C’era una volta… a Hollywood

recensione del film:
C’ERA UNA VOLTA… A HOLLYWOOD

Titolo originale:
Once Upon a Time in Hollywood

REGIA:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Bruce Dern
– 161 min. – USA 2019.

Un anniversario (1969 – 2019)

Al suo nono film, Tarantino ricostruisce il 1969 di Hollywood, anno terribile per il cinema dopo le stragi* che ad agosto segnarono col sangue degli innocenti le sue strade, mentre tardivamente maturava la coscienza collettiva del tramonto di un’epoca.
Il vecchio cinema era finito, travolto e soppiantato dal trionfo della serialità del racconto televisivo gradito alla più vasta platea dei piccoli e medi borghesi che alla sera si chiudevano in casa per seguire le avventure dei loro personaggi preferiti. Nel semplicismo manicheo di un pubblico che non si poneva troppi problemi era il segreto del successo degli attori, che in questo modo, però, rimanevano per sempre legati al loro ruolo di buoni o di cattivi, senza alcuna speranza di mostrare in altro modo la loro ricca professionalità.

Un padrone, un servo e altre ingiustizie

All’inizio del film (e del 1969) il produttore Marvin Shwarz (l’eccellente e ironico Al Pacino) aveva spiegato a Rick Dalton, attore televisivo (un attonito e affranto Leonardo di Caprio) perché avrebbe dovuto mettersi il cuore in pace continuando per sempre a essere il cattivo, o, in alternativa, andarsene da Hollywood e girare a Roma, con Sergio Corbucci, uno o più film di non eccelsa qualità, ma di sicuro successo (i cosiddetti Spaghetti Western) rilanciandosi come grande attore.
Questo, infatti, Rick avreva fatto: insieme a Cliff (interpretato da Brad Pitt, questa volta davvero grande nel suo saggio e affettuoso disincanto), la sua inseparabile controfigura,  aveva preso l’aereo per Roma da cui sarebbe rientrato ad agosto con una immagine rinnovata di sé, tanti soldi e Francesca, (Lorenza Izzo), la moglie italiana…
Cliff è un personaggio singolare: si era lasciato alle spalle un passato oscuro e ancora molto chiacchierato, ma il suo “padrone” Rick lo aveva difeso in ogni occasione. Come uno strano Sancho Panza, egli seguiva Rick ovunque, non solo sul set: era il suo factotum durante la giornata, poi, la sera, tornava alla propria casa dove una fedelissima cagnolona lo attendeva sul divano per il rito del cibo (la scena ferocemente sarcastica verrà ribadita, con altro significato, nella drammatica ultima parte del film).

La società che si muoveva intorno ai divi e alle lore abitazioni era connotata da profonde differenze sociali a cui nessuno, in apparenza, faceva caso.
Sulla collina boscosa di Cielo Drive erano sorti alcuni villini di lusso, che, ben celati alla vista, garantivano tranquillità e privacy ai famosi attori e registi che li abitavano: fra questi Rick, che viveva da solo e che aveva scoperto, fra i suoi vicini, nientemeno che Roman Polanski, da poco sposo felice della giovane e bellissima Sharon Tate  (magnifica e struggente l’interpretazione di Margot Robbie).
A poche miglia, verso la pianura, nella zona della vecchia Hollywood, le costruzioni in disuso, le roulottes e i carri in legno dei vecchi Western erano utilizzati da homeless, come l’ex attore anziano George Spahn (Bruce Dern, che drammaticamente fingeva il sonno per non vedere la realtà) o da comunità di sedicenti hippy – come quella che faceva capo all’esaltato Charlie Manson – in cui convivevano promiscuamente vagabondi consumatori e spacciatori di spinelli all’LSD, ladruncoli e giovani sbandati, nonché molte donne, anche giovanissime, che si prostituivano e spennavano i malcapitati clienti.
Quel mondo marginale, apparentemente non comunicante con quello della collina era emblematico del declino dell’industria del vecchio cinema che, perdendo anche la memoria delle proprie glorie leggendarie, ne mostrava il carattere fittizio, sfondo mobile di un set sul quale andava in scena, ora, il disagio del vivere nei ruoli imposti senza rimedio possibile dalla povertà e dal degrado, ma anche dall’insofferenza ribellistica dei più giovani e delle ragazze che detestavano i valori convenzionali della famiglia.
Tarantino ci racconta la loro disperazione violenta, cui intreccia ellitticamente quella tragicomica della strana coppia del servo e del padrone, così come racconta con amabile empatia Sharon, in giro per la città mentre cerca i regali per Roman, o mentre scopre di essere diventata famosa grazie a un film quasi pornografico, di cui vede le locandine presso un cinema. Mescola realtà e invenzione, utilizzando, come sempre, la citazione e l’autocitazione in un gioco di rimandi e di specchi che diventano il materiale stesso del suo film**, fino all’inversione della realtà storica dell’ultima parte, ben preparata dalla precedente tipizzazione dei personaggi che per caso sono coinvolti in maggiore o minore misura dall’ottusa bestialità della tragedia.

