’ospedale, dove il padre sopravviveva in stato vegetativo e un bar lontano dal centro, dove tutti lo conoscevano e dove sembrava essersi fatto più di un amico. Era un altro uomo, però, (chi non lo sarebbe diventato, con quella pena nel cuore?), che ora meditava soprattutto di vendicare il torto irrisarcibile che aveva subito.
La giustizia istituzionale, del resto, era riuscita a mettere le mani su uno solo dei banditi implicati nella vicenda: un uomo violento di nome Curro (Luis Callejo), il meno colpevole, però, dell’omicidio della sua fidanzata, trattandosi dell’autista che fuori dalla gioielleria attendeva i tre compari con il bottino. L’allarme era scattato prima del previsto, ciò che aveva permesso alla polizia di sorprenderlo nell’auto e di piombargli addosso, mentre i complici erano fuggiti all’impazzata, né avrebbero dato in seguito altre notizie di sé.
Curro aveva pagato per tutti, ma non aveva fatto nomi: condannato a otto anni, ora si apprestava a uscire dal carcere. Aveva in mente di sposare Ana (Ruth Diaz), la fidanzata, madre del suo bambino, ma ignorava che, da qualche tempo, fra Ana e José fosse nata una storia…

Vedremo sbigottiti, nel procedere del racconto, quale spietatezza, ferocia e anche intelligente perfidia stesse usando per la sua vendetta l’ex uomo tranquillo, col quale avevamo in un primo momento simpatizzato e solidarizzato. Il film infatti precisa a poco a poco i contorni inizialmente sfuggenti dei personaggi e degli accadimenti, disseminando solo qualche indizio connotato da una forte ambiguità, senza perciò permettere, prima degli ultimi minuti di proiezione, di comprendere esattamente come fossero andate le cose: tutto è avvolto da una sorta di doppiezza, dal comportamento di José, a quello dei balordi che gli avevano rovinato la vita; dall’amore che sembra legare José ad Ana, al paesaggio della meseta, sfondo di molte scene centrali del film. Tutto è, insomma, contemporaneamente solare e oscuro, sostanzialmente misterioso, né sfugge alla difficoltà di palesarsi con chiarezza ai nostri occhi la stessa Madrid teatro dei fatti: bella e luminosa nel suo centro borghese, sporca e infida nelle zone più povere, dove è collocato anche il bar dei nuovi “amici” di José.

Un bellissimo thriller, molto teso, avvincente e coinvolgente, raccontato con grande e lucida durezza, nonché un magnifico film d’azione, ennesima dimostrazione dello stato di grazia del cinema spagnolo di questi anni, che sa muoversi fra i generi senza temere la concorrenza del cinema americano, fedele, anzi, alla propria tradizione culturale che lo rende riconoscibilissimo e inconfondibile.
Da vedere sicuramente.

Raúl Arévalo, al suo primo lungometraggio come regista*, aveva tenuto per quattro anni la sceneggiatura nel cassetto, sperando di trovare un finanziatore che gli permettesse di realizzare questo film. Aveva poi incontrato sulla sua strada una produttrice che l’aveva aiutato, disinteressatamente, consentendogli l’uscita a Venezia lo scorso anno, nella sezione Orizzonti, dove al termine della proiezione una standing ovation, sette minuti di applausi e il premio all’attrice Alicia Rubio (migliore attrice non protagonista) ne sancirono il successo.

____

*Raúl Arévalo era già noto come attore almodovariano (Gli amanti passeggeri), che aveva interpretato con un ruolo importante anche La isla minima. Non aveva precedenti esperienze di regia.

La Isla mìnima


 

Schermata 2015-12-04 alle 15.01.42recensione del film:
LA ISLA MINIMA

Regia:
Alberto Rodríguez

Principali interpreti:
Javier Gutiérrez, Raúl Arévalo, María Varod, Perico Cervantes, Jesús Ortiz, Jesús Carroza, Salva Reina, Antonio de la Torre, Nerea Barros, Ana Tomeno – 105 min. – Spagna 2014.

