In Bruges-La coscienza dell’assassino

recensione del film:
IN BRUGES-LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO

Regia:
Martin McDonagh

Principali interpreti:
Brendan Gleeson, Colin Farrell, Ralph Fiennes, Jérémie Renier, Clémence Poésy,Ciarán Hinds, Thekla Reuten, Jordan Prentice, Zeljko Ivanek, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Ann Elsley, Jean-Marc Favorin, Eric Godon – 101 min. – Gran Bretagna, Belgio 2008.

La mia valutazione molto positiva di Tre manifesti a Ebbing- Missouri mi ha spinta a rivedere e ad analizzare i due lungometraggi precedenti del regista.

In Bruges-La coscienza dell’assassino, presentato nelle nostre sale nel maggio del 2008, ebbe un notevole successo di pubblico: costituiva per gli spettatori del cinema il primo incontro con Martin McDonagh, l’inglese di origini irlandesi affermato soprattutto come regista teatrale, molto apprezzato nel Regno Unito e in altri paesi anglofoni. Alla sua uscita, questa sua pellicola aveva destato in molti di noi un’ottima impressione, anche per lo scenario nel quale si ambientava la vicenda raccontata: una Bruges incantevole, insolita nel cinema e anche negli itinerari del nostro turismo, nonostante la qualità del suo assetto urbanistico, dei suoi palazzi gotici e tardo-gotici, dei suoi monumenti, nonché delle opere custodite nei suoi musei.
Il film, però, non era solo una bella cartolina da Bruges, anche se questo aspetto non andrebbe sottovalutato, per la dichiarata volontà del regista, che, innamorato della città, aveva voluto utilizzarne vie, canali, ponti, chiese e piazze quali sfondi straordinari del suo racconto (persino l’allora sindaco della città aveva trovato una collocazione secondaria fra i personaggi); quella pellicola è. infatti, la nerissima storia di una coppia di killer professionali, Ken (Brendan Gleeson)  e Ray (Colin Farrell), che lì avevano dovuto rifugiarsi dopo l’ultima loro sciagurata impresa londinese.
Era accaduto che gli spari del fucile di Ray avessero ucciso un prete in chiesa (come gli era stato ordinato), ma che avessero anche causato la morte di un bambino in preghiera, celato alla vista dal massiccio corpo dell’assassinato. I due complici, cui la polizia stava dando la caccia in conseguenza dell’orribile misfatto, avrebbero dovuto starsene lontani da Londra per un po’ di tempo, seguendo le indicazioni di Harry (Ralph Fiennes), il boss, che per il momento aveva deciso che raggiungessero Bruges. Per Ray, al suo primo omicidio, il battesimo del fuoco si era trasformato in un’imprevista tragedia; col rimorso nel cuore aveva seguito mal volentieri Ken in terra fiamminga, sperando di rientrare, quanto prima, sul suolo britannico….

In Bruges, però, non si limita alla cronaca, umoristicamente narrata, della fuga dei due malfattori: è il racconto di un soggiorno inquieto e strano, che Harry, uomo nevrotico e crudele aveva imposto, dal suo cottage, ai due malavitosi, segregandoli in una stanza d’albergo, in attesa di… Godot, ovvero di una sua telefonata. Per questa ragione, nel corso del film non si vedono molte scene movimentate, come ci si attenderebbe: quelle poche di solito nascono dal nervosismo di Ray, che se ne va in giro, col suo onnipresente senso di colpa, attraverso la città, i suoi bar e i suoi locali equivoci alla ricerca di avventure e di “paradisi artificiali” che ne plachino la rabbia e il rimorso. Egli lascia che sia Ken, più adulto e più maturo di lui, a scoprire la vecchia città, per lui decisamente poco attraente. Seguiremo, perciò nel corso del film, a fasi alterne, il percorso dei due personaggi, che non sempre si comportano da pacifici cittadini, perché, anche in questo fascinoso angolo di mondo, le occasioni per venire alle mani non mancano… Alla fine, però, inseguimenti movimentati, sparatorie e fughe rocambolesche compenseranno ampiamente chi se le aspettava fin dall’inizio.
Il film è sorprendentemente, invece, anche una meditazione semi-seria sul passato e sul suo lascito contraddittorio fatto di dolore, di saggezza e di bellezza, che potrebbe aiutarci ad accettare i nostri errori e le nostre contraddizioni: parrebbe quasi un racconto di formazione. Potrebbe esserlo, in qualche misura, se consideriamo separatamente i due personaggi protagonisti: Ken appare pacificato e rasserenato (ha elaborato il lutto per la morte violenta della moglie amatissima), poiché la bellezza della città gli ha offerto, forse, la chance che cercava per comprendere il senso della vita, grazie all’incanto suggestivo degli angoli segreti, all’ampio panorama dall’alto delle torri, alla visione del cigno bellissimo che emerge dalle acque scure e anche alle riflessioni sull’inquietante trittico di Jeronymus Bosch. Ray è un personaggio più restio ad accettare se stesso e a meditare: è impulsivo, violento e rozzo, ma è ancora molto giovane e una seconda chance probabilmente arriverà anche per lui, aiutato dall’amore di una donna, che il finale, aperto, del film lascerebbe intuire.