la tragedia della notte più calda dell’anno, secondo Tarantino

È difficile pensare a Sharon Tate senza ricordare la tragedia che l’aveva stroncata a due settimane dal parto, col nascituro che portava in sé, mentre trepidante e fiduciosa sognava il suo futuro di madre e d’attrice, col pensiero costantemente rivolto al suo Roman, da qualche tempo a Londra per lavoro: anche per lui, sarebbe stata la fine di un sogno.

Tarantino ha mostrato, con la commossa ricostruzione dei suoi ultimi mesi, una tenerezza molto insolita nei suoi film, ma anche una grande pietà umana che mai diventa mélo, grazie all’ironia sempre molto presente anche nei momenti più difficili, anche nel momento della ferocia più insensata. Questo finale mi pare consacrarlo davvero come un grandissimo regista che sa parlare alle emozioni più profonde degli spettatori, anche capovolgendo la realtà storica, cosa possibile solo alla magia del cinema e dell’arte, che, come le nostre anime, è …della stessa materia di cui sono fatti i sogni…
Non per nulla le citazioni da Shakespeare sono indirettamente o direttamente presenti in tutto il film… Di questo, chi, come me, ha molto amato questa sua opera, non può che ringraziarlo

 

Ai lettori

Poiché amate il cinema, cari lettori che mi avete seguita fin qui, non fatevi prendere dallo sconforto per le quasi tre ore di quest’opera e non abbandonate la sala non appena compaiono i titoli di coda: Tarantino, forse per premiarvi, vi ha preparato un ulteriore, piccolo regalo!
Promettete, anzi, di non linciarmi se vi invito a rivedere questo film, così malinconico e amabile, nella sua versione in lingua originale, soprattutto se la vostra prima volta è stata nella versione italiana. Lo apprezzerete maggiormente, perché lo slang tipicamente californiano rivela la sua perfetta aderenza al racconto: ne è parte organica, come la bella colonna sonora; non si appiattisce nella trasposizione in un’altra lingua, perdendo il suo colore….Absit iniuria verbis: i nostri doppiatori hanno fatto miracoli, ma non IL MIRACOLO

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* Su questo episodio, uno dei più efferati e oscuri della storia americana del secolo scorso, ho trovato una interessante ricostruzione QUI

** Un bravissimo cinefilo ha riportato in un documentato articolo che trovate QUI il frutto della sua ricerca sulle più importanti citazioni del film. Vi invito a leggerlo perché ritengo sia indispensabile per capire la complessità del lavoro culturale di Tarantino.

The hateful eight

 

Schermata 2016-02-10 alle 11.53.51recensione del film :
THE HATEFUL EIGHT

Regia:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demiàn Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum, James Parks, Dana Gourrier, Zoe Bell, Gene Jones, Keith Jefferson, Lee Horsley, Craig Stark, Belinda Owino, Bruce Del Castillo – 167 min. – USA 2015.