Siamo nel 1980. E’ morto da soli cinque anni Francisco Franco, il feroce dittatore che dal 1939 aveva governato ininterrottamente la Spagna, i cui abitanti, ora, avrebbero voltato volentieri pagina. Non tutti, naturalmente, perché difficilmente un regime, durato quasi quarant’anni, lascia dietro di sé solo oppositori e scontenti: questa dittatura aveva avuto, infatti, tutto il tempo per radicarsi profondamente nel tessuto sociale del paese, aveva favorito abitudini e comportamenti non ispirati  certo alla democrazia, si era servita di funzionari docili e ubbidienti che ancora occupavano i gangli vitali dello stato. Il passaggio alla democrazia, perciò, non fu tra i più facili. La Spagna, inoltre, per la sua conformazione geografica e per la sua storia, non era e non è neppure oggi un paese omogeneo: un conto è vivere a Barcellona, a Madrid, o a Siviglia, grandi città nelle quali, per quanto diversissime tra loro, penetra la curiosità per il mondo moderno e anche la voglia di libertà; un altro conto è vivere nelle zone montuose o nelle sperdute campagne del sud Ovest della penisola iberica dove ci si sente dimenticati da Dio e dagli uomini. Di questa parte del mondo parla questo bel film che, descrivendoci l’estuario del Guadalquivir, il grande fiume che attraversa l’Andalusia, ce ne mostra le paludi e gli acquitrini che rendono l’atmosfera mefitica e soffocante, nebbiosa anche in piena estate, e la gente scontrosa e diffidente, tanto ripiegata su se stessa da non voler collaborare con le autorità locali neppure per risolvere il clamoroso caso della scomparsa di due giovani sorelle, durante una festa paesana, la sola occasione di svago da quelle parti. Si trattava di due ragazze belle e giovani, che sognavano di andarsene di lì e che perciò avevano cercato un lavoro a Malaga: erano così insofferenti del luogo e così belle e vivaci, da aver scatenato maldicenze e pettegolezzi sul loro conto, tanto che neppure il padre era disposto a cercarle. Solo la madre, con una lettera alle autorità madrilene, aveva ottenuto che le indagini si avviassero davvero: la capitale aveva mandato due ispettori, Juan e Pedro (Javier Gutiérrez e Raúl Arévalo, rispettivamente) per affiancare la polizia locale. Juan era un uomo di mezza età, con un passato apertamente franchista: il regime se ne era servito spesso per la sua spietatezza, che non arretrava neppure davanti alle torture più efferate pur di ottenere le confessioni di presunti colpevoli; Pedro era, invece, un giovane interessato a battersi, anche nelle forze di polizia, per i diritti e la democrazia: entrambi dunque, sia pure per opposte ragioni, scomodi al potere che si stava formando ma che non aveva trovato ancora la propria stabilità. Meglio, dunque, allontanarli entrambi.
Naturalmente le indagini non si presentavano facili, sia perché non esisteva accordo sui metodi per condurle, essendo Juan e Pedro in dissenso profondo a questo proposito, sia perché lo stesso magistrato che avrebbe dovuto favorirli, diffidava di entrambi nel timore che offuscassero la sua popolarità, dovuta anche alla sostanziale sua connivenza con i gruppi di potere locali, in qualche modo oscuramente coinvolti nel “caso”. La speranza di inabissare le indagini, impaludandole negli acquitrini impraticabili del Guadalquivir, si era però arrestata proprio quando il grande fiume aveva restituito i corpi orrendamente mutilati e seviziati delle due giovani, poi di un’altra, che era stata una loro amica e poi oggetti e brandelli di cose diverse che facevano pensare alla presenza di un serial-killer che avrebbe potuto continuare indisturbato a uccidere mettendo a rischio l’intera popolazione femminile della zona.
Il film diventa dunque un noir assai appassionante, carico di tensione, ben sottolineata non solo dal crescere della diffidenza sospettosa di ciascuno in una realtà sociale dove nulla è ciò che appare, ma anche dalla corrispondenza sempre molto convincente fra l’ambigua oscurità dei fatti e dei comportamenti e i tratti sfuggenti di un paesaggio quanto mai adatto alle insidie e alle trappole senza sbocco, i cui contorni si precisano solo dall’aereo, a una distanza che renda evidente la mappa dei luoghi. Analogamente saranno allora, proprio i due “esterni”, a dover trovare il compromesso “alto” necessario per venire a capo del difficile problema, che è la ragione stessa della loro presenza. Mi è sembrato, dunque, l’intero film una trasparente metafora politica, che contiene anche l’invito alla conciliazione in vista delle sorti di una Spagna che non avrebbe potuto disgiungere i propri destini dalla democrazia.