Pur nella diversità dell’intreccio, ritengo che sia i percorsi accidentati e talvolta inverosimili attraverso i quali si fa strada un filo di speranza, sia il tema dell’attesa (inutile?), sia le ultime scene del film che rendono esplicita l’dea della “seconda chance” ci portino a Ebbing, insieme ai modi “pulp” del racconto che scorre davanti ai nostri occhi e alla nostra mente.

 

Ave, Cesare!

Schermata 2016-03-11 alle 21.35.01recensione del film
AVE, CESARE!

Titolo originale:
Hail, Caesar
!

Regia:
Ethan Coen, Joel Coen

Principali interpreti:
Josh Brolin, George Clooney, Alden Ehrenreich, Ralph Fiennes, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Frances McDormand, Channing Tatum – 106 min. – USA 2016.

Siamo nella Hollywood degli anni ’50, quando ai film si richiedeva l’adeguamento acritico ai “valori” propugnati dal dominante maccartismo: anticomunismo di ferro; esaltazione dei valori della famiglia tradizionale; religiosità esibita; evasione dai problemi attraverso il puro entertainement, visivamente appagante e suggestivo. Eddie Mannix (Josh Brolin), il protagonista di questo bel film dei Coen, è un “fixer” per conto della Capitol Studios, cioè un addetto alla soluzione dei problemi che sui diversi set di questa casa cinematografica si presentano: un lavoro difficile e delicato, in quegli anni, che richiedeva non solo pazienza e capacità di mediazione, ma anche infinito amore per il cinema, la cui magia rischiava davvero di essere messa a dura prova, dati i ristretti spazi di libertà in cui registi, sceneggiatori e artisti erano costretti a muoversi. I guai a cui doveva porre rimedio il povero Eddie erano davvero molti, a cominciare dai capricci della bellissima (Scarlett Johansson) che, travestita da sirena, emergeva, come Esther Williams, dalle acque, al centro di una spettacolare e caleidoscopica coreografia: alla diva, incinta e senza marito, egli avrebbe organizzato in fretta e furia, prima che scoppiasse lo scandalo inevitabile, un bel matrimonio con un attore gay, costretto a sua volta a celare i propri orientamenti sessuali. Ancora Eddie sarebbe riuscito a ridurre al minimo le battute per far recitare in modo soddisfacente, in una commedia romantica, come richiesto dal produttore, un giovane attore (Ralph Fiennes) che sapeva  fare solo il cowboy. Davvero, allora, nulla sarebbe sfuggito al suo controllo scrupoloso, così efficiente da organizzare in anticipo le contromosse per ogni possibile problema? Anche qui, come nella generalità dei film dei Coen, il caso, dominus della vita degli uomini, avrebbe scombinato piani e previsioni, ridicolizzando beffardamente qualsiasi tentativo di programmare il futuro. A farne le spese sarebbe stata principalmente la costosissima produzione di Hail Caesar! un “peplum” sul quale  la Capitol Studios contava massimamente e per il quale il fixer aveva impegnato se stesso con grande scrupolo teso a evitare ogni grana possibile: un gruppo di intellettuali e sceneggiatori  comunisti aveva malauguratamente e inaspettatamente rapito la star principale, Baird Whitlock (un grande George Clooney), sottraendolo alla recitazione mentre, ancora vestito da legionario romano, stava smaltendo una sbornia colossale. A nulla dunque era servito l’impegno preventivo di Eddie, che ora doveva anche vedersela con due temibili giornaliste gemelle, tremendamente pettegole (Tilda Swinton) che  ne avrebbero volentieri rovinato la reputazione. L’uomo, a poco a poco privato di ogni riferimento, stava accumulando frustrazioni e stanchezza, dimostrandosi molto simile ai numerosi personaggi sconfitti del cinema dei fratelli Coen, dallo scrittore Barton Fink, a Larry, a Davis.