Il film, nella sua versione più diffusa in Italia*, consta di sei capitoli: (L’ultima diligenza per Red RockFiglio d’un caneL’emporio di MinnieDomergue ha un segretoI quattro passeggeri; Uomo nero, inferno bianco)

Era appena terminata la guerra civile americana, ma le sue macerie erano ancora tutte lì e non solo quelle visibili: soprattutto erano ancora lì quelle che ingombrano i cuori degli uomini, dei vincitori e dei vinti, dei nordisti e dei sudisti, accomunati solo dall’odio e perciò determinati a  vendicarsi. Il titolo polisemico del film che ce ne parla è molto efficace: gli otto personaggi si odiano, ma sono anche odiosissimi, perché la loro malvagità è tale da rendere impossibile l’identificazione degli spettatori, cosicché, la strage finale dalla quale nessuno uscirà vivo sembra quasi assumere le caratteristiche catartiche dell’antica tragedia.
La pianura del Wyoming, ai piedi delle Montagne Rocciose, è il paesaggio della prima parte di questo film, reso suggestivo dal candore della neve che tutto ricopre, compreso un oggetto misterioso lungo il percorso delle diligenze, che scopriamo a poco a poco, avvicinandosi la ripresa, essere il busto ligneo ignudo di un dolente uomo crocifisso, quale si può incontrare anche lungo le nostre strade di montagna, schiacciato, oltre che dalla sua sofferenza, anche dal peso della neve e del freddo. Questa icona cristiana e, a mio avviso, altamente metaforica, come il ghiaccio che la nasconde, introduce un elemento drammatico, e prefigura, evocando l’odissea del supplizio, quella di Charles Smithers (Craig Stark), il figlio del vecchio generale sudista, costretto a subire l’atroce vendetta del maggiore Warren (Samuel Jackson), che dopo averlo obbligato a denudarsi nel nevoso e gelido inverno del Nord Ovest americano, lo aveva umiliato, offeso e fatto morire senza pietà (2° capitolo). E dire che all’insegna della solidarietà il film sembrava avviarsi, sia pure di quella solidarietà rude e sospettosa, che si addice ai due personaggi, ora cacciatori di taglie, già militari entrambi, schierati, durante la guerra, con i nordisti: il bianco John Ruth (Kurt Russell) e il maggiore nero Marquis Warren (Samuel L. Jackson). Una terribile tempesta di neve aveva stroncato i cavalli di Warren, che ora chiedeva (ottenendola) accoglienza a John, che su una carrozza ben riparata era diretto a Red Rock. Aveva con sé una donna ammanettata e piena di lividi, l’assassina Daisy Domergue (bravissima Jennifer Jason Leigh) che stava portando al patibolo con l’intento di godersi lo spettacolo dell’impiccagione. Daisy era ricercata viva o morta per una taglia da 10mila dollari: era stata sudista e continuava orgogliosamente a disprezzare i vincitori, Lincoln in testa.
La meta di Red Rock era lontana, perciò a causa dell’intensificarsi della bufera di neve la diligenza si era fermata presso l’Emporio di Minnie, dove sarebbe stato possibile ai due rifocillarsi e passare la notte, senza perdere d’occhio  Daisy. A loro si era unito lungo la strada un altro personaggio, a sua volta rimasto appiedato: lo sceriffo di Red Rock, appena nominato dal governo, Chris Mannix (Walton Goggins) giovane di famiglia sudista.