A leggere le recensioni diffuse sul web (e non solo), ci si convince che questo film, che è molto bello e ottimamente costruito, abbia molti padri: qualcuno dà per certa la sua derivazione dalle opere cinematografiche o televisive  di  famosi registi, come Fincher o Lynch; altri, assai paludati giudici, esprimono (su cartacee riviste prestigiosissime) la convinzione che si tratti di una pallida copia di un vecchio film coreano di Joon-ho Bong,  Memories of Murder ; io stessa, se proprio mi ci metto posso trovarci intere sequenze ispirate dal film di Xavier Dolan Tom à la ferme. Mi chiedo però, che senso abbia questa ossessiva ricerca delle prove di un plagio che mi sembra davvero inesistente: che Alberto Rodriguez abbia conosciuto molto del cinema girato prima del suo non mi sembra una colpa, perché testimonia semmai una ottima cultura cinematografica sulla quale, in modo originale e puntuale, egli ha costruito un importante aspetto della storia del proprio paese. Ben dieci premi Goya lo hanno riconosciuto, così come il pubblico europeo, che gli ha tributato un successo ben meritato, che spero incontri anche in Italia.

business class (Gli amanti passeggeri)


Schermata 04-2456394 alle 00.55.39

recensione del film:

GLI AMANTI PASSEGGERI

Regia:
Pedro Almodóvar
Principali interpreti:

Antonio de la Torre, Hugo Silva, Miguel Angel Silvestre, Laya Martí, Javier Cámara, Carlos Areces, Raúl Arévalo, José María Yazpik, Guillermo Toledo, José Luis Torrijo, Lola Dueñas, Blanca Suárez, Cecilia Roth, Antonio Banderas,Penelope Cruz, Paz Vega, Carmen Machi, Pepa Charro – 90 min. – Spagna 2013.

Questo è un film che  si accetta o si odia, ma che difficilmente si ama. Ciò dipende, seondo me, dall’effetto di straniamento che si prova nel vedere scorrere sullo schermo immagini che paiono fuori luogo, oggi, quando gli spagnoli (come gli italiani, del resto) sono così preoccupati del loro immediato futuro da non aver più voglia di “movida”. Non sentono più, cioè, in sé quell’energia vitale e trasgressiva che si scatenava di notte, lungo le strade di Madrid, dopo la morte di Francisco Franco (1975).  Almodovar fu, in quel periodo, uno dei protagonisti della movida madrilena, frequentatore spesso “en travesti” degli ambienti underground della capitale spagnola, mentre cominciava a girare con entusiasmo e intelligente vivacità i suoi film “scandalosi”, quelli che mettevano in scena temi che in Spagna erano stati, fino ad allora, tabù: la marijuana, l’omosessualità, la gioia della sessualità libera e disinibita. Proprio nel momento che stiamo vivendo, secondo Almodovar, occorre che gli uomini e le donne, se non vogliono essere presi dallo sconforto e dalla depressione, ritrovino la gioia di vivere perduta e si abbandonino alle esperienze del piacere non ancora esplorato, cacciando la tristezza e aspettando che passino i guai**. Non interessa se ne usciranno vivi o morti; quello che conta è che vivano, davvero, fino in fondo e fino all’ultimo istante nella gioia e nella speranza. Tanto, lo svolgersi dei fatti non dipende dalla loro volontà, perché è il caso a indirizzare i loro percorsi: si salveranno forse per quel fortuito scarto imponderabile del fato, che talvolta è capace di deviare gli eventi, in modo imprevedibile, verso una diversa direzione (la scena della caduta del cellulare dal viadotto, per infilarsi nella borsa giusta, non ha forse proprio questo significato?).

La storia, ampiamente metaforica, è ambientata su un aereo che dovrebbe raggiungere Città del Messico da Madrid, ma che è costretto da un’avaria al carrello a girare a vuoto su Toledo, in attesa che si liberi una pista aeroportuale che permetta la rischiosa manovra di atterraggio. Nell’attesa il nervosismo si diffonde dapprima nella cabina di pilotaggio, quindi nella busines class, mentre i passeggeri, molto più numerosi, della tourist class se la dormono della grossa, essendo stati narcotizzati dall’equipaggio. La paura di morire, tenuta a freno con intrugli alcoolici e mescalina, induce i passeggeri della prima classe a scatenare, violando le convenzioni che fino a quel momento avevano regolato la loro vita sociale e familiare, una nuova e insolita voglia di movida e una disinibita e promiscua sessualità accompagnata da un uso altrettanto disinibito del linguaggio e dall’irrefrenabile desiderio di mettere tutti gli altri passeggeri al corrente delle proprie storie personali, attraverso una sincerità desueta e liberatoria. L’atterraggio, che dovrebbe portare tutti in salvo, è il momento più ambiguo di tutto il film poiché  lo spesso strato di schiuma col quale la pista viene ricoperta rassomiglia molto a un fitto mantello di nuvole al di sopra delle quali si potrebbe ravvisare un aldilà pronto per tutti.