Il film procede alternando sguardi malinconicamente ironici sulla vecchia Hollywood, attraverso molteplici citazioni di film che fecero epoca (e che a loro volta gli stessi Coen si erano divertiti a citare in molti dei loro film in un gioco di specchi e di rimandi), con spunti di riflessione in cui è riconoscibile la loro vena irresistibilmente comica e amara soprattutto in due episodi: quello in cui ci presentano, convocati da Eddie, i rissosi esponenti delle fedi religiose praticate in America, ciascuno dei quali si ritiene l’unico interprete autorizzato della volontà divina, e quello in cui il gruppo dei comunisti, fra i quali si trova anche un pericoloso sovversivo come… Herbert Marcuse, si caratterizza sia per l’astrattezza fideistica e dottrinaria non molto diversa da quella dei preti, sia per il gusto cospirativo che trova la massima espressione comica nella conclusione beffarda dell’appuntamento notturno col sottomarino sovietico, la cui luce rossa, emergendo dal mare, evoca un imprecisato sole dell’avvenire.

Il film, che mi pare molto bello, dei più interessanti fra quelli in circolazione, fa appello all’intelligenza e al gusto degli spettatori, coinvolgendoli grazie all’eleganza e alla magia delle scene tratte dalle vecchie pellicole, accompagnate da musiche e danze suggestive, consolazione illusoria dell’arte al vuoto lasciato dalla fine delle certezze nel mondo dominato dal caos e dall’irrazionalità

Gustave, concierge in Zubrowka (Gran Budapest Hotel)

Schermata 04-2456758 alle 21.54.07recensione del film:
GRAND BUDAPEST HOTEL

Titolo originale:
The Grand Budapest Hotel

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori – 100 min. – USA 2014.

Nell’inesistente regno di Zubrowka, fra la Polonia e la Germania, il fascinoso Gustave (Ralph Fiennes) era il concierge (e anche un po’ il direttore) di un grande albergo, il Grand Budapest Hotel. Si trattava di uno di quei prestigiosi alberghi presenti nell’immaginario di molti lettori dei romanzi mitteleuropei e perciò anche delle opere di Stefan Zweig* a cui, non a caso, il regista Wes Anderson dedica questa sua ultima fatica. L’Hotel aveva tutte le caratteristiche del luogo di vacanza per vecchi aristocratici e per ufficiali al servizio dell’imperatore asburgico alla vigilia della prima guerra mondiale: era monumentale nell’imponenza delle dimensioni, illeggiadrito, tuttavia, dalle decorazioni Liberty; isolato e lontano dal mondo; in cima a una montagna di difficile accesso e molto spesso innevata **. Il regista, anzi (forse per sottolinearne l’ irraggiungibilità, non solo spaziale, ma anche e soprattutto temporale), ci porta a conoscere il grande edificio dell’albergo utilizzando la tecnica mista del cartoon e della ripresa cinematografica, provocando l’effetto di un approccio singolare, come se la facciata dell’enorme costruzione fosse stata anch’essa disegnata, appiattita sullo sfondo di cartone, per staccarsene progressivamente acquistando profondità e assumendo l’aspetto di un grande albergo vero e proprio, ricco di saloni, lussuosamente arredati, di stanze, appartamenti e corridoi, di cucine e dispense e anche di piccole mansarde senza servizi per la servitù. Dopo la grande guerra l’albergo aveva subito alcuni passaggi di proprietà, per giungere infine nelle mani di un anziano signore, chiamato Zero Moustafa, che aveva potuto venirne in possesso dopo una serie di peripezie, vissute prima della seconda guerra, per la maggior parte con Gustave.
Zero Moustafa era infatti giunto in quel luogo prestigioso quando era ancora un ragazzino, tanto che, per invecchiarsi un po’, si era creato dei sottili baffi a colpi di matita; egli non sapeva nulla di nulla (si chiamava Zero!), ma era sveglio e dispostissimo a imparare l’arte della conciergérie da Gustave, a sua volta dispostissimo a insegnargliela. Questo suo maestro, però, era anche un gran seduttore di vecchie e facoltose signore sole, che corteggiava senza eccezione alcuna, amandole devotamente e ricevendone ricche ricompense, arte che gli aveva cambiato la vita quando l’ottantaduenne Madame D. (Tilda Swinton, irriconoscibile, e perfettamente “invecchiata” a dovere) si ricordò di lui nell’ultimo testamento, lasciandogli un’eredità così cospicua da innescare violente reazioni a catena nei suoi eredi che, a cominciare dal figlio Dimitri (un Adrien Brody, spassosissimo vendicatore), condussero contro di lui una guerra senza esclusione di colpi, mentre vere guerre fra il 1914 e il 1945 avrebbero sconvolto l’assetto delle gerarchie sociali in ogni parte dell’Europa, spazzando via il mondo da operetta di arciduchi, principesse e sovrani, in vacanza al Grand Budapest Hotel della terra di Zubrowka.
E’ lo stesso Zero Moustafa a raccontare a uno scrittore in cerca di ispirazione (Jude Law) e di passaggio nell’Hotel, ormai profondamente diverso, il tempo passato e le avventurose storie, di cui fu testimone e protagonista, insieme al leggendario concierge, che ne ricambiò fiducia e amicizia, intervenendo più volte in sua difesa, quando la sua condizione di immigrato senza documenti lo rendeva sospetto e indesiderabile in una realtà nella quale, di lì a pochi anni, qualcuno avrebbe creato la propria fortuna politica teorizzando e praticando il più spaventoso razzismo.