L’Emporio, una locanda dalla porta sgangherata, era già affollato, ma Minnie non c’era: aveva incaricato di sostituirla, temporaneamente, il messicano Bob, che si stava adoperando per accontentare gli avventori, cioè, oltre ai nuovi arrivati, il cowboy Joe Gage (Michael Madsen), Smithers, il generale sudista (Bruce Dern), nonché il sedicente boia di Red Rock, Oswald Mobrey (Tim Roth).  Si apre ora, nello scenario claustrofobico della vecchia stamberga a cui si era dovuta inchiodare la porta perché non entrassero freddo e vento, uno squarcio narrativo molto movimentato, animato dai racconti, dai ricordi rancorosi, dalle risse, dalle discussioni sulla giustizia e infine dalle conseguenze di un  delitto imprevisto e misterioso sul quale avrebbe indagato Warren, il nero crudele e sadico che aveva appena descritto minutamente come avesse tolto la vita, con inimmaginabile efferatezza, al figlio del generale Smithers. Come un improvvisato Poirot, col consenso dello sceriffo, egli avrebbe analizzato le circostanze, controllato le dichiarazioni e gli alibi di ciascuno, all’oscuro, però, dell’elemento importantissimo e decisivo per imprimere al finale del film la svolta catastrofica. Sarà il regista, con una serie di ricostruzioni a ritroso negli ultimi due capitoli, a chiarire anche a noi come si erano svolti veramente i fatti.

Dopo aver esordito come un Western che si svolge a lungo negli spazi sconfinati del Nord Ovest americano, dunque, questo film procede come un Kammerspiel, cioè come una recitazione nel chiuso di una locanda in cui tutte le tensioni esplodono svelando aspetti insospettabili dei personaggi e, al contempo, ponendo una serie di problemi inquietanti alquanto insoliti per molti spettatori che da Tarantino si aspettano l’ironia e il sarcasmo di sempre (che comunque non mancano). Qui il regista, invece, si interroga sulla giustizia, sui suoi rapporti con la vendetta, sullo spazio dell’odio nelle scelte politiche, sulle colpe di chi ha permesso l’imbarbarirsi delle coscienze e, in fondo, sui rapporti fra politica ed etica, ben metaforizzati dalla lettera di Lincoln a Warren, che rappresenta la necessità di mentire da parte di chi, diversamente, non conterebbe nulla in una società sempre più individualistica e dominata dalla legge del più forte. Come lo stesso Tarantino ha dichiarato, si tratta davvero del suo film più politico, che ci induce a meditare non solo sulla violenza come elemento costitutivo della formazione degli Stati Uniti, ma come elemento costitutivo dell’uomo, destinato a non salvarsi, catastroficamente soccombendo, come i simbolici personaggi del film.  Bellissima l’interpretazione di tutti gli attori e particolarmente stupefacente quella di Jennifer Jason Leigh, che imbruttita e pesta, continuamente maltrattata, fino alla morte, non smette di essere se stessa in un crescendo di dignità quasi commovente (per quanto sia possibile commuoversi per un personaggio così cattivo) che si manifesta con la bellissima canzone del finale del film.
Straordinaria, comunque, tutta la colonna sonora, che spero frutti a Ennio Morricone l’Oscar che davvero meriterebbe.
Un film sorprendente e  interessante e per me anche molto bello, che forse potrebbe preludere a una svolta dei modi stilistici e narrativi del Tarantino che verrà.

*La versione alla quale Tarantino ha dedicato tutte le sue energie rimarrà sconosciuta alla maggior parte degli spettatori italiani, perché sono rimaste poche le sale in grado di proiettarne le immagini girate in Ultra Panavision 70 mm, formato non più usato dal 1966.(Fonte Cahiers du Cinema). Consta di due sole partizioni, un terzo delle quali corrisponde all’incirca alle riprese esterne della presentazione e del primo capitolo; la seconda alle riprese interne all’Emporio di Minnie.