Il film è una commedia, da intendersi nel senso classico della parola, non tanto per quel che riguarda il finale, che come ho detto è alquanto ambiguo, quanto per la rappresentazione anche volgare degli appetiti e dei bisogni corporali, tipica del genere, come sa chiunque conosca un po’ della “teoria degli stili” che ha regolato la rappresentazione comica fino al romanticismo. La trasgressione di Almodovar sta allora nell’aver usato, per narrare la deriva comica e un po’ pecoreccia della storia, non i personaggi plebei della tradizione teatrale classica, ma quelli delle classi “alte”, davvero corrotti e volgari i cui comportamenti vengono finalmente smascherati. Una rappresentazione divertente e irriverente, degna di questo geniale regista.

**Pedro Almodovar ha rilasciato a questo proposito un’interessante intervista alquotidiano La Stampa, che potete trovare QUI


 

La storia della Spagna (Ballata dell’odio e dell’amore)


recensione del film:

BALLATA DELL’ODIO E DELL’AMORE

Titolo originale:

Balada triste de trompeta

Regia:

Álex De la Iglesia

Principali interpreti:

Carlos Areces, Antonio de la Torre, Carolina Bang, Sancho Gracia, Juan Luis Galiardo, Enrique Villén, Manuel Tallafé, Manuel Tejada, Gracia Olayo, Santiago Segura, Roberto Alamo, Fofito, Fran Perea, Fernando Guillen-Cuervo, Raúl Arévalo, Terele Pavez, Joxean Bengoetxea, Luis Varela, Fernando Chinarro, Juan Viadas  – 107 min. – Spagna, Francia 2010. –

Le vicende narrate da questo film si svolgono principalmente tra la valle dei Caìdos, colossale monumento funebre alle porte dell’Escorial, e un circo di Madrid. La valle dei Caìdos fu costruita in gran parte da condannati politici repubblicani, costretti ai lavori forzati, per realizzarne l’altissima croce, nonché la cripta, destinata  alle spoglie dei militari caduti durante la guerra civile spagnola (1936 – 1939), dopo la vittoria di Franco. Questo luogo ci dice, quasi da solo, che la lettura di questo film non può che essere storico-politica. Il circo madrileno, in cui si svolge l’altra parte importante del film è la metaforica rappresentazione della società spagnola, all’interno della quale i gruppi sociali agiscono sotto le allegoriche maschere di due pagliacci rivali (le due fazioni in lotta), per amore di una trapezista bellissima (la Spagna). Avviene pertanto che due clown, Javier (pagliaccio triste, perché gli è stata tolta la gioia fin dall’infanzia, quando vide il padre essere ucciso dai franchisti che lo avevano costretto a lavorare nella valle dei Caìdos) e Sergio (brutale e possessivo nei confronti di Natalia, la bella trapezista) si contendano l’amore di lei, diversamente attratta da entrambi, e che cercando di annientarsi reciprocamente con odio crescente, finiscano, invece, per provocare la morte della donna amata, riluttante e forse pavida nel respingere da sé la violenta passione di Sergio. La lotta fra i due clown si svolge senza esclusione di colpi, ed è raccontata in un crescendo grottesco di effetti splatter, che produrrebbero sicuramente raccapriccio se fossero narrati con realismo. Il regista, invece, mi sembra abbia inteso ripercorrere, col linguaggio del cinema, la strada della rappresentazione allegorica e visionaria, presente  nella tradizione della pittura spagnola da Goya con le mostruose rappresentazioni, nate dal sonno della ragione dei Disastri della guerra, a Picasso con Guernica, per parlarci di una Spagna perennemente in bilico fra progresso e oscurantismo cui finisce volontariamente per soccombere, di un paese di passioni estreme, non sufficientemente controllate dalla ragione. In tal modo il film acquista un respiro storico più ampio, non limitandosi a farci riflettere sulle sole vicende della guerra franchista, ma riportandoci anche a meditare sull’intera storia spagnola e in particolare sull’altro periodo storico in cui la prevalenza delle forze conservatrici ebbe la meglio sulle speranze rivoluzionarie che avevano animato anche in Spagna  gli intellettuali all’arrivo di Napoleone Bonaparte.

Credo che sia giusto chiedersi per quale ragione al mondo un film come questo, che ha ricevuto un Leone d’argento per la miglior regia due anni fa (2010) al Festival di Venezia, sia comparso nelle nostre sale solo adesso. La pellicola può piacere o non piacere, ma è comunque un lavoro molto interessante, di quelli che fanno pensare gli spettatori, che non sempre sono disposti, come forse vorrebbe la distribuzione nostrana, ad accontentarsi dei film di pura evasione. La bellissima musica, che è ricordata nel titolo originale del film e che accompagna per alcuni tratti il suo svolgersi, è una composizione del musicista italiano Nini Rosso del 1963.

Chi vuole vedere su questo blog un video che contiene le incisioni di Goya dedicate ai  Disastri della guerra, clicchi QUI

Chi vuole ascoltare Nini Rosso con la sua Ballata , clicchi QUI