Una vicenda, dunque, fantastica nell’impianto, che ripercorre, secondo gli stilemi dei racconti di avventura più classici (i viaggi; il rapporto servo-padrone; la casualità degli eventi e degli incontri; i colpi di scena; i misteri; la lotta fra bene e male) la formazione del giovane Zero, collocandosi però in una realtà storica che ha i contorni ben precisi della “Finis Austriae” e che conferisce al film notevole complessità e un innegabile fascino, senza perdere la leggerezza divertente e un po’ surreale tipica di tutti i bellissimi film di Wes Anderson (I Tennenbaum Il treno per il Darjeeling, Moonrise Kingdoom).
Un cast di attori straordinari (oltre ai già menzionati ricorderei particolarmente Bill Murray e Mathieu Amalric) fa della visione di questo film un’esperienza indimenticabile.
Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Berlino.

* scrittore (1881-1942) viennese le cui opere furono bruciate dai nazisti nel 1933,

**riferimento possibile a La montagna incantata di Thomas Mann?

***Tony Revolori interpreta il personaggio Di Zero Moustafa da giovane; F. Murray Abraham interpreta lo stesso personaggio da anziano

The Hurt Locker

Recensione del film:
THE HURT LOCKER

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty,David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly
-131 min. – USA 2008.

Il film descrive il comportamento di tre soldati dell’esercito americano, impegnati in Iraq nelle rischiosissime operazioni di disinnesco delle mine disseminate e dissimulate dappertutto nel territorio: William James, J.T. Sanborn, e Owen Eldridge. Ciascuno di essi compone la squadra degli artificieri, e svolge un ruolo reale nelle operazioni, ma ha nel film un ruolo anche simbolico, soprattutto in relazione alle domande che la guerra pone e alle risposte che ne possono derivare. Owen Eldrige è il personaggio che meno riesce ad accettare la guerra: non ne capisce le ragioni, ha continuamente bisogno di un supporto psicologico, non vorrebbe sparare neppure quando diventa una inderogabile necessità: quando, in barella e ferito, verrà riportato negli Stati Uniti, rovescerà sui suoi commilitoni tutto l’odio che la guerra ha fatto maturare nel suo animo. Il sergente Sanborn è un nero, che svolge nella squadra una funzione di copertura; anche lui ha paura, ma non ne é ossessionato e si espone con prudenza; nel corso delle azioni in cui è impegnato, vediamo mutare il suo atteggiamento: più speranzoso all’inizio, quando ancora gli sembra di essere molto giovane per decidere di sistemarsi stabilmente e mettere su famiglia, alla fine ( e sono passati “solo”36 giorni, un’eternità, in mezzo a quei rischi), esprime accoratamente la sua voglia di paternità: la sua risposta alla morte sempre in agguato. La figura più interessante mi pare quella del volontario William James. Al suo comportamento si riferisce forse la regista, quando parla di guerra come droga. William, infatti, pare quasi un incosciente, talmente assuefatto al pericolo, e talmente bravo nell’uscirne, da dare l’impressione di andarselo a cercare. La parte finale del film, in cui si rievoca la sua vita di pacifico padre e marito, contiene alcune sequenze “da antologia”, come è stato giustamente detto: l’agghiacciante panoramica di un reparto di supermercato americano, degno di Andy Warhol e delle sue Campbell soup; una moglie che pare realizzata nel suo ruolo di mammina perfetta; un figlio pieno di coloratissimi giocattoli di plastica, emblemi del vuoto che contengono. Un sogno, o meglio, un incubo americano, di cui non è possibile trovare il senso: talvolta ci si droga anche per disperazione. La sua partecipazione alla guerra proprio in quel tipo di operazioni é per lui l’unico modo per tornare ad amare la vita. Quell’amore si manifesta anche per il piccolo Beckham, e, fin dov’è possibile, per l’uomo imbottito di esplosivo, ma anche nell’indulgenza e nell’umana partecipazione per le paure e le intemperanze dei suoi commilitoni. Film per molti aspetti straordinario.