 

Pulp Fiction ha vent’anni

Schermata 04-2456756 alle 23.46.52recensione del film
PULP FICTION

Regia:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
John Travolta, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Amanda Plummer, Eric Stoltz, Bruce Willis, Ving Rhames, Uma Thurman, Rosanna Arquette, Harvey Keitel, Phil LaMarr, Maria de Medeiros, Peter Greene, Frank Whaley, Alexis Arquette, Paul Calderon, Christopher Walken, Quentin Tarantino, Duane Whitaker, Burr Steers, Bronagh Gallagher, Susan Griffiths, Steve Buscemi, Angela Jones, Brenda Hillhouse – 150 min. USA 1994

Sono passati vent’anni da quando Tarantino ha girato questo film: molte sale lo stanno riproponendo in questi giorni in Italia. Io l’ho rivisto sul mio DVD e ora, con questa modestissima recensione, contribuisco come posso alla sua interpretazione.

Il film inizia, nei pressi di Los Angeles, con una scena di vita quotidiana alquanto banale: due innamorati, Zucchino e Coniglietta (Tim Roth e Amanda Plummer) discutono animatamente, mentre fanno colazione in un motel. Si tratta, in realtà, di una coppia di balordi, piccoli malavitosi con esperienze di furti e rapine che, per ottenere il massimo guadagno con il minimo rischio, decidono di improvvisare una rapina anche lì dove si trovano, contando sulla sorpresa e sulla paura degli altri avventori. La scena a questo punto si interrompe, ma se ne apre un’altra: su un’automobile stanno viaggiando Vincent Vega (John Travolta), da poco tornato dall’Europa, e Jules Winnfield, (Samuel L. Jackson). Entrambi sono di ottimo umore e si stanno molto divertendo: Vincent parla con sghignazzante sufficienza delle bizzarre abitudini degli europei in fatto di cibi, di bevande alcoliche e di comportamento, mentre il suo compagno di viaggio lo ascolta con incredulità ironica e curiosa. Si tratta, in verità, di due killer al servizio di Marsellus (Ving Rhames), gangster potentissimo, per incarico del quale si accingono a uccidere un po’ di persone, allo scopo di impadronirsi di una valigetta dal contenuto misterioso. Nuovo cambio di scena: Vincent, un po’ riluttante, porta a ballare Mia (Uma Thurman), la giovane donna di Marsellus che, dovendo assentarsi per qualche giorno, lo ha pregato (si fida pienamente di lui) di farla un po’ divertire. Un twist ballato con impareggiabile e fantasiosa abilità fa guadagnare alla coppia l’ambitissimo trofeo in palio, ma il rientro a casa di lei viene sinistramente turbato da un incidente gravissimo, che manda all’aria i “buoni”propositi di lui.

Ora, la scena cambia di nuovo: è la volta di Butch (Bruce Willis), pugile corrotto: Marsellus se lo era comprato per fargli perdere l’incontro alla seconda ripresa. Il regista, però, ce lo mostra bambino, evocando in una scena di irresistibile comicità grottesca il momento in cui gli era stato consegnato da un commilitone del padre (Christopher Walken) l’orologio di famiglia, che, passando di generazione in generazione, aveva scandito il valore militare degli avi, eroi della prima (il bisnonno) e della seconda guerra mondiale (il nonno). Custodito con cura (sebbene in un luogo quanto mai … improprio) dal padre, durante la guerra del Vietnam, nella quale aveva trovato la morte, l’orologio era ora finalmente nelle mani del piccolo Butch, che anche da adulto non se ne sarebbe mai (o quasi mai) separato.
L’esito dell’incontro truccato, però, non era stato quello previsto e concordato con Marcellus, perché Butch, con un pugno violentissimo, aveva ucciso l’avversario, quasi senza volere, ciò che ora avrebbe davvero messo a rischio la sua vita.
Tutto il film ruota, principalmente, intorno a questi gruppi di personaggi: l’incrociarsi casuale dei loro percorsi deciderà del destino di ciascuno, indipendentemente dalle attese e dai progetti, sempre azzerati dall’imprevedibilità bizzarra del caso, non dominabile dalla forza della volontà. Le armi che sparano da sole o i pugni che colpiscono uccidendo, senza che ci sia intenzione di farlo, sottolineano l’irrilevanza tragicomica degli sforzi che ciascuno dei protagonisti mette in atto per indirizzare la propria esistenza secondo le personali aspirazioni, i gusti, i valori, le capacità. Si tratta, a mio giudizio, di una una delle più corrosive e taglienti negazioni dell’ideologia egemone negli Stati Uniti, quella del self-made man, di cui vengono colti ironicamente gli aspetti più contraddittori. Se Tarantino, però, si limitasse a questo, si muoverebbe (in ogni caso molto bene, con briosa e divertente lucidità) su sentieri già battuti da altri grandi registi americani, almeno a partire dagli anni ’80: i Coen, Scorsese, per alcuni aspetti Altman. Con questo film, invece il regista dà vita anche a un modo di raccontare del tutto nuovo, mescolando i generi e gli stili della cinematografia classica, nonché intervenendo sulla linearità del tempo del racconto e dando così luogo all’alternarsi stupefacente di passato e presente secondo un “disegno” “pulp”: così, infatti, venivano chiamate quelle raccolte disordinate di racconti e novelle o di saggistica popolare che davano l’impressione di mettere sullo stesso piano, in una allegra confusione di generi e di valori, le pagine di chi sapeva scrivere con quelle di chi inviava le proprie sgrammaticate impressioni e i propri sgangherati diari. Palma d’oro al Festival di Cannes del 1994.
I trailer dell’epoca si possono trovare su Youtube, ma quelli italiani sono davvero inguardabili, perché mostrano le preoccupazioni della censura nel presentare come assai edificante un film molto trasgressivo. Volendo esemplificare, però, quanto ho appena detto, circa la mescolanza dei generi, degli stili e dei tempi del racconto, penso che il finale del film, che circolarmente ci dice la conclusione della prima scena (lasciata sospesa per almeno due ore) sia assolutamente esemplare: una ossimorica lunghissima citazione biblica sulle labbra di un killer assai spietato come Jules Winnfield, il manigoldo compagno di delitti di Vincent (per altro da tempo morto per mano di Butch!). Nonostante l’apparente disgregarsi del racconto filmico, questo è uno dei film più attentamente controllati da un montaggio straordinariamente efficace nel mettere in luce una sceneggiatura impeccabile.

scatenato Quentin (Django unchained)

Schermata 01-2456316 alle 08.39.35recensione del film:

DJANGO UNCHAINED

Regia:

Quentin Tarantino

Principali interpreti:

Jamie Foxx, Christoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Kerry Washington, Samuel Jackson, Franco Nero – 165 min. – USA 2013.

La svolta nella vita dello schiavo nero Django (un bravissimo Jamie Foxx, che tiene molto a ribadire, presentandosi, che “la D è muta”!) avviene nel 1858, in una località imprecisata del Texas, come ci dicono le buffe didascalie arancione, all’inizio del film. La carovana dei mercanti di schiavi, che l’ha appena comperato, si imbatte, per caso, in una notte triste lungo una landa selvaggia, in una carrozza, sormontata da un enorme dente di cartapesta, il cui guidatore sta cercando proprio lui. Si tratta di un ex dentista tedesco, antischiavista e snob, il dottor King Schultz (splendido Cristoph Waltz), ora approdato a un nuovo e più remunerativo lavoro: fa il cacciatore di taglie, dedicandosi al ritrovamento dei banditi più pericolosi, quelli sul cui capo pende per l’appunto una taglia piuttosto consistente, che egli intende incassare, dopo averli uccisi, e averne mostrato i cadaveri. I due non si separeranno più. Dopo che Django avrà raccontato a Schultz la triste storia del suo matrimonio con Broomhilda e della violenta separazione da lei, strappatagli a forza dai tre fratelli Brittle, che l’avevano comprata, la strana coppia si avvierà a far “giustizia”, affrontando avventurosamente i pericoli, in mezzo a una popolazione bianca razzista e rabbiosa, incredula nel vedere muoversi liberamente un “negro” a cavallo e senza catene. Fra incontri imprevisti, cavalcate e battaglie notturne, violente sparatorie dagli esiti splatter, i due arriveranno all’ultimo rifugio di Broomhilda, una tenuta agricola di proprietà del giovane sadico Calvin Candie, magnificamente interpretato da Leonardo Di Caprio, che “allieta” i propri ricchi banchetti assistendo divertito alle efferate aggressioni di cani feroci contro gli schiavi o alle lotte all’ultimo sangue fra aitanti mandingo, essendo “scientificamente”convinto della “naturale” propensione degli schiavi neri a subire e a servire, come in una memorabile, quasi lombrosiana scena, cercherà di dimostrare.

Questo è il secondo film in cui Tarantino, dopo il precedente bellissimo Bastardi senza gloria, affronta un tema storico-politico (nel primo caso il tema era stato quello del nazismo; in questo è quello dello schiavismo e dei diritti dei neri): pare che ne arriverà un terzo sulla presenza dei soldati americani neri in Europa, alla fine della seconda guerra mondiale. Il film può davvero ritenersi un film storico? Mi sembra che sia inequivocabilmente prima di tutto un film di Tarantino, cioè il lavoro di un regista che certamente è incuriosito dal passato e volentieri lo racconta, rappresentandolo a modo suo, non disdegnando invenzioni continue e ricostruzioni fantasiose, nonché vistosissimi falsi e anacronismi che gli diano l’occasione, innanzi tutto, di dar voce a quella grottesca commedia umana di cui impareggiabilmente coglie gli aspetti più paradossali e ridicoli oltre che le ipocrisie più insopportabili. E’ però un film politico, per le ragioni che lo stesso Tarantino dichiarerà nell’intervista che potete trovare QUI. E’ cioè un film, che come tutti i Western, al cui genere, almeno nominalmente, questo appartiene, riflette sia la sensibilità politico-morale del regista che racconta le vicende, sia le aspirazioni diffuse nel momento in cui quelle pellicole vanno nelle sale. Il modello cui si ispira Tarantino in questo suo lavoro non è, però, quello del Western classico, quanto piuttosto la sua rivisitazione italiana, quella degli Spaghetti Western cui il regista rende in tal modo il proprio riconoscente omaggio, già fin dal titolo: Django è un film del 1966 di Sergio Corbucci; Franco Nero, che qui fa una breve apparizione, era attore in quel film e la stessa musica molto suggestiva di Ennio Morricone richiama alla memoria i Western all’Italiana più famosi. Nel film sono presenti anche alcune suggestioni wagneriane, dovute all’interesse del regista per il Sigfrido, che stava studiando già da alcuni anni (successivamente ne coinvolse Christoph Waltz), che certamente ispirò la vicenda di Broomhilda – Brunilde, nonché beethoveniane e verdiane. La bellissima scena notturna dell’arrivo dei razzisti feroci,  tra le più belle del film, è resa indimenticabile, oltre che dallo spasso che provoca lo sgangherato e inutile cappuccio degli ingloriosi cavalieri, anche dalla suggestiva musica verdiana del “Dies Irae”, privato di ogni significato trascendente, che sottolinea il dinamico svolgersi della battaglia illuminata dalle torce nel buio del paesaggio**. Insieme allo splendore di una fotografia molto pulita e nitida, che spazia nel paesaggio americano ripreso in tutte le stagioni dell’anno, quello che maggiormente colpisce del film è il fluire veloce e sicuro delle immagini incalzanti che raccontano gli eventi, indizio di una saldissima regia e di una sceneggiatura che padroneggia superbamente tutti gli elementi del complicato racconto rendendo estremamente piacevoli e coinvolgenti le quasi tre ore di visione del film.

**Ho corretto, con qualche ritardo, la mia imperdonabile precedente affermazione, circa la presenza della Cavalcata vagneriana in questa scena. Chiedo scusa a Wagner, a Verdi e naturalmente ai miei lettori.